La montanara

Chapter 27

Chapter 273,853 wordsPublic domain

Dunque, non colpi inutili. Ma se fosse stato sorpreso, senza poter dare l'allarme con una schioppettata! Aminta si tenne a buon conto col fucile alto, con l'indice al grilletto e il pollice al cane. E stava là, ritto impalato, vedendo i razzi che descrivevano la parabola davanti a lui, e sentendo le cannonate. I colpi erano regolari; ogni cinque minuti ne veniva uno. Quando il razzo fischiava, illuminando un tratto di paese, egli diceva tra sè:--Ecco, è qua che arriva; questa è la buona!--

Ancora tre cannonate infilarono la viottola dov'egli stava in sentinella. Così almeno gli parve, poichè, sentendo il colpo, vide anche passare l'ondata dell'aria rossastra, e molto bassa, come la prima volta, quando c'era il tenente. Quel fuoco assiduo, ragionandoci su, non gli dispiacque. Fino a tanto che erano cannonate, non doveva esserci pericolo di ricognizioni. Il nemico sicuramente non avrebbe tirato addosso ai suoi esploratori.

Pure, ad ogni tratto, si sentivano rumori, da quella parte che egli doveva guardare. Quante volte non fu per gridare il suo «chi va là?» Ma capì che erano lepri, ramarri, come diceva il tenente, o martore, od altri animali predatori dei campi.

Rimase molte ore in quel posto. L'esercito faceva un servizio stupendo; metà degli uomini lavoravano nelle parallele; i battaglioni d'avamposto, costretti a custodire un gran raggio di terreno, non potevano cambiare di quattro in quattr'ore le guardie. Del resto, vigilare in un luogo, vigilare in un altro, era tutt'uno, e la conseguenza era questa, che non si dormiva in nessuno. Aminta non aveva che una noia di più: quella di tenere il fucile alto, e l'indice al grilletto e il pollice al cane. Un vecchio soldato non avrebbe fatta quella inutile fatica; ma il nostro Aminta aveva promesso di supplire con la buona volontà al difetto d'esperienza, e voleva esser pronto ad ogni occasione, senza perdere un minuto secondo.

Finalmente le cannonate cessarono. Era il caso di stare più attenti di prima. Che rabbia! Proprio allora incominciavano a cascargli le braccia. Provò a rimanere col fucile abbassato, ma in linea orizzontale, tenendolo con ambe le mani nei punti buoni. Quello era il suo modo di riposare le braccia.

Era forse da un'ora in attesa, quando gli parve di sentire un frussi frussi davanti a sè. Un altro ramarro? o una lepre? No, era stato un rumore più forte; ma era anche cessato. Forse un manipolo di nemici, che voleva andare guardingo, e perciò, fatto un po' di strepito per inavvertenza d'un soldato, si fermava tosto, per distrar l'attenzione delle sentinelle morte? Ah, se queste era, il nemico fallava i suoi conti, perchè l'attenzione di Aminta era più tesa che mai. Ancora uno strepito, il suono di cosa che strisci violentemente tra le foglie; certamente un uomo che s'avanza in un campo di grano turco; poi più nulla: poi da capo un rumor sordo, ma cadenzato, uniforme. Aminta è cacciatore e non ricorda più che gli usi del cacciatore; si abbassa, mette l'orecchio a terra ed ascolta. Non c'è più dubbio; son passi d'uomini; e di là, donde vengono, son passi di nemici.

Sorse in piedi, rimise il fucile al petto e aspettò ancora due minuti. Il rumore dei passi cresceva; oramai si sentiva allo sbocco del sentiero.

--Alt! chi va là?--gridò egli con voce poderosa.

Gli rispose un colpo di fucile. La palla passò sovra la sua testa, gnaulando.

Stavolta non e' era più dubbio; poteva tirare con cognizione di causa. Spianò il fucile e lasciò andare il suo colpo. Quindi, cercando una cartuccia nella giberna, si ritirò, secondo la consegna. Giunto alla svolta, aveva già calcata la cartuccia in fondo alla canna, e rimetteva a posto la bacchetta, quando si sentì dare il «chi va là?» ma con voce sommessa.

--Savoia;--rispose.

--Ah sei tu, Guerri?

--Son io, caporal Piras;--replicò egli, che aveva riconosciuta la voce del superiore.

--Che c'è?

--Il nemico.

--Ne sei ben sicuro?

