# La notte del Commendatore

## Part 10

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Girato il discorso sui debiti, si citarono i più colossali di cui si onorasse la brigata. Un Tizio, bel giovane, titolato, notevole per la gravità con cui diceva le cose più sgangherate, aveva già divorate due eredità a ventitrè anni, e sopportava ancora cento sessanta mila lire di debiti nuovi.

--Chi pagherà?--chiese Ariberti sbalordito al suo vicino di tavola.

--_Allah kerim!_--rispose il Valerga.--Dio è grande. Dopo tutto, il marchesino ci ha in vista l'eredità di una vecchia zia, che non lo ha ancora maledetto.

--Sì, ma quando avrà pagato i suoi debiti, rimarrà di nuovo sul lastrico.

--Bravo! Ma avrà vissuto. Giovanotto, si vive una volta sola, quaggiù. La vita ha da essere come la voleva quell'ottima principessa francese, di cui non rammento più il nome, _courte et bonne._

--Ma la noia dei creditori alle calcagna!... Perchè io mi penso che questi signori non staranno mica a contare i giorni dalla finestra....

--Miserie della vita! Ogni diritto ha il suo rovescio. Ci si fa il callo, non dubiti. Del resto, siamo in guerra, e bisogna destreggiarsi. Il mondo è pieno di creditori. Ma l'uomo animoso non teme le fiere. E poi, quando un clima non è più vitale, si parte. Cesare andò nelle Gallie; Tristano è andato in India, in California, da pertutto. Ha già fatto fortuna una mezza dozzina di volte: poteva essere un buon diavolo, far casa, aver figli, scrivere ogni giorno una pagina sul suo libro mastro, come usano tanti imbecilli; ma no, questa sorte di vita non era la sua. Tristano era un uomo; ha vissuto.

E via di questo passo, Luciano Valerga filosofava su tutto, innalzava ogni cosa a dignità di teorica. Ariberti non si arrischiava a rispondere; temeva di parere un collegiale; e, quel che è peggio, o forse la mala piega dell'esempio, o il calore del vino, la sua ragione affogava in quel mare magno di paradossi. A furia di sentirne, non gli sembravano più tali; certe marachelle, che in ogni altra occasione gli avrebbero urtato i nervi gli assumevano un tal colore di buona guerra, da parergli le cose più ragionevoli, se non per avventura le più liscie del mondo. Tutto ciò che fino a quel giorno gli era sembrato più saldo, gli tremava sotto ai piedi ad un tratto; affondava nella sabbia traditora, e tanta era la curiosità dell'ignoto e tanta la dimenticanza di sè medesimo, che egli non annaspava nemmeno, come fa il naufrago, tentando di aggrapparsi colle mani a qualcosa.

Compatitelo. La sua vita, dopo tutto, non pendeva essa da un filo? Anche lui, pel suo verso, si trovava fuori di squadra. A che lottare con un pericolo immaginario, quando ne incalzava un altro, e pur troppo reale? Che cosa sarebbe stato di lui il giorno seguente?

Quel molesto pensiero gli tornava di tanto in tanto allo spirito e gli dava una trafittura. Per altro, a mano a mano che le ore scorrevano e le ciarle si seguitavano, quel sopraccapo scemava, e Ariberti sentiva crescere dentro di sè quella felice spensieratezza, che entra per due terzi nella falsificazione del coraggio.

Tristano gli diede il tracollo, sollecitando il suo amor proprio, che è l'altro ingrediente della falsificazione di cui sopra.

--Abbiamo chiaccherato abbastanza;--diss'egli, alzandosi da tavola.

--Come? Te ne vai?

--Gli affari passano avanti a tutto. Abbiamo una faccenda a sbrigare con Bonisconti. Ma badate, stassera vogliamo stare allegri. Anzi, se volete, si balla in casa mia. Chi ha dame, le porti. Io metto mano al Buona Speranza, di cui mi rimangono ancora parecchie bottiglie, e alle cassette di Manilla; ultime tavole--aggiunse con un sospiro il Priore--del mio grande nauragio.

--Benissimo! Accettato! Tristano è un gran principe!

--E di grazia, che cosa si festeggia?--domandò uno della brigata.

