Chapter 24
--Dio mio! Il Lesarini, ferito? È un uomo che non conta nulla. Il Landi, ferito? È un vecchio amico nostro, e vorrà dimenticare queste scioccherie.
--C'è il De Wincsel;--notò la marchesa.
--Ah, sì, il De Wincsel! Ci venivo;--rispose Gino.--Al barone De Wincsel darò tutte le spiegazioni che egli mi chiederà.
--È un uomo delicato e non chiederà nulla.
--Tanto meglio per la sua delicatezza;--replicò Gino, spazientito.--Penserò, del resto, al vostro consiglio. Non credete voi che io debba in questo caso consultare anche mio padre?
--Che bisogno c'è di parlare al conte Jacopo?
--Lo vedo io, il bisogno, e spero lo riconoscerete anche voi. Mia moglie, per un semplice invito a lasciare il teatro, mi mette al punto di dover discutere con voi i termini di una solenne riparazione. È un affare grave, adunque, un affare di Stato! Se ella si è consigliata con sua madre, non dovrò io consigliarmi con mio padre?--
La marchesa Polissena stava per dargli risposta, quando fu bussato all'uscio, e un servitore entrò, annunziando l'arrivo di due signori, che chiedevano di parlare al conte Gino.
--Falli passare nel salotto;--disse Gino, dopo aver dato una guardata ai biglietti di visita che il servitore gli aveva consegnati.--Vengo subito da loro.--
Il servitore s'inchinò ed escì, per eseguire i comandi ricevuti.
--Suocera mia, permettete?--ripigliò Gino, volgendosi a Polissena.--Ripiglieremo la nostra conversazione più tardi. Se pure,--soggiunse con aria dolente,--non vi sembra che abbiamo discorso già troppo per così piccolo argomento.
--Che cosa vogliono questi signori?--domandò la marchesa, senza por mente alle parole di Gino.
--Non so; vado a vedere;--diss'egli.
--E chi sono?
--Due amici, signora.
--Due amici! E mandano i loro biglietti di visita!
--Mah!... Forse per non vedere storpiati i loro nomi da un servitore;--rispose Gino, sorridendo.
Era il suo primo sorriso, dacchè la marchesa Polissena era entrata nello studio. Ed era anche giusto che sorridesse, il povero conte Gino. La visita di quei due personaggi gli recava la speranza di un diversivo, di uno di quei buoni ed utili diversivi, che sono invocati, salutati come la man di Dio, nei momenti difficili.
La marchesa non domandò altro e lo lasciò partire, rispondendo con un cenno del capo al suo ossequioso saluto.
Capitolo XVII.
Le vittorie di Polissena.
Non erano due amici, in verità, quelli che aspettavano il conte Gino Malatesti. Uno di essi era un semplice conoscente, lo Schwabe, anch'egli barone, o qualche cosa di simile, anch'egli luogotenente di cavalleria, come il barone De Wincsel. L'altro era il marchesino Frassinori, un fatuo, un pretensioso, che egli non poteva soffrire.
--Li prego, vogliano sedersi;--disse Gino, assai cerimoniosamente, additando due sedie.--In che posso servirli?--
I due visitatori aspettarono che il conte Malatesti avesse preso posto sulla poltrona; poi sedettero anch'essi, stando bellamente sulla vita.
--Veniamo, signor conte,--disse il luogotenente Schwabe,--incaricati di una commissione del signor barone De Wincsel.
--Ah, bene!--rispose Gino, inchinandosi.--E che vuole?
--Vorrebbe...--ripigliò quell'altro.--Ma in verità, il verbo è improprio, nel caso presente. Il signor barone desidera uno schiarimento da Lei. Iersera, essendo egli in visita nel palco di Vossignoria, gli parve che Ella lo trattasse con molta freddezza, insolita in Lei. Gliene avrebbe richiesto direttamente, o allora, o più tardi, nell'uscir da teatro, fidando nelle loro buone relazioni d'amicizia. Ma questo egli non potè fare, poichè Vossignoria accompagnava a casa la signora contessa. Ora, Ella intenderà, signor conte; pensandoci su, gli son cresciuti i dubbi nell'animo. E siccome gli sta molto a cuore la stima di Vossignoria, che sa di non aver demeritata, la prega per mezzo nostro di volerlo rassicurare su questo proposito.--
Il discorso era gentile, e il conte Gino ammirò la delicatezza del barone Da Wincsel. Bisognava rispondere, e rispondendo non esser da meno.
