La montanara

Chapter 19

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--Oh, questo m'importa assai meno di tutto l'altro;--rispose il vecchio prete.--Andrei volentieri, per sei mesi in prigione, e magari per un anno, pur di sapere che il conte Gino ritorna alle Vaie, per fare la sua brava domanda. Del resto, amico mio, non credo più tanto al processo, nè ad altre noie consimili. I giorni passano, e niente si vede apparire. In fondo, io penso che abbiano cercato troppo, e che il poco che hanno trovato sembri loro più facilmente quello che è: voglio dire un bel nulla.

--Meglio così!--disse il Guerri.--Noi ci saremmo compromessi per un ragazzaccio, e la cosa non sarebbe stata da gente seria come noi. A me, veramente, ne importava tanto come a voi. Ma i miei figliuoli!... Vedete? Io non vorrei che Aminta avesse da dimostrare il suo amore per la patria andando a marcire in prigione. Quando verrà l'occasione di romperla, come dicevamo nel Quarantotto, vada di là dal Po, prenda un fucile e rischi la sua vita come un altro. Ma in fortezza, e sotto il duca di Modena, no. Queste son belve, non uomini, e mandano volentieri per il boia. Se avessero la forza, farebbero essi da carnefice!--

Don Pietro non ardì risponder nulla a quel padre, che era crudelmente ferito in due affetti ad un tempo. Anch'egli, il buon prevosto delle Vaie, temeva assai più che non lasciasse vedere al suo vecchio amico; anch'egli incominciava a capire che con ragazzi non c'è da fidarsi. Un po' tardi, in verità; ma fino al dì della morte, c'è sempre tempo da imparare qualche cosa. Ora, egli aveva imparato questo: che gli uomini non si giudicano a prima vista, e guai a chi mette il suo cuore e la sua testa a repentaglio per loro, senza averli pesati, considerati per tutti i versi, e veduti anche alla prova.

Così passarono i giorni e le settimane. Di processi, di persecuzioni politiche, non si ebbe più nuova; e questo era bene. Ma per contro non si sapeva più nulla del conte Gino Malatesti. Di lui tutti tacevano, alle Vaie; e tutti guardavano Fiordispina. La fanciulla, che era sempre stata d'indole grave oltre l'età, non pareva punto mutata da quella di prima. Parlava poco, e solamente per rispondere alle domande altrui; leggeva alle sue ore, lavorava di cucito, di ricamo, secondo l'uso; suonava pochissimo, ma senza farsi pregare, quando suo padre le domandava di farlo. Attendeva con la solita cura alle faccende domestiche; più volentieri a queste, che ad ogni altra occupazione. Il lavoro materiale, si sa, è un grande conforto alle pene dello spirito, poichè spesso impedisce di pensare, ed è il pensiero quello che uccide. Ma che pensava, la fanciulla dei Guerri, quando pur le accadeva di pensare? Non era dato d'intenderlo, senza interrogarla. E poichè nessuno la interrogava, il cuore di Fiordispina custodiva il segreto delle sue afflizioni.

Così passarono le settimane, e passarono i mesi. Aspettava ella? Aspettava ancora qualcheduno? Certo, una promessa solenne le era stata fatta, e chi stima ha fede, e chi ha fede aspetta. Ma venne il giorno 4 di ottobre, onomastico del signor Francesco Guerri, e l'aspettato non venne. Quel dì, Fiordispina fu più triste del solito; ma quel dì, per la prima volta, si sforzò di sorridere a suo padre, i cui occhi la interrogavano, non osando interrogarla le labbra.

--Figlia mia! figlia mia!--mormorò il signor Francesco, stringendosela al seno.

--Ebbene, babbo, ebbene?--diss'ella, reprimendo un singhiozzo.--Questo giorno, che è sempre stato così lieto per tutti noi, ti commuove tanto? Ne vogliamo vedere con egual gioia altri cento.

--Saranno troppi,--rispose il vecchio Guerri, accettando volentieri la via di salvezza che Fiordispina gli offriva.--Me ne basterebbero venti. Ma capisco che per l'affetto de' miei figliuoli sarebbero pochi. Diciamo dunque cento, ed anche centomila.