--L'acquisto di un nuovo amico, o signori. Non vi ho presentato due ore fa il signor Ariberti? Anzi,--soggiunse il Priore, volgendosi con atto amorevole allo studente,--da questo momento aboliremo ogni titolo di cerimonia. Ariberti viene a noi passando per la porta di mezzo. Domattina, sull'alba, c'è un piccolo scherzo, in cui egli rappresenta una delle prime parti.--

L'annuncio del Priore fu accolto con un mormorio di approvazione. Ariberti cresceva incontanente di due o tre cubiti nella stima de' suoi nuovi compagni, e quantunque «umile in tanta gloria», non potè fare a meno di mettersi in contegno.

--Ah, ah! bene!--esclamò Luciano Valerga, quasi parlando per tutti.--E con chi, lo scontro?

--Ignoti! Gente nemica!

--Allora, non si dà quartiere?

--Lo spero bene!--rispose il Priore, arricciandosi i baffi.

Frattanto, tutti gli astanti si erano avvicinati al nuovo amico, chi per stringergli la mano, chi per dargli un consiglio, tutti per toccare il bicchiere con lui.

--Arma bianca o nera?--domandò uno di costoro.

--Nera;--rispose Ariberti, che si faceva rapidamente a quel gergo.

--Benissimo; è un'arma comoda. Già, con quel maledetto lavoro di lama, c'è da sudar troppo, mentre colla pistola non c'è altra fatica che di premere il grilletto.

--Ha già avuto altri duelli?--domandò un altro.

--No, sono al primo.

--Ottimamente; Lei piglia gli sproni di cavaliere. Vedrà, gli è come a bere un uovo fresco. A proposito, beviamo; il suo bicchiere è vuoto. Alla sua salute e alla sua vittoria! Miri basso se vuol cogliere. La pistola alza sempre un pochino.

--Può mirare senz'altro al ginocchio--soggiungeva un altro consigliere,--ma alquanto sulla sinistra fuori del suo bersaglio. Nel premere il grilletto si svia sempre la canna al di fuori, e bisogna correggere il difetto coll'arte.

--Del resto, è inutile rammentarle queste cose. Gliele dirà meglio Tristano, che è un tiratore di prima forza.

--Ci ha un padrino coi fiocchi! Pel suo primo scontro, Lei ci ha fortuna davvero.--

Cosi dicevano i nuovi amici di Ariberti. Il nostro eroe ringraziava, ora colla voce, ora col gesto, e toccava il bicchiere, e beveva.

CAPITOLO VIII.

Come l'Ariberti stando nella neve ricevesse il suo battesimo di fuoco.

Era nevicato tutta notte e il mattino era freddo, il cielo coperto, l'alba grigia e stentata.

Una carrozza chiusa, che portava Ariberti, il Priore, Bonisconti e un quarto personaggio, che doveva essere il chirurgo, sboccava dal corso di Santa Barbara sul ponte delle Benne, che mette fuori città, cavalcando la Dora. I nostri viaggiatori mattutini erano tappati là dentro e per giunta inferraiolati fino agli occhi, non tanto pel freddo, che, durando il mal tempo, era abbastanza sopportabile; quanto perchè i signorini avevano passata la notte in piedi.

Il lettore ricorda che Tristano aveva invitato tutti i cavalieri di Malta ad una festa da ballo in casa sua, con quante dame avessero potuto raggranellare. E la festa s'era fatta; e le dame erano state parecchie; non certamente delle più nobili (che anzi!...), ma belle la più parte, giovani tutte, e punto schizzinose. Figuratevi; i cavalieri le invitavano a far due salti, senza bisogno di presentarsi; le impegnavano lì per lì, senza note sul taccuino; si andava, si veniva, si restava di qua o di là, senza tante cerimonie; e quando uno, per la scarsità delle sedie, non sapeva dove posarsi, adagiava il fianco sul pavimento, ai piedi della dama, nella graziosa postura di Amleto allo spettacolo di corte, o del fiume Po, nelle antiche carte bollate del Regno.

L'allegria era stata molta, anzi fin troppa; nè tutti avevano ancora finito coll'addormentarsi qua e là, negli angoli del quartierino, quando il padrone di casa usciva coi due compagni, lasciando i suoi convitati padroni del campo.

Prima di andar fuori, il giovane Ariberti si era risciacquato per bene il capo; a ciò consigliandolo il Priore, che vedeva in quella abluzione uno spediente infallibile per dissipare i vapori dell'orgia. Quindi, per rimettersi un po' di fiato in corpo, aveva bevuto un bicchiere di vin caldo, con molta cannella e molti chiodetti di garofano. Anche questo era un rimedio del Priore, che non si era certamente formato alla scuola di Salerno. Contuttociò, egli non aveva cansato i danni della veglia prolungata, si sentiva pesare la testa, aveva il cervello intronato e la bocca amara.

