La notte del Commendatore

Part 14

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Ed anche quell'altro giorno trascorse, e fu seguito da parecchi, tutti pieni di angosce ineffabili. Al settimo, incominciò a respirare. Che il suo creditore fosse ammalato? Dio di misericordia, fosse andato fra i più? Egli veramente non avrebbe desiderato tanto dalla infinita bontà; ma infine, se una disgrazia simile avesse proprio chiamato a sè quel degno collega dei Fontana, e dei Pomba, per chiedergli conto de' suoi errori di stampa, Ariberti non avrebbe dato altro conforto alle sue ceneri che quello di una lagrima, di una lagrima, sola.

Senonchè, muoiono forse i creditori, come tutti gli altri nati dalla creta? Muoiono essi davvero innanzi la scadenza dei crediti loro? A questo problema Ariberti non ci aveva pensato mai. E pensandoci allora gli parve impossibile che il destino rinunziasse in tal guisa ad uno de' suoi più sicuri strumenti di tortura. Epperò il suo cuore durava sempre in sospetto e in ansietà; quel silenzio non gli prometteva niente di buono.

Un giorno, mentre egli stava leggiucchiando a tavolino, aspettando l'ora del desinare, suo padre entrò nella camera. Il signor Amedeo non metteva mai piede colà, argomentate dunque lo stupore del figlio e il tremito che lo assalse quando lo vide avvicinarsi a lui e gittargli sullo scrittoio un foglio, che aveva cavato allora, e molto gravemente, di tasca.

Il povero baccelliere diede una sbirciata a quel foglio. Era una carta bollata. L'aperse colle mani tremanti e vide.... quel che doveva aspettarsi, il suo contratto col tipografo di Torino.

--È pagato;--disse allora il signor Amedeo.--Vedete, c'è la quietanza a piè di pagina. Ma d'ora innanzi, se studieremo la natura dei contratti, in cambio di sottoscriverne per conto nostro, faremo certamente assai meglio.

--Padre mio!--gridò lo studente, dando in uno scoppio di pianto.

--Orbene, che c'è?--gridò il signor Amedeo con un accento di burbero benefico.--I versi alla perfine non erano dei peggiori che si stampino in Italia. Ma non prendete impegni che non possiate poi soddisfare.--

Il giovane promise, come potete argomentare, che non ci sarebbe cascato mai più. Ma in vita sua doveva farne dell'altre; e questo si dovrà argomentare del pari.

Intanto, colla mente al suo libro invenduto, al suo dramma pulitamente rifiutato, alle contrarietà del presente e alle incertezze del futuro, il nostro Ariberti ci aveva da fare un processo in _formis_ alla sorte tiranna. Egli pensava ciò che molti avevano pensato prima, e che molti dovevano pensare dopo di lui; esser difficile, lo entrare nel mondo, come in un teatro alla cui porta si faccia la coda. Ecco qua; dar di gomiti, guizzare a destra, esser respinto a mancina, dire una parolina a questo, dare un urtone a quell'altro, grazioso coi forti, inurbano coi deboli, e tutto ciò per guadagnare una spanna di terreno, per trovare, egoista tra tanti egoisti suoi pari, il filo della corrente che dovesse portarlo alla meta! Ariberti non doveva avvezzar l'animo ad un così miserabile uffizio; capacitarsi che la vita è una sconcia battaglia cogli uomini, con sè stesso, colla necessità, infine, con tutto; persuadersi che, per andare avanti da sè, bisognava non solo aver fortuna, ma costanza e pazienza, farsi piccini ad ogni buco, conquistare a forza le prime cinque lire, contarci su, menare una vita da formiche, non perdere un'ora nè un minuto, non dormire all'occorrenza e non mangiare, rispettar molto e disprezzare altrettanto, essere o parere non curanti d'ogni grandezza, come d'ogni disgrazia, far poco assegnamento sugli altri, e spenderli tutti quando ne venga il destro, andar oltre tenendosi al muro e saper poi girar largo ai canti, ottenere a stento la sua parte di strada e lì subito farsi d'ogni cosa schermo alla testa, sempre per paura di un embrice che caschi. Vergognosa esistenza! E quando non si è tristi del tutto, quando si ha un briciolo di cuore, una scintilla di poesia, di fede e di amore nell'anima, trovare anche il tempo di non odiare il nostro simile e di perdonargli il suo egoismo, sperando che egli lo perdoni a noi pure, secondo la massima del paternostro, vecchia preghiera, di cui tanti divoti pappagalli hanno smarrito il senso, a furia di recitarla in latino.

