Chapter 8
«Andai verso il tocco--(proseguiva lo scrivente)--dalla nota persona, cioè quando mi fui accertato che era sola in casa, e domandai di parlarle, perchè avevo da consegnarle un libro. La cameriera mi disse che la signora non riceveva. Io allora diedi il libro, accennando che venivo da accompagnare V. S. e che desideravo anche di portarle i suoi saluti, insieme con una sua lettera, per una certa commissione, che non sapevo qual fosse, ma che credevo importantissima, per il modo con cui mi era stata raccomandata da lei la massima sollecitudine. Con questo mezzo, dopo due andate e ritorni della cameriera, potei essere ammesso alla presenza della signora; anzi fu lei stessa che si degnò di venire in anticamera. Consegnai la lettera, ed ella, dopo aver data una scorsa allo scritto, mi disse:--Grazie; sta bene.--Domandai se avesse niente da comandarmi, e mi rispose di no. Mi arrischiai a dirle (scusi se in questo ho arbitrato da me) che avrei trovato il modo di far giungere a V. S. lettere, carte ed altro che mi fosse consegnato; ma ella non mostrò di gradire l'offerta. Avrò fatto male, e gliene chiedo scusa, signor padrone; ma la mia intenzione era di far bene per il suo servizio. Ora, se debbo dirle tutto quello che penso, mi pare che la sua condanna al confine abbia raffreddato molte persone, di quelle che V. S. credeva più amiche, o con le quali andava più spesso. Il conte Nerazzi, per esempio, il marchese Landi, quando ho dato loro un cenno del suo viaggio, mi hanno risposto con un semplice monosillabo. Sarà forse perchè non hanno confidenza in un povero servitore; ma una notizia almeno potevano chiederla e mostrare un po' di amicizia per la sua persona. Oso sperare che in questo Ella non troverà sbagliato il mio umile ragionamento.
«Altro non mi resta a dirle, signor padrone, e mi rincresce davvero di non aver niente di meglio. Il signor conte, suo padre, sta bene al solito; mi ha chiesto fin dove l'avessi accompagnato, e poi mi ha rimandato senza aggiungere altro; ma mi è parso di leggergli negli occhi qualche cosa che il suo cuore di padre non aveva da dire a me, e che Ella, del resto, indovinerà molto bene.
«Mi comandi, signor padrone, che andrò nel fuoco, per poterla servire, e mi creda sempre il suo ubbidientissimo servo
«GIUSEPPE.»
Il conte Gino rimase male, dopo quella lettura. Ahimè l'antidoto sperato! Giuseppe, nella sua piccola diplomazia epistolare, lasciava indovinare assai più che non scrivesse. Ci si vedeva, nel suo racconto minuzioso, la gran dama seccata di dover concedere un'udienza all'inviato di Gino; alle cui notizie, poi, dava tanto poca importanza, da andarle a ricevere in piedi, sull'uscio di un'anticamera. La bionda Polissena si era mutata per lui, come il Landi e il Nerazzi, ricordati in buon punto dallo scrivente, per illuminar la figura della signora marchesa. I tiepidi amici facevano più che un riscontro, davano risalto alla freddezza dell'amica. Già, non era di Gino, la colpa? Che pazzia era stata la sua, di farsi mandare a confine? In quelle sciocchezze del giovanotto la signora marchesa non ci aveva che vedere, non essendosi mai occupata di politica. L'amore, infine, non vuol saperne di quella cattiva compagnia, e un uomo che veramente ami una gran dama non deve compromettersi con quella femminaccia. Neanche lei, la bella e savia marchesa, voleva compromettersi per il conte Gino Malatesti. Che diamine! Con tanti personaggi eminenti, di cui era composta la sua conversazione, magistrati, ufficiali del Duca, nobili ciambellani, signori ammessi a Corte, che si sarebbe detto di lei? E forse per protestare contro simili giudizi, contro simili sospetti, la marchesa Polissena aveva colta a volo la prima occasione, mostrandosi tutta invasata di artistici furori. Poteva credersi dolente per il caso di Gino Malatesti una bella dama che si adoperava tanto per far cantare la celebre Venturoli?