Ma che farci? Secondo il tempo, naviga; dice il proverbio. Un buon letto sarebbe stato a quell'ora la man di Dio; ma il letto e la pace son fatti per gli uomini di buona volontà; e questo, se non pel letto in particolare, certo per la pace, che comprende in sè tutte le forme della quiete, è stato detto e cantato in musica da un coro d'angioli, una notte che neppur essi avevano potuto dormire.

Erano passate di poco le sette, quando la carrozza, abbandonando la via battuta dal Parco, s'inoltrò per una stradicciuola che andava verso il fiume, alle spalle del Camposanto.

--Bel luogo!--disse Tristano, guardando attraverso i cristalli il muro di cinta della necropoli.--Chi muore da queste parti ha fortuna; non c'è caso di scomodare gli amici per l'accompagnamento funebre.--

A quella amara facezia un brivido corse per l'ossa al nostro giovane eroe. Si vide in una bara, portato da due becchini lunghesso un'aiuola del triste recinto, e pensò a Dogliani, a suo padre, a sua madre, che, poveretti, non sospettavano di nulla, e lo facevano forse già alzato da letto, ma per dare una scorsa ai suoi libri e prepararsi ad una lezione sul _Jus quiritanum._

Il Priore, che non lo perdeva d'occhio, si avvide di quel moto, quantunque lievissimo, del suo primo.

--Sente freddo?--gli chiese

--Sì, un pochino;--rispose Ariberti, tornando prontamente in sè stesso;--è del resto la prima notte che perdo.

--E sarà anche il primo giorno che guadagna;--ripigliò Tristano, correggendo l'effetto della sua celia;--oggi infatti Ella prende il suo battesimo di gentiluomo. Animo; per combattere il freddo, basta una sorsata di questo.--

Così dicendo, cavava di sotto alla beduina una fiaschetta da viaggio, e la porgeva ad Ariberti.

Il giovine accostò la fiaschetta alle labbra e bevve un sorso di rumme, che gli bruciò il palato.

--Ne beva un altro poco;--soggiunse il Priore, notando la smorfia del bevitore novellino.--_Similia similibus_ _curantur;_ è medicina omiopatica. Vedrà che si scalda lo stomaco per benino.--

Ariberti obbedì, e strabuzzando gli occhi e torcendo le labbra, mandò giù una seconda sorsata.

--Eccoci, del resto, al luogo di ritrovo;--disse Tristano;--entreremo al coperto e ci sgranchiremo le membra aspettando.--

La carrozza giungeva in quel punto davanti ad una casetta di modesta apparenza, che poteva essere la dimora di un ortolano, d'un curandaio, o d'un oste. Il portone di costa all'edilizio si era spalancato pur dianzi, e il cocchiere piegati verso quell'apertura i cavalli, aveva infilato l'ingresso. I quattro personaggi smontarono poco dopo sotto una tettoia ed entrarono in una camera a pian terreno, in fondo a cui si vedeva un camino e si vedeva e si sentiva un buon fuoco. La prima cura dei nuovi venuti fu quella di andarsi a prendere una buona fiammata, senza pure sedersi sulle scranne che il padrone di casa si era affrettato a mettere in mezzo.

Quel bravo abitante del suburbio doveva, del resto, essere avvezzo a quelle visite, perchè, compiuto quell'atto di ospitalità, non si curò più altrimenti di loro.

--Non vorrei--disse Bonisconti, mentre si stropicciava le mani,--che quei signori si facessero aspettare troppo.

--Sono le sette e dieci minuti;--rispose il Priore, dopo aver dato un'occhiata al cronometro;--anche un quarto d'ora di tempo si può concedere al nemico.

--Non ce ne sarà bisogno;--entrò a dire il chirurgo; mi par di sentire --il rumore di una carrozza nella viottola.

Il Priore andò sulla soglia e tese l'orecchio in ascolto.

--Sicuro;--diss'egli poscia;--ci seguivano a poca distanza. Giovanni, avete fatto riaprire il portone?

--Sissignore; c'è mio figlio ad aspettare quegli altri.

«Quegli altri» voleva dire che il luogo dello scontro era stato scelto da Tristano e che il padrone di casa aspettava la mancia da lui.

