La montanara

Chapter 23

Chapter 233,829 wordsPublic domain

--Lesarini, voi dunque non ne sapete nulla?--gridò la contessa.--Ma che uomo siete voi? Discendete un pochino e domandate a qualcheduno che sia meglio informato.

--È permesso di ignorare qualche cosa, a questo mondo;--osservò il Lesarini, alzandosi di scatto;--ma è obbligo sempre d'istruirsi, per servizio delle belle signore.--

Si mosse, così dicendo, per discendere in platea.

--Ah Lesarini!--esclamò la signora, mandando a lui la parola e l'accento appassionato, ma l'occhiata furtiva al barone De Wincsel.--È doloroso, sapete, questo vostro plurale!--

Il vecchio cavaliere sorrise beatamente, fece la ruota, ma non rispose verbo. Quando sono accusati di galanteria con molte, e di galanteria fortunata, s'intende, i Lesarini non rispondono mai. Confermare non possono; negare non vogliono; perciò lasciano correre, felici abbastanza che, in mancanza di storia, una leggenda si formi.

Andato il Lesarini a prender lingua, la contessa Elena seguitò la rassegna col Landi, e il giuoco innocente delle occhiate col De Wincsel. Ma tratto tratto guardava anche verso il palchetto della sposa Campolonghi, e quante volte puntava da quella parte il binocolo, tante vedeva lo sguardo della sconosciuta rivolto su lei.

--Andiamo via!--diss'ella finalmente in cuor suo.--È una provinciale di certo, e non sa ancora come son fatte le gran dame.--

Con questo ragionamento, che appagava la sua superbia e che aveva anche una certa apparenza di vero, la contessa Elena mise lo spirito in pace e si lasciò guardare dell'altro, come una dea dell'Olimpo, Giunone, ad esempio, scesa per gran degnazione in mezzo agli Etiopi. Infine, ad un uomo può dispiacere di esser guardato con una certa insistenza da un altro; ad una donna non può spiacer mai d'essere argomento di curiosità femminile, o di ammirazione mascolina, quando ella crede di esser bella, o sa di essere abbigliata all'ultima moda.

Si badava poco alla musica, come vedete. La musica è il linguaggio dei Numi, non c'è che dire; la musica piace anche molto alle signore, per questa ragione semplicissima, che il linguaggio dei Numi copre le voci dei mortali e permette loro di chiacchierare comodamente nei palchi. Quando si recita un dramma o una commedia, la cosa è molto difficile. Altre voci umane si alternano sul palcoscenico, l'uditorio della platea vuol sentir tutto, e zittisce spietatamente le dee che fanno chiasso sui lati. Viva dunque la musica! Quando si è prestata una mezza attenzione alla cavatina del tenore, o al duetto amoroso fra tenore e soprano, o all'aria del baritono, se questi è un bell'uomo e fraseggia con gusto, o al pizzicato degli strumenti a corde, o alla grande uscita delle trombe, per dare anche la parte sua all'orchestra, il rimanente non fa che aiutare il discorso, e le due o tre file di palchi son tutto un cinguettìo, come la frappa di un olmo sull'ora del vespero, quando ci son calate a riposo le passere.

Il terz'atto dell'opera era finito, e il marchese Landi si alzava già, per andarsene a vedere il ballo da un palco di giovanotti, più vicino al proscenio, quando capitò il conte Gino Malatesti. Sebbene fisicamente fosse sempre quello di prima, il conte Gino non pareva più lui, tanto può sull'aspetto di un uomo l'abbattimento dello spirito. Levate il sole ad una bella scena campestre, e non riconoscerete più nemmen quella. Sfiaccolato, cascante, senza brio nello sguardo, senza vivacità nel discorso, il conte Gino Malatesti era invecchiato di dieci anni in sei mesi. Entrò lento, con la sua aria d'uomo rifinito, stese lentamente la mano al De Wincsel, più lentamente rattenne col gesto l'amico Landi al suo posto, e si assise nel fondo del palco, rispondendo breve a ciò che quei due gli dicevano. Poco stante, essendo ripresa la conversazione tra essi e sua moglie, si ecclissò, rimanendo sul posto, e non si seppe neanche più che ci fosse.

--Vedete mio marito;--disse dopo qualche minuto la contessa Elena.--È capace di dormire.

--Non dormo;--riprese Gino;--ascolto ciò che dite voi altri.