Eppure, tanta è nell'uomo la possanza del mal abito, così forte il gusto del pessimo (informino tutti i veleni e le pestifere sostanze, a cui il nostro palato si avvezza con mitridatica cura), che il signor baccelliere, dopo aver tanto meditato e tanto maledetto, non sentiva altro desiderio, altra impazienza, che di tornare alla sua vita di prima. E ci tornò col novembre, fornito la borsa dei materni risparmi e foderato il cervello di buone intenzioni. Gli uni e le altre quanto avevano a durare? Vedremo in processo di tempo. Frattanto, bisognerà dire che cominciò l'anno scolastico frequentando assiduamente l'Università e tenendosi lontano dai cavalieri di Malta. Ma dove e con chi aveva egli a passare le ore bruciate del giorno, se coi signori della _Dora_ ci aveva l'astio e con Filippo Bertone era senz'altro alle rotte?

Fu un lungo battibecco tra il suo diavolo buono, e il cattivo; finalmente la diedero nel mezzo, e il nostro eroe si riaccostò più strettamente all'_Euterpe,_ colla scusa che non ci aveva a rimettere, ed anzi ci guadagnava i danari delle male spese. Inoltre, e non ci aveva sempre il suo dramma da far recitare? E non era quella la strada per trovare un capocomico? Infine, che serve? c'è sempre nei ripostigli della coscienza una buona ragione, per indurci a fare quello che più ci talenta. E siccome poi in tutte le strade per cui un uomo si mette, egli ci na sempre a trovare qualcosa che dia nuovo indirizzo al suo vivere, sentite che nuovo caso intervenne al nostro signor baccelliere, ridiventato giornalista teatrale.

CAPITOLO XI.

Nel quale si fa conoscenza con una bella ungherese.

Era andato una sera a teatro, non so bene se al Rossini, o al D'Agnennes, o ad altro dei teatri di second'ordine della vecchia capitale del regno. Si cantava un'opera alla svelta, senza grandi apparecchi, senza sfarzi, come si usa in Italia colle opere dei nostri grandi maestri della prima metà del secolo, che debbono piacere per la loro musica, anche male eseguita, come certe ragazze, mandate attorno alla buona debbono piacere pei loro begli occhi. Mancando gli artisti di grido e lo sfoggio dell'allestimento scenico, lo spettacolo era poco attraente; ma il Regio era ancora chiuso, e, per un trattenimento di mezza stagione, ce n'era anche di avanzo. Così almeno pensava l'impresario e, colla loro facile contentatura, sembravano ammettere i frequentatori del teatro; i quali, del resto, erano pochi in platea, pochissimi nei palchi.

Che cos'era andato egli a fare là dentro? Ad ammazzare la noia, ed anche a sentire la prima donna, una diva di seconda categoria, che il direttore dell'_Euterpe_ gli aveva raccomandata caldamente. Ora, siccome, per servire l'amico, non occorreva mettere tutta la sua attenzione alla scena, il nostro Ariberti era molto distratto; e poichè la noia non l'aveva ammazzata, stava là in piedi, vicino all'ingresso, per aspettare che la sua raccomandata finisse di cantar la romanza, e pigliare subito dopo il portante.

Ma appunto allora, un applauso sollecito che non aveva voluto attendere gli ultimi gorgheggi dell'aria, gli fece voltar gli occhi da un palco del primo ordine. Ci erano dentro due dame, una vecchia e una giovane, con un signore in mezzo a loro, ed in piedi, che applaudiva anche lui, ma soltanto per compiacenza, come dimostrava la lentezza dei movimenti e il lieve sfiorar delle palme. La vecchia era vecchia, e non fa mestieri dirne altro. La giovine era assai bella, di fattezze regolari e delicatissime, di pieni contorni e d'una bianchezza rara, che faceva contrasto cogli occhi neri e grandi, colla capigliatura corvina e abbondante, e colla veste di velluto nero, che la stringeva gelosamente fino alla radice del collo.