--_All right!_ a noi, dunque!--esclamò il Priore.--Noi metteremo mano alle armi, e Lei, signor dottore, alla busta.

--Spero che non ce ne sarà bisogno;--rispose il dottore.

--Chi glielo dice? Gli avversari vengono senza chirurgo;--notò braveggiando il Priore.

--Quand'è così,--replicò il discepolo di Esculapio sorridendo,--metto mano alla busta.--

Poco stante, l'altra carrozza giungeva sotto la tettoia, e i nostri personaggi si mossero verso l'uscio; due di essi per fare i convenevoli alla parte contraria, gli altri due per dare una sbirciata a quelle faccie proibite.

Ariberti, se i lettori rammentano, ci aveva ancora da conoscere il suo avversario.

Lo vide allora, scender ultimo dal predellino, e batter de' piedi in terra, per iscuoter la neve, che appunto lì, a mezza, discesa, gli aveva fatto crosta alle suole. Era un coso alto e nero, con un volto tutto a spigoli, che apparivano più vivi per aver egli le guance rase, cogli occhi neri, affondati nelle orbite, appiattati sotto due ispide sopracciglia come il ragno nella sua buca; insomma, un tipo volgare che, fatta astrazione dall'abito mezzo signorile, si sarebbe potuto così a occhio e croce collocare in uno di quegl'infimi e necessari uffizi sociali, i cui nomi si ommettono per brevità.

Costui diede a sua volta un'occhiata in giro. Agli atti e alle parole ricambiate co' suoi amici, conobbe i due padrini dell'Ariberti. E allora, andando collo sguardo più oltre, vide un uomo già fatto che doveva essere il chirurgo, e quello sbarbatello, ch'era senz'altro il suo avversario, l'amante (ahimè) di Giuseppina Giumella.

Salutò abbastanza con garbo; ma era irrequieto, e, come disse Dante di Cerbero, «non aveva membro che tenesse fermo». Entrò in casa, seguendo i padrini, andò verso il camino per darsi una fiammata anche lui, ma subito si allontanò e si messe a far le volte del leone su e giù per la camera.

Tristano si avvide alle prime che l'amico pativa di convulsioni. Egli notava tutto per cavarne profitto, come del resto ha da fare in tempo di guerra ogni buon capitano.

Per altro, si tenne le sue osservazioni in petto.

C'era appunto allora da vedere e da misurare il terreno. Uscito insieme con uno dei padrini avversarii, rasentò il muro sotto la tettoia e svoltò alle spalle della casa, in un largo campo che si vedeva rinchiuso sui margini da tre file di salci spennacchiati. La neve ricopriva tutto il maggese, ma poco prima, obbedendo agli ordini di Tristano, i due contadini, padre e figlio, avevano lavorato col badile ad assottigliare quel bianco strato per una lista di forse quaranta passi, nel mezzo del campo, e in linea parallela al muro posteriore della casa. Quello spazio serbava ancora una parte della sua prima bianchezza; ma ci si poteva camminar su senza troppa fatica.

---Le pare che vada bene così?--chiese Tristano, poi ch'ebbe fatto notare a quell'altro l'utilità del lavoro.

--Benissimo;--rispose il compagno che era quel della tuba sulle ventitrè ore;--del campo ne avranno quanto basta.

--Ne hanno sgomberato veramente un po' più del bisogno;--ripigliò Tristano;--a noi bastano i dodici passi convenuti.

--Ma, non le pare,--si provò a dire quell'altro,--che a dodici passi... che, infine, la distanza sia troppo breve?

Il Priore lo guardò come sapeva guardar lui, tra curioso e beffardo; indi si strinse nelle spalle.

--Signor mio,--diss'egli, dopo un istante di silenzio,--la scelta delle armi stava a noi, ma le condizioni le han chieste loro; volevano anzi un duello a dieci passi ed io, quantunque la breve distanza potesse piacere al nostro primo, ho dovuto ricusare, perchè...

--Sì, me ne ricordo;--interruppe quel della tuba.

--Perchè,--continuò implacabilmente il Priore,--quella di dodici passi è la misura più stretta che sia consentita dai codici cavallereschi di tutto il mondo civile, affinchè il duello alla pistola sia un combattimento e non un assassinio da far torto ai padrini che lo avessero lasciato commettere. Se ne rammenta?

--Gliel'ho detto poc'anzi.

