La montanara

Chapter 25

Chapter 253,864 wordsPublic domain

--Consentite, caro conte, che ne faccia uno io,--interruppe il ministro,--pregandovi di lasciare l'Eccellenza in disparte. Rammento che fummo amici, e che voi mi chiamavate Paolo, senz'altro. Quali ragioni ci abbiano raffreddati, io non so; voglio credere che sia avvenuto per qualche error mio, troppo aiutato in voi da un sentimento di alterezza, che ho sempre ammirato. L'uso del potere, come ho dovuto sperimentare in altri, riesce a guastare i migliori caratteri, e forse ha guastato anche il mio. Ma siamo ancora gli amici d'una volta, non è vero?--soggiunse il ministro, prendendo amorevolmente la mano del conte Jacopo.--Voi stesso lo avete capito così bene, che siete venuto da me, in un momento di bisogno, come io sarei venuto da voi. Questo volevo dirvi, di questo volevo ringraziarvi. Ed ora, mio vecchio amico, parlate.--

Il conte Jacopo, s'inchinò, commosso, e strinse ripetutamente la mano del ministro.

--Prima di tutto,--diss'egli poscia,--vogliate rispondere ad una mia domanda. Il barone De Wincsel è agli arresti per la sfida mandata a mio figlio?--

Il ministro rimase un istante perplesso, o finse di esserlo; quindi, mostrando di vincere una sua ripugnanza, rispose:

--Mettete che sia così.

--Ebbene,--ripigliò il conte Jacopo,--io vi domando la sua liberazione. Spero che intenderete il perchè della domanda, della preghiera che vi faccio. Non si ha da dire in Modena, e neanche da sospettare, che un Malatesti abbia sfuggito il pericolo di un duello, mandando agli arresti il suo avversario.

--Nessuno lo dirà:--osservò il ministro.--Se qualcuno lo dicesse, non lo crederebbe nessuno.

--Grazie;--rispose il vecchio Malatesti.--Ma ad ogni modo, per la tranquillità dell'animo mio, ve ne prego...

--Ahimè, Jacopo!--esclamò il ministro, con accento di sommo rammarico.--La prima cosa che mi chiedete è appunto quella che io non posso concedervi, e per due distinte ragioni.

--Due ragioni!--ripetè il conte Jacopo.

--Sì, due! La prima è questa, che impegnerebbe anche uno più potente di me, come a dirvi Sua Altezza Serenissima. Ho data una parola; e a questa non si manca.

--È strano!--esclamò il conte Jacopo.--E chi può aver chiesto a voi una parola simile, in cosa che risguarda mio figlio?

--Quando io ve lo dicessi, il fatto non si muterebbe per ciò.

--Sia;--riprese il vecchio Malatesti, intendendo di essere andato troppo oltre.--Ma gli arresti del barone De Wincsel non vorranno mica essere eterni. Quando egli escirà....

--Il barone escirà per sottomettersi ad un arbitrato, e chiedere scusa al conte Gino, o per ritornarsene a Vienna;--rispose il ministro.--Per questo sono già avviate le pratiche opportune.

--Andrete fin là!--gridò il conte Jacopo.

--Fin là, mio buon amico, ed oltre ancora, se fa bisogno. Ciò per la seconda ragione, che io vi dirò schiettamente. Non entra nei concetti del governo che si facciano duelli tra ufficiali, specie stranieri, e cittadini dello Stato, specie della classe più alta e più in vista. C'è, non molto lungi da noi, chi bada a queste cose, le nota, le propala artificiosamente, per farsene arma contro di noi. Parlo liberamente,--soggiunse il ministro,--davanti al conte Gino, vostro figlio, che è stato in Piemonte e sa benissimo ciò che io voglio dire. Ora gli artifizi non debbono offuscare i fatti, e il fatto, nel caso presente, è questo, che le nostre intenzioni son pure. Ma poichè in politica non basta essere, e bisogna anche parere, sopra tutto parere quello che si è, noi non daremo occasione o pretesto a sospettare di noi quello che non è. Un diritto storico sostiene Casa d'Este e i suoi legittimi eredi; l'amore dei popoli è e deve apparire l'unica difesa di questo sacro diritto. Questo fu sempre il mio pensiero, questa la mia dottrina di governo, a cui s'aggiungono i consigli dell'esperienza. Non è più possibile, dopo il gran fatto della Rivoluzione francese, dopo il lievito di idee nuove, anche false e pericolose, che l'impresa napoleonica ha lasciato per tutta Europa, e più che altrove in Italia, non è più possibile, io dico, fondar nulla sui principii di un cieco assolutismo. Eppure, voi lo sapete al pari di me, in tempi che volevano prudenza somma, fermezza e dolcezza paterna, noi non abbiamo quasi fatto altro che della cattiva politica.--

Il conte Jacopo scosse malinconicamente la testa, come per rispondere:--«lo so benissimo!» Ma l'atteggiamento delle labbra voleva soggiungere:--«che ci ho da far io?»