--Perdio! Ho dato il chi va là, e mi hanno risposto con una schioppettata.

--È giusto;--disse il caporale.--Infatti ne ho udite due.--Ma arriviamo fino alla svolta, per sentire se si avanzano.--

Mossero allora verso l'angolo: il caporal Piras, piccolo sardo animoso, il soldato scelto Guenzi, che era con lui, e il nostro Aminta, volontario, che stava adattando un altro cappellotto al luminello del suo fucile.

Giunti laggiù, udirono i passi di gente che si avanzava lenta, fermandosi ad ogni tratto, come per ascoltare.

--Punta sulla mia spalla;--bisbigliò il caporale all'orecchio di Aminta;--e tu, Guenzi, un passo più in là, ma pronto subito a ritirarti. Ci siete? Fuoco!--

Tre colpi partirono, e i tre tiratori furono pronti a nascondersi dietro l'angolo. Parecchie fucilate risposero, e non solamente dal sentiero, ma anche da un campo che era più in là, poichè i nostri sentirono fischiare qualche palla entro la viottola, dove si credevano al riparo.

--Non importa;--disse il soldato scelto Guenzi, un piemontese di buon umore.--A qualcheduno l'abbiamo accoccata, e noi siamo sani tutti e tre.

--Animo, Via!--disse il caporal Piras;--ripieghiamoci sulle altre sentinelle.--

I due soldati obbedirono al comando, e appena furono al posto più vicino, ricaricarono i fucili.

--Che c'è, caporal Piras?--domandarono le sentinelle.

--Una pattuglia austriaca,--rispose il caporale.--Aspettiamo che si presenti, per mandargli la seconda di cambio.--

L'alba era vicina, e un leggero barlume, diffondendosi per l'aria greve, permetteva di distinguere appena i profili dei bastioni e il lungo dorso di monte Baldo. Le fucilate ricominciarono, da una parte e dall'altra; ma la ricognizione austriaca veniva innanzi molto lentamente. Ed era naturale, poichè tastava terreno davanti a se, volendo sapere dove fosse e come in forza il nemico.

Le sentinelle si erano ripiegate sui posti avanzati: e così, procedendo verso sinistra, e facendo ad ogni tanto i loro colpi, giungevano ad un punto dove il sentiero si spartiva in due.

--Caporal Piras, dov'è la ritirata?

--Sempre a sinistra, ha detto il tenente. Dunque per di qua.--

Entrarono allora risoluti nella viottola più bassa. Erano in quindici, e restavano in quindici, tra soldati e caporali. Ma dov'era il sergente Jemina, che avrebbero dovuto trovare per via? Già troppo cammino avevano fatto, dopo quel bivio, senza trovare nessuno, nè soldato, nè sott'ufficiale. E il fuoco continuava dai campi; e il nemico si avanzava, disposto a ventaglio, ma non per far fresco, davvero!

Un dubbio sorse nella testa di Aminta.

--Caporal Piras!

--Ebbene, che hai?

--Questa non è la strada.

--Perchè?

--Perchè non troviamo più nessuno dei nostri. Veda, del resto; il sentiero, in cui siamo entrati, piega insensibilmente verso il lago. Non crede Lei che tirando avanti così riesciremo all'aperto, sotto i bastioni di sinistra?

--Il Guerri ha ragione;--disse il soldato Isoardo;--andiamo in trappola!

--Pare anche a me;--borbottò il caporale, dopo alcuni istanti di osservazione.--Pure, il tenente ci ha detto: sempre a sinistra!

--Sempre a sinistra; ma non troppo!--replicò il soldato Isoardo.

--E allora che si fa? Saremo tagliati fuori!--disse il Guenzi.

--Questo poi non mi conviene;--rispose il caporal Piras.

--Neanche a me,--disse un altro.--Caporale, che pesci si piglia?

--Vada al lago, chi vuole pigliar pesci;--ribattè il caporale.--Io ritorno per di qua, a cercare l'altro sentiero.

--Sì, ritorniamo;--dissero tutti.

Ma il nemico era già al bivio; bisognava spazzare il cammino.

--Da bravi!--esclamò il caporal Piras.--Qui c'è una cosa sola da fare: una carica alla baionetta Oramai ci si vede quanto basta. Guenzi, Isoardo, Guerri, qua in prima fila con me! E voi altri serrate sotto! Non un colpo; baionette spianate; e avanti, Savoia!--

Savoia! Come è dolce il tuo nome, gridato nella mischia sanguinosa! Come scorre facile, ardente dalle labbra, accompagnando il passo, affrettandolo contro le ordinanze nemiche! Savoia! Savoia! Fu un grido solo, un urlo disperato, e su per la viottola campestre quel pugno di fantaccini incalzava come una falange macedone.

