La montanara

Chapter 29

Chapter 293,915 wordsPublic domain

Si ritrasse, ciò detto, lasciando Aminta coi suoi. Avevano tante cose da dirsi! Egli frattanto dava una giratina per la corsìa, ma voltando subito da destra.

--Dov'è il numero 140?--chiese egli sottovoce all'infermiere.

--Ah! il conte Mala....

--Zitto, per carità!

--Ho capito;--disse l'infermiere, che incominciava a non capire più nulla.--Eccolo là; è il primo della corsìa.--

E mentre seguiva il prete, soggiungeva contrito:

--L'ho fatta bella anch'io; anzi l'ho fatta peggio. Perchè io, finalmente, ero avvisato! Ma chi diavolo ha da pensare che queste notizie debbano far tanto male anche alle persone sane? Oramai c'è da temere perfino di metter loro tra le mani un giornale. A proposito, non ho neanche potuto leggere il mio!--

Un altro infermiere appariva nel corridoio.

--Ah, bravo!--gli disse.--Sei venuto a rilevarmi? Avevo proprio bisogno di andare a prendere una boccata d'aria. Guarda; ci son qui alcuni signori. Quel vecchio, e le due signore, sono parenti del 151; il prete, laggiù, è un parente o un amico del 140.

--Viene a tempo, il prete, per il 140!--disse quell'altro.

--Eh, pare di sì. Povero giovane!--

Mentre i due infermieri facevano questi discorsi Don Pietro Toschi era giunto al capezzale di Gino Malatesti. Il ferito era immobile nel suo letto, pallido, cereo nel volto, non più vivo che nello sguardo. Ma come aperto, quell'occhio! come lucente! Pareva che il poveretto, sentendo prossima la fine, volesse bere per lo sguardo tutta la luce del giorno che fuggiva.

Gino vide Don Pietro e lo guardò fissamente; poi mosse le labbra, accennando di voler parlare. Don Pietro gli fe' cenno di non affaticarsi; e intanto si curvò lui, si curvò tanto, che il suo orecchio venne a toccar quasi le labbra di Gino.--Grazie!--mormorò a quell'orecchio il ferito.

--Mio caro signor Gino!--disse il vecchio prete, rattenendo a stento le lagrime.--Mio valoroso amico! Vi porto i saluti di Aminta. Soldato della patria anche lui, rimasto ferito, sotto Peschiera, e trasportato da pochi giorni a Sant'Eufemia. Se egli potesse muoversi, come verrebbe volentieri ad abbracciarvi!--

Un lampo di allegrezza balenò dagli occhi di Gino Malatesti. E lo sguardo, fisso negli occhi di Don Pietro, e il moto delle labbra, sembravano dire al visitatore:--«Continuate! continuate!»

--Aminta è ferito all'omero, ma si spera bene, come per voi;--proseguì il vecchio prete.--Vogliamo farle ancora, quattro chiacchiere insieme, e tutti e due, miei bravi ragazzi, racconterete le sante imprese ad un povero ottuagenario, che non ha potuto seguirvi con la croce nel pugno. Non potendo far altro, son venuto anch'io a trovare il nostro ferito. E qui abbiamo saputo di voi, di ciò che vi è costato il vostro amor patrio. Ma speriamo....--soggiunse Don Pietro.--Speriamo!

--Più nulla da sperare;--mormorò Gino.--Veduto da voi; perdonato.... da tutti; mi basta!

--Oh, non è questa l'opinione dei medici;--rispose Don Pietro.--Non vi mettete in capo delle tristi idee! Fidate nella scienza dei pratici, ed anche un pochino nella vostra bella gioventù.

--Son così debole!--mormorò il ferito.

--Per il sangue perduto, e che dovete rifare;--ripigliò amorevolmente Don Pietro.--La vostra debolezza mi fa pensare che le parole vi costano, e che dovete risparmiarvi. Lasciate parlar me, caro Gino! Parlerò, non dubitate; parlerà anche il signor Francesco, che è qui. Voi perdonerete ad un padre, se egli non corre subito a baciarvi, dovendo dare il primo pensiero a suo figlio!--

Il ferito obbedì alla raccomandazione. Ma i suoi occhi interrogavano sempre Don Pietro.

Sopraggiunse in quel mezzo il dottore, e si accostò all'altra sponda del letto.

--Ella ha trovato un amico, reverendo?--gli disse, mentre con la mano accarezzava la fronte al ferito.