--Orbene, siamo rimasti d'accordo sui dodici passi; sparare fino a tanto che piacerà loro, nel limite di sei colpi, dopo i quali rimanesse in nostro arbitrio di concedere e di rifiutarne la continuazione; e noi non abbiamo a vederci più altro. Se vogliono una distanza più grande la domandino e vedremo di contentarli.---

Quell'altro si accorse un po' tardi che col Priore non c'era da far nulla, e rimase lì grullo a guardarlo.

--Dicevo...--balbettò quindi, impacciato come un pulcino nella stoppa--dicevo così... per un senso di umanità... ma noi...

--Scusi se la fermo qui;--interruppe Tristano, mettendosi sul grave.--Nel caso nostro non c'è umanità che tenga. Son venuti a cercare? Sì. Hanno voluto la minima distanza? Sì. La colpa, se c'è colpa, non è nostra di certo. E adesso, mi faccia la grazia di rimettersi l'umanità in tasca, o scambio d'una giostra, se ne fanno due.--

Tristano, come si vede, era poco arrendevole, e nelle quistioni, per dirla con una frase volgare, ma calzante, anzi fin troppo calzante, c'entrava cogli stivali.

L'avversario vide la mala parata e prudentemente ritirò la sua umanità, «come face le corna la lumaccia».

--Va bene, va bene;--disse allora Tristano, rabbonendosi;--ora misuriamo il terreno. Ecco qua Bonisconti che l'aiuterà in questa faccenda; io e il suo amico andremo sotto la tettoia a caricare le armi.--

Con queste parole, il Priore si allontanò dal campo, ma non tanto rapidamente che non avesse tempo a bisbigliare una raccomandazione al collega.

--Hanno paura;--gli disse.--Vorrebbero guadagnare qualche passo nella misura del terreno. Se ci si provano, chiudi un occhio.

--Non dubitare, Tristano; magari tutt'e due.

--No, sarebbe troppo.

--Quand'è così, uno soltanto; sta tranquillo.--

Poco dopo quel dialoghetto, siccome nessuna delle due parti aveva portato la cordicella a nodi, utile arnese, ma poco usato, per simiglianti misure, Bonisconti e quel della tuba si pigliarono a braccetto come due sposi, e stabilito un punto di partenza andarono speditamente camminando lunghesso la lista di neve rassodata, e contando l'un dopo l'altro i dodici passi. Eran passi, non ci cascava dubbio; ma quel della tuba, che aveva cominciato col farne uno giusto di settantacinque centimetri, al secondo allungò le seste, facendo addirittura gli ottanta. E Bonisconti non ci abbadò. Quell'altro, inanimato dal buon esito, tentò cose maggiori, facendo il terzo passo di ottantacinque. E Bonisconti zitto. Infine, come furono ai dodici, il padrino del Forniglia disse ridendo: o senta, vogliam far tredici?

--Facciamo tredici per la buona misura;--rispose Bonisconti, mandando il piede di costa alle parole;--ma l'avverto che è un brutto numero.

--Allora, quattordici!

--Quattordici, e crepi l'avarizia!--

Così avvenne che, tra il guadagno apertamente fatto e i centimetri rubacchiati, i dodici passi diventarono diciotto o venti. A quel della tuba parevano ancora pochi, segnatamente per quel maledetto strato di neve che dava più spicco al bersaglio umano; ma le gretole eran tutte sfruttate, e il messere non ardì chiedere di più.

Ambedue piantarono i segnali, e, fornita quella loro bisogna, andarono incontro ai compagni.

Le pistole erano state caricate, ed erano appunto quelle che aveva portato Tristano. Le altre, portate dagli avversari erano state rifiutate, perchè mostravano di aver già servito molto, e uno stoppacciolo, mandato giù ad esperimento nelle canne, era tornato fuori assai nero. Il Priore era un uomo sofistico e la guardava nel sottile in ogni cosa; credeva tutti onesti, ma, viceversa poi, birbe matricolate.

--Signori,--aveva detto,--queste armi hanno patente lorda. Non domando a chi abbiano servito; mi restringo a scartarle. Ecco qua le nostre; escono dall'armaiuolo; un po' dure di scatto, se vogliamo, ma nuove e non c'è pericolo che usino parzialità a chi si sia.