--Siano tutti quelli che Dio vorrà;--soggiunse Don Pietro, associandosi volentieri a quelle chiacchiere vane, che dissimulavano tanto dolore.--Sempre uniti, nella calma dolcezza della vita di famiglia, che cosa si potrebbe desiderare di meglio?--

Il giorno onomastico del signor Francesco fu festeggiato senza l'ospite che tutti dovevano aspettare, poichè egli aveva giurato di non voler mancare, a cui tutti pensarono e che nessuno ardì nominare. Ma un altro ospite era venuto, e portava i saluti e gli augurii di un altro ramo della buona schiatta dei Guerri. Avrete già capito che quell'ospite era il cugino Ruggero.

«Sarebbe stato il mio vivo desiderio (diceva il padre di lui, nella lettera che gli aveva consegnato per il suo parente delle Vaie) che i nostri vincoli si restringessero maggiormente. Il mio Ruggero è giunto a quell'età in cui bisogna pensare ad accasarsi. Per dirvela in confidenza, abbiamo proposte vantaggiose per ogni rispetto, da Reggio e da Modena; ma, prima di risolvere qualche cosa, lasciatemi tentare un'ultima prova con voi.»

E seguitava su questo tono, nel modo e con gl'intenti che il lettore discreto immaginerà facilmente. Don Pietro avrebbe potuto dire che quella volta il Guerri del Reggiano veniva a mezza spada col Guerri del Modenese. Al signor Francesco parve una buona occasione per rompere il silenzio in cui si erano chiusi tutti da due mesi. E tratta a sè la figliuola, le parlò risoluto in questa forma:

--Vedi, Fiordispina? È tempo di pensare al futuro, di assicurare la tua sorte, di maritarti, insomma. L'ho detta, finalmente! Che io ti ami, lo sai; ma l'amore dei vecchi non deve essere egoistico, e questo debbo provartelo io.

--Padre mio!--esclamò la fanciulla.

--Sì, capisco;--riprese il vecchio Guerri;--la solita storia. Sto tanto bene così! Non mi mariterò mai!

--No, padre;--rispose Fiordispina.--Non voglio dir questo. Nella casa dove son nata non ho avuto che esempi di sincerità, e non sarò io che darò il primo esempio d'ipocrisia. Ti dirò invece schiettamente: sono una fidanzata che aspetta.--

Il signor Francesco fu colpito da quelle semplici e risolute parole.

--Fidanzata!--diss'egli.--Senza di me?

--Oh, non senza di te;--replicò la fanciulla.--Sii buono, babbo, come sei sempre stato con tua figlia. Non hai tu approvata la mia scelta? Se io non ti avessi letto nell'anima, avrei io osato di prendere questo impegno.... con me stessa?--

Il vecchio stette un poco sopra di sè, non potendo negare, e non sapendo che rispondere. In verità, non gli restava da far altro che pigliarsela con se medesimo.

--Ah, sciocco, tre volte sciocco!--gridò.--E sono stato io che ho approvato! Ben mi sta, quello che è poi avvenuto. Lo vedi che fa il tuo fidanzato? Aveva premesso di ritornare, per questo gran giorno, alle Vaie. Ma noi lo abbiamo aspettato invano, se pure è da credere che lo abbiamo aspettato.

--Io l'ho aspettato;--rispose Fiordispina.

--Ebbene?... non è venuto. E che pensi di lui!

--Che non avrà potuto.

--Ma almeno poteva farsi vivo con una lettera. Ha egli mai scritto, dal giorno che è partito da noi?

--Avrà scritto; replicò Fiordispina;--e più d'una volta avrà scritto.

--E allora?

--Allora, padre mio, le lettere si saranno smarrite per via.

--Tutte?

--Tutte, sicuramente: la seconda nello stesso modo e per le stesse ragioni della prima; la terza come la seconda, e così via. Io ho sognato, padre mio, che le lettere del conte Gino, erano state intercettate all'ufficio postale di Modena. Ho sognato ancora che egli, non vedendo risposta alla prima nè alla seconda sua lettera, sospettò di una sottrazione, e provò a mandar le sue lettere per altra via; ma si fidò di un servo, e quel servo lo tradiva.

--Una gran fede.... nei sogni!--esclamò il vecchio Guerri.

