Chapter 28
Aminta diede il nome e il ricapito dei suoi. Il dottore scrisse poche linee per lui, dando anche notizie rassicuranti intorno al suo stato di salute. Poi mise il foglietto nella busta, suggellò, aggiunse l'indirizzo; tutto alla svelta, a suon di tamburo; finalmente consegnò la lettera a un infermiere, perchè fosse gittata immediatamente nella buca, all'ingresso dell'ospedale.
--Adesso, dunque, riposate. Niente ringraziamenti, vi ripeto: siamo qui l'uno per l'altro; abbiamo servita in faccia al nemico comune la medesima causa; io, più fortunato di voi, ho della carta da lettere pronta nel portafoglio, e le braccia sane per servirmene. A rivederci tra poco; dormite un paio d'ore, vi prego.--
Aminta non accettò la raccomandazione, che dopo aver chiesto e saputo il nome del simpatico uomo, che faceva tutto alla svelta, e bene, e non voleva neanche essere ringraziato. Bravo dottor Pesce! Anch'egli alpigiano come Aminta Guerri; poichè era nato sull'Appennino ligustico, a Campo Ligure, com'egli sull'Appennino modenese, a Fiumalbo.
Saputo il nome, e risposto con un sorriso alle ultime esortazioni amichevoli del dottore. Aminta piegò la testa sul guanciale e prese sonno. Ne aveva bisogno più assai che non credesse, di quel sonno ristoratore; e non dormì solamente le due ore che gli aveva raccomandato il buon medico. La febbre, per miracolo, non soverchiò la stanchezza, e neanche gli diede sogni spiacevoli. Si era addormentato pensando ai suoi monti; sognò di vederli, e di abbracciare suo padre.--«Infine,--gli diceva, mostrando il suo braccio ferito,--l'ho anch'io, la mia brava testimonianza di aver servito il paese. E non è, perdio, una misera condanna a tre mesi di confine!» Aminta Guerri, lo ricordate, non aveva perdonato, come sua sorella; il suo pensiero ricorreva spesso, e sdegnosamente, alle nobili imprese del conte Gino Malatesti. Al campo gli era giunta una lettera, in cui si diceva, tra l'altre cose e notizie di Modena, che il conte Gino era sparito. Sicuro! Tanto sparito, che non se n'erano più avute novelle. Se il conte Gino avesse avuto un'oncia di cuore, se avesse inteso il dover suo, si sarebbe arruolato in un reggimento piemontese, o nell'esercito di Garibaldi; avrebbe fatta la sua brava campagna, e presa magari in petto la sua brava palla, redentrice d'ogni colpa. A quel patto, a quel patto solo, avrebbe perdonato Aminta Guerri le colpe di Gino Malatesti. Ma il conte Gino non aveva fatto nulla di ciò. Se lo avesse fatto, altri modenesi lo avrebbero saputo, altri modenesi lo avrebbero narrato ad Aminta. Nessuno gli aveva data una simile notizia; solo avevano potuto scrivergli che il signor conte era sparito. Sparito!
La mattina seguente, fu fatta una vera e compiuta esplorazione della ferita, ed anche estratta la palla. Era conica, la palla, e di carabina Stutzen; ma alla breve distanza a cui era stato colpito Aminta, le era mancato il tempo di allargare le sue ali di piombo. Perciò non era stata troppo grave la lacerazione dei tessuti. Dalla poca quantità delle schegge raccolte, fu anche facile argomentare che l'osso non era stato troppo maltrattato.
--Speriamo bene, anzi meglio di ieri;--disse il simpatico dottore.--Ora che la medicatura è fatta, voglia starsene tranquillo, signor mio, non muoversi, sopratutto non commuoversi, non agitarsi inutilmente. La vita dell'ospedale è noiosa; ma ci vuol flemma. Coraggio e sangue freddo, come dicono al reggimento! E aspetti la famiglia, sì, ma con moderata impazienza.--
Aminta sorrise a quelle raccomandazioni, fatte con un tono di burbero benefico.
--Grazie, tenente!--diss'egli.--Ella non mi vuol guarire soltanto con le mani.
--Eh, si capisce;--rispose il dottore.--Le mani in chirurgia; la lingua in medicina. Ella non ha bisogno solamente di chirurgo, ma anche di medico. Stia dunque ai consigli.--
L'ultimo venuto della famiglia è sempre il beniamino. Aminta Guerri, ultimo venuto a Santa Eufemia, fu il beniamino dell'ospedale. Triste famiglia, un ospedale; ma non dimenticate che si era nel 1859, in un ospedale di Brescia.