--Ecco, se dovessi dire, non ne hai proprio l'aria;--osservò Emilio Landi, mettendosi galantemente dalla parte della signora.

--Se almeno tu volessi raccontarci le visite che hai fatte!--ripigliò la contessa.

--Mi avrai veduto;--rispose Gino.--Sono stato da mamma....

--Cinque minuti!--interruppe ella.--E poi?

--E poi dalla Pallavicino, dalla Borsi, dalla Frassinori.

--Che dice la divina Giulia?--domandò la contessa.--È sempre nemica della musica del nostro Verdi?

--Ah, non so.... non ne ha parlato.

--Di che parlava, dunque? Ella non ha quasi altro tema.

--Non saprei dirti;--replicò Gino, confuso.--Si parlò di cose da nulla....

--Vedete, Emilio?--esclamò la contessa, rivolgendosi al Landi.--Mio marito va a far visite, e non sa nemmeno di che cosa gli abbiano parlato.--

Il conte Gino si seccava, e sorrideva tacitamente, a labbra chiuse, come l'uomo che si secca. A levarlo di pena giunse il vecchio Lesarini, glorioso e trionfante. Quella volta il marchese Landi fu per andarsene davvero; ma anche stando in piedi volle rimanere un istante, per sentire le novelle del messaggero.

--Nunzio, che rechi?--diss'egli con piglio alfieresco al nuovo venuto.

--Ho trovato, finalmente;--rispose il Lesarini.--Ho faticato un pochino, chiedendo di qua e di là; ma ora so tutto, so tutto.

--Che cosa?--domandò la contessa, che aveva l'aria di non ricordarsi più della sua grande curiosità di mezz'ora prima.

--Il nome di quella signora....--replicò il vecchio Ganimede,--anzi di quella signorina, del numero quindici.

--A mano manca!--riprese il Landi, con accento rossiniano.

--Sicuro;--disse quell'altro.--Infatti, è proprio a mano manca.

--Ma finitela con queste chiacchiere;--gridò la contessa, spazientita.--Come si chiama questa signorina?

--Per cui tanto reo tempo si volse!--soggiunse, come se volesse compier la frase, l'impenitente marchese Emilio.

--Una Guerri;--disse il Lesarini.--Sapete, e se non lo sapete ve lo dico io, che la Campolonghi sposa un Guerri, del Reggiano. Gente ricca, questi Guerri, ma vivono quasi sempre in montagna. Orbene, quella ragazza è una Guerri, di Fiumalbo, cugina dello sposo, e venuta a Modena, per assistere alle nozze.--

Il conte Gino, sulle prime, non aveva badato al discorso del Lesarini. Non avea neanche udito il nome dei Guerri; udì invece il nome di Fiumalbo, e si scosse.

--Che c'è?--domandò egli.--Che dite di Fiumalbo?

--Ah sì!--esclamò il Landi.--Tu ci sei stato, da quelle parti, e dovresti anche conoscerla, quella bellezza rara.

--Che bellezza? Dove?--riprese Gino, turbato.

--Laggiù, al numero quindici. Prendi il binocolo, se vuoi vederla meglio. È una Guerri, di Fiumalbo.--

Gino aveva preso il cannocchiale, ma lo lasciò tosto cadere, e fu bene che il Landi non lo avesse ancora abbandonato del tutto, se no, povera madreperla, e povere lenti! Guardava frattanto, il povero Gino, guardava là, dove il Landi gli aveva indicato, e donde oramai non poteva più sviar l'occhio; ma intravvide appena, e una nube gli offuscò la pupilla.

--Guerri! di Fiumalbo!--diceva frattanto la contessa Elena.--Sicuramente tu dovresti conoscerla, se ci sei stato sei mesi. Anche a me pare di aver sentito nominare questa famiglia. Da chi mai? Ah, ricordo, da mia madre, otto o nove mesi fa, quando ebbe le prime notizie tue dal ministro.--

Guardava intanto suo marito, quella diavola di contessa, così giovane e già così diavola! Gino si era fatto bianco nel viso, come un cencio lavato. Balbettò poche parole, che nessuno intese, poi si volse all'uscio del palchetto, barcollando.

--Che hai?--gridò Emilio Landi, cercando di trattenerlo..

--Nulla, nulla; un semplice capogiro. Prendo un po' d'aria nel corridoio.