--Il barone è cortese;--rispose Gino, inchinandosi ancora.--Egli mi offre una facile occasione per dirgli che ha male interpretato un momento di umor nero e dubitato a torto dei miei sentimenti per lui. Ma vedano, signori;--soggiunse egli tosto, frenando col gesto un bel movimento dello Schwabe;--ciò che sarebbe stato possibile ieri, da uomo a uomo, non lo è più egualmente stamane.
--E perchè di grazia?--domandò quell'altro.--Favorisca spiegarci la differenza che ci vede, e che non ci vediamo noi, l'assicuro.
--Ecco, signori miei;--ripigliò il conte Gino.--Ho sempre creduto che quando si presentano due gentiluomini, per incarico di un terzo, a chiedere una spiegazione...
--Uno schiarimento, perdoni!--interruppe lo Schwabe.
--Sia pure uno schiarimento;--disse Gino.--Quando si presentano due gentiluomini, per chiederlo in forma solenne, è cortesia fare in modo che essi non si siano scomodati invano. La loro commissione, signori, è larga, e non potrebb'essere altrimenti, trattandosi di persone così rispettabili; può andare dalla domanda di uno schiarimento a quella di una riparazione. Date certe circostanze, lo capisco;--soggiunse Gino, andando incontro ad una osservazione che già vedeva fiorir sulle labbra del suo gentilissimo contradditore.--Ma appunto perchè la solennità del messaggio suppone l'ampiezza del mandato, mi permettano di usare della maggiore cortesia verso le Signorie Loro, ricusando uno schiarimento che ridurrebbe a troppo piccole proporzioni il loro ufficio cavalleresco!--
Il luogotenente Schwabe stette un momento sopra di sè; volse un'occhiata al compagno, come per interrogarlo, e n'ebbe in risposta un cenno del capo, che voleva dirgli:--fate voi.--Allora il bravo luogotenente, non volendo abbandonar così presto il terreno su cui si era piantato da principio, rispose in questa forma a Gino Malatesti:
--Signor conte, noi intendiamo benissimo le ragioni che la muovono. Esse sono delicate, come la quistione per cui siamo venuti. Ma noi ci terremo fortunati, lo creda, assai fortunati, se per uno schiarimento necessario da amico ad amico Ella penserà di essere, non già davanti a padrini, ma bensì ad amici comuni.
--Grazie!--replicò il conte Gino.--È doloroso per me di non poter approfittare di un'offerta così gentile e così gentilmente espressa. Vogliano dire al signor barone De Wincsel che la sua domanda, toccando il diritto mio di esser freddo, o triste, o di umor nero alle mie ore, io, conscio di non aver mancato a nessun dovere di gentiluomo, la considero... inopportuna.--
Il luogotenente si strinse nelle spalle e chinò la testa, come un uomo persuaso di aver fatto quanto era nel poter suo e perciò di non aver nulla a rimproverarsi.
--Quando è così,--diss'egli, alzandosi,--noi non abbiamo più, signor conte, che a domandarle....
--I nomi de' miei rappresentanti, non è vero?--disse Gino per risparmiargli la fatica.
--Sì, signor conte.
--Ebbene, vogliano fissarmi un appuntamento per questa sera, e avrò l'onore di presentarli.--
Il luogotenente prese dal suo taccuino un biglietto di visita e ci scrisse con la matita poche parole accanto al suo nome.
--Eccole il nostro recapito;--disse, porgendo il biglietto al conte Gino.--Alle sei, se Le pare.
--Anche alle cinque;--rispose Gino.--E prima, se credono; purchè mi concedano il tempo di trovare due amici. Non prevedendo la loro visita, son costretto a farli aspettare un pochino.
--Che dice Ella mai? Faccia il suo comodo;--disse il tenente.--Aspetteremo i suoi rappresentanti dopo le cinque, com'Ella propone. E grazie, signor conte, e voglia perdonarci il disturbo.--
Qui furono inchini da una parte e dall'altra, e i due padrini del barone De Wincsel si ritirarono, accompagnati dal conte Gino Malatesti fino all'uscio della casa.