--Sì, e quale amico! Come un figliuolo, per me!--rispose Don Pietro.--Abbiamo passate tante belle ore insieme! Ed altre ne passeremo, non è vero, dottore?

--Certamente, certamente!--disse il dottore, sforzandosi di accompagnare la parola con un sorriso fiducioso.--Il nostro prode Malatesti deve esserci conservato. Egli non è amato solamente da Lei. Al reggimento ci si pensa sempre moltissimo, e il suo colonnello manda ogni giorno a chieder notizie. Ieri, poi, ci ha incaricato di annunziargli che è stato messo a rapporto, per la medaglia al valore. Ci ha diritto due volte, il conte Malatesti. Già ferito ad una gamba, poteva lasciare il campo, e non volle. Era troppo leggera, la ferita, capisce? Leggera o no, il regolamento parla chiaro, ed egli, restando ancora pochi minuti al suo posto di combattimento, aveva meritata la medaglia. Ha voluto meritarla, zoppicando e facendo fuoco per un'ora, fino a tanto non ebbe l'altra ferita. Bravo soldato! bravo soldato!--esclamò il dottore, ripulendo col fazzoletto le sue lenti, che gli si erano un pochettino offuscate.--Ce ne vorrebbero centomila, di questi, e s'andrebbe in capo al mondo.

--Bravo! bravo Gino!--balbettò Don Pietro, con voce soffocata dalla commozione.--E dica, signor dottore: nessuno della sua famiglia è stato avvertito?

--Si è scritto a Modena, sì; ma pare che laggiù non ci sia nessuno dei suoi. Ci ha risposto il sindaco, che la contessa Malatesti è a Reggio, presso la marchesa Baldovini sua madre. Da Reggio hanno scritto che la marchesa Baldovini è incomodata, e che sua figlia non può lasciarla.--

Don Pietro chinò la fronte, e mandò un sospiro a bocca chiusa.

--Ma il nostro conte non ha bisogno di nessuno;--soggiunse il medico, tornando ad accarezzare la fronte al ferito.--Egli è soldato ed ha intorno i suoi fratelli.... la sua famiglia militare, non è vero?--

Gino mosse lievemente la testa, in atto di assentire alle amorevoli parole del medico. Poi, non volendo rompere la consegna con lunghi discorsi, mormorò una parola soltanto:

--La lettera....

--Ah, sì!--rispose il medico.--Il nostro Malatesti vuol farle sapere che ha ricevuto una lettera da Vienna; una lettera di suo padre. Gli era stata mandata al reggimento; dal reggimento è venuta qua, ed io ho avuto il piacere di leggerla a lui. Eccola qua, nella tasca del suo cappotto grigio. È una lettera che onora due persone ad un tempo: il padre ed il figlio.--

Così dicendo, il dottore aveva ficcata la mano nella tasca del cappotto, che pendeva alla gruccia, daccanto al capezzale, e ne traeva fuori il documento in discorso.

--Ecco!--soggiunse, spiegando il foglio e porgendolo a Don Pietro.--Legga anche Lei, come il nostro amico desidera.--

Gino sorrise al medico, e mormorò un dei suoi «grazie!»

--E poi staremo qualche ora tranquilli, non è vero!--disse il medico, chinandosi su lui e parlandogli quasi all'orecchio.--Sarei contento se dopo la visita dei vostri amici, poteste dormire un pochino.--

Don Pietro frattanto leggeva la lettera, che, col permesso di Gino, leggeremo anche noi. Il conte Jacopo scriveva in questa forma a suo figlio:

«_Mio caro Gino_,

«Ero già molto dolente di non ricever tue nuove da Torino, quando la tua lettera è venuta a dichiararmi la risoluzione che hai presa. Mi chiedi perdono. E di che, figliuol mio? A te piuttosto dovrei chiederlo io, che non ho lavorato a farti felice, e che, scambio di accompagnarti in Piemonte, ho preferito di seguire il mio signore in Austria. Ma io, caro Gino, son della vecchia generazione, e mi sarebbe parso di non meritare la stima di nessuno, neanche la tua, se avessi fatto un voltafaccia all'ultim'ora, e sopra tutto senza ombra di pericolo. Aggiungi che, fedele alla buona, dovevo esserlo anche alla cattiva ventura. A voi giovani, a voi liberi, le vie del futuro. Ti mando la mia benedizione e l'augurio che tutti i tuoi voti si adempiano.

«Tuo padre, che ti bacia,

«JACOPO MALATESTI.»

--Buon padre!--mormorò Don Pietro, commosso.