Ah, come vedeva da quelle considerazioni balzar fuori netta e spiccata la figura morale della marchesa Polissena! Furente (sicuro, proprio furente, e mettete pure che quella esagerazione di sentimento non fosse senza una certa dose di voluttà), il conte Gino andò a sedersi davanti alla sua scrivania, e la penna incominciò a scorrere sulla carta. Il giovanotto non scriveva alla marchesa; scriveva a Giuseppe, suo servo fedele, innalzato di punto in bianco al grado di confidente. Anch'egli, senza avvedersene, prendeva le forme del cospiratore, e l'esordio della sua lettera veniva fuori misterioso e guardingo come un coro di congiurati. Per sue ragioni particolari gli premeva assaissimo di conoscere tutti gli andamenti della nota persona. Aveva veduto dalla prima lettera di Giuseppe come egli fosse intelligente; continuasse ad esserlo per utile suo. Da ciò che la nota persona faceva, egli, il conte Gino, avrebbe argomentato quel che pensava, e sugli atti e sui pensieri di quella avrebbe regolato il suo modo di pensare e di operare. La cura amorosa traspariva dalle frasi; ma non era detta apertamente, e questa era già una bella diplomazia. Inoltre, la nota persona poteva anche essere un uomo, e le apparenze erano salvate a buon prezzo.
--Come manderò io questa lettera?--disse Gino, dopo averla suggellata.--Se fosse ancora qui l'applicato!--
Ma l'applicato seguitava il signor commissario sulla via di Fiumalbo, e il conte Gino pensò che il mettersi sulle tracce dei due personaggi, anche col pretesto di mandar notizie a suo padre, non sarebbe stato senza pericolo.
--Ebbene,--ripigliò,--di che cosa m'impensierisco? Non è qui vicina la provvidenza dei Guerri? Aminta, il mio fratello Aminta, ci penserà egli a farla ricapitare.--
Poco dopo la chiusa del soliloquio giungeva Pellegrino. Egli aveva veduto i due signori di Modena discendere dalle Vaie, senza fermarsi, e prendere la via di Fiumalbo.
--Benissimo!--disse il conte.--Allora è tempo di sellare il cavallo.--
Mezz'ora non era passata, e Gino scendeva alle Vaie, con la fretta di un uomo che ha tante notizie da dare di sè, a persone che le udranno con piacere, e non vede l'ora di consolarsi in quella dolce «corrispondenza d'amorosi sensi.»
E le furie di poc'anzi? Deposte nella lettera, miei signori, deposte nella lettera per il suo servo Giuseppe. E poi, in quell'angolo del cuore dove ci aveva l'immagine della marchesa Polissena, non ci voleva guardar più, per quel giorno, nè per gli altri seguenti, fino a tanto non avesse risposta dal suo confidente. Si fanno di questi compromessi, col proprio cuore, e più spesso che non sembri. Quante volte, soffrendo per qualche cosa, non vi è egli avvenuto di escire in questa risoluzione:
--Non voglio pensarci!--
Ci si penserà sicuramente più tardi; ma per intanto è così, come avete risoluto di fare, e il corruccio e il dispetto, carabinieri zelanti, vegliano all'osservanza del presente decreto.
Capitolo VI.
Ombre e leggende.
Il conte Gino era aspettato con ansiosa cura alle Vaie. Le signore lo accolsero con un sorriso amabilissimo, che fioriva allora allora sul terrazzino, come in risposta alla serenità di buon augurio, diffusa sul volto del cavaliere. Gli uomini erano discesi sull'uscio di strada, per tenergli le staffe, e lo abbracciarono, come se tornasse da un lungo viaggio.
--Ebbene?--domandò Aminta,--Chi erano?
--Commissarii, applicati, gente della polizia ducale;--disse Gino;--venuti a farmi una visita, quantunque io non abbia avuto mai il piacere di conoscerli.
--Volevano assicurarsi...--disse il signor Francesco.
--Già;--rispose Gino;--assicurarsi che veramente io fossi al mio luogo di pena. Ed ho sudato, sa? ho sudato, a nasconder loro che questo è un luogo di delizie. Avevano osservati i miei mobili, troppo eleganti per quella povera casa. Mi perdonerete, amici miei; ho detto una grossa bugia, accennando così di passata che quei mobili li avevo presi a nolo. Dove, poi, non me lo han chiesto, ed io non ho avuta occasione di dire una nuova bugia, facendoli venire da Paullo, o da un altro luogo più lontano.