--Voi non ci avete colpa;--ripigliò il ministro, indovinando il pensiero del vecchio Malatesti.--Voi siete stato fuori di queste miserie; beato voi! Ma se volete dimenticare i nostri dissidi, riconoscerete anche la lealtà delle mie intenzioni. Si vede il meglio e si pon mano al peggio, pur troppo. E perchè questo? Perchè non si è sempre padroni di fare ciò che la dottrina e l'esperienza consigliano. Abiti inveterati, ragioni d'ambiente, i medesimi dirizzoni dei nostri tutori.... Perchè, infatti, noi siamo ancora sotto tutela. I maneggi e le insidie di un governo che ebbe sempre l'audacia all'altezza delle proprie ambizioni, hanno costretta la Casa d'Asburgo ad una estrema vigilanza, di cui qualche volta hanno sentito il peso i suoi protetti, assai più che non i suoi stessi nemici. Così abbiamo dovuto apparire troppo rigidi noi, i quali non desideravamo che di aver pace e di darne. Di ciò vi ho detto abbastanza, mio vecchio amico, e vi soggiungerò col nostro poeta: «_Se' savio e intendi me' ch'io non ragiono_.»--

Citava anche Dante, il signor ministro, e lo chiamava «il nostro poeta.» Ah, di sicuro, la rivoluzione era nell'aria.

Gino ascoltava, maravigliato da tutta quella soavità di discorso e da tutta quella umanità di pensieri. Il marchese Paolo era un mago, un incantatore, un affascinatore di spiriti. Ed era quegli il terribile ministro che aveva mandato lui a confine senza ombra di processo? Sicuramente; e in una breve esposizione delle sue idee, seguita da un discreto accenno alla pratica cui era stato condannato, lasciava anche intendere come avesse potuto ordinar cose contrarie alla sua teorica, al suo ideale di governo.

--Ritorno al punto donde eravamo partiti;--ripigliava frattanto il marchese Paolo.--Questi duelli, questi scontri in cui si compiace troppo la bollente gioventù, sono riprovati dalla ragione, condannati dalla legge morale. Ma quello che avrebbe condotto il vostro figliuolo a incrociare la spada col barone De Wincsel era anche contrario alla ragione di Stato. Se mi fosse giunta per le vie ordinarie la notizia della sfida, avrei provveduto egualmente ad impedire il duello. Ne fui straordinariamente avvertito, ve lo confesso, e promisi di fare quello che ho fatto; lo promisi tanto più volentieri, in quanto che il provvedimento rispondeva perfettamente al mio modo di vedere. Non sapevo, mio caro Jacopo, non potevo credere che non rispondesse egualmente al vostro.

--Per la ragione che vi ho detta;--rispose il conte.--Ragione intima, come vedete, ragione delicatissima.

--Non lo nego, e per ciò appunto lodevole;--replicò il ministro.--Siete una stirpe di soldati, voi altri, e non dirazzate dai vostri antichi, no davvero! Sono le grandi occasioni, quelle che mancano a voi, come a noi. Ma chi sa? L'avvenire è così grande!

--Io mi auguro,--disse il conte Jacopo, non intendendo quell'accenno al futuro,--io mi auguro almeno che mio figlio viva da gentiluomo e curi severamente l'onore della sua casa. Egli ha potuto in qualche cosa dispiacervi, lo so, ma voglio anche sperare....

--Volete parlare del suo confine a Querciola?--interruppe il ministro.--Ahimè! Quella è stata una dolorosa necessità dell'ufficio. Ma egli non mi serba rancore d'una pena, che fu del resto leggerissima e non lascerà traccia nella sua vita di cittadino. Essa era del resto diretta, anzi che a punir lui, a tenere in rispetto certi altri spiriti impazienti, che avrebbero potuto comprometterlo.--

Impazienti! Aveva proprio detto impazienti! Gino raccolse quel mite aggettivo e lo messe accanto alle altre concessioni di Sua Eccellenza. Ma che diavolo era quel signor ministro? Fiutava i tempi, o era, dentro la sua conchiglia ufficiale, una perla d'uomo e di cittadino?