E rese la lettera al dottore, che fece l'atto di voltarsi da fianco, per rimetterla al suo posto.

--No, no!--disse Gino, con quel suo filo di voce. Il dottore comprese il gesto delle labbra, più che non udisse la parola.

--Avete detto di no?--chiese egli, curvando la testa più presso al ferito.

--Nel cappotto no;--rispose Gino.

--Allora qui, sotto il vostro guanciale?

--No;--disse Gino, mentre i suoi occhi si volgevano a guardare Don Pietro.

--A lui?--ripigliò il dottore, vedendo quella guardata.--Ma il vostro amico l'ha letta.--

Lo sguardo di Gino non si spiccava più dalla faccia di Don Pietro.

--Che debbo farne?--chiese a sua volta il vecchio prete.--Mostrarla, forse.... ad altre persone?

--Sì;--rispose il ferito.

E nello sguardo gli brillava la contentezza di essere stato capito.

--Bene!--replicò Don Pietro.--Il primo a leggerla sarà il signor Francesco Guerri. Ma sappiate, mio Gino, che non sarebbe necessario. Tutto ciò che è avvenuto era stato inteso per il suo verso, e niente, si è mutato per voi alle Vaie, dal giorno che voi ne siete partito. M'intendete? niente mutato, e tutti amici vostri, come prima.--

Il medico, tiratosi un po' indietro, accennò con gli occhi al prete. E questi, che intese la mimica, fece poche altre parole, poi si tolse di là, promettendo di ritornare tra poco. Anche il medico si mosse dopo di lui, e lo raggiunse quasi vicino al letto di Aminta.

--Povero conte Malatesti!--gli disse.--Se sapeste come ha pianto, quando gli ho letta la lettera di suo padre! Allora non era così debole, così rifinito come ora; ed anche il dolore aveva un'espressione più forte dalla medesima saldezza della fibra.

--Ah sì, povero conte Malatesti!--ripetè il vecchio prete.--Forse meno infelice oggi, nel punto di lasciare la vita, che non lo fosse prima di ricevere quella palla in petto! Egli ha sofferto molto, nella vita, portando i rimorsi di una colpa non sua, ma del conte suo padre.

--Appunto!--disse il dottore.--C'è una frase, nella lettera....

--Ah!--esclamò Don Pietro.--L'ha osservata anche Lei? È quella in cui il conte Jacopo esprime il suo dispiacere di aver fatto contro ai desiderii del figlio. Ed è per quella frase che il conte Gino desidera che la lettera sia veduta da altri. Le dico un segreto non mio, signor dottore; ma tra noi, in questo momento, è cosa necessaria. Possiamo parlare qualche minuto in disparte?

--Sì, venga qua;--rispose il dottore.--C'è il camerino dell'infermiere.--

L'infermiere in quel mentre stava accanto al letto di Gino Malatesti, dandogli a bere un sorso di brodo: unico suo nutrimento, oramai. Poco stante, il ferito chiuse gli occhi e si assopì. La fibra, eccitata un istante dall'arrivo dell'amico e da tutti i ricordi delle Vaie, si rilassava da capo. Ma il suo sonno, come al solito, doveva esser breve.

Anche al sonno riparatore è necessario, negli infermi, un buon resto di forze; perciò è naturale che non dia lunghi sopori una vita che sfugge. Così nella mente di Gino Malatesti erano anche poche idee, come è poca cerchia di luce intorno ad una fiammella che sta per ispegnersi. Egli sentiva gratitudine per il dottore, per quell'amico degli ultimi giorni, che oramai non esciva neanche più da Santa Eufemia, per esser pronto ad ogni chiamata. Pensava anche a suo padre, già tanto severo e crudele con lui, ma nobilitato, purificato da un pentimento sincero. Poi, si raccoglieva a contemplare un'immagine di donna, una immagine dolorosa e cara, che si offriva a lui sempre nella sua ultima forma, quando gli era apparsa un istante nel teatro di Modena. Che istante era stato quello, per il povero Gino! Ferito da un'aspra parola della contessa Elena, si era alzato dal suo posto. Anch'essa, la povera Fiordispina, si era ritirata dal suo. Nè più l'aveva veduta; ma da quel punto, e in quella forma, in quell'atto, gli era rimasta impressa negli occhi. Così come aveva cercato di stordirsi dapprima, quando suo padre lo aveva costretto alle nozze con la Baldovini, così aveva egli cercato di stordirsi, dopo quell'incontro, battendosi col barone De Wincsel. Non n'era venuto a capo, per la intromissione audace della marchesa Polissena; ad altro ancora aveva dovuto pensare, perchè fosse stornata dal capo dei Guerri una nuova tempesta. Ma dopo d'allora la sua vita era stata un tormento quotidiano dello spirito, reso anche più doloroso dalla necessità di portar la sua maschera d'uomo tranquillo e felice. Per fortuna erano sopraggiunte le cure politiche, turbando in vario senso gli animi della sua classe. La marchesa Polissena si era sempre occupata poco di politica; ma quella volta bisognava pensarci, poichè si trattava di un grosso temporale, e il suo primo pensiero fu di dispetto contro gli uomini potenti, che mettevano l'Italia, o, per dire più esattamente, la sua piccola corte a soqquadro. La contessa Elena, si capisce, seguitava le idee di sua madre, come ne imitava gli esempi.