--Sì, questa sarebbe stata una bugia;--disse il signor Francesco;--ma l'altra non lo è. Non ci paga forse il nolo con le sue visite?--
Non c'era da far altro che inchinarsi; e Gino s'inchinò.
--Noi, del resto, siamo stati qui un paio d'ore in agguato;--disse Aminta a sua volta.--Avevamo visti quei due signori andare in su, e abbiamo voluto aspettare per vederli al ritorno, ma con le finestre chiuse, e guardando di sotto le tendine. In due erano venuti, in due se ne ritornavano, e questo ci ha consolati. Temevamo già che ti portassero via.
--Oh, non c'è questo pericolo;--gridò Gino, ridendo.--Mi han lasciato capire che la correzione sarà lunga. E non potrà essere altrimenti,--soggiunse il giovinotto,--se vorrà essere efficace.--
Quella sera, come già immaginate, il conte Gino rimase a cena dai Guerri, e poichè non era sera di luna, non gli fu permesso di ritornare a Querciola.
--Così resto io a confine?--diss'egli.--E mentre gli agenti del tiranno, venuti ad assicurarsi _de visu_, non sono ancora a Paullo? Per fortuna, sono lontani quanto basta, per non sentir più la voce del pianoforte.
--Hai capito, Fiordispina?--disse la signora Angelica.--Ti si domanda di suonare.--
Fiordispina era di buonissimo umore. Corse alla tastiera e attaccò l'andante maestoso del bellissimo inno di Goffredo Mameli.
--Ecco qua!--rispose la fanciulla.--Se hanno orecchi per sentire, sentano questo!
--Che cosa si ardisce suonare?--gridò una voce dall'anticamera.--L'inno della rivolta? È un orrore, e meriterà tutti i rigori della legge.--
Era la voce di Don Pietro Toschi. Il vecchio prevosto delle Vaie giungeva sempre a quell'ora, e nessuno si lasciò cogliere dallo spavento, udendo la sua ammonizione.
--Ah!--esclamò egli, entrando nella sala.--Loro signori se la ridono? Ebbene, non c'è da ridere. Se un agente del governo ducale udisse questa musica, ci sarebbe un processo per tutti.
--Dobbiamo cessare?--domandò Fiordispina.
--No, continuate, figliuola mia. I primi Cristiani si ritiravano a pregare nei loro sotterranei, ma non interrompevano neanche i loro inni per l'avvicinarsi dei pretoriani. Qui poi i pretoriani non sono neanche vicini.--
I signori Guerri raccontarono allora a Don Pietro che i pretoriani erano passati per l'appunto in quel giorno dalle Vaie. E il buon prevosto si rallegrò che dopo quella visita il conte Gino Malatesti non dovesse avere altre noie.
--Vede?--diss'egli.--Sono venuti ad autenticare il suo cambiamento di domicilio. Io ora lo scriverò nel registro della parrocchia, ed Ella apparterrà alle Vaie per ragion civile e per ragione canonica. Le piace?
--Così voglio;--disse Gino, andando anche più in là.
E i suoi occhi, in quel punto, s'incontrarono con quelli di Fiordispina. Fu un lampo, come potete immaginarvi facilmente; ma per quel lampo la fanciulla arrossì, ed egli si sentì correre una vampa alla fronte.
Fiordispina aveva posate nuovamente le sue belle mani sulla tastiera del pianoforte, ed arpeggiava sommessamente. Gino le chiese un'aria della _Sonnambula_; ma cambiò subito opinione, e chiese in quella vece un'aria del _Pirata_. Fiordispina aveva lo spartito nella sua biblioteca musicale; dopo un'aria gliene suonò un'altra, e ad una ad una gliele eseguì tutte.
--Che bella musica!--diceva ella, frattanto.--Non so come sia, che l'ho suonata così poco, finora. Oggi piace molto anche a me.
--Ha mai letto il Leopardi, signorina?
--Sì, una volta. Perchè mi fa questa domanda?
--Per venire ad un raffronto fra il poeta e il musicista. La musica del Bellini è come la poesia del Leopardi; non piace, ordinariamente, che in certe condizioni d'animo; ma allora non piace più che quella; tutto il resto è rumoroso ed aspro, o fiacco, lezioso e svenevole.--
Quella sera la fanciulla dei Guerri suonò meglio e più lungamente che mai. Un'aria seguiva l'altra e tutti i grandi maestri diedero il loro contributo alle artistiche commozioni di Gino. Ma una grande maestra diede certamente il maggiore, poichè Gino ne contemplava l'opera maravigliosa coll'attenzione concentrata e con la beatitudine diffusa di un _Pater extaticus_.