--Lesarini, Landi, seguite mio marito;--disse la contessa.--Sorreggetelo, che non caschi. Ah, ah! Venuto a tempo, questo capogiro!--

E rise, la bella signora. Poi, volgendosi dall'altra parte, puntò il cannocchiale verso la sconosciuta, non più sconosciuta, che in quel momento si ritirava anch'essa in fondo al suo palco.

--Scena doppia, a quel che sembra!--mormorò la signora.

--Che dite, contessa?--domandò il De Wincsel, udendo il suono, ma non cogliendo il senso delle parole.

--Nulla, barone. Guardavo una ragazza, che il Landi mi diceva tanto bella.

--Dove?

--Laggiù, al numero quindici. Ma ora non è più in vista. Voi per altro non avete perduto nulla. È un tipo di contadina.

--Sapete bene, contessa,--susurrò in tono di madrigale il De Wincsel,--che io non me ne lagnerò. Non guardo che una donna, io.

--Fate bene, De Wincsel;--rispose la contessa.--E sia sempre una sola. Un uomo ci si trova male, fra due donne. Il minor male che gli tocchi è di perder l'una senza aver l'altra.--

La bella signora che faceva queste savie riflessioni avrebbe potuto illuminare, non solamente il barone De Wincsel, ma anche noi, povero volgo ignaro, soggiungendo qualche altra considerazione intorno alla donna che si trova fra parecchi uomini, e ci vive tranquilla, come nel suo elemento. Ma di questo ella non si curò più che tanto, la nervosa contessa, e noi ci abbiamo perduto una cognizione che per l'autorità della persona sarebbe stata importantissima. E non è a dire che si trattenesse per difetto di sincerità. Figuratevi che dentro di sè la contessa Elena rendeva perfino giustizia a Fiordispina Guerri, di cui dianzi aveva pur fatto un così acerbo giudizio.

--È bella, infine, e la gelosia non deve farmi travedere;--pensò ella, mentre il De Wincsel stava ancora cercando il senso delle parole di lei, come un avventor di caffè cerca il motto della sciarrada nel giornale con cui ha fatto colazione.--Del resto, sono io proprio gelosa? È bella, non c'è che dire, e capisco che il mio signor marito, nell'ozio forzato del suo confine a Querciola, abbia potuto invaghirsi di quel fiore di bosco. Che amori devono essere stati fra lor due! Perchè poi, sapendo queste cose, la mia signora madre abbia voluto ad ogni costo fare di me una Malatesti, in verità non arrivo a capirlo. Intendo la vendetta, che è il piacere degli Dei. Ma c'era bisogno che ne fossi io la vittima? Io, nel caso di mamma, gli avrei lasciato sposare la sua montanara, con la certezza di esser meglio servita fra un paio d'anni, dal pentimento e dalla noia del signor conte Malatesti.--

Ah contessa, contessa! Ecco un ragionamento molto leggero, che non fa onore alla vostra perspicacia. In primo luogo voi non potevate per nessuna ragione esser la vittima, nella vendetta della marchesa Polissena vostra madre, e la degna signora vi conosceva benissimo per sangue suo, scegliendovi come istrumento. In secondo luogo, dato e non concesso che il conte Malatesti potesse pentirsi fra due anni di un matrimonio in casa Guerri, sarebbe sempre stata una vendetta troppo lenta per la vostra signora madre. Non la serviva meglio, e in soli sei mesi di tempo, un matrimonio del conte Gino in casa Baldovini? Pensateci, nervosa contessa, e ci darete ragione, sincera come siete, e spregiudicata parecchio.

Il grazioso Lesarini interruppe quel sapiente monologo, ritornando nel palco.

--Ebbene?--gli chiese la contessa.

--Nulla,--rispose egli.--Un semplice capogiro; forse effetto del caldo.

--E dov'è, ora?

--Qui nel corridoio col Landi; ritorna subito.--Alla contessa importava poco che suo marito ritornasse, o restasse fuori dell'altro. Rispose tuttavia con un gesto di soddisfazione, che poteva essere di ringraziamento per le notizie del Lesarini, ed anche di chiusura al discorso.

Il ballo stava per incominciare, quando riapparve il conte Gino, ancora seguito da Emilio Landi.

--Come?--esclamò la signora.--Siete ritornato? Credevo che foste andato a far visita.... laggiù.--

Il conte Gino le rivolse un'occhiata severa, che, per esser la prima, non doveva turbarla molto; poi freddamente soggiunse:

--Son venuto a prendervi, per ritornare a casa.

--Che novità è questa, Gino?--domandò ella, facendo un gesto di stupore.