Anche il conte Jacopo vedeva addensarsi la burrasca, e se ne addolorava profondamente. Egli, che da tanti anni era stato messo fuori delle grazie del Duca, riprese proprio allora a mostrarsi in Corte, mentre tanti altri fedeloni, favoriti del giorno innanzi, diradavano le visite, preparandosi a prendere di largo: mentre lo stesso marchese Paolo, spiando l'occasione di lasciare l'ufficio, si teneva quasi sull'ali, disposto ad allontanarsi anche lui.

--Jacopo,--gli disse il marchese Paolo, un giorno che le notizie di Parigi e di Torino erano venute più tristi che mai per la causa dei tirannelli d'Italia,--voi siete un uomo raro.

--Perchè dite questo, mio buon Paolo?

--Perchè voi serbate fede alla sventura.

--Non ho fatto così, anche nel Quarantotto? E vi è parso allora un difetto?

--Nè allora, nè oggi;--rispose il marchese Paolo;--quantunque oggi, a giudicarne da certi indizi, mi sembri che se si va....

--Non si torna più, volete dire? Ebbene, non si torni;--replicò il conte Jacopo.--I vecchi Malatesti si contenteranno di finire con me. Non sono mai stati furbi, lo sapete; sarebbero assai più di quel che sono, se si fossero voltati, come i girasoli, ad ogni sole nascente. Ma poi.... che importa ciò?--soggiunse egli, stringendosi nelle spalle.--Guardate i girasoli. Non muoiono anch'essi? Si muore tutti, amico Paolo, e non c'è altro conforto, per l'uomo di carattere, che di esser vissuto disprezzando chi andava disprezzato, e di lasciare, dopo morto, un nome non disprezzabile.

--Onore ai vecchi Malatesti!--esclamò il marchese Paolo.--E fortuna ai nuovi!

--Parlate di mio figlio?--rispose il conte Jacopo.--Egli è andato dove lo chiamavano le sue idee giovanili, che io non ho ispirate, vivaddio, nè educate. Qualunque cosa egli faccia, e per quanto io mi dolga di saperlo su quella strada, mi è caro di pensare che egli non ha aspettato il nuovo sole, per fargli festa. Noi vecchi restiamo al nostro posto. La via è senza uscita, ci dicono? Ebbene, poichè ci si è entrati, e per nostra elezione, c'è anche onore a non ritornare più indietro.--

Questi discorsi trattenevano un poco il marchese Paolo. Ma egli non seguì il Duca, quando questi dovette partirsene, e non si ritirò da Modena che quando fu proclamato il governo provvisorio. Ai pochissimi che andarono a visitarlo in quel giorno, che doveva essere così triste per lui, disse chiaro e tondo che egli «lo aveva preveduto»; che non si erano voluti seguire i suoi consigli, rispettosi, ma fermi e frequenti; che infine egli era nato italiano e non si sentiva straniero in casa sua; solamente per non dar noia con la sua presenza a nessuno, sarebbe andato il giorno dopo in campagna. Infatti, se ne andò in una sua villa, presso Reggio, tranquillo, rassegnato agli eventi, col desiderio di essere dimenticato per allora, non senza una lontana speranza di essere ricordato in tempi più calmi.

Il conte Malatesti, niente furbo, e contento di non esserlo, aveva seguitato il suo signore sul territorio austriaco. Egli credeva di essere italiano, mantenendo le sue convinzioni, perseverando anche in un errore, per non dare il brutto esempio di un cambiamento consigliato dall'utile personale. E poi, e poi, era della vecchia generazione, il conte Jacopo. Ben poteva scrivere da Vienna al suo Gino, sapendolo arruolato nel 13° Reggimento dell'esercito piemontese: «A voi giovani, il futuro.»