Possiamo immaginarci che ciò fosse per effetto di riconoscenza. La fanciulla dei Guerri aveva dimostrata tanta sollecitudine per lui! Il meno che Gino potesse fare in ricambio, era di darle un primo premio di bellezza. E di bontà poi! Quegli occhi sereni dicevano con tanta eloquenza la bellezza dell'anima sua! E ridevano, quegli occhi, come ora non si usa più, ma come si usava un tempo, se dobbiam credere ai poeti latini e agl'italiani del Risorgimento.
Quando il nostro Gino si ritirò nella camera ospitale dove egli aveva già dormito e sognato una notte, la sua ebbrezza era al colmo. E le furie? Vi ho già detto che c'era un compromesso col suo dolore. Non voleva pensarci, e non ci pensava: ecco tutto. Pensava in quella vece ad altro, e cominciava a credere che quella ebbrezza non fosse tutta musicale.
--Orbene!--esclamò, levando la testa dal guanciale, come per rispondere ad un contradittore invisibile.--E se fosse dell'altro, che male ci sarebbe? Lasciate che per una volta io respiri una boccata d'aria salubre. Vi par troppo, una pagina d'idillio, tra cento di romanzo moderno? Infine, non è dato di sognare? Ecco un sogno, e preghiamo che duri.--
Il sogno di Gino Malatesti durò una settimana, senza che più gli tornassero a mente le sue noie di città. Ma una sera, così di punto in bianco, non richiamati da alcuna associazione d'idee, i sopraccapi dimenticati si ripresentarono a lui.
--Si saran dati bel tempo a Modena!--pensò il giovinotto.--L'avran finita quest'oggi, la loro piccola impresa musicale fuori stagione! Chi sa? Forse all'ultima rappresentazione della _Sonnambula_ avranno domandato il _bis_. Un altro paio di rappresentazioni, perchè ricusarle ad un pubblico che applaude e rompe le panche? Ci sarà anche il pretesto della beneficenza, per continuare. Le nostre belle signore, pur di avere un'occasione di brillare, farebbero anche l'elemosina ai Turchi. E lei sopra tutte! Non è forse la regina della moda?--
Un piccolo rimorso gli venne; ma egli lo scacciò, come si spaccia un ladro domestico.
--Orbene!--gridò egli, ripetendo una sua esclamazione favorita.--Che è ciò? Avevo un obbligo, sicuramente, ma l'ho forse distrutto io?
--Troppo presto e troppo volentieri lo dice il signor Gino;--rispondeva una voce interiore.--Non pensa egli al fatto strano di esserne uscito senza lagrime?
--Ci penso;--replicava egli, seccato...--Ma che vuol dire? Forse che, per non aver sofferto troppo avrò meno ragione io? Facciamo la peggio: ci siamo incontrati ad essere stanchi in due; ella di me, io di lei. Così avviene di tutte, o di quasi tutte le relazioni che si stringono in società, e che rappresentano il superfluo del nostro tempo. Il necessario è quello che va dato all'ambizione, alla vanità sua sorella; il superfluo è quello che si dà all'amore. No, correggiamo, non è l'amore, questo, è la galanteria. Ma non bisogna usarne troppo, perchè viene a noia, come tutti i cibi galanti. L'abitudine aiuta molto, lo so, a mantenere queste relazioni; la lontananza le rompe senza sforzo, senza lagrime, e questo lo vedo ora, pur troppo. Dovevo vederlo prima, e avrei oggi più merito di essermi liberato. Infine non son io che lascio; è lei che mi ha dato il benservito.--
Così ragionava, e per uno spirito preoccupato non vi parrà che ragionasse male. Qual è, del resto, lo spirito che pensi e ragioni fuor d'ogni vincolo o influenza particolare? Neanche i filosofi, mi dicono, poichè sotto alla libertà della speculazione, sotto alla lealtà dell'indagine, si cela sempre la ragion di sistema, che tanto più naturalmente comanda, in quanto che è la medesima causa che ci muove a pensare, a cercare.