--Non è una novità, che io vi accompagni;--replicò Gino, con studiata lentezza di frase.--Spero bene che non mi lascerete andar solo, e non incomoderete il barone De Wincsel per ricondurvi, quando io ci sono.

--Egli.... o un altro! Ce ne son tre, di cavalieri e di amici;--mormorò ella, che aveva indovinato il valore dell'argomento.

Si alzò, nondimeno, e accettò la mantellina che era pronto ad offrirle il più vecchio dei tre.

Ed egli e gli altri due capirono poco in quella scena coniugale, nata lì per lì, senza cagione apparente. Nei palchi, poi, fu una grande maraviglia; nessuno capì perchè la contessa Elena Malatesti se ne andasse sul bel principio del ballo. Ma già, era tanto capricciosa e strana, la contessa Elena! Tutta sua madre, infine, quando sua madre aveva vent'anni. Il povero marchese Baldovini ne sapeva qualche cosa! E ciò lo compensava, il brav'uomo, di tutto l'altro che doveva ignorare, in processo di tempo.

Quel che avvenne in casa Malatesti s'immagina. La contessa aveva obbedito al comando, con aria di vittima ingioiellata e rassegnata al sacrifizio. Ma come fu giunta a palazzo, fece una scenata coi fiocchi. Ella capiva benissimo che se non si ribellava subito, se non mostrava i denti a suo marito, quell'uomo così dolce, ma così freddo, che l'aveva sposata per forza, che amava lei quanto ella amava lui, sarebbe diventato un tiranno, non le avrebbe lasciato più un'ombra di quella libertà che ella aveva imparato ad apprezzare, appena uscita di conservatorio, nella casa di sua madre. E gliene disse, al conte Gino, gliene disse di crude e di cotte, sperando che quell'uomo perdesse la pazienza e levasse la mano per batterla. Ma il conte Gino era un signore. Stette un poco a sentire, sdegnoso e taciturno, quella furia scatenata; poi si ritirò nella sua camera, lasciando la contessa più inviperita che mai.

La mattina seguente capitò al palazzo Malatesti la marchesa Polissena. Veniva a vedere perchè la contessa sua figlia fosse partita così presto da teatro. Che diamine! Non si va via dallo spettacolo, quando esso è sul più bello. Ci sono dei doveri sociali anche nei divertimenti, ed occorrono ragioni assai forti per rinunziare alle commozioni artistiche di un passo a due. La marchesa Polissena seppe allora che sua figlia aveva dovuto andarsene per obbedienza ai capricci di un marito geloso o seccato.

--Che vuol dir ciò?--chiese ella, entrando con piglio tragico nello studio del conte Gino.--Perchè queste scenate, che non si usano più, che non si sono usate mai, nella buona società? Elena mi ha confessato tutto. Voi dunque vi mettete a fare il tiranno? È una parte odiosa e ridicola, ve ne avverto, e intendo che la smettiate.--

Il conte Gino lasciò passare quella raffica; poi freddamente rispose:

--Mi duole di dovervi avvertire che in casa mia faccio quel che mi pare, e di quel che faccio non rendo conto a nessuno.

--È il vostro programma?

--Decoratelo pure di questo nome: è il mio modo di vedere.

--Non è il mio, e avrete la compiacenza di cambiarlo;--rispose la marchesa Polissena.--Voi siete il marito di Elena, ma io sono sua madre. Non ve l'ho concessa, ricordatelo, non ve l'ho concessa perchè aveste a tiranneggiarla.

--Ah, signora!--esclamò Gino, spazientito.--Meglio avreste fatto a non concedermela, poichè vi piace di usare questo verbo, scambio d'un altro che sarebbe più adatto.

--E quale di grazia?

--Debbo io rinfrescare la vostra memoria? Questo matrimonio, di cui vedevo tutto l'orrore (perdonate, se non trovo altro vocabolo), questo matrimonio, che voi per la prima avreste dovuto giudicare impossibile, voi me lo avete imposto, signora!--

La marchesa Polissena si morse le labbra. Ma ella non era donna da turbarsi per così poco.

--Sia pure;--diss'ella;--imposto, perchè vi è stato offerto come il corrispettivo di certi perdoni. Accettando i benefizi che v'erano annessi, dovevate accettarne le condizioni.

--Le ho io violate?--gridò Gino.--Da sei mesi la vostra figliuola è padrona di far tutto ciò che le pare e piace; da sei mesi ella ha in me un marito esemplare.