Ahi, quale futuro, povero Gino! Fu molto, fu ogni cosa per lui, che la immagine soave di Fiordispina Guerri consolasse il suo breve sonno: che quella immagine, così amorevolmente pietosa come gli era apparsa nel sogno, gli apparisse ancora al suo ridestarsi.

Era là, daccanto al suo letto, la fanciulla dei Guerri; era là, viva e palpitante per lui. Spalancò gli occhi, il poveretto, la guardò attonito, la guardò lungamente, quasi non potesse credere a tanta fortuna; da ultimo aperse le labbra, mormorando il suo nome.

--Tacete, ve ne prego!--diss'ella sommessamente, chinando il bel viso su lui.--Tacete, Gino; non vi affaticate, e confidiamo in Dio!--

La vista di Fiordispina Guerri parve dar nuove forze a quel povero morente. Viveva di quella contemplazione muta. Riconoscente di quel perdono e di quella cura amorosa, Gino Malatesti ebbe ancora la virtù di sorridere alla sua consolatrice. Ma oramai non gli restava che un soffio di vita. Quella medesima notte, vegliando essa al suo capezzale, il ferito mandò un gemito, e a lei, che si era prontamente accostata a guardarlo, mormorò:

--Mi sento morire.

--Gino! che pensieri son questi?

--No, mi sento morire;--ripetè egli, con voce soffocata dal rantolo dell'agonia.--Raccogliete la mia anima.... ve ne prego!--

Si era chinata su lui, la povera fanciulla, per rialzargli la testa, leggermente, come un'altra volta aveva fatto, dandogli un po' di sollievo. Ma la testa di lui ricadde inerte sull'origliere, e un soffio rapido sulle labbra di Fiordispina, e un fiotto di sangue apparso sulle labbra di Gino Malatesti, dissero chiaramente alla fanciulla dei Guerri, che tutto era finito.

Capitolo XX.

Vent'anni dopo.

Sette anni fa, il mio amore per le vecchie castella, per i monti e i laghi dell'Appennino, mi condusse a Reggio, donde risalii a Canossa, alle Carpinete, a Bismantua, e di là, sempre per vie di montagna, a Fiumalbo, per salire la vetta del Cimone.

Eravamo in parecchi, amici provati, ed anche avvezzi a fare insieme quelle escursioni estive. Uno di essi, l'ingegnere, conosceva benissimo i luoghi, e ci aveva anche assicurato che presso Fiumalbo, da certi suoi conoscenti, avremmo trovato alloggio e cavalli, per far l'ascensione con ogni comodità.

Non fu vana promessa. Poco sopra Fiumalbo avemmo i cavalli, e al nostro ritorno (poichè allora non volevamo fermarci) avremmo anche avuto l'ospizio. Il padrone di casa, un bell'uomo, ancora giovane, dall'aspetto severo, ma dai modi singolarmente cortesi, si mostrò dolentissimo di non poterci accompagnare, per sue ragioni di famiglia, che lo chiamavano quel giorno in paese. Ringraziammo, accettando le guide che egli aveva messe a nostra disposizione, e ci avviammo su per un bosco di cerri, al dorso sassoso del Cimone.

--L'amico non può;--mi disse l'ingegnere, quando fummo al largo ed egli potè mettere il suo cavallo al pari col mio;--ma se anche potesse, verrebbe difficilmente con noi. Le alture non lo tentano più.

--Niente di strano;--risposi.--Ho già avute occasione di osservare il fenomeno. Son tutti così, questi abitatori della campagna: hanno i meravigliosi spettacoli della natura a uscio e bottega, e non c'è caso che si vogliano scomodare un'oretta per andarli a contemplare. Così avviene che i cittadini della pianura si facciano alpinisti e conoscano a palmo a palmo i gioghi e le vette, mentre i signori montanari non fanno cento passi lontano da casa.--

L'ingegnere mi lasciò fare tutte le variazioni possibili sul tema, pensando forse alla beatitudine di certa gente, a cui basta una parola, per mettere in moto il cervello e svolgete un'intiera teorica, senza curarsi più affatto del punto di partenza. Io ero felice di chiacchierare a distesa, e non badai lì per lì al silenzio dell'amico. Credo anzi di averlo interpetrato allora come un atto di assentimento alla bontà delle mie osservazioni. Vedete dove si ficca la vanità, e fin dove ci seguita!

