Chapter 18
--La terra dà quel che può, e, aiutando l'avvedutezza dei proprietarii, dà tutto ciò che basta ai loro desiderii. Non è gravata da altre tasse fuor quello che servono a mantenere un'autorità, distributrice di sicurezza, di benefizii morali e materiali a tutto lo Stato. Non coscrizioni che defraudino i campi delle valide braccia e le famiglie dei loro sostegni. Non cure del domani, che se ne prende il carico momentoso un principe umano e prudente, vero padre dei sudditi. Sotto l'egida sua, sotto l'imperio delle provvide leggi, il piccolo commercio respira, le piccole industrie fioriscono, e fanno le fortune anche grosse. Questa verità palmare dovrebbero intenderla primi fra tutti i grandi proprietarii, scambio di sognar novità, di favorire idee sovversive. Perchè, poi, che cosa succede? Il padre è amoroso, è buono; ma viene il giorno che non vuol parerlo tre volte. Ammonisce con gli esempi; ma se gli esempi non servono, mette mano ai castighi. Non le pare?
--Fa il dover suo;--rispose il signor Francesco, a cui era rivolta la domanda.
--Ho piacere che in questo Ella sia del nostro avviso. Lo sia in tutto, e sarà grande vantaggio per tutti. Umili servitori dello Stato, e ignari delle conseguenze che può portare l'opera nostra, non possiamo rassicurare, nè promettere; c'è una gerarchia, e noi siamo ai più bassi gradini. Solamente ci è dato di esprimere un modesto desiderio. Ella, signor Guerri, per consenso di tutti, è il primo proprietario e per conseguenza l'uomo più autorevole di questa regione, i cui semplici costumi ritraggono della antica convivenza patriarcale. Il suo ufficio potrebbe dunque esser quello di un Mentore, cioè di una guida amorevole, di un esempio sicuro per queste buone popolazioni, che il governo tien d'occhio, come ogni altra parte dello Stato. Ma l'ora è tarda;--conchiuse il commissario, parendogli di aver detto quanto bastava, e dando perciò la sbirciata d'uso al suo orologio;--noi dobbiamo levar l'incomodo a questa bella riunione, dolenti di avere interrotte le sue occupazioni.
--Una partita di briscola chiacchierina;--disse il signor Francesco, sorridendo;--e non ancora incominciata, com'Ella ha potuto vedere. I nostri ossequii, signor commissario, ed anche i nostri augurii migliori per il suo prospero viaggio.--
Il signor commissario se ne andò, seguito dal suo taciturno e malinconico aiutante. Povero signor commissario! Aveva egli predicato invano, che lo accomiatavano con una burletta? Tale non era la sua opinione, e la burletta gli pareva assai povera, certamente poco spontanea, non accompagnata da nessuna allegrezza di spirito.
--Ad ogni modo,--pensò egli, scendendo le scale,--te la daremo noi, la briscola chiacchierina. La tua gente ha chiacchierato poco, ma gli altri, che non dipendono da te, hanno detto quanto basta, per far onore alla mia commissione. Nei nostri quaderni c'è tanto da darvi noia per un pezzo.--
Ai soliloqui del commissario e alle sue legittime speranze di gratificazione, se non forse di un aumento di grado, rispondeva il colloquio dei rimasti.
--Ahi, ahi!--disse primo Don Pietro.--La lezione è stata dura.
--Infine,--rispose Aminta, poichè il vecchio Guerri taceva,--se ne vanno senza chiederci nulla.
--E questo è il male, figliuol mio;--replicò il vecchio prete.--La predica del commissario mi dice che non se ne vanno con le pive nel sacco. Questi signori hanno raccolto quanto bastava. Non volevano andarsene senza far l'atto di presentarsi. Certamente, potevano supporre che fosse giunta a voi altri qualche notizia dei loro interrogatorii, e in questa supposizione molto ragionevole non hanno potuto dispensarvi da qualche allusione. Mi par chiaro.
