La notte del Commendatore

Part 11

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Giunti all'aperto sulla neve, i due avversarî furono collocati l'uno di rimpetto all'altro, alla distanza di quei dodici passi che sapete. Il Priore, che mostrava di essere nella sua beva, fu nominato mastro di combattimento.

--Qui non è il caso di fare parzialità per alcuno;---aveva detto egli con aria di bontà infinita.--Venute le cose a questo punto, cessiamo di essere i padrini di questo o di quello, per essere i giudici e gli amici di ambedue i combattenti. Signori,--proseguì, rivolgendo il discorso ai due avversarii,--si ricordino che combattono da gentiluomini, e che sarebbe notato di slealtà, chiunque di loro sparasse prima di avere udito il comando. Ed ora stiamo attenti; quando io dirò uno, alzeranno l'arme e metteranno il cane a tutto punto; al due, la spianeranno, per prender la mira; al tre, solamente al tre, toccheranno il grilletto. Hanno inteso?--

I due avversarî accennarono ad un tempo di sì, e Tristano si fece innanzi, presentando loro le pistole cariche. Forniglia, che fu servito pel primo, afferrò l'arme con un moto convulso; più tranquillo, anzi ilare all'aspetto, il nostro Ariberti, che aveva in mente le raccomandazioni del Priore.

--Miri al fianco destro del suo avversario,--gli susurrò Tristano, nell'atto di dargli la pistola,--e un po' fuori del corpo. Non si affretti a sgrillettare; prema lentamente col dito. Tenga il collo sodo, che non le avvenga di salutare la palla nemica. Acqua passata non macina.

--Farò come lei dice;--mormorò l'Ariberti.

E stette in attesa, fieramente piantato davanti al suo avversario, presentandogli la figura in tre quarti.

--Ariberto, ci siamo!--disse intanto tra sè, quasi volesse tastarsi.

Gli parve allora che un gran peso gli fosse tolto improvvisamente dallo stomaco e si sentì più leggiero. Tutti i negoziati del giorno addietro e gli apparecchi di quella mattina lo avevano sconcertato un pochino. Ma oramai il tempo, con quelle sue lentezze angosciose e que' suoi molesti esami di coscienza, era passato. Restava l'uomo contro il pericolo; e il pericolo, veduto di fronte, senza le alterazioni della lontananza, non gli pareva così grande come prima. Cinquanta probabilità su cento erano per lui, cinquanta contrarie, ecco tutto. E notate; egli non pensava nemmeno alla fortuna di colpire il suo avversano. Gli avevano pur detto come dovesse aggiustar la mira; ma egli era troppo novellino a quel giuoco, e non poteva ripromettersi di usare tutta quella diligenza che gli avevano raccomandata gli amici. Figurarsi! Con tante minuzie a cui doveva por mente, il collo da tener saldo, il fianco del nemico a cui mirare, ma tenendosi un po' fuori, l'arte di sgrillettare senza furia, l'attenzione di fare ogni cosa al comando, come poteva egli mettersi in capo di fare un buon colpo?

I padrini si allontanarono cinque o sei passi dalla linea del fuoco. Tristano solo, che dovea dare i comandi, rimase alquanto più innanzi degli altri.

--Attenti, signori;--diss'egli finalmente, dando il segnale all'orchestra.--Uno!--

I due avversari sollevarono le pistole dal fianco, chinarono gli occhi e posero il cane sulla tacca di scatto.

--Due!--gridò Tristano, poichè gli ebbe veduti rialzare la testa; segno che l'operazione era finita.

Gli avversarii allungarono il braccio e spianarono le armi. Per quattro o cinque secondi si videro balenare le canne, in atto di cercare la mira.

--E adesso, signori,--disse lentamente, soavemente il Priore, per non pigliarli alla sprovveduta e non cagionare sobbalzi,--possono far fuoco. E tre!--

Due lingue di fuoco, pari a due nappine di seta scarlatta, guizzarono dalle canne, e incontanente si udì lo stianto di due colpi.

Tristano guardò Ariberti. Era in piedi, duro stecchito ma col suo risolino sulle labbra.