Il raffronto tra la marchesa Polissena e la fanciulla dei Guerri non si fermò solamente al fatto che una si fosse dimenticata di Gino e l'altra venisse a lui, chiamata da tutte le voci arcane della gioventù e dell'affetto nascente. Le loro qualità intrinseche ed estrinseche dovevano trovarsi a contrasto sotto gli occhi del giudice, e la botanica, amica compiacente, fornire i termini di paragone tra la civetteria sapiente dell'una e le grazie ingenue dell'altra. La marchesa Polissena gli apparve allora come una bella gardenia, fiore lucente ed aperto, bellezza spampanata e trionfante, accompagnata da fragranze acutissime; la fanciulla dei Guerri come un caro e modesto fiorellino delle Alpi. Il conte Gino avrebbe potuto ricordare l'Edelweiss, se questa graziosa stelluccia vegetale fosse stata fin d'allora alla moda. Egli pensò in quella vece a quelle eriche del Capo, che aveva pur conosciute lassù, e che alle delicatezze della forma congiungevano un così gentile profumo.
E andava là, di giorno in giorno, vivendo così del suo nuovo amore, che gli pareva il primo ed il vero, senza parlare, senza desiderare di più, respirando tacitamente le fragranze del fiore divino. Godeva intanto la bella e confidente amicizia dei Guerri, e gli sembrava che così dovesse durar sempre la vita, che non si potesse desiderare di vivere, nè di aver vissuto mai altrimenti. Era anche così adatta la scena! così amante la natura dintorno a lui! Oh dolci calme, soavi tepori primaverili dell'estate tra i monti! Gli usignuoli cantavano ancora nel folto dei boschi; la gioventù e la speranza levavano inni continui dagl'intimi penetrali dell'anima sua.
Era solo, lassù, ben solo, tra l'amicizia e l'amore, che si rivelavano a lui in quella forma nuova e con quella insolita forza. Veramente, i re della montagna non erano i Guerri, o quel titolo si addiceva anche a lui, che sentiva di regnare così pienamente, e rendeva ogni giorno in grazia elegante, in sorrisi amorevoli, ciò che andava ricevendo in liete dimostrazioni di affetto.
Ma un giorno, dopo quella settimana di pace profonda, casa Guerri ebbe un ospite nuovo. Era un parente, per verità, e veniva dai monti del Reggiano. Scendendo dal suo eremo di Querciola, il conte Gino trovò alle Vaie quel personaggio inatteso, che riesce sempre importuno nella compagnia formata a modo nostro, alla quale non avremmo da toglier nulla e nulla avremmo da aggiungere. Notate poi che quel personaggio era giovane, ed anche bello; una figura d'Ercole adolescente, ma dal viso aperto, dall'aria candida e buona; occhi azzurri, capegli biondi, naturalmente ricciuti, ed abiti semplici, da cacciatore.
--Nostro cugino Ruggero Guerri;--disse il signor Francesco, presentando il nuovo ospite al vecchio.
--Felicissimo di conoscerlo;--rispose Gino, che non si sentiva neanche felice.
Ma così è, lettori miei: il superlativo, entrato nell'uso del discorso, ha perduta ogni virtù di significazione. Si chiama illustrissimo l'uomo a cui non possiamo dar titolo d'illustre; è eccellentissimo il tribunale, che non è mai stato eccellente.
Ruggero Guerri! Altro personaggio ariostesco. E accanto a Fiordispina, poi! Si doveva vederci l'effetto del caso, una di quelle lontane preparazioni del destino che vengono poi improvvise e noiose, come un colpo tra capo e collo? Altro che felicissimo! Il conte Gino Malatesti fu seccatissimo della comparsa di quel cugino, che era così giovane, così biondo, e si chiamava anche Ruggero. Che cosa era venuto a fare, dai monti del Reggiano a quelli del Modenese? Che cosa voleva, quell'arcangiolo in cacciatora, e che cosa avrebbe ottenuto alle Vaie? Immaginate. lettori, che il conte Gino cominciò subito ad aprir gli occhi ben bene, e che quel giorno, e i giorni seguenti, osservò attentamente ogni cosa. Ma il cugino Ruggero non diede argomento a giudizi, come aveva dato argomento a sospetti. Stava molto con gli uomini, e passava lunghe ore alle serre, col signor Francesco e col signor Orlando; alle donne parlava poco, senza mettersi in pretesa, con vera semplicità campagnuola. Sì, ma anche questa semplicità non può nascondere il desiderio di raggiungere un fine? Gli uomini dei campi non conoscono le nostre delicatezze di spirito, non usano le nostre smancerie di linguaggio; ma danno un'occhiata lunga e luminosa come il primo venuto, ed essi, o i loro parenti, possono fare una molto chiara domanda di matrimonio.