Era lei che aveva applaudito per la prima. Le sue belle mani, morbide e sottili, si agitavano ancora a mezz'aria. L'atto parve strano al giovine Ariberti, che non aveva mai veduto una signora usurpare in tal guisa i diritti del sesso più forte e più chiassone. Evidentemente costei era una forastiera; che, quanto a giudicarla una provinciale, si opponevano del pari una schietta eleganza e quella bellezza singolare, che conferisce di primo lancio ogni diritto di supremazia, non che di cittadinanza, alla donna.

Quella gentil figura colpì grandemente l'Ariberti, che dimenticò senz'altro il proposito fatto poc'anzi di andarsene. In un teatro mezzo vuoto, poche cose bastano qualche volta ad attirar l'attenzione di uno sfaccendato; figuriamoci poi quando si tratti di una bella donnina, miracolo che non è dato di vedere ogni giorno. E allora il teatro, anche tappezzato di facce proibite e imbottito di sbadigli, vi si tramuta di punto in bianco, vi diventa come un museo, dove una bella Venere vi trattiene lungamente estatico in una gran sala fredda e malinconica, popolata all'intorno di torsi, di fauni, di filosofi greci e d'imperatori romani.

Ariberti facendo le viste di guardare sbadatamente in giro, diede tre o quattro occhiate furtive alla sua statua, e potè sincerarsi che la ci aveva proprio nei contorni del viso un'aria di famiglia colla Venere Capitolina, come gliel'avevano fatta conoscere i modelli di gesso della benemerita arte lucchese. La sua Venere aveva sempre gli occhi rivolti alla scena, e i movimenti agili e graziosi della sua testolina, e il lampeggiare de' suoi occhi profondi, indicavano che essa pigliava gusto alla rappresentazione.

Il cavaliere era in piedi vicino a lei, e spesso si faceva innanzi, appoggiandosi colle mani sul davanzale del palco, o per vedere sui lati, o per far vedere ai popoli circostanti la sua intimità colla dama, a cui diceva sempre le più leggiadre cose del mondo. Ma ella non parea dargli retta; sorrideva, accennava del capo, prendeva il binocolo per guardare un tratto qua e là; ma subito lo deponeva sulla mensoletta di velluto, e tornava cogli occhi alla scena.

E tuttavia, con quella mobilità somma di sguardo che le donne hanno comune coi leporidi, la signora vedeva anche tutto ciò che si faceva in platea, e la terza occhiata di Ariberti ebbe un ricambio inaspettato, che al nostro osservatore fece l'effetto di una scintilla elettrica, a dir poco.

Si cominciava bene; e appunto perciò bisognava andar cauti, per non guastare le uova nel paniere. Di queste faccende il giovine Ariberti aveva l'istinto, non l'esperienza; e l'istinto, lo fece andare alcuni passi più indietro, ed appoggiarsi contro la curva parete della platea, per modo che, voltandosi a mezzo, potesse vedere lei, senza esser veduto dalla vecchia, se era una suocera, e dal cavaliere, se era un marito, o un aspirante. Così, senza parere, andava a suo bell'agio adocchiandola e sì veramente in lei compiacendosi... Ma qui mi accorgo di essere sull'orme di messer Giovanni Boccaccio, mio riverito maestro, e mi fermo, per non inciampare nello strascico del suo magnifico lucco fiorentino, allungato nobilmente a mo' di toga romana.

Dirò invece che il nostro Ariberti notò minutamente ogni bellezza della sua sconosciuta, e il bianco perlato della carnagione e le nere pupille sfavillanti da due globi del colore del cielo (vere folgori affogate in un mar di latte, direbbe la scuola moderna) e la soave rotondità del collo, e la curva armoniosa dell'òmero, e tante altre mirabili cose, che a notarle tutte in fila, ci vorrebbe la pazienza d'un notaio. Una, su tutte le altre, colpì il nostro osservatore, e fu quella purezza di lineamenti, unita ad una somma delicatezza, donde la bellissima testa assumeva i contorni, ricisi e morbidi ad un tempo, d'una statua greca. E invero, costei pareva opera di un nuovo Pigmalione, che avesse lavorato amorosamente di scalpello sulla grana gentile d'un marmo di Carrara, e poi ottenuto dalla compiacenza dei celesti di soffiarle un alito di vita nel petto.