Si volse allora con una rapida occhiata al Forniglia, e lo vide dare una mezza volta sulla persona, annaspando colle braccia in aria, mentre l'arme gli cadeva di pugno. Spiccò un salto e giunse in tempo a mettergli le mani sotto le ascelle, in quella che il disgraziato stava per dar del gomito nella neve.

Anche gli altri padrini ed il chirurgo, veduto il brutto giuoco, furono pronti ad accorrere intorno al ferito.

--Povero Nanni!--fatti animo!---gli disse quel della tuba, aiutandolo a star sulle gambe.

--Che animo d'Egitto!--mugghiò il Forniglia, colla schiuma alla bocca.--Non è nulla! Un pugno tra capo e collo... e sono cascato per terra.--

Così tentava il ferito di definire la sensazione provata al colpo del suo avversario.

--Ma infine, vediamo dov'è la ferita;--entrò a dire il chirurgo;--sbottoniamo il soprabito.

--No, no, non occorre. Dev'esser qui, più alto, più alto ancora;--indicava il Forniglia, sforzandosi di voltare la faccia verso l'omero destro, poichè aveva le braccia trattenute dai padrini.--Mi lascino almeno strappar la camicia. Mi sega la gola, mi soffoca...--

Il discepolo d'Esculapio, che aveva finalmente veduto uno squarcio nel soprabito, all'altezza della clavicola, e indovinato la cagione di quel soffocamento, che accennava il Forniglia, gli tolse subito la cravatta e strappò il solino, che, pel subito inturgidire del collo, non gli venìa fatto di sbottonare.

Una rifiatata di quel poveraccio disse al chirurgo ed agli astanti che quel sollievo era capitato in buon punto.

--Bene! Non è nulla; sapete?--ripeteva il ferito ai suoi padrini, che erano sottentrati nel pietoso ufficio al Priore.--Non ho studiato medicina per niente. È una sciocchezza... una...

--Non si affatichi!--interruppe il dottore.--Sarà una cosa di poca importanza, se starà cheto. Ma prima di tutto, signori, trasportiamolo al coperto. Così; uno da piedi; non lo muovano troppo.--

E lì, con tutti i riguardi possibili, quella gente, poc'anzi intesa con ogni cura a far morire il suo simile, si adoperava a salvarlo. Già, non avviene egli il medesimo in guerra? E il duello non è forse una guerra ridotta ai minimi termini? Avanti dunque così, colla benedizione del cielo, e consoliamoci pensando che le norme della cavalleria e la convenzione di Ginevra abbiano trovato il modo di regolare un tratto la malvagità naturale dell'uomo.

Dietro al convoglio, come la morale dopo la favola, veniva Ariberti, tenendo ancora la sua pistola nel pugno.

Il nostro eroe andava innanzi macchinalmente, stordito da quella catastrofe e senza intendere come fosse avvenuta. Era sogno, o realtà? Ed era lui, tiratore mal destro, che non si ricordava d'avere mai colto neppure uno scricciolo nella siepe, era lui che, impugnando la prima volta una pistola, doveva colpire nel segno? Dieci tiratori, più esperti, più tranquilli e più assestati di lui, avrebbero dovuto fare a quel giuoco il secondo colpo ed il terzo. E lui, impacciato, confuso com'era, imbroccava alla prima. Stranezze del caso, amori ciechi della fortuna; con cui, del resto, non c'è da fare a fidanza, perchè se è vero ch'ella ami i giovani, può sempre darsi che trovi uno più giovane di noi.

--Orbene, che cosa fa Lei?--gli chiese ridendo il Priore, come furono sull'uscio della casa in cui si trasportava il ferito.--Deponga la sua pistola.

--Che? è finita?--balbettò l'Ariberti, che ancora non era rinvenuto dal suo stupore.

--Finita, sicuramente. Ma ora che ci penso, Lei ha ragione; non abbiamo mica detto la parola solenne. Signori,--proseguì allora Tristano, rivolgendosi ai padrini dell'avversario, che avevano deposto allora su di una scranna il loro primo,--favoriscano un po'. Occorre più altro?

--Per che cosa?--domandarono essi, in atto di cascar dalle nuvole:

--Ma, per la faccenda che ci ha condotti fin qua. Siccome sta a loro di dichiararsi soddisfatti...