Ah, finalmente! il diversivo era trovato; Gino poteva smaltire la collera in qualche modo, sfuggendo alle persecuzioni, alle minacce della terribile suocera. Ma una cosa non aveva egli preveduto, cioè di trovarsela ancora davanti, mentre ritornava nelle sue stanze, per prendere il cappello e il pastrano.
Polissena era là, ritta accanto alla portiera, in atteggiamento severo, disposta a fargli pagare il pedaggio.
--Vi battete?--gli disse.
Gino la guardò con tanto d'occhi, avendo l'aria di cascar dalle nuvole.
--Non crediate di potervi infingere con me;--riprese Polissena.--Ho udito tutto.
--Me ne duole;--disse Gino.--Qualunque cosa avrei potuto credere, fuor questa, che voi, signora, aveste il costume di ascoltare agli usci.
--Tenetevi le vostre lezioni!--gridò la marchesa.--Non ne ricevo e non ne tollero. Il vostro duello non avverrà.
--Che intendereste di dire? Come potreste opporvi voi?
--Lo so io, il come. Vi dico che non vi batterete, dovessi per ciò farvi mettere sotto chiave.
--Mi fareste passare per un vile;--disse Gino.--Non ci mancherebbe più altro; sarei completo, in fede mia!--
Frattanto era giunto a spiccare il pastrano dalla gruccia.
--Signora,--soggiunse egli,--i miei doveri! E vogliate essere più umana con me, ve ne prego!--
Polissena rispose alla preghiera con un gesto di minaccia, e si ritirò verso le stanze di sua figlia, mentre egli muoveva verso l'uscio di casa, per andare in traccia di due padrini.
Le ricerche non furono lunghe, nè difficili. I due primi gentiluomini a cui si rivolse il conte Gino Malatesti accettarono subito, recandosi ad onore di servirlo. Gino diede loro il ricapito dei padrini avversarii, e l'ora e il luogo dove li avrebbero trovati ad aspettare. Il mandato suo, si capisce, era di accettare lo scontro, senza discutere sulle cause: quanto alle condizioni, le desiderava gravissime. I due padrini non accolsero la seconda istruzione così favorevolmente come avevano accolta la prima.
--Se noi domandiamo le condizioni più gravi,--gli dissero,--si crederà poi in città che fossero gravi le offese.
--Ma è già grave,--ribattè Gino,--che mi si voglia imporre l'umore con cui debbo entrare nel mio palco, a teatro.
--Sì, va benissimo; hai un monte di ragioni;--risposero i padrini.--Ma tu non devi dare argomento di supposizioni calunniose alla gente. Del resto, lascia fare a noi; ci regoleremo secondo le circostanze, e provvederemo all'onor tuo, come vorremmo che in un caso simile fosse provveduto al nostro. Ti va?--
Gino ringraziò i suoi padrini, e se ne ritornò al palazzo Malatesti, verso le quattro del pomeriggio.
La contessa Elena non era in casa. Poco dopo la partenza del marito, era escita a far visite, in compagnia di sua madre. Più tardi era venuto un servitore di casa Baldovini ad annunziare che la contessa si fermava a pranzo dai suoi.
--Tanto meglio!--pensò Gino, come il suo servitore gli ebbe fatta relazione della cosa.
Era appena entrato nel suo studio, quando sopraggiunse suo padre. Il conte Jacopo appariva più grave, più accigliato del solito, e Gino capì tosto che dalla marchesa Polissena, o da Elena stessa, era stato informato di tutto.
--Che c'è di nuovo?--gli disse suo padre, sedendosi davanti alla scrivania, in quel medesimo atteggiamento di giudice che abbiamo già veduto a Sassuolo.--Che cosa sono questi duelli e questi dissapori in famiglia? Non debbo io saper nulla?
--Padre mio,--rispose Gino,--tutto ciò è avvenuto improvvisamente, e mi sarebbe mancato il tempo di adempiere un obbligo urgentissimo di cavalleria, se fossi venuto subito da te per consiglio. La marchesa Baldovini del resto, se è lei che ti ha informato, poteva aggiungere che io stesso non volevo risolver nulla, di ciò che ella pretendeva da me, senza ricorrer prima al tuo senno e alla tua esperienza. Vuoi tu ascoltarmi, ora?
--Parla;--rispose il vecchio, senza smettere il cipiglio con cui era entrato poc'anzi.