--È chiarissimo;--aggiunse il vecchio Guerri.--Ma che farebbe Lei, Don Pietro?
--Cercherei di avvertir subito subito il conte Gino di ciò che si prepara. È una burrasca che potrebbe dar noia anche a lui.--
Pellegrino Menghi, famiglio di casa Guerri, partì quella medesima notte da Fiumalbo, conducendo a Modena un carico di legname. Erano bei tronchi d'acero, debitamente stagionati, che andavano ad uno stipettaio modenese, la cui commissione era stata ricordata in buon punto. Ora il bravo Pellegrino conduceva un carro; ma portava una lettera, nella gran buca della sua giacca di fustagno, ed anche un libricciuolo, per il conte Gino Malatesti. Quella lettera, scritta da Aminta Guerri, diceva poco o nulla; accompagnava un libro che il conte Gino aveva dimenticato alle Vaie, nell'ultima notte che era dormito lassù, e prendeva occasione da quell'invio per mandare all'amico, all'ospite gradito e caro, i saluti suoi e quelli di tutta la famiglia.
Il libro, che Gino Malatesti non aveva punto dimenticato, era stato scelto tra i più innocenti della libreria delle Vaie. Figuratevi che era il _Novellino_, in una piccola e modesta edizione di Parma. Non dava molto impaccio al portatore, e non c'era caso che gli si vedesse far grinze di fuori, al petto della giacca. Comunque, se avessero frugato Pellegrino alla porta, perchè tutto poteva darsi e bisognava prevedere ogni cosa, l'invio di quel libro innocente giustificava la innocentissima lettera. Pellegrino Menghi, arrivato alla presenza del conte, avrebbe detto l'essenziale a voce. Sapeva pure tutto ciò che importava di far conoscere al conte, poichè era un giovanotto intelligente, ed anche a lui era toccata la noia di un interrogatorio intorno alla famosa gita del lago.
Passarono i quattro giorni che Pellegrino doveva star lontano dalle Vaie, tra andata e ritorno. Ma il messaggero non comparve. Ne passò un altro, che fu il quinto, e i signori Guerri, non vedendo comparir Pellegrino, incominciarono a stare in pena, temendo che gli fosse accaduto qualche guaio. I timori si tramutavano quasi in certezza verso la fine del sesto giorno, quando il signor Aminta, che era andato in traccia del suo famiglio di là da Fiumalbo, riconobbe da lunge il carro vuoto che ritornava, e Pellegrino che gli veniva a passo lento daccosto.
--Ebbene?--gli domandò, muovendogli incontro.
--Eccomi qua, signor Aminta.
--Con due giorni di ritardo!
--Per forza!--rispose Pellegrino.--E col dispiacere di aver fatto un viaggio inutile.
--Come? Non hai veduto il signor Gino.
--Non l'ho veduto.
--Ed eri andato a bella posta!
--Che vuole?--ripigliò Pellegrino.--Appena giunto, e scaricato il legname, sono andato a cercare il palazzo Malatesti. Ho chiesto del signor conte Gino, e il portiere mi ha risposto brevemente: non c'è.--Mi rincresce, perchè dovevo consegnargli un involto.--Datelo a me, gli sarà ricapitato.--Non potevo ricusare, e cavai l'involto di tasca.--C'è un libro e una lettera;--dissi allora, consegnando l'involto a quell'uomo;--avvertite anche il signor conte che se ha comandi da darmi per i miei padroni, io sono per tutto questo giorno alla _Rosa_, fuori porta di San Francesco.--
--Bravissimo!--disse Aminta.--E allora come va che non hai veduto il conte?