Comunque s'avesse a giudicare di ciò, il nostro Gino non istette alle mosse.

--Se mio padre permette, Eccellenza,--entrò a dire gli timidamente,--bramerei di aggiunger io qualche cosa.

--Vostro padre mi farà questa grazia;--rispose con la sua amabilità singolare il ministro.--Parlate, signor conte, parlate pure liberamente, come fareste ad un amico.

--Ho veramente bisogno di questa libertà e di questo incoraggiamento benevolo;--disse Gino Malatesti.--Vostra Eccellenza ha toccato poc'anzi del confine a cui sono stato condannato. Non mi lagnai da principio della pena che mi fu inflitta, riconoscendo di averla meritata; non me ne lagnerò mai, ricordando che nel mio luogo di pena ebbi accoglienze più che ospitali, fraterne.

--Lo so;--disse il ministro.

--Orbene, io debbo aggiungere che lassù, alle falde del Cimone, non rattenni la lingua, ricaddi in quel fallo che mi aveva già meritata la prima punizione.

--Anche questo mi è noto;--rispose il ministro.--Ho letto di certa gita ad un lago, e del nome che qualcheduno ha voluto imporre ad una piccola barca. Troppo piccola, invero, me lo vorrete concedere;--soggiunse egli, sorridendo;--troppo piccola, per portare una così grande fortuna!

--Lo riconosco. Eccellenza;--disse Gino umilmente.--Ma non voglia dimenticare che il qualcheduno son io. E se l'inchiesta non ha messo in chiaro questo punto, è mio obbligo di gentiluomo, anzi meglio, di galantuomo, dichiararmi colpevole di ciò, come di tutto l'altro che può essere spiaciuto al governo.

--A quel che vedo,--disse il ministro, sempre con quel suo sorriso sul labbro,--voi vorreste, conte, andare nuovamente a confine. Ma badate, stavolta, essendo recidivo, potrebbe toccarvi di peggio.

--Sia quel che si vuole, Eccellenza, purchè per il reo non siano condannati gli innocenti. Dio santo!--continuò Gino, animandosi.--Avevo già argomento di credere che nessuno sarebbe stato molestato per una colpa mia, tutta mia, ed oggi son costretto a temere da capo.

--Perchè?--disse il ministro, aggrottando le ciglia.--Chi e che cosa ha potuto farvi credere che si vogliano colpire persone innocenti, se di innocenti si tratta?

--Ma.... veramente....--balbettò Gino, non volendo proferire il nome della marchesa Polissena.--Non mi domandi Vostra Eccellenza come io lo so; pensi soltanto che me lo han fatto creder possibile.

--Vi han fatto credere una cosa.... assai dura per me;--rispose gravemente il ministro.--Certo, un'inchiesta è stata fatta. Era obbligo dell'autorità il farla, come sarebbe obbligo mio di appurare i fatti, e di condur le cose fino ad un processo, non per colpire innocenti, ma per mettere in chiaro la verità e dare ad ognuno il suo. Ma questo, come è legalmente giusto, sarebbe prudente del pari? Eccovi il dubbio, che mi ha trattenuto finora.... e che mi tratterrà certamente dell'altro. La politica è scienza ed arte; vostro padre, esperto com'è delle cose del mondo, può dirvi quante transazioni e compromessi ella consigli e richieda.

--Vostra Eccellenza ha una bell'anima;--gridò Gino, usando spontaneamente l'artifizio di chi vuole ad ogni costo ottenere una grazia.--Mi ha mostrato or ora i suoi dubbi; faccia un atto di carità, mi rimandi con la certezza che i signori Guerri non saranno molestati.

--Vi premono molto!

--Sì;--rispose Gino.--Il primo e il vero colpevole son io; è dunque un sentimento di onestà che deve muovermi a pregare per essi Vostra Eccellenza.