--Mi pare,--disse quel della tuba, stringendosi nelle spalle,--che non ci sia proprio altro da chiedere. Povero Nanni! Ha avuto il fatto suo a misura di carbone.

--La sorte non lo ha favorito;--soggiunse l'altro padrino;--ci vuol pazienza.

--Dunque, signori,--disse il Priore, tirando la somma,--l'onore è soddisfatto e possiamo mettere in libertà il signor Ariberti.

--Certamente, e se il signore ci permette...--

Ariberti concedette la mano con molto decoro a quei due mascalzoni, che si affrettarono a ritornare dal loro povero Nanni.

--Potrà lavarsela, quando saremo tornati in città!--gli disse all'orecchio il Priore.

Frattanto il chirurgo aveva esplorato la ferita, non senza dolore pel suo legittimo proprietario. La palla aveva sfiorato l'omero, lacerando le carni, ed era andata a piantarsi nella muscolatura del collo; donde la enfiagione repentina che si era notata poc'anzi. L'estrazione non era da tentarsi lì per lì; occorreva prima di tutto trasportare il ferito a casa sua, debitamente fasciato, e là aspettare il momento opportuno. Lesione di organi essenziali non pareva che ce ne fosse; era dunque una quistione di tempo, e il discepolo di Esculapio prometteva di conservare alla società quella preziosa esistenza.

--Poveretto!--esclamò Ariberti, quando fu in carrozza co' suoi padrini per ritornare in città.--

--Dopo tutto mi rincresce...

--Di che?--interruppe Tristano.

--Di averlo ferito.

--Oh bravo, sentiamo quest'altra.

--Ma infine, è un uomo...

--Come Lei, non è vero? Stiamo a vedere che per carità cristiana si mette in paragone con lui.

--Signori,--disse timidamente il giovane Ariberti, mi abbiano per --iscusato. È la prima volta che mi trovo a questi cimenti, ed è anche --la prima volta che vedo scorrere sangue. Ora, anche lasciando da --parte le considerazioni morali, mi pare che il sangue del signor --Forniglia. non sia diverso dal mio.

--Qui la volevo;--replicò trionfante il Priore.--E scambio del sangue d'un Forniglia che abbiamo veduto scorrere, non poteva essere il suo? Pensi a ciò, mio bel signore, e si rallegri. Il rammarico, eccetto che non sia quello del coccodrillo, che a volte è permesso, come una volta all'anno son permesse le maschere, lo deve lasciare da banda. Ritenga che, se l'avesse buscata Lei, quella palla, i signori della parte contraria non avrebbero pianto. Già, gli uomini sono così contenti e pranzano di così buono appetito quando l'accoccano a, noi, che dobbiamo esser lieti di render loro la pariglia. Il mondo è una foresta. _Homo homini lupus;_ l'han detto i latini. Perciò bisogna imparare a urlare. Badi a me, signor Ariberti; oggi gli è andata bene, e, non fo per dire, anche un pochino per questo; che ci aveva due padrini accorti.

--Lo so, signori, lo so: e la mia gratitudine...

--La sua gratitudine ce la dimostri seguendo un mio consiglio, che quasi potrei chiamare paterno. Da domani cangi vita e costumi. Studi un po' meno il cattivo latino delle Pandette e vada a far pratica in una sala d'arme. Io starei anzi per due lezioni al giorno. S'impadronisca della cavata e del filo diritto, della parata di picca, del copertino e della botta sul tempo. Vada anche al Valentino, a fare ogni giorno i suoi dieci o dodici colpi di pistola, tanto per tenere il pugno in linea. _Nulla dies sine linea,_ lo raccomandava anche Apelle.--

Ariberti non potè trattenere un sorriso, vedendo Apelle chiamato a far testo in materia di pistola. Egli riconobbe per altro che il suo Mentore poteva averci ragione. Quando uno fa bene una cosa, non si dice egli che dipinge?