Il Forniglia, che stava presso al camino, rimase brutto a quelle parole del Priore. Egli perdeva in tal guisa, l'unico punto di vantaggio che sperava di avere, perchè quelle pistole scartate da Tristano le aveva provate lui il giorno addietro una cinquantina di volte. Ma non c'era rimedio: per poterle sorteggiare, bisogna portarle ripulite a dovere. Ed erano invece ancor brutte di polvere; lo stoppacciolo parlava chiaro, quantunque annerito, e il padrino del Forniglia aveva dovuto arrendersi alla evidenza del fatto.

Tutto era in ordine e non c'era più altro che da recarsi sul luogo del combattimento. Il Priore tolse a braccetto Ariberti e andò innanzi, scostandosi ad un tratto dalla comitiva.

--A Lei, dunque, si faccia onore;--gli disse.--Il furfante era venuto per ricattarla e si trova acchiappato nella sua trappola. Miri giusto e dia un esempio. Da questo momento dipende tutta la sua fortuna. Si sente un pochino di rimescolìo in corpo? Non ci abbadi; è accaduto a tutti una volta. Faccia franca, sguardo ilare, ecco quanto ha da vedere la gente. Ieri, se lo lasci dire da uno che è vecchio, Lei era ancora un ragazzo; oggi diventa un uomo. Cominci bene; sia un uomo prode. In quanto all'esito, è certo; gli avversarii non si sentono in gambe.--

Ariberti era giovine e nuovo a quei cimenti, ma sentiva altamente di sè.

--Sono tranquillo;--rispose,--e sappia, signor Falzoni, che non tremerò davanti alla canna di una pistola. Nel mio piccolo, ogni qual volta mi s'è voluto far l'uomo addosso, ho fatto le mie scartate senza badarci più che tanto. Di questi avversari, poi, ne voglio cento.

Tristano sorrise, notando quei bollori ch'egli stesso aveva accortamente suscitati.

--Ben detto!--rispose, con accento affettuoso.--Ma siccome la pistola è un'arme pazza, e quella di un briccone o d'un vile può fare buon colpo come quella di un galantuomo o d'un prode, io le darò il modo di far riuscire a vuoto il colpo dell'avversario.--

Così dicendo, gli metteva in dito un anello. Ariberti chinò gli occhi a guardarlo. Era un cerchietto di argento grossamente lavorato, che portava nel castone una pietra nera e lucida, sulla quale erano incisi alcuni segni d'una lingua ignota per lui. Che cos'era? arabo? ebraico? copto o caldeo? Per Ariberti, nuovo alle scritture orientali, poteva anche esser sanscrito, o cinese.

--Non rida;--soggiunse gravemente il Priore;--il talismano perderebbe tosto ogni efficacia. L'ho avuto in dono da un savio imàno di Bagdad. Questi segni che vede incisi sulla pietra sono il suggello di Salomone, che fu un gran re ed anche un gran mago, poichè assoggettava ai suoi scongiuri e incatenava con una semplice parola gli spiriti buoni e malvagi. Mi ha detto l'imàno che qui dentro è imprigionato uno spirito buono, in espiazione di un antico suo fallo. Compiuto il castigo, la pietra si spezzerà da per sè e lo spirito potrà ritornare all'aria libera; intanto egli è utile a chi porta l'anello in dito, guardandolo contro il mal occhio e stornando ogni infortunio da lui. Le parrà strano, incredibile; nè io sto pagatore di tutto ciò che ha letto in queste cifre il vecchio di Bagdad; ma questo le posso dire, che io stesso ho sperimentato più volte la bontà del talismano e sono uscito incolume da molti pericoli.--

Credeva il Priore a quello che veniva snocciolando? Io penso di sì, ricordando esempi moltissimi di uomini così fatti; veri impasti di temerità e di debolezza, di spirito forte e di superstizione, assai più frequenti che non si creda in mezzo ad una gente usa a trattarsi lì per lì, senza guardare un tantino di là della buccia. Gli amuleti, poi, il mal occhio, ed altre consimili diavolerie, sono antichi come la paura, cioè a dire come le relazioni dell'uomo col mondo, e chi ha viaggiato molto, segnatamente presso i popoli meno inciviliti, o più vicini all'infanzia, che torna lo stesso, più facilmente se ne appiccica.

Del resto, credesse Tristano o no, a quel che diceva, si può ammettere che sapesse benissimo quel che faceva. Ariberti, infatti, fece tanto d'occhi al discorso del suo padrino e prese quei lustrini per oro di coppella.