--Aggiungete alle sue preghiere le mie;--disse il vecchio Malatesti.--Mio figlio, nella sua impazienza giovanile, ha prevenuto il mio pensiero. Preme anche a me, Paolo, preme a me più che a lui, che i signori Guerri di Fiumalbo, ospiti e amici di Gino, non abbiano a pentirsi della loro cortesia, della loro liberalità, verso un conte Malatesti. Contentate un padre, mio buon Paolo!--soggiunse il vecchio, con accento supplichevole.--Contentate un padre, che ha già troppe ragioni di rammaricarsi del male che ha fatto.--

Il ministro guardò con aria di stupore quel vecchio gentiluomo, che gli apriva con tanta schiettezza il suo cuore.

--Perchè dite questo, Jacopo?

--Perchè lo sento, e perchè mi sembra di esser meno colpevole, accusandomi. Se sapeste come son pentito di aver voluto queste nozze, e di averle imposte a mio figlio! Mi scusi almeno nel cuor suo il pensare che io credevo di assicurare la sua felicità.

--Eh via, non temete tanto che essa sia per mancargli!--rispose il ministro.--Siamo calmi e prudenti, nel considerare le cose. Appunto perchè ho veduto che s'incominciava a perder la calma e si rischiava di dimenticare la prudenza, ho fatto io quello che ho fatto. So che non c'è nulla di cui vostro figlio abbia seriamente a dolersi. Un po' di leggerezza, lo capisco; troppa gente in casa vostra!... Ma qui la contessa non ci ha colpa. Gli usi della casa paterna le hanno dato l'esempio. Questi usi, poi, non sono insoliti nelle nostre città, e non bisogna neanche accusare quella povera marchesa Polissena. In Italia le abbiamo sempre avute, queste case ospitali, veri porti di mare, dove affluiscono tutti, cittadini e forastieri, nobili di sangue e nobili d'intelligenza, poeti, maestri di musica, scultori, pittori, diplomatici e soldati. Un padrone di casa che abbia un bel palazzo e delle consuetudini di magnificenza, una signora che sappia ricever bene le persone che la sua bellezza ha attirate, qualche bella ragazza per farle riscontro, un buon Erard da suonare, un bell'albo da riempire di versi e di bozzetti, di massime e di tocchi in penna, una tazza di tè alla sua ora, dei vecchi quadri, delle vecchie tappezzerie da far ammirare dagli intelligenti, ma sopra tutto dagli ignoranti, ed eccovi il salotto naturalmente formato, eccovi il ricevimento obbligato in chiave. È storia vecchia oramai. Capisco che per esser vecchia, non dovrebbe esser più quella dei nostri giorni. I gusti e i passatempi dovrebbero cambiare secondo le età. Occasioni di passar la serata gradevolmente, ogni città ne offre a tutte le borse, a tutti i gradi d'intelligenza e di educazione. Il salotto alla francese si capisce ancora, ma in Francia, a Parigi: dove son cento, questi luoghi di amabile ritrovo, e ogni padrona di casa può scegliere la sua società. Da noi la società non può esser scelta, quando il salotto è unico, e tutti ci si affollano, e quei tutti son sempre i medesimi. Il salotto del tipo nostro, vero anacronismo vivente, è un allargamento della famiglia, una invasione, un quartiere d'inverno, che tutti, amici e conoscenti, prendono in casa vostra, ed è naturale che il padrone sia quello che ci vive peggio di tutti. Vo' dirlo questa sera alla marchesa Polissena. Ciò servirà per dare una diversione alle sue collere. Ci verrete anche voi, non è vero?

--Il mio Gino non potrà fare a meno di recarsi a cercare sua moglie;--rispose il conte Jacopo.

--Ah, già, la contessa Elena è a pranzo da sua madre;--notò il ministro, ricordandosi.--La marchesa mi ha detto anche questo. Venite anche voi, Jacopo. Ci sono dei momenti che tra moglie e marito un testimone è necessario, per rendere impossibili i discorsi aspri, ed anche i silenzi noiosi. Del resto, lasciate fare a me;--soggiunse il ministro.--Metteremo la pace in quello spirito esacerbato della marchesa. Ella ha un po' di deferenza per me; nè io, se bisognerà, le risparmierò le osservazioni.

--Ve ne sarò grato, mio buon Paolo!--disse il vecchio Malatesti.

--E ai signori Guerri...--disse Gino a sua volta.--Ai signori Guerri nessuna molestia, non è vero, Eccellenza?