--Parleremo di ciò;--ribattè la marchesa.--Per intanto, iersera avete sfoderata la vostra autorità, e molto inopportunamente, per il luogo e per l'ora. Con quale ragione? Sareste voi capace di dirlo?

--È una ragione onesta, signora, e non temerò di sottoporla al vostro giudizio;--rispose Gino, con calma.--Ho veduto iersera un capriccio, di ragazza viziata, e il proposito deliberato di offendermi. Posso lasciar correre molte cose, signora; non posso egualmente permettere che si deridano sentimenti sacri, di rispetto e di amicizia, per chi è tanto al disopra di noi; non posso permettere che si entri con quell'aria di sprezzo nel santuario dei miei ricordi, e mi si butti in faccia quello che io ho sempre gelosamente custodito, come la parte migliore di me.

--Di bene in meglio!--esclamò la marchesa.--C'è qui una progressione ammirabile. E coloro che credettero un giorno di essere qualche cosa in quel vostro santuario, possono invidiare il posto che voi avete dato a certi ricordi più freschi. Gino,--soggiunse la marchesa, mutando improvvisamente il tono delle sue parole,--voi mi ricordate in mal punto l'offesa che ho ricevuta da voi.

--Da me? V'ingannate, bella signora;--rispose Gino, dissimulando a stento il fastidio di quella disputa;--già un'altra volta ho avuto occasione di dirvelo, e speravo oramai di avervi persuasa. Chi aveva dimenticato, di noi due? Mandato a confine, senza che mi lasciassero il tempo di vedere nessuno, vi scrissi, e non ebbi risposta. Non potevate darmi un cenno di voi, lo capisco; eravate tanto impegnata nella stagione teatrale immaginata e architettata da voi!

--Sciocchezze!--mormorò Polissena.--Volevate voi che io mi rendessi la favola di tutta la città? La mia condizione era forse tale da permettermi di trascurare ogni riguardo per voi?--

Gino raccolse con un sorriso amaro quella grande argomentazione.

--Ah sì!--diss'egli di rimando.--I riguardi, le apparenze, le convenienze sociali volevano che voi andaste ai bagni di Lucca, accompagnata da Emilio Landi. Ma non vi biasimo, badate; un cuore guarito non sente più certi dolori, e il mio amor proprio aveva ceduto in tempo ai consigli della ragione. È quasi ridicolo, per non dir peggio, che io parli ora a voi, mia suocera, di queste ragazzate del tempo antico. Ho infine accettata la legge vostra; sono passato sotto il giogo, come un vinto; che cosa volete di più? Sono un marito esemplare, già ve l'ho detto; concedo a mia moglie ogni libertà....

--Troppa!--interruppe la marchesa.--E le fate veder troppo chiaramente che non l'amavate, sposandola.

--Perdonate, non ho di questi rimorsi;--replicò Gino.--Ella non ha trovato in me un uomo pazzo d'amore per lei, ma almeno almeno un compagno affettuoso e cortese. Uscita appena di conservatorio, doveva ella essere già tanto esperta, da distinguere tra gli ardori della passione e il sentimento delicato dell'amicizia? Io dimentico, o signora, che voi non le avete nascosto una parte del mio passato. Ciò che io ne ho veduto ieri sera, mi spiega molte cose del suo carattere e dei suoi diportamenti con me. Ma sapesse ella anche tutto,--proruppe Gino, irritato dai vincoli che la delicatezza imponeva al suo discorso,--di che aveva a lagnarsi? Fui l'uomo più compiacente del mondo; ho popolato la mia casa di sospiranti; ho veduto succedersi al fianco di vostra figlia tutti i tipi più graziosi, come i più antipatici.

--Colpa vostra!--notò la marchesa.

--Che dovevo far io?--replicò Gino.--Una scena coniugale ad ogni nuovo aspirante che si presentava? Chiudere le porte di casa mia, mentre erano aperte quelle di casa vostra?--

La marchesa Polissena rispose con una crollata di spalle.

--Voi date troppa importanza ad alcuni scherzi innocenti, che sono il passatempo della gioventù;--diss'ella poscia, con un sorriso di compassione.--Auguratevi di non aver mai da rimproverare a vostra moglie altri torti che questi, di esser bella, di piacere, e di sentirselo dire.

--Ed ho lasciato correre, come vedete;--rispose Gino.--Ho lasciato dire, ho lasciato ascoltare.