Ordinariamente, in un ospedale, è squallore e tristezza, anche quando vi regna la pulizia. Le suore di Carità fanno un servizio ammirabile, assai gradito ai poverelli, che certamente non avrebbero avute mai tante cure in casa propria, e più certamente ancora non videro in casa propria tanta nettezza, tanto ordine, tanta puntualità, tanta abbondanza del necessario. Ma un po' di superfluo, Dio buono, quanto è necessario alla vita! Quelle mura scialbe dello stanzone non destano alcun pensiero giocondo nell'animo, non fioriscono di nessuna consolazione lo spirito abbattuto. Pagine bianche e mute, vi lasciano tracciare con la fantasia tutti i segni più neri, leggere tutte le malinconie che volete. E là, fra tanti letti in fila, tutti della medesima forma, custoditi alla vista dalle medesime cortine, è un principio di depressione del povero orgoglio umano, pur tanto utile a stimolare le energie della vita; in quell'odor molle di corruzione, che nessun profumo varrebbe a dissipare, e che gli stessi effluvii di farmacia mettono in evidenza, pur volendolo vincere, è un principio di morte. Così muore lo spirito, prima che il corpo si spenga. Lo stanzone, il dormitorio in comune, è lieto tra i sani, tra i forti, in una caserma, quando un motto allegro scoppia nel buio e fa scoppiar le risate all'intorno; è uggioso e triste senza fine, dove son venti o trenta uomini che stanno male, e dove chi ne ha meno finisce presto con sentirne di più. Infatti, nella corsìa dell'ospedale si moltiplica il pensiero delle vostre miserie per quello di tutte le altre che vi circondano. Ma non così a Santa Eufemia, nell'anno glorioso; sebbene, in onta alla consolante dottrina del Larrey, si morisse anche delle proprie ferite, dopo aver vinto, e sapendo che l'esercito di cui si era parte onorata, proseguiva la sua opera liberatrice.
Anche a Sant'Eufemia erano scialbe le mura; ma l'ospedale non si aveva tempo a sentirlo, poichè la famiglia appariva da tutti gli usci, brulicava per tutte le corsie, s'inchinava amorosa a tutti i capezzali. Le donne gentili di Brescia assistevano esse i feriti; servivano gli ammalati più gravi, consolavano di buone parole coloro che potevano udire e rispondere, allegravano di graziosi motti i convalescenti. In certe strette, dove i feriti non avevano più bisogno d'altro che di riposo e di nutrizione ricostituente (non è questo il vocabolo?), non pareva più d'essere tra due letti d'ospedale, ma in un salotto; salotto improvvisato, ma pur sempre un salotto. Per l'appunto da due convalescenti erano occupati i due letti alla destra di Aminta, corrispondenti ai numeri 152 e 153. Il 152 era un giovanotto di Casalmaggiore, che aveva avuta a San Martino una ferita sul dorso della mano sinistra, nell'atto di puntare il fucile, prima di aver la sua laurea d'avvocato nella università di Pavia. Il 153 era un gentiluomo di Pistoia, ferito alla regione frontale, ma anch'egli in via di guarigione. Lo chiamavano il poeta, perchè egli, più sfregiato che offeso dallo strisciar di una palla austriaca dalla fronte alla tempia sinistra, diceva di voler coprire lo sfregio con una corona d'alloro. E intanto scriveva rime, come il suo conterraneo Gino Sinibaldi, e fregiava di sonetti e di madrigali gli albi delle belle infermiere.
Aminta vide passar davanti al suo letto le più leggiadre apparizioni, i più varii e i più nobili tipi della bellezza femminile. Vide ed ammirò anch'egli quelle due luci che il 153 chiamava, in un impeto lirico, «i più begli occhi d'Italia» e che il 152, capo ameno se altro fu mai, simulando la parlata e l'accento di un viaggiatore tedesco in Italia, ribattezzava per «belle parrocchie.»--Ma che parrocchie!--esclamava il 153.--Arcipreture, collegiate, abbazie, cattedrali, basiliche! Un par d'occhi come quelli non si dovrebbero portare attorno così, impunemente, audacemente, per tentare al furto i poveri mortali. «Signora... (e qui il nome della felice proprietaria di quel paio d'occhi) non sarebbe forse più prudente metterli in uno scrigno? o consegnarli allo Stato, perchè fossero conservati tra i diamanti della corona?»--
Aminta non udiva sempre di così allegri discorsi. Qualche volta si parlava anche dei compagni più gravemente feriti, subitamente aggravati. E appunto due giorni dopo che gli era stata estratta la palla dall'omero, da un letto alla sua sinistra sentì proferire un nome che lo fece sobbalzare tra le lenzuola. Malatesti, Malatesti, avevano detto? Non ne era ben certo. Un ferito parlava con un infermiere, venuto accanto al suo letto. Il nome di Malatesti, o qualche cosa di somigliante, era stato pronunziato. Si volse, come potè, a stento, e tese l'orecchio. Ma il ferito parlava a bassa voce, e l'infermiere egualmente.