Mentre il giovine Ariberti beveva a lunghi sorsi «lo suo dolce veneno», la sconosciuta aveva notato il suo cambiamento di posto, si era accorta che tutta quella conversione a destra e quell'appostamento a sottosquadro eran fatti per lei, e di tanto in tanto chinava gli occhi verso quel giovinottino elegante, bruno di capegli, pallido in viso, e di lineamenti aperti, che dardeggiava a lei così vivide occhiate. Quelle occhiate dicevano un subisso di cose; egli aveva nello sguardo tutte le precocità, tutti... Ma via, dopo aver risicato d'inciampare nel lucco fiorentino di messer Giovanni, darò vergognosamente nelle strampalerie della scuola moderna?

Torniamo ai fatti. Evidentemente, egli piaceva a lei, come ella a lui. Bel romanzo, che doveva restare lì in tronco, dopo una ventina di guardate sentimentali, appoggiate da una dimostrazione offensiva di binocoli! Ma quanti non sono nella vita i romanzetti che finiscono così! Quella donna aveva il tipo nordico; veniva dall'Inghilterra, o dalla Russia, dove le donne son così belle coi capelli biondi, e bellissime poi quando li han neri, come le nostre donne italiane. Quelle chiome corvine della zona temperata e quelle diafane perlagioni di carne delle regioni artiche, compongono una così strana forma di bellezza, da ricordare certe figure di _keepsake,_ o di strenna, per dirla italianamente, le quali fanno guardare lungamente, poi che si è chiuso il volume.

Così pensando, o qualche cosa di simile, Ariberti argomentò che quella gentile apparizione e quella muta corrispondenza di sguardi, sarebbero state una memoria per lui, soave ma fuggevole del pari, bella ma senza profumi, come la viola del pensiero che si chiude a ricordo tra le pagine di un libro. E immaginando la fugacità del suo gaudio, volle assaporarlo tutto, ristringendo in un'ora di contemplazione quel romanzo geniale, che, come potete indovinare, egli avrebbe assai volentieri allungato di trecentosessantacinque dispense.

Questo pensiero, impadronitosi di lui, fece sì che il nostro eroe non si sentisse punto impacciato a sostenere lo sguardo della bella sconosciuta, e non provasse quel senso molesto di suggezione che è così naturale ai giovani in simili casi. Del resto, essa lo guardava con una certa curiosità grave, mista di umanità e di ritenutezza, che, sebbene gli riuscisse nuova, non lo sconcertava per nulla. Infine, o non poteva pensare anche lei ciò che a lui girava per la fantasia, intorno alla fugacità di quell'ora?

Mentre era lì ritto a piuoli, cogli occhi in aria e il pensiero alla dama, Ariberti fu accostato dal direttore dell'_Euterpe_. Lì per lì, il nostro innamorato lo mandò cordialmente a tutti i diavoli, perchè il nuovo venuto, oltre al disturbarlo che faceva nelle sue speculazioni, veniva a piantarglisi proprio da fianco, sulla sinistra, e ad interrompergli la visuale. Ciò per altro non tolse che gli stringesse amichevolmente la mano. Dopo tutto, poteva andar peggio. Se il direttore dell'_Euterpe_ gli fosse passato da destra, non lo avrebbe distolto dalla mancina, e non si sarebbe anche molto facilmente avveduto di quella leggiadra persona che sporgeva dal suo palchetto, a così breve distanza da loro?

Fortunatamente per lui il bravo giornalista aveva quella sera da compiere il suo giro teatrale e non si tratteneva che pochi minuti. Scambiate alcune parole intorno allo spettacolo, si dispose a partire, invitando Ariberti ad andare con lui.--No;--gli rispose il giovane, che metteva in pratica tutta la sua diplomazia;--sono un cronista dilettante, ma coscienzioso; ho promesso di udire la vostra raccomandata e ci sto fino all'ultimo.

--Siete più forte di me;--disse il direttore dell'_Euterpe_, che non mancava di spirito.--Quasi quasi, se non avessi intascato io l'abbonamento, crederei che aspettate d'intascarlo voi.

--Ohibò!--disse di rimando Ariberti.--Io amo l'arte per l'arte. La vostra cantante mi piace e vedrete che nelle mie note di domani ve la innalzerò fino alle stelle con una dozzina di superlativi.

--Ne taglierò una metà... per regalarli ad un'altra;--ripigliò il vecchio giornalista ridendo.--Addio, dunque, e buona guardia!