--I libri! bella cosa!--proseguiva intanto il Priore che era bene avviato.--Ma, domando io, a che servono tranne ad insegnare il passato? È il presente, quello che ci abbisogna; e l'avvenire, quello che deve esser nostro quantunque in grembo a Giove. Sia forte, e non si curi più d'altro. Il mondo, è vero, non si governa sempre colla prepotenza; ma il più delle volte, sì. Tutto il resto del tempo, lo si mena pel naso coll'ipocrisia, coll'astuzia. A me duole di guastarle il candore della sua gioventù; ma un maestro, oggi o domani, lo dobbiamo aver tutti; dunque, meglio oggi che domani. Veda; se a me queste cose me le avessero dette subito, come io le dico a Lei, mi avrebbero premunito in tempo, e non avrei fatto tante sciocchezze. Si fidi a me; e poichè oggi sono di buon umore per Lei e parlo latino, aggiungerò: _experto crede Ruperto._ Non c'è di efficace al mondo che la prepotenza e l'astuzia; ma ambedue hanno bisogno di una leva, l'associazione. _Viribus unitis!_ Venga con noi; troverà nei cavalieri di Malta il fatto suo. Non siamo ipocriti, l'avverto...

--Prepotenti, dunque;--conchiuse Ariberti, temperando con un sorriso e con una soavissima inflessione di voce l'asprezza del vocabolo; il quale, del resto, veniva da sè.

--Sì perchè no?--disse di rimando il Priore.--Siamo in guerra col mondo. Le leggi, i costumi, tutti nuesti fili di seta con cui fu legato Gullivèro nell'isola di Lilliputti, sono in questa guerra quel che sarebbero nell'altre gli accidenti del terreno. Dobbiamo ammetterli, non potendo distruggerli. Or dunque, sul teatro in cui la fortuna ci ha posto, in mezzo a tutte quelle difficoltà che non è dato all'uomo di sopprimere, diamo le nostre battaglie, e allegri, ci guadagniamo la nostra parte di sole. Che gliene pare? non va fatto così?

--Lei mi ha suo discepolo ed apostolo!--rispose Ariberti infiammato.

--Bene! A proposito di apostoli, non dimentichiamo il cenacolo. Gli amici aspettano ansiosi. Sa lei, mio giovine eroe, che tra ieri e stanotte me li ha tutti conquistati? E non son mica ragazzi di prima impressione! Pure, tutti le vogliono bene come ad un vecchio compagno. Luciano Valerga dice che gli sembra di avere riveduto sè stesso, quando aveva diciott'anni. Per l'anima, forse; per la faccia, non credo;--soggiunse garbatamente il Priore.

Luciano Valerga non era là per offendersi. C'era in quella vece Ariberti per intendere il complimento, a farsi in volto del color delle fragole.

CAPITOLO IX.

Di molte sciocchezze che fece il mio eroe prima di diventar baccelliere.

La vittoria di Ariberti fu celebrata il giorno dopo con un pranzo magno, che toccò a lui di pagare. Una vecchia zia, della quale si era ricordato in buon punto, gli cambiò la sua buona memoria e le sue accorte bugie in moneta sonante, e mai danaro giunse più a buon punto per salvare un Anfitrione in sessantaquattresimo da una brutta figura. In verità, sarebbe stata una disdetta, come a dir il romper l'uova in sull'uscio, perchè il pranzo era riuscito stupendo, ricco di delicatezze luculliane, di allegria e di brindisi, e il nome di Ariberto Ariberti volava per tutte le bocche di quei cerberi, che erano i suoi nuovi amici, dispostissimi, se continuava di quel passo, a suonare per lui tutte le trombe della fama.

Da quel giorno, il nostro eroe cominciò a passeggiare pettoruto per le vie di Torino, assaporando la gloria di esser mostrato a dito dai venticinque o trenta sfaccendati, che hanno in prima mano e mettono in giro le notizie spicciole della cronaca cittadina. Intanto, dava occhiate assassine alle donne che gli passavano da presso, e si credeva sul serio un irresistibile Adone, non potendo supporre che tutte quelle creature fragili, ammiratrici della forza e del valore, non sapessero chi egli fosse e quali miracoli avesse operato.