Gino narrò tutto, dal principio alla fine, rifacendo anche brevemente la storia di sei mesi, che tanti ne noverava il suo matrimonio. Il conte Jacopo lo ascoltò, senza interromperlo mai, senza dar cenno di approvazione o di biasimo.
Così, del resto, dovrebbero ascoltare i giudici. Il conte Jacopo Malatesti non aveva portato mai la toga e il berretto; pure, doveva esser venuto al mondo col bernoccolo del magistrato. Solo a vederlo, si sarebbe potuto credere di aver davanti uno di quei vecchi consiglieri di corte, la cui gravità vigilante non tradisce mai un movimento, anche lieve, la formazione di un pensiero, e gli occhi non brillano che a guisa di punte luminose, per penetrare nei meandri oscuri di un processo, mentre la faccia, immobile come una maschera, tutta a scomparti come una libreria, non fa mostra che di dottrina legale, e in ogni fascio di que' muscoli magri è ristretto un titolo di Codice, da ogni grinza fa capolino un commento.
Gino parlava, e parlando interrogava con gli occhi la faccia di suo padre. Quella faccia era muta, e il nostro giovinotto poteva temere di non aver favorevole il suo giudice. Perciò fu grande la sua maraviglia, quando, finita la sua esposizione, si sentì dire dal conte Jacopo:
--Va bene.--
--Ah!--esclamò egli, sollevato.
--Mi rincresce del duello;--riprese il conte Jacopo;--ma ci vorrà pazienza, ed io non lo disapproverò, in questa occasione. Un gentiluomo non deve sopportare che nessuno gl'insegni a qual ora e in quali circostanze gli è permesso di ricondurre a casa sua moglie.
--Padre mio! Tu dunque mi approvi? Tutto è bene, in quel che ho fatto?
--Non tutto;--rispose il conte Jacopo.--Da qualche tempo aspettavo che tu vedessi la necessità di mettere un po' d'ordine nella tua famiglia, che è a mala pena incominciata. Certa leggerezza di modi, che è permessa oramai in casa Baldovini, non è ancora lecita, e spero non lo sarà mai, in casa Malatesti.--
Gino avrebbe potuto rispondere a suo padre:--«o allora perchè volere questa alleanza coi Baldovini?»--Ma egli avrebbe messo in un grave impaccio quel vecchio gentiluomo, che, come tanti e tanti del suo tempo e del suo grado, vedeva nel matrimonio un contratto, stipulato per la continuazione della stirpe, e, dopo ciò, lentamente degenerato in un vincolo di convivenza, e quasi quasi di tolleranza scambievole, sotto le apparenze di una gran dignità.
Del resto, il conte Gino pensava in quel momento a tutt'altro.
--Ah, padre mio!--esclamò egli.--L'ordine! A che serve, quando l'amore non c'è?
--Serve a mantenere il rispetto;--rispose il conte Jacopo.--Serve a far sentire presente e vigilante l'autorità del marito, per i giorni in cui potrebbe essere sconosciuta. Non sono stato severo coi miei figli, che per vederli alla lor volta severi con gli altri. La vita è una catena di doveri, e guai se un anello si rompe!--
Gino era tuttavia con suo padre, quando capitarono i suoi padrini a cercarlo.
--Falli entrar qua;--disse il conte Jacopo.--Non c'è niente di male, che senta anch'io quello che hanno combinato.--
I due padrini furono introdotti, e parvero alquanto impacciati alla presenza del vecchio.
--Parlate liberamente, amici miei;--disse Gino.--Mio padre sa tutto, e ciò che noi facciamo ha la sua approvazione.
--Egregiamente!--risposero quelli.--Ma in verità faremo assai poco.
--Perchè? Non vi ho io dato i più larghi poteri?
--Non abbiamo avuto occasione di usarne. È accaduto un fatto nuovo, un fatto strano, che rimanda il tuo duello ad altro tempo, e fors'anche alle calende greche.
--Qual fatto?--gridò Gino.
--Or ora te lo spiegheranno i padrini del barone De Wincsel, che sono venuti con noi, e che aspettano là, nel salotto.
--Questa è nuova!--disse Gino.--Che ho io da fare con loro, dopo averli messi in relazione con voi altri?