Giungemmo col sole alto alla vetta del monte, e dopo una breve fermata scendemmo a visitare i laghi. Quello della Ninfa mi piacque moltissimo, forse perchè aveva una leggenda, che il capo della scorta ci raccontò. Vedevamo laggiù, dall'altra parte dell'acqua, lo scoglio dorato che raffigurava imperfettamente il profilo di una donna supina, e volentieri saremmo andati anche noi ad ossequiare la Ninfa; ma come? Da una parte il sasso era tagliato a piombo; dall'altra era tutto un prunaio; quanto al passare dal mezzo, ci sarebbe voluta una fede più forte della nostra.

--Peccato che non ci sia una barca!--esclamai.

--C'è stata;--mi rispose l'ingegnere;--ma non c'è durata molto.

--Lo credo bene, che non ci poteva durare!--entrò a dire il capo della scorta.--C'ero io, quando s'è lanciata in acqua, e l'ho detto subito, che la Fata non ne sarebbe stata contenta. La primavera dopo, quando ci ritornai, non c'era più barca. Eppure, vedano, era stata tirata a riva e legata con una fune a quel tronco d'albero là, che allora non aveva due palmi di giro.

--Sfido io!--mi disse l'ingegnere all'orecchio.--C'è stata una piena, nell'inverno; un bel carico di neve e di ghiaccio ha fatto affondare la barca, il peso ha strappata la fune, e addio roba! S'è affondata di sicuro, senza bisogno che la Ninfa la vedesse di mal occhio.--

Benedetti ingegneri! Son come i medici, loro, ed hanno una ragione per ogni cosa. A me, lo confesso, piaceva assai più lo sdegno della Ninfa. E notate che non sono poeta; lo sono così poco, che poco lungi di là, vedendo un faggio che portava sul tronco i segni di parecchie incisioni fatte con una punta di coltello, incisioni già antiche, con caratteri oramai illeggibili, feci un'osservazione come questa:

--Che scioccherie! Guastare un bel tronco, per far sapere alle genti il suo riverito nome.... Che gusto c'è, dico io, che gusto?--

L'ingegnere per quella volta non mi lasciò andar fuori, ed io sentii una toccatina di gomito, che mi persuase a smetter subito subito.

--Se sapeste!--mi disse egli poscia.--C'è tutta una storia d'amore, sotto quelle incisioni.

--Leviamo allora la corteccia, e leggiamola;--risposi.--O piuttosto, poichè siamo già troppo lontani dall'albero, siate tanto gentile da raccontarmela. Non cerco altro che storie, io!

--Domani;--mi replicò l'ingegnere.--Ve la racconterò domani.

--Perchè non oggi?

--Anche oggi, alla fermata; ma a patto che siano lontani gli uomini della scorta. Capirete bene!...

--Non capisco nulla, ma fa lo stesso. Avete le vostre ragioni, e mi basta.--

Per quel giorno diedi io il segnale della fermata, vedendo un'eminenza dove le cavalcature non avrebbero potuto stare che a disagio. Colà andammo a seder noi, mandando la scorta e i cavalli su d'un ripiano più basso.

--Ho capito;--disse l'ingegnere;--voi volete la storia. Andiamo dunque a ristorarci lassù.--

Volevo la storia e l'ebbi, per allora in compendio, ma dal principio alla fine. Il gentiluomo mandato per punizione a vivere in que' luoghi salvatici; l'ospitalità di una famiglia montanara; gli amori, le corse al Cimone, la gita al lago della Ninfa, la barca lanciata in acqua, i nomi dei due amanti incisi sui tronchi dei faggi; il richiamo del gentiluomo a Modena; i pianti, le promesse, i giuramenti, l'oblio, le nozze con un'altra donna, le angosce, i pentimenti, le giustificazioni e la morte; tutto, insomma, e senza che un nome fosse pure proferito.

--Ora vi ho contentato;--mi disse l'ingegnere.--Ma voi mi prometterete di non ricordarvi più del racconto che vi ho fatto, fino a doman l'altro, quando saremo ritornati a Modena.

--Perchè?

--Il perchè lo so io; promettete! Ed anche di non accennare stasera, in presenza dei nostri ospiti, alle particolarità della nostra visita al lago.

--Non sanno forse che ci andavamo?--risposi.

--Lo sanno; ma voi mi farete cosa gradita a non parlarne, e a tagliar corto se ve ne domandano essi. Promettete?

--Figuratevi, caro amico! Se non è che questo!... Faremo delle chiacchiere vane; parleremo magari di politica.... che Iddio ce ne scampi, per altro!--