Restò a lungo turbato, cercando e non trovando nella sua mente confusa il modo di soddisfare la curiosità ond'era tormentato. Ma aveva poi udito bene? E se anche aveva udito bene, non ce n'erano altri, di Malatesti, in Italia?
Aminta era in questi dubbi, quando incominciarono le visite mattutine. Una bellissima signora bresciana, proprio quella dei «più begli occhi d'Italia», apriva in quel giorno la marcia. Giunta al letto di Aminta, entrò nella stretta, si avvicinò al suo capezzale, e gli domandò con la sua vocina soave come avesse passata la notte.
--Sognando di Lei;--avrebbe risposto il 153. Ma il nostro Aminta era il 151; non rispose che un «bene, grazie», come avrebbe fatto ogni semplice mortale, alla domanda di ogni semplice dama, e sessagenaria per giunta.
--Ha bisogno di nulla?--domandò ancora la bella infermiera.
--Sì, signora;--osò dire Aminta.--Di una notizia.
--Ah, bene! Mi dica;--rispose ella, contenta di potergli esser utile in qualche cosa.
--Vorrei sapere...--ripigliò Aminta.--Le chiederei, in grazia, di dirmi se tra i feriti c'è qui un Malatesti.
--Sì,--rispose la signora,--ho sentito questo nome.
--È modenese?--domandò Aminta.
--Non so; ma aspetti, si fa presto a saperlo.--Così dicendo, la bella signora, escì leggiera leggiera dalla stretta e ritornò sopra i suoi passi, fino all'uscio di una cameretta, dove alloggiava l'infermiere della sala. Aminta la vide ricomparire, due minuti dopo, alla sponda del suo letto.
--Sì,--diss'ella, ripigliando il discorso,--è un conte Malatesti, di Modena. Lo ricordo benissimo, ora; è un soldato volontario del 13^o Reggimento; occupa il primo letto della corsia.--
Aminta era preso da una strana inquietudine. Tutti quei particolari eccedevano, oramai; gl'impedivano di saper subito l'essenziale.
--E scusi...--diss'egli;--è ferito... gravemente?--Forse la bella signora si era avveduta del turbamento di Aminta; forse non era in lei che un sentimento di pietà femminile. Comunque fosse, ella si mostrò meno franca nel rispondere a quell'altra domanda.
--Gravemente?... Non credo, se per una ferita grave si ha da intendere che ci sia pericolo di vita. Non so bene come sia ferito; mi pare alla spalla; quasi come Lei, Ma si spera... si spera molto.
--Ho sentito dire,--ripigliò Aminta,--o mi è parso di sentire d'un Malatesti che stava assai male.
--Sì, dev'essere una notizia di ieri sera;--rispose la signora, abbassando le ciglia pietose sui «più begli occhi d'Italia».--Si è temuta una recrudescenza, per un forte accesso di febbre... Ma questa mane, poc'anzi, quando son passata daccanto al suo letto, mi è parso abbastanza tranquillo.
--Ha detto che è ferito alla spalla?
--Sì, vicino alla spalla... più in qua... sotto la clavicola destra. Ma si calmi, la prego. E sopratutto non parli troppo; le farà male.
--Ancora una domanda, signora! È lontano di qui?
--Le ho detto che è in principio di questa corsìa. Ma già, ella non può voltarsi a vedere, e meno ancora contare i letti. Il suo amico è al numero 140.
--Grazie, signora;--disse Aminta.--Il conte Malatesti è infatti un amico mio. Speriamo bene.--
I più begli occhi d'Italia si spiccarono finalmente da Modena, per brillare di luce pietosa su Casalmaggiore e Pistoia. Colà si aveva meno bisogno di chieder notizie, e molto più di ammirare la loro bellissima proprietaria. Beati convalescenti! Ed anche beati cuori tranquilli, che non sentivano, come Aminta Guerri, il rimorso di un falso giudizio.