L'avanguardia nemica aveva scaricati i suoi fucili contro la piccola schiera, ma non ne aspettò l'urto; balenò davanti alla rovina e diè volta. Il passo era libero; due soli feriti; uno di essi Aminta, a cui era sembrato ricevere uno spintone al braccio destro, e che aveva creduto lì per lì di essere stato urtato da un compagno, nella furia del correre. A tutta prima non ne aveva fatto caso; ma poi, sentendo di non poter reggere il fucile, abbassò gli occhi a guardarsi la manica, e la vide strappata poco sotto alla spalla. Recò allora la mano allo strappo, e sentì un dolore acuto. Con la sensazione del dolore all'omero, gli venne alla mano uno spruzzo caldo di sangue.

--Cose da nulla!--disse il caporal Piras, dopo che ebbe verificati i danni.--Se rimanevamo a scaramucciare da lontano, ne buscavamo assai più. Eccoci finalmente all'incontro dei due sentieri. Prendiamo dunque quest'altro, che dev'essere il buono.--

Era il buono davvero. Il manipolo delle sentinelle ci aveva fatti a mala pena dieci passi, quando vide accorrere di là una compagnia di sostegno.

--Che c'è?--chiese il capitano Cattaneo, che ne aveva il comando.

--Una pattuglia austriaca;--rispose il caporal Piras.--Noi l'abbiamo caricata alla baionetta.

--Bravi!--esclamò il capitano Cattaneo.--Tanto più che non sarà solamente una pattuglia, ma molto probabilmente l'avanguardia di una ricognizione delle solite.

--Infatti, signor capitano, ci sparavano addosso anche dai campi laterali.

--Vedete? Ve lo dicevo io? Ed eravate in pochi, per una carica.

--Signor capitano, allo stretto si pareva di più. E poi, non era ancora giorno chiaro.

--Ah sì! _La nuit tous les chats sont gris_;--osservò il tenente Gordolon, un nizzardo, che parlava bene e volentieri il francese.

Il capitano Cattaneo ordinò alla compagnia di sostegno di prender posizione lungo le siepi. Il nemico era in forze, di là da un campo di grano turco, e sopra le vette delle piante ancor giovani si vedevano tratto tratto apparire le teste dei soldati, coi loro alti pentoloni neri.

Il fuoco ricominciò. Veramente, non era cessato; ma la compagnia di sostegno gli diede una gagliarda ripresa.

--Tenetevi più radi!--gridò il capitano ai suoi soldati.--Così! A dieci passi l'uno dall'altro! E tirate più basso, nel verde; la palla si farà strada.--

Aminta, col suo braccio sanguinante, era stato mandato indietro, ad aspettar l'ambulanza. Un bravo soldato, il Tonazzi, lo aveva fatto sedere al piede di un gelso, e lo rinfrancava con qualche sorso di _rum_ della sua fiaschetta. Che rabbia! Li vedeva, di là, i negri cappellacci con l'aquila bicipite di argento falso, che luccicava ai primi raggi del sole, e non poteva più spianare il suo fucile, per mandar loro qualche palla, egli cacciatore dall'occhio sicuro e dal colpo infallibile!

Come il capitano Cattaneo aveva detto dianzi, quella era una ricognizione in tutte le regole. Non accennava a volersi avanzare di più; ma faceva un fuoco assai vivo. Perciò il battaglione si avanzò tutto quanto, pronto ad entrare in azione, e venne anche una compagnia di bersaglieri al passo di corsa, per snidare il nemico dal campo, dove pareva aver messe le barbe.

--Oh, bravo, Arrigozzi!--gridò il tenente Gordolon ad un bell'ufficiale dalla persona alta e dal fiero aspetto, che guidava i cappelli piumati.--Sei venuto a prendere la tua parte?

--Spero bene che ci avrete lasciato qualche cosa;--rispose l'Arrigozzi, passando e salutando con la sciabola.