--È sempre il fatto nuovo, il fatto strano, che ti abbiamo detto poc'anzi. Una novità ne chiama un'altra. Il barone De Wincsel è agli arresti, e i suoi padrini si credono in dovere di mettersi a tua disposizione. Vuoi riceverli, dobbiamo risponder noi per te?--
Gino interrogò con lo sguardo suo padre.
--Va,--gli disse il conte Jacopo.--S'intende che se quei signori sono tanto cortesi per mettersi a tua disposizione, tu, che non hai nulla con loro, non puoi accettare un'offerta così generosa. Aspetterai che il barone De Wincsel sia libero, per essere allora, come eri oggi, a disposizione sua. Non era egli lo sfidatore?
--Certamente.
--Ebbene, la cosa è chiarissima. Tu gli fai una grazia, rinunziando al tuo diritto di non rimanere più di quarantott'ore impegnato. Va dunque, e rispondi in questo senso.--
Gino ammirò la dottrina cavalleresca di suo padre, e pensò che si giudicano male gli uomini, non badando che agli usi della loro vecchiaia. Il conte Jacopo era stato a' suoi tempi un cavaliere inappuntabile, i cui pareri, in materia d'onore, facevano testo.
Così preparato, il conte Gino entrò nel salotto, insieme co' suoi padrini. Il luogotenente Schwabe e il marchesino Frassinori salutarono assai gravemente, e il primo di essi espose il rammarico di tutti e due per ciò che era accaduto. Andati a vedere il barone De Wincsel, per riferirgli tutto ciò che era stato concertato coi padrini del conte Malatesti, avevano trovato un suo biglietto, e gran mercè che gli fosse stato consentito di scriverlo. Il barone De Wincsel era agli arresti in Cittadella, nientemeno; non sapeva il perchè di quell'ordine, e dalla scelta del luogo in cui lo mandavano, capiva che non sarebbe stato affare di poco. Così andavano a monte le pratiche da essi incominciate, per condurre i due gentiluomini sul terreno; ma perchè il signor conte Malatesti era stato incomodato dai padrini del barone De Wincsel, essi credevano obbligo loro di mettersi a disposizione sua.
--Si sostituiscono al loro primo?--chiese il conte Gino, volendo averne l'intiero.
--No, signor conte, non è in poter nostro;--rispose il luogotenente Schwabe.--Il nostro primo è impedito da forza maggiore; noi siamo venuti a dargliene avviso, disposti a pagare per lui, se a Lei dispiace di essere stato incomodato per nulla.
--Grazie!--disse Gino Malatesti.--Se io fossi lo sfidatore, non dovrei accettare un simile atto di generosità; non lo accetterò, essendo lo sfidato. Diranno al barone De Wincsel, quando avranno modo di vederlo, che io non approfitterò contro di lui, del termine che l'uso cavalleresco mi concede, e mi terrò sempre a' suoi ordini.
--Ella è, signor conte, molto più generoso di noi;--rispose il luogotenente Schwabe.--Offrirci era il nostro dovere, grato e pericoloso dovere, poichè all'onore d'incrociare la spada con Lei avremmo dovuto associar l'obbligo di non attaccar mai, ed Ella sa che si sta male, non uscendo mai dalla difesa. Ella, per contro, non avrebbe nessun obbligo di aspettare il nostro primo oltre il limite stabilito dagli usi. Mi conceda la sua amicizia, La prego.--
Gino Malatesti stese la mano al signor Schwabe, pensando che quello straniero era molto assennato ed anche molto gentile. Tutti così, del resto, quei signori del Settentrione, quando dimenticavano di essere conquistatori e guardiani. Sicuramente li vedeva con que' medesimi occhi il Niccolini, quando diceva di loro:
/# _Ripassin l'Alpe e tornerem fratelli._ #/
Quanto al marchesino Frassinori non era necessaria tanta abbondanza di cortesi parole. Gino Malatesti non lo poteva soffrire, per una di quelle antipatie naturali, che la diversità di carattere fa nascere tra persone del medesimo ceto; antipatie profonde, che raramente scoppiano in una violenta contesa, e che, non iscoppiando, permettono spesso il saluto, e qualche volta una stretta di mano. La civiltà, rendendola comune, ha guastato anche questa bella testimonianza di una leale amicizia.