--Per giungere allo scandalo di iersera!--replicò la marchesa.--Meglio valeva incominciare subito. La mia Elena avrebbe saputo fin da principio a che vita era condannata da voi.

--Non dimenticate,--disse Gino,--che lo scandalo di ieri sera, come vi piace di chiamare una partenza da teatro, ha avuto ben altre cagioni. Vi ha ella ripetute le sue parole?

--Sì, e non ci ho veduto che una cosa, assai perdonabile agli occhi di un uomo di garbo. Vostra moglie è gelosa.

--Di un'ombra;--rispose Gino.--E quest'ombra, suscitata con discorsi imprudenti da voi.

--Sì, ora accusate me!--gridò Polissena.--Dopo essere diventato coi vostri amori di montagna la favola di tutta Modena, pretendevate che niente giungesse, nemmeno l'eco delle vostre sciocchezze, all'orecchio di Elena? Pure, ella seppe dimenticare quella storia, poichè vi ha sposato. Date colpa a voi, se la vostra freddezza, il vostro essere sempre col pensiero altrove, hanno richiamato alla sua mente i discorsi di tutti. Un caso che non so ancora spiegarmi, o che potrei spiegarmi troppo bene, le ha condotta davanti la vostra innamorata. Doveva ella non darsene per intesa? Conoscete assai male le donne, conte Gino, se credete che possano tollerare queste offese al loro amor proprio.

--Ah, manco male!--esclamò Gino.--L'amor proprio, che non è punto l'amore!

--E che perciò? Anche quando l'amore ci è uscito dal cuore, l'amor proprio rimane;--replicò Polissena.--Non offendete l'amor proprio di una donna, quando ne avete perduto l'amore. Ma questi sono discorsi vani, tra noi;--soggiunse la bella sdegnata.--Ditemi piuttosto che cosa contate di fare.

--Io?--chiese Gino, maravigliato.--Nulla.

--Ma vostra moglie è offesa.

--Lo sono più di lei; e mi fate pensare che ella deve scusarsi con me di una sgarbata allusione.

--Non lo sperate!--gridò Polissena.--Se anche Elena acconsentisse ad umiliarsi davanti all'ombra della vostra Dulcinea, non lo permetterei io, mi capite? Io, sua madre, non le permetterei di avvilirsi al cospetto dell'ombra. La chiamo così, per imitarvi,--soggiunse la marchesa, con piglio sarcastico,--quantunque l'abbia veduta anch'io, in carne ed ossa, la contadina per cui avete tanto sospirato. Bella, sì, d'una sciocca bellezza! La bellezza dei capegli neri! Ve ne ricordate, conte Gino? La sentenza è vostra, e di quei tempi che davanti ai vostri occhi avevano grazia solamente le bionde. Molto involontariamente, credetelo, ma ho pur dovuto pensarci, vedendo quell'ottava meraviglia. Gran cosa, la vostra contadina! Divinità eccelsa, a cui tutto si dovrebbe sacrificare, la dignità di mia figlia e l'onor mio! Badate Gino! ho ancora le braccia lunghe, e posso farvi pentire.--

Stendeva il braccio, così dicendo, e quel braccio pareva lungo davvero, con quella bianca mano aperta in atto di minaccia.

--Come?--gridò Gino.--Che cosa ardireste ancora?

--Tutto! Non dimenticate che i vostri Guerri hanno sempre un conto aperto con la giustizia.

--Sarebbe un'infamia!--esclamò Gino, torcendo il viso, inorridito.

--Come vorrete;--replicò Polissena.--Io difendo mia figlia, e prendo le armi dove sono.--

Gino rimase un istante sovra pensiero, considerando il pericolo a cui erano esposti i suoi poveri amici ed ospiti di Fiumalbo. Il suo sagrifizio non era dunque bastato a liberarli per sempre? Quella donna furibonda lo teneva ancora incatenato a' suoi piedi?

--Vi ho detto, signora, quello che volevo io;--mormorò egli, dopo quell'istante di pausa.--Ditemi che cosa volete voi.

--Che facciate delle scuse ad Elena.

--Delle scuse? L'ho io dunque offesa così gravemente?

--Sia grave o leggera l'offesa,--replicò Polissena,--essa ebbe testimoni tre persone.

--E per caso,--riprese Gino,--dovrei fare delle scuse anche ai tre testimoni?

--Una buona parola andrebbe detta, sicuramente. La scortesia del vostro comando ad Elena può averli feriti benissimo.