I bersaglieri, giunti al sentiero, si ordinarono tosto in manipoli, e si cacciarono risoluti nel campo, con le baionette puntate in avanti. Frattanto il tenente Parodi aveva detto ai suoi:

--Ora voi altri, ragazzi miei, prendete un po' di riposo, che lo avete guadagnato. Chi ha pane nella sacca ne mangi un boccone. La zuppa verrà tardi, quest'oggi.--

Niente fa scorrere il tempo come le schioppettate. Con questo non s'intende di raccomandarle agli annoiati, che potrebbero anche abusarne; si dice solamente per accennare un fatto psicologico, abbastanza curioso, e che a molti parrà anche in contraddizione con la eterna lunghezza delle ore di pericolo. Forse la ragione di una tale diversità di sentimenti sta in ciò, che il pericolo in guerra è un pericolo _sui generis_, affrontato in molti, che s'incuorano a vicenda e si riscaldano, e son capaci anche di celiare, di ridere e di far ridere. Infine, che ne so io? Quanti hanno avuto pratica di queste cose vi diranno che al fuoco non hanno contate le ore.

La scaramuccia durò un pezzo, tanto che venne la zuppa, prima che i bersaglieri e la compagnia di sostegno avessero finito di scambiar colpi con un nemico, il quale si era ritirato sotto la protezione delle batterie e non voleva aver l'aria di cedere. Venne la zuppa, portata in due grosse pentole di ferro, sostenute da una stanga, passata attraverso i due manichi mobili. Fumava, l'aspettata, la sospirata, e mandava un soavissimo odore di lardo. I soldati si rizzarono in piedi, fiutando il vento, come le cavalle di Omero.

Ahimè! Quella zuppa doveva finir male. I quattro soldati di cucina che la portavano, ebbero a passare in una larga radura, donde la videro gli artiglieri austriaci dai bastioni. Un ufficiale di cattivo umore, a cui forse non avevano portata la sua, si prese il gusto matto di turbare la colazione degli altri. Un cannone fu puntato, partì il colpo, e una delle solite palle la trentasei venne a ficcarsi nel terreno, venti o trenta passi discosto dagli invocati distributori del brodetto spartano. Titubarono alquanto i soldati, e pensarono di piegare da un lato; così perdettero tempo, e un'altra palla arrivò, anche più vicina della prima. Essi allora non aspettarono la terza; rovesciarono le pentole, e via.

Non li disprezziamo per ciò. Quei soldati erano dei buoni, e avevano fatto in ogni incontro il loro dovere. Ma è regola che il soldato di cucina non si batte. Se non si batte, perchè correrebbe il rischio dei compagni che si battono? Sono ventiquattr'ore che egli regala a sè stesso, alla famiglia, alle probabilità matematiche di portar salva la pelle a casa.

Aminta assistè dal suo posto ad una scena curiosa. I soldati che si battevano, non avendo le stesse ragioni dei loro compagni di cucina, scambio di fuggire dal posto preso di mira, si buttarono per disperati, a raccogliere i pezzi di carne lessa, e le manate di riso, per riempirne le loro gamelle, che, poveracci, avevano già slacciate dagli zaini. Quel giorno, adunque, in premio della loro carica alla baionetta, gli uomini del caporal Piras mangiarono il riso senza brodo, ma per contro bene imbrattato di terriccio e sparso anche di sassolini. La fame è cieca e non bada a queste piccolezze.

Poco dopo venne il medico Baratelli, a visitare i feriti. Trovò che il soldato Guerri aveva l'osso dell'omero scheggiato, e allora, fatta una fasciatura alla lesta, mandò il ferito all'ambulanza del campo. Quel medesimo giorno Aminta era avviato all'ospedale di Brescia.

Il carro dell'ambulanza si mosse dalla cascina Fedalora mentre il reggimento si disponeva a lasciare il campo, insieme con tutta la divisione, per passare il Mincio e andarsi a piantare entro il famoso Quadrilatero. Un'altra divisione doveva sostituire quella comandata dal vecchio e prode Mollard, nell'assedio di Peschiera. Dicevasi che per allora Peschiera e Mantova si sarebbero mascherate, e che il grosso degli eserciti alleati avrebbe investito il campo trincerato di Verona, sperando di trarre a giornata l'esercito nemico e di dargli un altro Solferino là dentro. Al povero Guerri non sarebbe toccato più niente di quella distribuzione, poichè andava all'ospedale. «Distribuzione» era il vocabolo usato allora dai soldati piemontesi, per indicare le schioppettate. Qualcheduno anzi v'aggiungeva «di fagiuoli», dicendola ottima, per accompagnare l'eterno e solitario riso della minestra quotidiana.