Aminta soffriva acerbamente del suo. Povero Gino! povero Gino! Lo aveva dunque accusato a torto? Sparito, il conte Malatesti, sparito da Modena! Sì, sparito da Modena, ma per passare il confine, anzi i due confini di Modena e di Parma, per correre in Piemonte, e indossar la divisa del volontario. Ma perchè non ne faceva un cenno, la lettera? Ah, sì, che poteva dire la lettera? Il conte Gino, il figlio di Jacopo Malatesti, di un fedel servitore del Duca, non poteva mica toccar la tromba, per annunziare al popolo e al comune il suo virile proposito. Era sparito, come fa in simili circostanze l'uomo forte e modesto, che la voce del dovere ha chiamato. E senza lasciar trapelare il suo segreto da anima nata, senza mandar notizie di sè ai parenti, agli amici, era entrato, egli cavaliere esperto e magnifico, in un reggimento di fanteria, forse per meglio nascondersi, per sottrarsi alla vista, alla curiosità de' suoi pari, al pericolo di notizie che sul suo conto si potessero spargere. Ignoto a tutti, fuorchè al suo reggimento, aveva fatta la sua brava campagna, e una palla in petto aveva premiato il suo doppio eroismo, mentre tutti gli altri lo dicevano semplicemente «sparito da Modena» e Aminta Guerri lo accusava di non aver fatto seguire i fatti, i forti fatti, alle chiacchiere vane, alle piccole glorie di una condanna al confine. E come lo aveva mal giudicato in ciò, non poteva Aminta Guerri averlo giudicato male in qualche altra cosa? Per esempio nel suo mancar di fede alle Vaie? A buon conto, sua sorella Fiordispina, quella che più di tutti aveva a soffrirne, non aveva dubitato del cuore di Gino; sua sorella Fiordispina gli aveva perdonato, senza mestieri di giustificazioni, di pentimenti, di atti da eroe. Povera Fiordispina! Ed ella aveva profondamente sofferto; e soffriva ancora; avrebbe sempre sofferto. Sono nel mondo creature di tempra più nobile, vasi d'elezione, secondo il detto di un grande, ai quali è stato affidato, come a sua propria sede, il dolore; e da quei cuori più alti, come da fari accesi sulle tenebre vaste dei mari, il dolore umano spande la sua luce più bella.
Il medico giunse, guardò il ferito, gli toccò il polso, e trovò cresciuta la febbre.
--Ebbene, che è?--diss'egli.--Abbiamo fatto qualche pazzia? Il cervello ha lavorato troppo, non è vero?
--Ella vede tutto, tenente!--mormorò Aminta.--Indovina tutto!...
--Eh, ci vuol poco;--rispose il dottore.--Abbiamo una bella febbrona.
--La ferita, forse....
--La ferita non ci ha che fare; la ferita procede bene. Qui ci siamo riscaldati la testa, dico io. Forse col pensiero della famiglia? Si calmi; la famiglia verrà. Vuol farsi trovare dai suoi più ammalato che non sia veramente?
--Ha ragione, tenente! Vedrò di calmarmi, non penserò a nulla.
--Bravo, così va fatto. Neanche a tutte queste belle signore che passano, mi raccomando. Ah, bene! La vedo sorridere, mio caro Guerri. Abbiamo già dunque il cuore impegnato con una di queste angiolesse custodi? Lo dicevo ben io, che questa febbrona non veniva dal braccio!
--S'inganna, tenente; ho il cuore altrove. E poi, nel mio stato.... Le pare? Mi dica ora, di grazia;--soggiunse tosto il ferito, vedendo il dottore già sulle mosse per continuare le sue visite;--come sta il 140?
--Benissimo!--esclamò il dottore, inarcando le ciglia.--Conosce già i numeri di tutta la corsìa!
--Si tratta di un mio concittadino, del conte Malatesti;--rispose Aminta.--Mi hanno detto che è qui, al numero 140.--
Il dottore rimase un istante perplesso, guardando di sotto alle sue lenti il curioso. In quell'istante la sua risoluzione era fatta.
--Il 140 va molto meglio,--rispose.
--Con una palla nel polmone!--disse Aminta.
Qui, altra guardata attraverso le lenti. Ma con tutta la sua penetrazione, il bravo dottore non poteva mica indovinare che il ferito giuocasse di scherma con lui e gli facesse una finta così audace, per obbligarlo ad una certa parata.