In queste osservazioni e in questi dubbi si guastò l'umore del conte. Qualcheduno se ne avvide e gliene domandò; ma egli non aveva nulla, e questa risposta poteva bastare per gli uomini. Non bastò a Fiordispina, quando ella molto candidamente gli chiese che cosa avesse e si sentì rispondere quel nulla, a fior di labbra e discretamente impacciato.
--Oh, non me lo dica, signor conte;--replicò la fanciulla.--Ha ricevuto qualche notizia spiacevole da Modena?
--No, signorina, nessuna notizia.
--Ma allora che cos'ha? È così mutato, da qualche giorno!--
Il conte Gino taceva, e allora la fanciulla ripigliò a domandargli:
--Si annoia, forse? Comprendo che qui non c'è gente abbastanza, per tenerle compagnia.
--No, davvero!--scappò detto a Gino.--Vorrei anzi che ce ne fosse un po' meno.--
La fanciulla lo guardò con aria di stupore. Era egli che parlava così? L'elegante, il gentile, il garbatissimo conte Gino Malatesti? Ma sì, propriamente egli, e due grinze sdegnose agli angoli delle labbra commentavano ancora la frase che gli era sfuggita di bocca.
--Com'è cattivo!--esclamò allora Fiordispina.
--Ha ragione, signorina;--diss'egli.--Sono veramente cattivo. Ma voglia scusarmi, per una volta soltanto, ed ascoltare anche una mia preghiera. Non faccia parlar l'uomo quando egli è in collera. È troppo brutto, in quei momenti. Io, del resto, mi vergognerò sempre di esserlo stato con Lei.
--Vede?--gridò ella.--Non lo è più.--
Gino s'inchinò, senza risponder altro, perchè in verità gli pareva d'esserlo ancora, e non voleva mettersi al caso di dover dire la ragione del fatto. Una cosa era sempre dispiaciuta su tutte le altre, a quel cavaliere elegante, a quello spirito raffinato: di esser geloso e di darlo a divedere.
Per quattro o cinque giorni ancora il conte Gino dovette godersi la compagnia dell'Ercole adolescente. E notate che lo vedeva solamente all'ora del pranzo; ma che in quell'ora, diventata lunga su tutte le altre del giorno, il signor Ruggero stava seduto alla sinistra di Fiordispina. Erano cugini, erano i più giovani della compagnia, e niente era più naturale del vederli seduti vicini a tavola; ma perchè una cosa piaccia a tutti, non basta ch'ella sia naturale.
Cionondimeno, parve al conte Gino di osservare che dopo quel suo dialogo con la fanciulla dei Guerri, ella parlasse meno col cugino Ruggero. Già, è da notare che non aveva molte occasioni di discorrere con lui, perchè durante il giorno egli era sempre fuori con gli uomini di casa. Giungeva con essi per l'ora del pranzo, e trovava sempre Gino a chiacchierare con le signore. Dopo il pranzo esciva da capo e non ritornava che per la cena. Ma allora il conte Gino non era più là a vigilare, e si poteva capire che il signor Ruggero non escisse più, ma rimanesse con gli altri nella sala comune. Che cosa faceva allora? Una sera il nostro geloso senza ragione volle rimanere a cena, per averne l'intiero, non importandogli affatto di dover ritornare a notte alta nel suo eremo di Querciola. E vide allora che gli uomini restavano seduti a tavola, mentre le signore si raccoglievano da una parte per attendere a qualche lavoruccio; che Fiordispina andò poi a suonare il pianoforte, e che l'Ercole adolescente stette a sentirla, ma da lungi, in piedi, nel vano di una finestra, senza batter palpebra, senza fare un cenno del capo, senza dire alla cuginetta una parola di lode, senza dar segno di gradire almeno la musica. Era un contadino, e non bisognava farne le meraviglie.