Aminta partì, salutato dal bruno Fogazzaro, dal pallido e gentil Prampolini, dal biondo angelico Simone, dal nero Isoardo, dall'olivigno Piras, e a farla breve da tutti i suoi amici più cari, dai suoi dilettissimi fratelli d'armi. Gli parve, spiccandosi da loro, mentre il veicolo si metteva in moto, di separarsi dalla sua stessa famiglia. È infatti una famiglia, il reggimento; anzi un aggregato di famiglie, come i vecchi _clans_ della Scozia; ed è padre il capitano, nonno il maggiore, bisnonno il colonnello.

E la famiglia sua vera, che aveva lasciata alle Vaie? Ci pensò allora, dopo aver ricevuta la parte sua, nella grande distribuzione. Fino a quel giorno era vissuto in uno strano tumulto di idee, nella confusione della gloria, e gli era sembrato di marciare in mezzo ad una polvere luminosa, che gli nascondesse tutto intorno l'aspetto delle cose.

Da suo padre aveva ricevuto una lettera sola. Dio sa quante altre n'erano andate smarrite! Ma da altri modenesi aveva sapute le notizie della patria. Il duca Francesco V era fuggito a Vienna. Il conte Jacopo Malatesti, fedele alla sventura, lo aveva seguito a Vienna. E suo figlio Gino? Si diceva che fosse sparito dalla città, ma della via che aveva presa non si sapeva nulla di certo. Il marchese Paolo, ministro del duca, non si era mosso dagli Stati felicissimi, ma non più fedelissimi, dicendo a chi voleva e a chi non voleva sentirlo, com'egli avesse disapprovato sempre il poco liberale indirizzo del governo del suo signore, insistendo spesso per fargli dare una Costituzione. Pochi credevano; i più sorridevano e lasciavano dire. Erano così felici di aver scosso il giogo! E il marchese Paolo, probabilmente citando più che mai il gran poeta della patria, si era ritirato a vivere in una sua villa sul Reggiano, dopo aver mandato un saluto amorevole al Governo provvisorio. I governi provvisori sorgevano da per tutto, in quei giorni. La tirannide era stata dissipata, come una nebbia molesta, dal sole di Magenta. La Lombardia, i Ducati, la Legazione di Bologna, la Toscana, erano libere; già si aspettavano le rivoluzioni di Palermo, di Napoli, di Roma. Quanto a Venezia, ci si andava; la città delle Lagune aspettava fremente.

Un celebre chirurgo militare, il Larrey, osservò che al tempo suo (quello delle grandi guerre napoleoniche) guarivano più facilmente le ferite dei vincitori, che non quelle dei vinti. Sapere che la tua ferita è stata utile a qualche cosa, è già un conforto: udire che il tuo reggimento procede di vittoria in vittoria, che il tuo esercito è entrato nella capitale del nemico, ed ha potuto dettare, giunto alla sua meta, le condizioni di pace, è una gioia in cui si annegano molti dolori. Così stando le cose, Aminta Guerri partiva felice per l'ospedale di Brescia. Portava un omero scheggiato, fors'anche spezzato; ma non sentiva al braccio che un gran calore: l'infiammazione dei tessuti, forse; molto probabilmente le forze della natura, che già lavoravano al doppio ufficio della eliminazione e della riparazione.

Il carro dell'ambulanza andava con motto uniforme sulla grande strada maestra, che da San Martino di Pozzolengo metteva a Desenzano. Aminta rivide il bel lago di Garda, che sembrava un mare, ma che, scambio degli effluvii marini, portava quelli dei cedri e degli aranceti di Salò. Addio Lonato, dall'alto castello veneziano, che raffigura da lungi le immani rovine di una rocca ciclopica. Addio Ponte San Marco, dove Aminta non vide nè il ponte nè il santo, ma donde mandò un saluto e un pensiero affettuoso a Calcinato su Chiese, nobile borgo ospitale, bianca apparizione torreggiante dal colmo d'un poggio, sul fondo verde azzurro della pianura lombarda.