--Ebbene,--diss'egli allora,--che cosa c'è di strano? Con un polmone forato si può vivere... quando non si muore subito: il che, mi concederà, guasta anticipatamente tutta la cura del medico. Il conte Malatesti è stato ferito il 24 giugno; siamo al 5 di luglio; son passati dunque undici giorni, ed egli è ancor vivo. Sarebbe già, da solo, un bel fondamento di speranza; ma non è solo, perchè un certo miglioramento si è già manifestato nelle sue condizioni generali.
--Mi avevano detto....--balbettò Aminta.
--Ah, caro il mio Guerri! Se Ella dà retta agli infermieri, crederà che qui siano tutti moribondi. Qui, invece, ho l'onore di dirglielo, guariscono tutti, nella proporzione del novantacinque per cento.
--È alta!--disse Aminta.
--Sì e no;--rispose il dottore, mettendo per amore della verità scientifica un correttivo all'asserzione pietosa.--Ella deve anche pensare che qui abbiamo tutti i feriti che si son potuti trasportare. Hanno durato agli strapazzi del viaggio; c'era la fibra. Ma basta; ora finisco il mio giro.
--Mi fa un piacere, tenente?
--Purchè Lei stia zitto un paio d'ore, e tranquillo tutto il resto del giorno, sì.
--Mi saluti il conte Malatesti; gli porti un augurio del mio cuore!
--La servirò.--
Ciò detto, il tenente medico si allontanò dal capezzale di Aminta, per andare a finire il suo giro. Da quella parte là, per fortuna, non aveva che convalescenti.
--Sì, sì! Potrà sentirli i saluti?--borbottava egli tra i denti.--Ed anche approfittare degli augurii, quel povero conte!--
Finito il giro, andò a cercar l'infermiere della sala, che stava nel suo camerino, leggiucchiando un giornale.
--C'è qui un uso....--gli disse il dottore,--un uso che non va.
--Ho preso il giornale or ora;--rispose l'infermiere, alzandosi tosto.--Sono i primi due minuti di riposo, dalle cinque di stamane.
--Non parlo di riposo;--ripigliò il dottore,--parlo dall'uso di dar notizie dei feriti gravi agli altri feriti, che lo son meno, ma che potrebbero ancora aggravarsi.
--Non mi pare di aver fatto nulla di simile.
--Al 151, per esempio, si è detto che il 140, un suo concittadino, ha il polmone forato e che il suo stato è gravissimo. Queste notizie turbano. La debolezza di chi le riceve, l'amicizia, metta anche in certi casi la parentela, tutto ciò aiuta a far crescere l'ansietà, l'agitazione, la febbre. Non va, dico, non va.
--Mi accusa a torto, signor tenente;--replicò l'infermiere.--Le giuro, da buon italiano come sono, non ho detto nulla di nulla, nè al 151, ne ad altri.
--Allora il signor Guerri mi ha ingannato;--disse il dottore.--Gli ho risposto di non credere a ciarle d'infermieri.... Capirà, dovevo parlar così!... Ed egli non mi ha detto nulla in contrario.
--Creda, signor tenente, avrà voluto tirare a indovinare. Qualcheduno gli avrà detto che qui c'è il conte Malatesti....
--E che ha il numero 140, e che ha un polmone forato!--aggiunse il dottore.
--Ma proprio non gliel'ho detto io;--ribattè l'infermiere.--Se non sono le signore....
--Ah, donnine belle!--esclamò il dottore, tentennando la testa.
--Sicuro, donnine belle!--ripetè l'infermiere.--Non ce ne dovrebbero essere, negli ospedali, a confonder la testa.
--Bravo! La confondono a Lei?
--No, dico ai feriti.
--Eh! per questo, vada là! Un po' d'aria di famiglia fa bene. Vestono con eleganza; mettono in mostra qualche colorino allegro, che fa un po' di contrasto, che rompe questa monotonia nosocomiale. Veda anche il nome, quanto è brutto! Nosocomio! E siamo poco belli noi altri, con le nostre divise; e son brutti lor signori, con quelle cappe nere, che li fanno rassomigliare a tanti confratelli della buona morte. Lasci che le signore vengano, che le signore risplendano, che le signore sorridano; è tanto di guadagnato per la salute. Dico soltanto che bisogna guardarsi dal notiziario. Veda, per esempio; ieri il 151, non aveva più febbre; oggi gli è ritornata. La cosa mi rincresce tanto più, che oggi può capitare suo padre.