--E nella voce del mio cuore,--ribattè la fanciulla.--Abbiamo stimato il conte Gino Malatesti, te ne rammenti? Lo abbiamo stimato come un perfetto cavaliere. Perchè lo giudicheremmo diverso, senza aver prove de' suoi torti? Perchè lo disprezzeremmo su mere apparenze?--

Il signor Francesco ammirò la costanza della sua figliuola, ma vide in pari tempo la necessità di scuoterla, di distruggere quella fede. Infine, un giorno o l'altro doveva saperla anche lei, la dolorosa verità. Non era meglio che la sapesse da lui, e subito, poichè l'occasione era venuta?

--Senti:--incominciò egli allora;--se io ti dicessi che il conte Gino ci ha dimenticati, e che....

--E che? Non ti fermare, padre mio!--gridò Fiordispina.--Continua!

--E che doveva anzi sposare un'altra donna?--ripigliò il vecchio Guerri.--Che a quest'ora l'avrà sposata, e che può essere già andato a fare il suo viaggio di nozze?...--

Fiordispina impallidì e vacillò. Quel povero padre, intimorito, si cacciò avanti per sostenerla. Ma era stato un turbamento momentaneo, e la fanciulla già riprendeva padronanza di sè.

--No, non temere,--diss'ella, vedendo l'atto di suo padre.--Son forte, vedi, e posso ascoltare ogni più triste nuova. Come hai tu avuto questa? Da chi?--

Il signor Francesco narrò allora tutto ciò che aveva riferito Pellegrino, ritornando da Modena. Erano vecchie notizie, oramai; nè altro aveva egli cercato di sapere.

--Mi permetti di non credere?--disse Fiordispina.--Oh, perdonami, babbo! Non a te, sai? non a te, ma alle ciarle volgari che Pellegrino ha raccattate per via. Quanta gente onesta non è stata mal giudicata, ed anche condannata, per le ciarle del volgo? Non credo a queste; non credo;--ripetè la fanciulla;--non voglio credere. Sarebbe una cosa infame! Il conte Gino Malatesti non è capace di una slealtà come questa.

--Avremo nuovi ragguagli, e ti persuaderanno;--rispose il vecchio.

--No, padre, no, non cercar nulla. Aspettiamo. Io aspetto;--disse la fanciulla, con calma risolutezza di accento.--Ti dispiace tanto che la tua figliuola invecchi nella casa dove è nata? La casa non fa paura a me; mal per male, è questo il minore, ed avrà le sue consolazioni nell'amore di tutti voi. Dicono che le vecchie zitelle son cattive e noiose. Anche questa è una delle menzogne che tanti ripetono, pensando di essere molto arguti, e che tutti gli altri credono, per risparmiare la noia di osservare essi medesimi la verità delle cose. In che la mia buona zia Angelica, rimasta a governare la casa, è meno graziosa meno amorevole di un'altra donna? della zia Olimpia, per esempio? Ed anche la zia Angelica, la mia seconda madre, avrà bisogno di chi l'aiuti un giorno e la liberi da una parte di cure. Poi, senti, babbo; mi viene in mente che noi non somigliamo a tanti altri, e questo pensiero, in un giorno di afflizione, ha pure la sua importanza e la sua gloria. Iddio ci ha fatti sani e forti, perchè potessimo anche soffrire più nobilmente degli altri. Quante volte non l'ho io udito da te? I Guerri sono come il vecchio Cimone, alle cui falde han messo radice. I venti e le nevi lo flagellano, le pioggie e i soli alterni fanno prova di sgretolarlo, i fulmini lo segnano dei loro solchi profondi, ed egli è sempre là, da migliaia d'anni, immutato e immutabile.--

Il vecchio Guerri asciugò una lagrima, e strinse al seno la sua forte figliuola.

--Che dirò io a tuo cugino?--chiese egli poscia.--Una bugia pietosa?

--No, padre, la verità;--rispose Fiordispina.--La verità, quando si può dirla, ha un accento che persuade, e piace per la sua semplicità anche quando non ci è grato di udirla. Infine, essa non offende nessuno, e il nostro cugino Ruggero non potrà ritenersi offeso da noi, quando tu gli avrai detto sinceramente che io ero.... che sono ancora fidanzata ad un altro. Se il conte Gino Malatesti ha da ritornare, la mia fede è impegnata con lui. Se non ritornerà...--conchiuse la fanciulla, vincendo a fatica la sua commozione,--Ruggero Guerri, nostro parente, non deve accettar egli i rifiuti di nessuno.