--E a voi buona ronda!---aggiunse Ariberti, stringendogli la mano in atto di commiato.

Il direttore l'_Euterpe_ se ne andò com'era venuto, senza avvedersi di nulla. Ariberti diede una rifiatata di contentezza, parendogli, e con ragione, d'essersi levato un bruscolo da un occhio. E qui il savio lettore indovina che egli provò subito la bontà del suo occhio, sbirciando il noto palchetto.

La sconosciuta era sempre al suo posto. E sempre con quella sua curiosità grave, guardò il direttore dell'_Euterpe_ mentre passava sotto il suo palco, lo seguì lentamente cogli occhi fino in mezzo ai due pomposi carabinieri che facevano da Telamoni all'ingresso, indi tornò a contemplare la scena, accostò il cannocchiale alle ciglia (non so poi se per guardar nelle lenti, o di sotto), rispose alcune frasi alla sua compagna, o al cavaliere, e da ultimo abbassò «le luci belle» sull'estatico Ariberti; e tutto ciò senza sforzo, colla massima disinvoltura.

Abbrevio per non cadere in ripetizioni. Finito lo spettacolo, il giovine andò a fermarsi nell'atrio, e stette, contro il suo costume, a far ala sul passaggio delle gonnelle. La sua sconosciuta discese poco stante, tra la vecchia e il cavaliere, più lezioso, più sbraciato che mai. Nel passare davanti ad Ariberti, essa gli lanciò una rapida occhiata, e andata più oltre, sotto colore di ravviarsi il cappuccio sulla testa, trovò ancora il modo di voltarsi un tratto e lasciargli vedere il suo stupendo profilo. Indi, leggiera come una gazzella, uscì sulla strada, salì in carrozza e via.

Buona notte, adunque! Il giovinetto se ne andò a casa in quello stato di piacevole turbamento che accompagna di solito il nascere d'una passioncella amorosa. E raccolto sotto le coltri nella fida compagnia di sè medesimo, sognò la gentile apparizione, in cui trovava per allora un conforto a quel disinganno che aveva sofferto colla marchesa di San Ginesio.

Il giorno seguente, pensò egli all'università, come io e voi a farci monache. Passeggiò invece lungamente sotto i Portici di Po, sperando sempre di imbattersi nella sua bella sconosciuta, ma invano. La sera, poi, non fu niente più fortunato in teatro. Evidentemente era una viaggiatrice, ed aveva lasciato, o stava per lasciare Torino. Pazienza! Il nostro Ariberti si rassegnava a vivere di ricordi, e a chiudere quella viola del pensiero che sapete tra le pagine del suo taccuino.

«Vedi giudizio uman come spess'erra!» Due giorni dopo, andando finalmente dal direttore dell'_Euterpe_ a recargli quelle note teatrali che gli aveva promesso, n'ebbe un'uscita, a cui nè egli, nè altri nel caso suo, si sarebbe mai aspettato.

--Oh, eccovi qua, buona lana! Vi aspetto da ieri mattina, ed ero già per fare il miracolo di Maometto, venendo io a cercarvi.

--Che c'è?

--C'è, caro mio, che ho promesso di presentarvi quest'oggi ad una bella signora.

--Me?--dimandò il giovine, inarcando le ciglia.

--Voi, certamente; che ci trovate di strano?

--Nulla, e tutto. Chi è questa signora?

--Una ungherese, che canterà quest'inverno al Regio, nell'opera di ripiego, colla compagnia di supplemento, insomma. È una bella signora, o signorina che s'abbia a dire. Già, queste benedette prime donne non si sa mai come chiamarle. La nostra si è data al palcoscenico per disgrazie di famiglia; almeno, così mi scrivono da Milano. Come artista non so ancora che roba sia; ma capirete che bisognerà trattarla bene.

--È abbonata?--entrò a dire Ariberti.

--S'intende;--rispose quell'altro.

--Ma, dopo tutto,--ripigliò il giovane,--non capisco, ancora perchè abbiate questo bisogno di presentarmi a lei.

--Oh bella! Perchè me lo ha chiesto.

--Lei?

--Lei, proprio Lei.

--Ma come mi conosce, di grazia?

--Caro mio,--disse il giornalista, ridendo,--non mi sono mai fatti tanti _se_ e tanti _ma_ per essere presentato ad una bella signora. Del resto, eccomi qua a contentarvi. La signora in discorso era l'altra sera a teatro quando ci siamo incontrati, mi ha veduto stringervi la mano e mi ha chiesto chi eravate. Vi basta?