Quasi non sarebbe mestieri di raccontare che il glorioso feritore di Giovanni Forniglia aveva mandato a quel paese la signora Giuseppina Giumella, non rispondendo neppure alle lettere pentite della fiorista, che si affannava a dirgli in pessimo italiano di abborrire quel mostro di suo cugino, il quale era stato ad un pelo di ucciderle il suo tesoro, il suo diletto «Aliberto». Quella disgraziata aveva avuto un bell'offendere la sintassi per lui, un bell'assassinare l'ortografia, un bel chiudere le sue lettere con un «io l'amo indissolubile». Il suo Ernani ci aveva altro pel capo. S'era proposto di non lasciarsi più cogliere a quelle panie volgari; non vedeva che marchesane e duchesse, non sognava che carrozze stemmate e foderate di raso, cavalli di puro sangue, lacchè gallonati allo sportello, cocchieri gallonati a cassetta. Il che torna a dire che, se era innamorato sempre della marchesa di San Ginesio, era anche pronto ad intenerirsi per tutte le bellezze titolate di Torino, dell'Italia e del mondo. Benedetta gioventù, quando ci si mette!

Ferrero, Candioli e gli altri amici del caffè dell'Aquila, che lo avevano abbandonato in quel suo bisogno, come seppero che n'era uscito ad onor suo, e buscandosi anche la nomèa di ammazzasette, ebbero a mordersi le dita dalla rabbia. Già, egli aveva tolto il saluto al Ferrero e agli altri minori della brigata. Quanto al Candioli, il signorino non si salvò per altro dal corruccio del nostro eroe, fuorchè per la sua corona di conte. Ma il saluto era così pieno di alterezza, ci si vedeva tanto la degnazione, che il figlio di Sua Eccellenza non ebbe certamente a tenersene.

Si capisce che l'Ariberti, volendo star sulla sua, si era anche ritirato dal giornale _La Dora._ E questo, a conti fatti, non sarebbe stato un gran male; che anzi! Ma il peggio si fu che il giovinotto, per romperla col passato, si allontanò anche dall'università, non andandoci che a lunghi intervalli e di mala voglia, quando gli bisognava la firma dei professori sul certificato scolastico. Ma da altra parte, non si può mica d'un tratto cantare e portar la croce, o sorbire nel medesimo tempo e soffiare. Se il novizio dei cavalieri di Malta faceva di notte giorno, era pur naturale che facesse di giorno notte.

Tra i nuovi amici che quella sua impresa guerresca gli aveva procacciati, gli andava maggiormente a' versi Luciano Valerga. Le teoriche strambe, i paradossi sgangherati di quel letterato _in partibus_, lo seducevano per modo, che gli sembrava di non avere inteso mai nulla, fino a quel giorno, nelle ragioni dell'arte. Poveri classici come apparivano piccini davanti alla critica trascendentale dell'amico Valerga! Come li sfatava, quel giudice inesorabile, mostrando la loro povertà di sostanza sotto a quella insaldata ricchezza di forma! Schiavi della parola, pedissequi della frase, quei disgraziati non avevano capito mai, nè saputo rendere nei loro scritti, la voce profonda delle cose. La lettera aveva ucciso lo spirito. _Litera necat,_ soggiungeva con molta compiacenza il Valerga. Bisognava rifarsi da capo, dimenticare tutto ciò che era stato fatto, e lì, senza preoccupazioni di scuola, mettersi a faccia a faccia colla natura immortale. E copiare? No, che Iddio ce ne scampi; guardare, scaldarsi, e vedere che cosa fosse per nascere. La vera poesia, la vera arte, era là, in quel contatto immediato, senza apparecchi, senza precauzioni, tutta roba che il critico trascendentale battezzava con certi nomi, infamava con certe similitudini, da farne arrossire, nonchè l'Ariberti, un maresciallo dei reali carabinieri.

E a faccia a faccia colla natura immortale ci si provò a stare anche lui; l'Ariberti, s'intende. A dimenticare ciò che era stato fatto prima, non durò poi una gran fatica, perchè alla sua età non c'era pericolo che si fosse troppo guastato cogli esemplari. E il frutto di quella sua convivenza colla natura fu una tragedia romantica, molto romantica, cioè a dire piena zeppa di tutte le stravaganze, seminata di tutti i lustrini, aggravata di tutto il princisbecco che per lui si poteva; miscuglio indigesto di prosa pedestre e di scappate pindariche, senza la verità dei caratteri, il sentimento profondo della natura sullodata e quegli accenni di classicismo nostrano (sicuro, di classicismo nostrano) che contraddistinguono i capolavori forastieri e ne fanno condonare eziandio le stranezze.