--Ecco qua. Avevo appena finito, che il portiere mi rispose:--Sarà impossibile che vi mandi a dire qualche cosa, perchè non è in città.--Diamine!--esclamai.--Dov'è andato?--A Bologna, e non ritornerà che domani a sera, o doman l'altro.--Ringraziai, allora, e me ne tornai alla locanda, pensando che cosa avrei dovuto fare. Se ritorno alle Vaie, dissi fra me, il signor Aminta mi sgriderà, e giustamente, poichè m'aveva mandato perchè vedessi il signor conte. Così aspettai un altro giorno, sempre fermo alla locanda. Il giorno seguente non osai muovermi neanche; soltanto verso sera m'incamminai verso il palazzo Malatesti e giunto là mi presentai nuovamente al portiere.--Non ho potuto partire, in questi due giorni,--gli dissi,--e son venuto ancora a vedere se il signor conte Gino ha comandi da darmi.--Il conte Gino non è ancora ritornato.--C'è speranza che ritorni domattina?--Nè domattina, nè per parecchi giorni ancora; ha scritto che le sue faccende lo tratterranno dell'altro, forse una settimana, a Bologna.--
--Che faccende!--esclamò il signor Aminta.
--Non me ne ha detto nulla;--rispose Pellegrino, che aveva presa l'esclamazione per una domanda.--Ella capirà, signor Aminta, che io non me la sentivo di restare una settimana a Modena, lasciando Lei e il signor Francesco nell'incertezza. Perciò mi son risoluto di ritornare. Ma se vuole che io rifaccia la strada....
--No, non occorre, per ora. Al poi, penseremo più tardi.--
Quella sera in casa Guerri si seppe che il viaggio di Pellegrino era stato inutile, come l'espediente del libro e della lettera ond'era accompagnato. La cosa dispiacque molto anche a Don Pietro, che aveva avuta l'idea di quel viaggio. Non si parlò di briscola chiacchierina, ve lo assicuro; da parecchie sere non si pensava più a quei piccoli svaghi.
Capitolo XIII.
Il segreto di Pellegrino.
La mattina seguente, non senza meraviglia sua, Don Pietro si vide capitare in chiesa il famiglio dei Guerri.
--Che c'è?--gli domandò.--Vuoi confessarti?
--Eh, quasi!--rispose Pellegrino.--Son venuto a cercarla in chiesa, appunto per averne l'aria.
--Sentiamo dunque,--disse Don Pietro, tirando il giovanotto in uno stanzino accanto alla sagrestia, dov'era infatti un inginocchiatoio, con un seggiolone daccanto.--Se è una mezza confessione, qui nessuno ti ha da vedere, e puoi parlare liberamente, figliuol mio.
--Incomincio subito,--disse Pellegrino.--Ella saprà, almeno avrà potuto indovinare, che il signor conte Gino vedeva molto di buon occhio la mia padroncina.
--Non so, e non ho indovinato nulla;--rispose Don Pietro.--È questo che avevi da dirmi?
--Scusi, era necessario, per cominciare. A me era parso che fosse così. Ma se non c'era nulla tra loro due, tanto meglio.
--E perchè?
--Perchè, vede, ho avuto certe notizie, laggiù.... certe notizie che m'avevano già guastato il sangue. Ma se Lei mi assicura che non c'era niente fra il signor conte e la padroncina, io dormo tranquillo, e il signor conte può sposar chi gli pare.
--Che storia è questa?--gridò il prete, turbandosi.--Tu mi dirai ogni cosa. Come sai che il conte Malatesti si sposa?