Il cuore di Ariberti avea dato un sobbalzo a quelle parole del giornalista. Benedetto cuore, sobbalzava sempre! Ma già i lettori hanno capito che il mio eroe ci aveva un cuore tenerissimo, delicato come le bilance dell'orafo.

--E voi,--chiese allora Ariberti,--gli avete detto...

--Tutto il bene che penso di voi, del vostro cuore, del vostro ingegno, dei vostri studii profondi...

--Ottimo amico!

--E gli ho anche detto che scrivete qualche volta per me sull'_Euterpe_. Fa bene al giornale che queste cose si sappiano. La penna di un valente letterato non guasta mai.

--Grazie infinite.

--E agli artisti,--proseguì il giornalista, che voleva dir tutto,--agli artisti piace che le loro stonature abbiano il suggello di una frase girata a modo.

--Sì, sì, ho capito. Io dunque dovrò...

--Venire oggi da lei. Aspettate; mancano venti minuti alle due. Potremmo andarci fin d'ora. Si passa alla tipografia per dare in composizione il vostro originale... Vedete, mi fido di voi, e lo consegno alla posterità senza pure guardarlo. Poi, si prosegue fino all'angolo di via d'Angennes, dove abita la signora, Szeleny. Ragazzo fortunato! Avete dato nell'occhio alla diva, certo l'avete ammaliata...

--Io? Fino a questo momento non sapevo neppure che fosse al mondo.

--Eh via! Le avete fatto l'occhiolino.

--Vi giuro...

--Non giurate, vi prego; piuttosto crederò tutto quello che vorrete. Del resto, non c'è niente di male, ed io sono lieto di farvi servizio. Se non fossi ammogliato e con prole, chi sa? forse mi verrebbe voglia di contendervi la preda. Ma con tutti questi amminicoli e con qualche pelo grigio nella barba, ragazzo mio, vi cedo il posto e mi contento del prezzo d'abbonamento al giornale.--

Tra queste chiacchiere, i due amici giungevano all'angolo della via d'Angennes, indicato poc'anzi dal direttore dell'_Euterpe,_ e questi introduceva il suo Telemaco nel quartierino abitato dalla diva.

La signora Szeleny (o più vero nome, direbbe qui un cancelliere di tribunale) si fece cortesemente sulla soglia del suo salotto, per ricevere i due visitatori. Il vecchio giornalista schiccherò la sua presentazione, e Ariberti la appoggiò con un profondo inchino, mentre nel volto sbiancava, per un turbamento assai facile ad intendersi nel suo caso. La signora gli porse la mano, quella mano morbida, e sottile che egli aveva tanto ammirato, e guardandolo, come suol dirsi, nel bianco degli occhi, gli rivolse queste parole, notevoli nella loro schiettezza e nella semplicità con cui furono profferite: «noi ci conosciamo già; non è vero?»

Il giovane arrossì, come aveva sbiancato pur dianzi, prese divotamente la mano che ella gli offriva, e balbettò un sì, amabilissimo nella sua timidezza. Era tutto quello che si potea forse dire nel caso suo, senza aver aria di presuntuoso o di sciocco.

La conversazione, come potete argomentare, non fu incominciata da lui. Sarebbe stata incominciata da lei, se fossero stati in due soli. Ma c'era per buona sorte il vecchio giornalista e toccava a lui di dare l'impulso alle ruote. Il nostro Ariberti ebbe tempo a rimettersi in carreggiata, e fece il debito suo, animato come era da quella benevola attenzione che avrebbe cavate le parole di bocca ad un muto.

Quindici minuti dopo, non erano già più al solito frasario di tutti i primi colloquii. La patria della signora aveva inspirato lui, e il discorso entrava sotto il dominio della corona di Santo Stefano. Il direttore dell'_Euterpe,_ tirato pei capegli (e ne avea pochi) in mezzo agli ispidi nomi dell'arte e della letteratura magiara, se la cavò con un negozio urgentissimo che lo chiamava altrove, Mentore da burla, egli si trovava a disagio tra Calipso e Telemaco.

--Cattivo!--gli disse la signora Szeleny.--Almeno non portate via il signor Ariberti.