--È la tua ultima parola?

--Sì, padre mio, l'ultima.

--Mi farai morir di crepacuore, o di rabbia;--brontolò il vecchio Guerri.

--No, padre, non mi dir questo! Sarei capace di andarti dinanzi, sai? Mi ucciderebbe lo spavento. Promettimi di esser calmo e di vivere per i tuoi figli, che t'amano tanto! Son forte io, donna, e non lo sarai tu, uomo, provato a tutti gli affanni della vita? Non voglio che si pianga per me, in questa casa. Infine, tu lo vedi, non piango io.

--Ora!--esclamò il vecchio Guerri.--Ma poi?

--E poi come ora;--replicò l'animosa fanciulla.--Ne dubiti? Lo giuro per te, e possa io non veder più la faccia di mio padre, se mi avverrà di spargere una lagrima. Vuoi di più?--soggiunse, animandosi, in quella amara voluttà di sacrifizio.--Se è vero quello che ti hanno riferito di lui.... meglio così! Lo zio Orlando, per celia, vedendomi sempre coi libri per le mani, mi chiama qualche volta la romantica. Orbene, credilo, padre mio, leggendo molto i nostri poeti, ho veduto molte eroine, e mi son dispiaciute tutte ad un modo. Son donnicciuole, finalmente, povere creature deboli che il capriccio degli autori ha poste in condizioni difficili, e in cui le ha mantenute qualche tempo, ma senza merito loro. Son donnicciuole, ti ripeto, quando non sono fantasmi senza un'oncia di sangue. Era piuttosto necessario l'esempio d'una donna vera, capace di soffrire in silenzio, e di custodire entro l'anima il suo dolore, come un balsamo, come un'aroma prezioso. Sarò io quella donna. Va, padre mio, e non si parli più di queste tristezze fra noi.--

Il signor Francesco baciò ancora una volta sua figlia; poi si ritrasse, piangendo. La creatura debole, in quel punto, era egli, quel vecchio re della montagna, avvezzo ai geli del Cimone, provato, come diceva sua figlia, a tutti gli affanni della vita. Ma di questa debolezza lo scusava largamente il suo affetto paterno.

Aminta, dopo quel colloquio di suo padre con sua sorella, non poteva più esser tenuto al buio d'ogni cosa. Già nel silenzio del conte Gino egli aveva fiutato un cambiamento d'idee; ma taceva, anch'egli aspettando, e divorava la sua rabbia. Come seppe finalmente del matrimonio di Gino, non ci vide più lume e minacciò di farne una delle sue. Lo rattenne suo padre con fiere parole; lo calmò un poco Don Pietro con amorevoli esortazioni. Egli stesso, il buon prevosto delle Vaie, sarebbe andato a Modena, per informarsi di tutto. Forse non era vero niente di ciò che avevano detto a Pellegrino, e il silenzio ostinato del conte Malatesti poteva aver ragioni che di lassù non era dato indovinare.

Intanto, bisognava dir qualche cosa al cugino Ruggero. Ma qui, fosse o non fosse ammogliato il conte Malatesti, la risposta non poteva essere che una. E si prese il triste incarico di darla il signor Francesco, in quel medesimo giorno che aveva parlato a sua figlia.

--Vostro padre vorrebbe;--diss'egli al suo giovane parente;--ed io, figuratevi, non vorrei meno di lui. Ma la nostra parola era già impegnata.

--Col conte Malatesti?--chiese arditamente Ruggero.

--Sì; come lo sapete?

--Lo avevo immaginato fin dalla mia prima venuta;--rispose il giovane, con molta semplicità.--Ma poichè quell'altro si è ammogliato con una Baldovini.... credevo di potermi avanzar io.

--Come sapete che ha preso moglie?--gridò il signor Francesco, che una notizia così certa non l'aveva neppur egli.