Partiti quei due, e ringraziati i suoi rappresentanti, Gino ritornò da suo padre, per raccontargli come fosse finita la cosa. Il conte Jacopo udì ed approvò. Quello era il giorno delle approvazioni. Forse nel cuore di quel padre era entrato un po' di rimorso? Potrebbe essere; ma in questo caso il rimorso non nuoceva punto all'egoismo, poichè ad ogni modo il pericolo di un'alleanza borghese era stato scansato. Al conte Jacopo premeva frattanto che l'autorità maritale non fosse indebolita, e l'improvviso arresto del barone De Wincsel gli pareva un altro tiro della marchesa Baldovini contro la dignità di suo figlio. Le donne per solito, capiscono poco certe necessità della vita, e soddisfatte di aver messo ostacolo ad un fatto che loro dispiaccia, non badano se quell'ostacolo nuoce alla riputazione di qualcheduno, non badano se può aver conseguenze anche più gravi di quelle che esse hanno saputo evitare. Ora, arrestato il De Wincsel, non c'era il pericolo che la malignità della gente attribuisse il colpo alla famiglia di Gino Malatesti? a lui, per esempio, a lui, conte Jacopo, facilmente creduto troppo tenero della pelle di suo figlio, e poco o punto dell'onore di lui?
Vide questo, il conte Jacopo, e perciò non poteva esser quieto. Inoltre, restava l'obbligo che il suo Gino facesse la pace con sua moglie. Brutta pace, in quelle condizioni turbate, e sotto l'impressione della vittoria di Polissena Baldovini! Doveva dunque farsi, quella pace, col sacrifizio della dignità di Gino?
La contessa Elena, per buona sorte, avea fatto sapere che sarebbe rimasta a pranzo dai suoi parenti. Era il momento buono per ferire un gran colpo.
--Lasciami pensare cinque minuti;--aveva detto il conte Jacopo a suo figlio.
E si mise a passeggiare, borbottando, mentre Gino aspettava. Era una battaglia morale che il vecchio conte dava a qualcheduno, forse a se stesso; e quella battaglia finì con una vittoria.
--Vieni!--diss'egli finalmente, volgendosi al figlio.
--Dove?
--Dal ministro.--
Gino pensò al grande sacrifizio che faceva in quel punto suo padre. Il ministro e il conte Jacopo erano nemici da lunga mano, sotto le apparenze dell'ossequio cortigiano, ed egli lo sapeva, ne aveva veduti gli effetti. La sentenza per cui egli era stato mandato a confine, più che a punir lui, non era diretta a ferire suo padre? Per ottenere il perdono di Gino Malatesti (doloroso perdono! così non fosse venuto mai!) c'era voluto un sorriso di donna, mentre sarebbe dovuta bastare una preghiera del conte Jacopo, del più fedele tra tutti i sudditi del Duca.
Pensando queste cose e immaginando quanto dovesse costare a suo padre la risoluzione fatta in quel punto, Gino Malatesti afferrò la mano del vecchio e la baciò in un impeto di affetto e di gratitudine.
--Sì, è un sacrifizio, ma bisogna farlo;--disse con nobile semplicità il vecchio gentiluomo, che aveva inteso nell'atto il pensiero di suo figlio.--Se il marchese Paolo ha ancora un briciolo di cuore, lo intenderà, e vorrà tenermene conto.--
Escì allora, seguito da Gino, e andò difilato alla casa del potente avversario, dell'antico rivale politico.
--Sua Eccellenza è in casa?--domandò il conte Jacopo al portiere gallonato, che stava a pie' delle scale.
--Sì, illustrissimo; è tornato da poco. Fra mezz'ora andrà a tavola.
--Sta bene; avrò il tempo di dirgli una parola.--Ciò detto, salì le scale e fece passare al ministro il suo biglietto di visita. Due minuti dopo, egli e suo figlio erano introdotti dal salotto nello studio, e, mentre essi entravano da una parte. Sua Eccellenza appariva con atto premuroso da un'altra.
--Conte! Quale fortuna?...
--Dite un dispiacere, Eccellenza, per cui vengo ad implorare il vostro patrocinio.
--Lasciatemi essere egoista e soggiungere che il vostro dispiacere è una fortuna per me. In tutto ciò che un uomo può per un altro, abbiatemi per vostro servitore.
--Tutto ciò che potete, Eccellenza!--esclamò il conte Jacopo.--Io non vi demanderò certamente di più. E senz'altri preamboli....