Calcinato domanda un ricordo, se pure non è più giusto il dire che lo comanda, a chiunque faccia la via da Brescia a Peschiera. È una grossa terra e val molte città, col suo vasto abitato, con la sua chiesa più vasta dell'abitato, e co' suoi cuori più vasti della chiesa. Calcinato è forse il paese d'Italia che abbia veduto passare più soldati, dal Quarantotto in poi, causa la sua poca distanza dal Mincio, su cui tante volte si sono messe a cimento le fortune della patria. Ho detto che il paese è largamente ospitale; aggiungerò che è italiano fino al midollo. Fossero mille, diecimila, ventimila i suoi ospiti. Calcinato non si è sgomentato mai. Alto, sopra il suo poggio solitario, non ha mai badato a miserie. E lo paga de' suoi nobili sacrifizi l'amore di quanti soldati furono ospiti suoi, cappotti grigi, camicie rosse che fossero. Si rammenta sempre come una gloria la sua bella piazza castellana, che vigila i colli di San Martino; la sua gran chiesa bianca, che guarda Brescia e Bergamo, intravvedendo Pontida; il sembiante aperto e il sorriso fraterno de' suoi abitanti; la festa dei suoi giardini; la grazia de' suoi salotti; la gentilezza modesta delle sue fattorie; perfino il profumo dei suoi larghi fienili, delle sue legnaie, sotto i porticati delle corti campestri.

Mentre noi c'indugiamo in questi ricordi, Aminta Guerri è giunto a Brescia, ed è calato dal carro dell'ambulanza, davanti all'ingresso dell'ospedale di Santa Eufemia.

Capitolo XIX.

Sant'Eufemia!

Si sentiva debole, il povero Aminta. La via da Desenzano a Brescia non è lunga, e la rendeva anche più breve il viaggio in istrada ferrata, poichè da alcuni giorni quel tratto di ferrovia, rotto dagli Austriaci, era stato riparato dai nostri. Ma le scosse del convoglio, i trapassi faticosi dal carro dell'ambulanza di campo al convoglio, nella stazione di Desenzano, e dal convoglio a un altro carro d'ambulanza, nella stazione di Brescia, non erano fatti per ridar le forze ad un uomo, che aveva una palla in un braccio, l'osso dell'omero scheggiato, fors'anche spezzato, e una febbre da leoni per giunta.

Egli era meno infelice tuttavia di tante migliaia di feriti del 24 di giugno, che avevano dovuto far la strada su carri scoperti, alla vampa del sole, sdraiati su poca paglia, messi a rinfusa, cercando un ricovero negli ospedali improvvisati di Desenzano, e via via di Lonato, di Ponte San Marco, di Rezzate e di Brescia, senz'altra cura possibile, lungo la strada, fuorchè la speranza di ottenerne, appena giunti in un rifugio, che fosse meno riboccante di loro compagni di sventura.

Aminta salì nondimeno da sè le scale di Sant'Eufemia, leggermente sorretto da un infermiere. Fu fatto entrare in una corsìa, dov'era ancora un letto libero. Si dice ancora, ma si potrebbe dire che era stato lasciato libero a mala pena, poichè il soldato che l'occupava da sette giorni era andato quel giorno a dormire il gran sonno. Lui partito, si era mutata la biancheria e messo a capo del letto un altro cartellino. Su questo fu scritto un altro nome, quello di Aminta Guerri, vi si aggiunse la patria, il reggimento, e, appena fu giunto il medico per la visita, anche la qualità della ferita. Così il letto del N. 151 aveva cambiato proprietario.

--Speriamo bene;--aveva detto il medico, dopo avere attentamente visitato il ferito.--Mi pare che tutto proceda a dovere. La palla si sente e non sarà difficile estrarla. Riposate ora un tantino.

--Signor dottore,--disse Aminta,--vorrei chiedere una grazia.

--Scrivere alla vostra famiglia?--disse il dottore.

--Sì; come ha indovinato alla prima!

--Eh, ci vuol poco, mio caro. È il primo pensiero del ferito, appena giunge all'ospedale. Le prime cure che riceve da persone ignote, quantunque amorevoli, richiamano alla sua mente quelle che vorrebbe avere dai suoi.

--È vero;--disse Aminta.--E se potessi far sapere ai miei che son qua, all'ospedale di Sant'Eufemia...

--È presto fatto;--replicò il medico militare, un forte e simpatico giovanotto, a cui non toglievano bellezza, aggiungendo gravità, le due lenti piantate sul naso.--Ho qua dentro dei foglietti di carta e delle buste. Dettate e scriverò. Nessun ringraziamento, vi prego; son cose che fanno perder tempo, e basta sottintenderle.--