--Potrò dunque lasciarlo passare?
--Certamente. La vista della famiglia non fa mai male. È una febbre diversa, una febbre benefica, quella che dà la vista della famiglia ai feriti.--
L'infermiere s'inchinò, e il dottore, escito dal camerino, scese per la scala di servizio, che era lì accanto, riuscendo, come quello stanzino di guardia, a metà del camerone, o piuttosto del gran corridoio, dov'erano in fila i letti degli ammalati.
Da quella scala, poche ore dopo, il bravo infermiere vide affacciarsi una piccola comitiva, che domandava di vedere il volontario Guerri. L'accompagnava un soldato di guardia (un piantone, per usar la parola propria) che portava il permesso del dottore.
--Il volontario Guerri è in questa corsìa, per l'appunto;--disse l'infermiere.--A sinistra, al numero 151. È il padre, Lei?
--Sissignore,--rispose il primo della comitiva.--E come va, il mio povero figliuolo?
--Bene, una guarigione sicura. Complicazioni non se ne temono, con quella costituzione robusta. L'osso è scheggiato per una parte assai piccola, e le schegge vengono fuori benissimo, ad ogni medicatura.
--Grazie!--esclamò il vecchio Guerri, mandando un respiro tanto fatto.--Ella mi ridà la vita. Avrà un po' di febbre, m'immagino.
--Sì, un pochettino; ma non per la ferita. Non ne ha avuto stanotte, per esempio. Gli è venuta stamane, per certe chiacchiere di signore, che gli hanno dato una notizia spiacevole d'un suo amico, un conte Malatesti, che è al numero 140, e grave, assai grave. Ella capirà, signor mio.... quando si è amici.... sentir dire lì per lì....--
Il signor Guerri non stette a capir altro, ma si volse indietro e vide Fiordispina impallidire. La zia Angelica era stata pronta a sostenerla.
L'infermiere non finì la sua frase. Anch'egli aveva veduta quella bella ragazza, che veniva alle spalle del signor Guerri, e non gli era sfuggito il turbamento che l'aveva colta.
--Che ha?--gridò egli.--Si sente male?
--Nulla, nulla!--rispose il vecchio Guerri.--Con questo caldo, e con questo odor grave....
--Ha ragione;--ripigliò l'infermiere.--Noi siamo abituati; ma lor signori, che vengono di fuori, lo sentono. Aspetti, prenderò qualche sale, e lo faremo aspirare alla signorina.
--No, grazie, non ne ho bisogno;--disse Fiordispina, scuotendosi.--Non ho più nulla.--
Ma il pallore ond'era coperto il suo viso, contrastava con le parole.
--Andiamo;--ripigliò essa, tuttavia, sforzandosi di sorridere.--Vediamo Aminta. Dov'è?
--Per di qua, signori, per di qua!--disse l'infermiere, guidando i visitatori.
E giunto davanti al numero 151, entrò nella stretta, per dare la buona novella al volontario Guerri.
--Sono arrivati i suoi, sono arrivati;--gli disse.--Ora non sarà più triste, non soffrirà più d'impazienza.
E si ritirò, vedendo sorridere Aminta; si ritirò, per lasciare il passo libero ai parenti del ferito.
--Babbo.... sorella.... zia....--balbettò Aminta, commosso.--Vi ho qui, finalmente?
--Vai meglio, non è vero?
--Sì, molto meglio. Anzi, mi pare d'esser guarito, ora. Per altro, vedete? non posso abbracciarvi.
--Non te ne dar pensiero; ti abbracceremo noi, e tu ci renderai più tardi l'abbraccio.
--Don Pietro!--esclamò Aminta, poi ch'ebbe baciato suo padre e le donne.--Anche Don Pietro, è venuto? Che bontà è stata la sua!
--Ma sì.... ma sì! grande bontà!--rispose Don Pietro con le lagrime agli occhi.--Quando penso a voi altri, che avete messa a repentaglio la vita per fare tante belle cose, mi pare che dovremmo venir tutti, dai monti e dai piani, per baciare le vostre ferite.
--Sempre giovane, il nostro Don Pietro! Tu lo vedi!--disse il signor Francesco.
--Se fossi giovane! Se fossi giovane!--borbottò il vecchio prete.--sarei qua, e verreste a trovarmi; o sarei là.... e preghereste per me.--