--Conte Gino,--rispose gravemente il ministro,--ho fatto una solenne promessa a vostro padre. I vostri ospiti ed amici di Fiumalbo non saranno toccati, fino a tanto sarò io a questo posto, per la fiducia del principe, e per la mediocrità dei tempi.--

Ancora i tempi! e dichiarati mediocri! Evidentemente, il ministro diceva così per modestia, e un umile cenno del capo, ond'era accompagnata la frase, voleva darle un significato di quella fatta. Ma insieme con l'umiltà del gesto veniva un'occhiata espressiva, che il conte Gino poteva interpetrare molto diversamente.

--È tempo che vi leviamo l'incomodo;--disse il conte Jacopo, alzandosi.--Poc'anzi il vostro servitore è comparso sull'uscio, e voi l'avete rimandato con un gesto.

--Che!--disse il ministro.--C'è sempre tempo, per mettersi a tavola. Aggiungete, mio caro Jacopo, che un buon antipasto vale il migliore dei pranzi. La vostra visita mi ha colmato d'allegrezza, sapete? Grazie, grazie, grazie!--soggiunse il marchese Paolo, con grande effusione di cuore, e stringendo forte le mani del vecchio Malatesti.

Poi, rivolgendosi a Gino, così gli parlò:

--State di buon animo, mio giovane amico. Se la vita domestica ha qualche pena, non vogliate affliggervi oltre misura. In fondo, questa vita non è profondamente triste che per le condizioni medie, siano esse di fortuna, o d'intelletto. I gran signori a cui tutte le ambizioni son lecite, i grandi ingegni a cui son comandate, non si fermano troppo a meditare su queste miserie e non ne sentono l'affanno invincibile. Anche quando hanno l'inferno in casa (e voi non lo avete; mettiamo che sia appena appena un piccolo purgatorio) possono escirsene fuori «a riveder le stelle», come il marito di Gemma Donati, il quale fu un savio, pari al marito di Santippe. Chi ha le grandi cose nell'animo deve raccogliersi in quelle, per prepararsi alle grandi cure. La patria ha mestieri di uomini capaci di servirla e sciolti da ogni altro pensiero, per dedicarsi intieramente ad essa. Voi m'intendete, non è vero? Sia piccolo grande lo Stato, ha sempre un fine più vasto e più alto di ciò che appare nelle sue circostanze presenti. Abbiate dunque le idee tanto larghe da comprendere quel fine, a cui potreste aver la fortuna e l'onore d'indirizzarlo voi stesso; non rimpicciolite queste idee nelle noie e nei sopraccapi della vita domestica; tutte cose che si acconciano per via, e ordinariamente da se.--

Bei consigli, in verità, quelli del marchese Paolo al conte Gino Malatesti. Egoistici, se vogliamo, ma niente più di tanti e tanti altri che governano il mondo. Ma che potevano fare quei consigli, ad un cuore infranto come quello di Gino? Il ministro non vedeva che un lato della quistione: i dissapori e le noie domestiche del giovane Malatesti. Egli dimenticava Fiumalbo, e la fanciulla dei Guerri.

Quella sera, secondo l'uso suo, il marchese Paolo andò a visitare la sempre bella Polissena. Le apparizioni serali del potentissimo personaggio in casa Baldovini erano la gloria e la forza della signora marchesa, il cui salotto poteva considerarsi come un'appendice della Corte ducale. Si era sicuri di trovar là il Governo, e si andava a raccogliere i sorrisi, a raccattare i monosillabi, che cadevano dalle sue labbra venerate. Dico i monosillabi, perchè non a tutti il marchese Paolo soleva parlare, come aveva fatto quel giorno ai Malatesti, in un momento di giustificata espansione. Ora, se i discorsi mancano, anche i monosillabi hanno il loro pregio, quando sono la voce del potere; di un potere tanto più eccelso, tanto più glorioso, in quanto che esso è esercitato in nome di un padrone assoluto, senza sindacato di Camere alte e basse, come senza divisione di autorità, di uffici e di carichi.

Polissena aspettava il ministro; lo aspettava per consigliarsi con lui, in apparenza, ma nel fatto per avere da lui l'autorità di minacciare un grosso guaio a suo genero, al ribelle, che voleva comandare in casa propria. Immaginate dunque lo stupore della bella marchesa, allorquando, poi ch'ella ebbe toccato il tasto della vendetta che bisognava trarre dei Guerri, si udì rispondere dal ministro una sola parola, e la meno aspettata:--Impossibile.--

--Impossibile, avete detto?--gridò ella.--E perchè?

--Perchè, cara mia, non c'è nulla di grave contro essi.

--E l'inchiesta?