--Mi han detto....--balbettò Ruggero.--Ma in verità non ne so nulla. Eccovi almeno ciò che è giunto al mio orecchio: che il conte Gino Malatesti si ammogliava. Io, allora, ricordando di aver conosciuto qui il signor conte, e immaginando che potesse trattarsi di un altro matrimonio, domandai con chi, e mi fu detto il nome di una marchesa Baldovini. Allora pensai: non era dunque vero quello che io avevo sospettato? E perchè appunto in questi giorni mio padre mi aveva accennati certi suoi disegni, anzi era sospeso tra due proposte, una di Modena e l'altra di Reggio, mi son fatto coraggio e gli ho detto:

--Sentite, padre mio; se mi fossi ingannato, l'altra volta, alle Vaie!... e se la nostra parente Fiordispina fosse ancor libera!...--A mio padre non è parso vero, perchè infine l'idea di questa alleanza l'aveva avuta lui, e l'aveva sempre vagheggiata. Ed ecco, mio buon cugino,--conchiuse malinconicamente Ruggero,--ecco perchè son ritornato qua, a fare un altro viaggio inutile.

--Povero ragazzo!--esclamò il vecchio Guerri.--Come siete buono, Ruggero, e come meritate di esser felice! Credete pure che io sono dolentissimo di non potervi chiamare mio figlio. Del resto, lo scriverò molto chiaramente a vostro padre, ringraziandolo dell'onore che ci ha fatto e dicendogli le cose come stanno. Mia figlia ha un suo modo di vedere, che sembrerà forse un po' strano, ma che in fondo ha persuaso anche me. Un altro padre vi tacerebbe la vera ragione; io voglio dirvela, anche per appagare il desiderio di Fiordispina. Ella si ritiene fidanzata al conte Malatesti. Se il conte ha dimenticato le sue promesse, peggio per lui, che ha mostrato di non meritarla. Ma nel fatto ella sarebbe.... come ho da dire?... un partito ricusato. E in questo caso (è mia figlia che parla) non si debbono accettare da un Guerri i rifiuti di un Malatesti.

--Rifiuti! Rifiuti!--borbottò il cugino Ruggero.--Son certi rifiuti, questi, di cui si contenterebbe un principe.

--Ho piacere che la pensiate così!--gridò il signor Francesco prendendo la mano dell'Ercole adolescente e stringendola forte tra le sue.--Perchè infine, la parola è di mia figlia, e va intesa con discrezione.--

Sospirò, così dicendo; ed era un sospiro, il suo, che esprimeva due sentimenti, uno di dolore e l'altro di soddisfazione. Soddisfazione momentanea, se vogliamo, mentre il dolore era continuo. Ma anche nel dolore sono i momenti di sollievo; quando, ad esempio, ci si dimostra con una buona parola che quel dolore è inteso, e che la nostra sventura non può avvilirci agli occhi di nessuno, perchè essa è della specie più nobile, e perchè infine non ce la siam meritata.

Quel giorno medesimo il cugino Ruggero partì dalle Vaie, calmo, tranquillo, sereno in apparenza, come era già partito una volta. Non lo giudicate severamente, vi prego. Sentiva anch'egli, e non meno profondamente di un altro; ma sentiva da uomo giovane e sano, che è sempre vissuto tra i monti, lontano dai piagnistei e dalle teatralità della vita cittadina. Sarebbe stato felicissimo se Fiordispina gli avesse detto di sì; ma non avrebbe intuonato un inno, nè spiccato un salto d'allegrezza, come faremmo noi, gente sensibile e nervosa. Gli avevano detto di no, in modo semplice e cortese, tale da non offendere la dignità della sua casa, nè il suo amor proprio di giovanotto, e ne sentiva un gran dispiacere; ma non era abbattuto, non piangeva, non rotava gli occhi, non digrignava i denti, non si disperava, come faremmo noi, gente.... Vi ho detto già che gente siamo, e non ripeterò gli aggettivi.

Poi (perchè non dire anche questo?) ci sono gli uomini che parlano molto, e quei che parlano poco. Il cugino Ruggero apparteneva alla seconda categoria. Nella sua taciturnità aveva inoltre i conforti del pensiero, e materia a molti pensieri gliene offriva la novità del suo caso. Figuratevi che era partito da casa sua con tre partiti in vista. Egli veramente preferiva sua cugina, che conosceva già e che avrebbe amata moltissimo, quando fosse diventata sua moglie. Ma, perduta la speranza di aver quella, gliene restavano altre due, fra le quali poteva scegliere, altre due che non conosceva affatto, ma che avrebbe vedute, prima di ritornarsene a casa. Suo padre, infatti, gli aveva parlato così:--Tu andrai prima alle Vaie, e farai quest'altro tentativo coi nostri parenti; ma poi, bada, io non voglio che si perda altro tempo. Se è un no, o se non è un sì tanto fatto, come dobbiamo volerlo noialtri, scendi subito a Modena e vedi quell'altra; poi, essendo tutta strada, passi a Reggio e vedi quell'altra ancora. Son figliuole di nostri amici tutt'e due; gli affari ti danno il pretesto di una visita. Così, veduta la seconda e veduta la terza, ritornerai a casa, mi dirai quale ti sarà piaciuta di più, e noi risolveremo, con cognizione di causa.--