La tragedia non era punto rappresentabile. Ci entravano quarantacinque interlocutori, tra i quali otto o dieci personaggi fantastici.--Bisogna stamparla,--disse Valerga,--affermare la scuola. Si poteva non farla, contentarsi d'immaginarla e di contemplarla nella propria mente, l'unico teatro in cui non ci siano spettatori viziati da un cattivo sistema, o ròsi dal canchero dell'invidia; ma adesso che è scritta, bisogna metterla fuori, gettarla come una palla rovente nel campo nemico. Non c'è tutto fior di farina; qua e là si vedono traccie del cattivo gusto. Già, non si è vissuto impunemente nella terra di Moab. Ma il sistema è buono; bisogna stampare.--

Ora, i consiglieri si trovano ad ogni uscio; gli editori no. E tra questi generosi aiutatori dell'ingegno nascente, non ce n'era uno in tutta Torino, uno solo, che vedesse la necessità di «affermare la scuola» a sue spese. Era un bel lavoro, non ci cascava dubbio, anzi un lavoro sublime. Ma l'autore poggiava troppo alto, e il pubblico era orbo. A questo pubblico bisbetico bisognava entrargli nelle grazie con opere più modeste. Cinque o sei novellucce, otto o dieci madrigali, una dozzina di epigrammi, tanto da mettere insieme un almanacco, perchè no? Si era ancora in aprile; ma per l'appunto avanzava il tempo da scrivere e dare alle stampe, per uscir fuori in settembre.

Lo spediente tornava ostico al giovine poeta, che si sentiva bollir dentro a rinfusa Shakespeare, Byron, Schiller, Göthe, e una dozzina di profeti minori per giunta. Ma l'editore, che pizzicava di letterato, fu pronto a ribattergli che l'almanacco per l'appunto era una forma di pubblicazione non disprezzata dai grandi. Gli stessi Göthe e Schiller non avevano fatto insieme un _Almanacco delle Muse_ e mandato i loro versi immortali sotto la coperta dei dodici mesi dell'anno?

Ariberti fu scosso dalla efficacia dell'argomento. Per altro, innanzi di appigliarsi ad un partito, volle sentire il savio parere di Filippo Bertone. Filippo era un amico vecchio, che egli trascurava da un pezzo; ma, in una occasione come quella, non ci era che lui per dargli un consiglio. Aveva buon gusto; era sincero; se la tragedia piaceva a lui, doveva esser buona; e allora..... Ariberti veramente non sapeva che cosa avrebbe fatto allora: ma intanto, il giudizio di Filippo Bertone gli pareva più necessario che mai.

Egli adunque si avvio difilato a trovarlo in quella cameretta di via Santa Teresa, che al Bertone piaceva poco sul principio, ma a cui si era in breve cosiffattamente avvezzato, da non far più il menomo conto delle profferte della sua antica padrona di casa. Ariberti si aspettava lo squallore della prima volta che era stato lassù, ma s'ingannava a partito. La camera, strettina sempre (a farla più larga non sarebbe riuscito nemmanco il dio degli architetti), si vedeva arredata con una certa grazia, e quasi quasi con un'ombra di lusso. I mobili erano sempre quelli, ma lustrati con diligenza e rimessi a nuovo. La carta felpata che tappezzava le pareti, il copertoio del letto, operato dello stesso disegno e dello stesso colore della carta, una stoia d'erba sala intessuta a meandri sul pavimento, una stufina di terra cotta in un angolo, una gloriosa famiglia d'erbe in certi vasi verniciati sul davanzale, conferivano a quel nido di pàssero solitario un aspetto signorile, che non aveva nemmeno la camera dell'Ariberti, con tutto che fosse in piazza Vittorio Emanuele, al secondo piano, con un'ariona da salotto coi rispettivi seggioloni, cassettoni, fiestroni, padiglioni e coltroni di damasco.