--L'inchiesta è insufficiente. Non è riuscita a mettere in chiaro che certi discorsi fossero proferiti da alcuno di loro. Se c'è un filo da seguire, esso conduce dove non vorremmo andar noi, cioè a vostro genero.

--Strano!--esclamò Polissena.--Mi avevate pur detto!...

--Ho detto, sì, e ho detto male;--rispose il ministro.--Ora, con piena cognizione di causa, vi dico che non si può.

--Non si può! Non si può!--ripetè la marchesa,--Ma che ministro siete voi dunque?

--Un ministro come tanti altri del secolo decimonono;--replicò pacatamente il marchese Paolo.--Il potere è assoluto di nome, ma non lo è ugualmente di fatto. Il secolo agisce come l'aria, come l'etere, è qualche cosa d'invisibile, d'impalpabile, che s'infiltra da per tutto, e non ci lascia godere le beatitudini del vuoto.

--Non mi parlavate così questa mane!--notò Polissena.--Sopra tutto,---soggiunse con accento di amarezza,--non mi parlavate così l'anno scorso, al mio ritorno dai bagni di Lucca. Ma allora... ma allora!...

--Ebbene, che significa questo allora? Vi preparate, marchesa, a dirmi una cosa spiacevole e non vera, credendomi capace di prometter prima, per non mantener dopo! Via, siate giusta, Polissena, ed ascoltatemi. Sono il vostro buon servitore, voglio esserlo fino a tanto non vi prenda fastidio di questi capegli che incominciano a brizzolarsi maledettamente. Ma l'impossibile non si dee domandare a nessuno. Vi ho detto allora che si poteva fare un processo di ribellione ai Guerri, e, fidandomi di una prima impressione, su cui non ero più ritornato col pensiero, mi sono lasciato sfuggire qualche altra parola poco misurata, stamane. Ma ci ho pensato, quando voi siete partita; ho voluto rileggere quella benedetta inchiesta, e mi sono facilmente avveduto che non c'era nulla di grave, che si sarebbe commessa un'ingiustizia, a voler separare la causa dei Guerri da quella del conte Gino. Ora, le ingiustizie, o presto o tardi, si pagano; ve lo assicuro io, si pagano, anche quando la coscienza e l'intenzione del male mancassero. Vedete un po'! Ed io che ero tanto felice di non dover più pensare a quell'episodio di Fiumalbo!...

--Perchè allora ci siete ritornato stamane?--domandò la marchesa.

--Per non contrariarvi, Polissena, per calmarvi, in un momento difficile. Stamane, in verità, non ci vedevate più lume. Siete bella anche quando siete in collera; ma io vi amo meglio quando siete di buon umore. Ho tanto bisogno di pace! Via, siate buona, marchesa! E se volete ancora servirvi di me nel futuro, per quanto potrà durare il futuro di un ministro, non guastate la mia autorità nel suo principio, nella sua base, che è come dire nella mia stessa coscienza.--

Il ministro aveva proferita l'ultima frase col piglio di un uomo che non ha altro da aggiungere. «Ho detto» esclamavano in questo caso gli antichi oratori.

Polissena indovinò il salmo dell'antifona, ed abbassò prontamente le ali. Non poteva sperar nulla per le sue vendette da Paolo, poichè in lui il ministro prendeva il posto dell'amico. Pazienza, mia bella signora, pazienza! Non si ha tutto quel che si vuole, in questo povero mondo.

Un'ora dopo capitò il conte Gino, ed era, per caso insolito, accompagnato da suo padre. Al conte Jacopo, se non al figliuol suo, bisognava fare buon viso, e la marchesa Baldovini fece di necessità virtù.

--Ho sentito di qualche malinconia tra i nostri figliuoli;--disse il conte Jacopo, entrando risolutamente in materia.--Spero bene che la nube sarà dissipata. È questo il mio vivo desiderio, e risponde anche al vostro interesse, marchesa.

--Al mio?--esclamò Polissena.--In che modo?

--In questo, che voi non dovete fare uno scandalo, per una scioccheria.

--Non vedo come potrebbe nascere uno scandalo;--replicò Polissena, che le ultime parole del ministro avevano già ridotta agli estremi della sua resistenza.--Vostro figlio avrebbe voluto farne uno, battendosi col barone De Wincsel. Ma per fortuna ci si è messo riparo.

--E sta bene;--disse il conte Jacopo.--Anch'io, senza ammirar troppo l'espediente, lo accetto negli utili.