Uomo saggio, il signor Guerri del Reggiano, e che non amava andar per le lunghe; viva l'anima sua! È così piacevole aver da trattare con persone di questa fatta! Sì, sì, no, no; e avanti, senza perdersi in chiacchiere.

Ruggero, adunque, salutò i suoi parenti delle Vaie, li ringraziò delle amorevoli accoglienze, chiese i loro comandi per Modena, e partì. Con lui, approfittando della buona occasione, partiva un altro personaggio, il vecchio prevosto delle Vaie. Gran novità, come vedete, e gran meraviglia tra i suoi parrocchiani.

Capitolo XIV.

Consolatore e giudice.

Don Pietro era veramente addolorato. Si poteva dire che non lo fosse mai stato tanto per sè, come lo era per i suoi amici. Ma in quel rammarico non c'entrava anche un pochino di suo? Anch'egli, se ci pensava, anch'egli era stato ingannato da quella faccia d'angelo Gab.... Ah, non angeli, nè santi, in paragone con gli uomini! Aveva ripreso Pellegrino, e non doveva cascar egli nel medesimo errore.

Povera fanciulla, così bella e così buona, così degna di esser felice! Se il conte Gino andava sposo ad un'altra, la bella Fiordispina non sarebbe stata felice mai più. Egli la conosceva, oramai. Se la fanciulla aveva detto a suo padre: «rimarrò a governare la casa» si poteva star certi che avrebbe fatto così. Se aveva promesso di non versare una lagrima, si poteva giurare che avrebbe mantenuta la sua promessa. Non avrebbe pianto, no; il cuore le si sarebbe spezzato, ma il suo volto non avrebbe tradito lo schianto. Quello che Fiordispina diceva, si poteva prendere per Vang.... Ah, triste mania dei paragoni! Don Pietro si morse la lingua per punizione.

--Infine!--conchiuse, cercando una scusa al suo fallo.--È un modo di dire. Quella buona fanciulla non ha mai mentito; è l'innocenza, è la verità personificata.--

Il pretesto con cui Don Pietro partiva per Modena era la compera di certi drappelloni per la chiesa parrocchiale. Quelli che c'erano, li aveva trovati entrando in uffizio, e fin d'allora già vecchi, stinti e sgualciti. Immaginate come fossero diventati in quegli ultimi tempi. Eppure, il vecchio prevosto avrebbe tirato innanzi con quelle anticaglie ancora per un paio d'anni, pensando che i suoi parrocchiani non badavano a certe apparenze. Ma poichè a Modena doveva andare, i drappelloni fornivano facilmente la scusa.

Da vent'anni Don Pietro non era più sceso alla capitale del ducato. E che ci sarebbe andato a fare, semplice di costumi e privo di bisogni com'era? Già, cala mal volentieri al piano chi vive _in excelsis_, e non ha nessuna curiosità della terra chi vede i cieli vicini. La città si era abbellita, sicuro; glielo dicevano tutti, ed egli lo credeva facilmente. I marchesi Frassinori avevano fatto restaurare la facciata del loro palazzo; una facciata del Tignola, che i nuovi stucchi rendevano due tanti più goffa. I conti Ansiglioni avevano fatto dipingere sopra un muro, in fondo al cortile, una magnifica prospettiva, una fuga di colonne, con alberi e un po' di cielo attraverso. Veduto dall'ingresso del portone, quel colonnato, con quello sfondo di giardino e di cielo, dava l'illusione del vero. Ottimamente! Di queste e d'altre bellissime cose Don Pietro sentiva parlare, ma non gli entrava mai nell'anima la curiosità di vederle.