--Eh, come lo sanno tanti altri, che lo hanno sentito laggiù, nella locanda della _Rosa_. Lei, deve sapere, Don Pietro, che io, aspettando un'occasione di vedere il conte Gino, avevo detto al suo portiere: rimarrò tutto questo giorno a Modena, e sono alloggiato alla _Rosa_, fuori porta San Francesco. Dunque, eccomi alla _Rosa_, non sapendo che fare. Lei indovina già quel che ho fatto: mi son seduto sopra una panca, e ho bevuto un bicchier di trebbiano. C'era della gente che mi ha offerto di giuocare una partita ai tressetti, ed ho fatto volentieri il quarto ai tressetti. Così mi è accaduto di far conoscenze e di barattar quattro ciarle coi miei compagni, gente di servizio come me. Uno di essi era nientemeno che sottocuoco in una casa di nobiloni.--«Ciriaco,--gli hanno detto ad un certo punto,--è dunque vero che la marchesina si marita?»--«E che cosa volete che facesse?--ha risposto lui.--Il suo giorno è venuto.»--E lì, di chiacchiera in chiacchiera, son venuto a sapere che lo sposo era il conte Malatesti. Non ho potuto trattenere la lingua, e ho domandato se si trattava proprio del conte Gino. Allora hanno domandato a me come lo conoscevo, ed io, facendo l'ignorante, ho risposto, che lo avevo incontrato una volta a Pievepelago.--«Ah, sicuro!--mi dissero.--Lo avrete veduto quando lo avevano mandato lassù in esilio. Ora gli hanno perdonato, e il signor conte, forse per mostrare che fa giudizio, si è risoluto di prender moglie.»--«E si farebbe giudizio tutti, a quelle condizioni!--soggiunse un altro.--Sposa la più bella ragazza di Modena.»--«Ah, sì? Ci ho gusto,--risposi,--perchè mi è parso un signore molto grazioso. E chi è la sposa, se è lecito?»--«La padroncina di Ciriaco, la marchesina Baldovini»--Eccole, Don Pietro, quello che seppi il primo giorno, mentre aspettavo che il conte Gino capitasse alla locanda, o mi mandasse a chiamare. Non vedendolo, e sperando che ritornasse da Bologna, dove mi dicevano che fosse andato, aspettai ancora due giorni; e questi li occupai, facendo amicizia con Ciriaco, passeggiando e trincando con lui. Mi ha confermato tutto, e mi ha detto anche tante altre cose, di questo matrimonio, delle relazioni che c'erano già tra il signor Gino e casa Baldovini, che ora si andrebbe troppo in lungo a volerle riferire. Signor prevosto,--conchiuse filosoficamente Pellegrino,--il conte Malatesti non si lasciò vedere; era sempre a Bologna, come mi disse la seconda volta il portiere, e in un modo da lasciarmi capire che potevo risparmiare la fatica di andarci una terza. Ma se anche fosse ritornato a Modena, mi par di capire che aveva ragioni tanto forti da non iscomodarsi con una gita alla locanda della _Rosa_.
--Questo è un giudizio temerario,--disse Don Pietro.--Non va bene dubitare così degli amici. Se era a Bologna!...
--Il primo giorno, sì, e infatti il portiere mi aveva detto graziosamente:--ritornerà stassera o domani.--Ma due giorni dopo, era un'altr'aria. Di sicuro aveva ricevuto l'imbeccata.
--Non dal conte Gino, allora.
--O da chi poteva averla ricevuta?
--Dalla famiglia, per esempio. Tutto ciò che mi hai raccontato non mi persuade ancora. Per credere che il conte Gino Malatesti si sia dimenticato affatto di noi, bisognerà che me lo confermino con giuramento almeno tre testimoni.
--Uno più dell'uso!--esclamò Pellegrino.--Ma si è egli degnato, appena giunto a casa, di scrivere due righe ai padroni? Conosco il suo carattere, per essere stato tre mesi con lui e aver portato i suoi biglietti ad Aminta, quando non si trattava d'altra distanza che quella da Querciola alle Vaie. Son io che vado a Fiumalbo per le lettere, e di suo non ho visto tanto così!
--È vero;--confessò malinconicamente Don Pietro.--Ma chi sa che cosa gli è accaduto, a quel povero ragazzo?
--Oh, non si è mica rotto il braccio destro,--ribattè Pellegrino.--Può viaggiare; potrà anche scrivere. Io, del resto, non c'entro.
--E dimmi,--riprese Don Pietro,--hai parlato di queste cose con nessuno?
--No, neanche col signor Aminta. Mi è sembrato di capire che avrebbero fatto dispiacere. Sa! per quel tal sospetto che avevo e che le ho detto in principio. Ma ora che so...
--Ora che sai,--interruppe Don Pietro,--devi tacere per tutto il resto che non sai. Tu hai fatto bene, tenendo subito le tue notizie per te; hai fatto bene,--soggiunse sospirando, come un uomo che non è ben persuaso di quel che dice,--hai fatto bene a confidarle a me, prima di farne uso con altri; puoi accettare il mio consiglio, che è quello d'aspettare un altro poco.
--Anche un mese, anche un anno;--disse Pellegrino.--Ella può viver tranquillo, che io non fiato. Son venuto da lei come da un confessore.
--Ma intendiamoci, veh!--rispose Don Pietro.--Non mi hai dette queste cose in confessione, e al bisogno potrò servirmi delle tue notizie.
--Lei è un uomo prudente; faccia come Le pare.
--Grazie, figliuol mio! Vattene ora alle tue faccende; io ritorno a casa per dir le mie ore.--
Ahimè, povero Don Pietro! Per quella mattina non lesse altrimenti il breviario, tanto era rimasto male, udendo tutte quelle novità dolorose.
Da principio, per dire il vero, non ci capiva nulla di nulla. Un colpo inatteso, una mazzata sulla testa, ha piuttosto per suo effetto di stordirvi il cervello, che non di muoverlo a cercare donde sia venuta la botta e perchè mai ve l'abbiano appioppata. Poi l'uomo percosso via via si ripiglia e pensa. Don Pietro adunque pensò; pensò prima di tutto a quel giovanotto, che si era come confessato a lui, accennandogli i suoi sospetti intorno alla visita del cugino Ruggero, e mise le notizie recate da Pellegrino a riscontro con quella faccia così aperta, con quel tratto così nobile, in cui egli aveva amato di riconoscere la congenita lealtà della stirpe. Siamo tutti così, pur troppo, ancora e sempre imbevuti d'antico, e facili a vedere nel sangue quella nobiltà che solamente dovrebbe esser frutto della educazione morale. I dotti parlano oggi più che mai di eredità; il popolo vi dice ancora che un tale non dirazza da' suoi vecchi, come se la razza ci avesse tutte le virtù teologali e cardinali, insieme con tutti i doni del Paracleto. E quando un gran signore vien meno a certe norme di gentilezza o di onestà, che credevamo intimamente collegate al suo nome, ci sfugge sempre l'esclamazione:--ed era nobile, costui!
Vera o falsa che fosse l'opinione delle genti, Don Pietro Toschi non aveva conosciuto di nobili che il conte Gino Malatesti, e da lui argomentava volentieri che fossero tutti fior di cavalieri, non senza ammettere, per omaggio naturalissimo all'esemplare, che il conte Gino fosse il più cavaliere di tutti. Inoltre, il vecchio prete conosceva Gino per un ardente innamorato, e non senza ragione così innamorato, non senza ragione così ardente. Fiordispina Guerri era bella, virtuosa, colta e gentile tanto, che non si sarebbe potuto desiderare di più. Avrebbe potuto diventar principessa o regina, senza che la cosa dovesse recar maraviglia a nessuno. Era anche ricca, forse più ricca che non fossero i Malatesti, e ciò poteva ricordarsi utilmente, in materia di nozze e di un consenso del padre di Gino. Finalmente, il giovanotto aveva pianto a calde lagrime, partendo dal luogo di pena; aveva abbracciato questo e quello, promesso, giurato.... E tutto ciò doveva finire con le notizie recate da Pellegrino? Era dunque vero, ciò che dice il proverbio: lontan dagli occhi lontano dal cuore? Già il signor conte aveva incominciato male, non scrivendo subito una lettera ai Guerri, appena giunto a Modena. Ma questa, sul principio, era parsa a Don Pietro la promessa di una bella novità.--Egli tace (pensava), ma poi ci capita alle Vaie con una domanda formale.--Questo pensiero, ahimè! era stato sopraffatto da un altro; le voci corse in paese di una inchiesta dei due ufficiali del governo ducale, la conferma di quelle voci per i discorsi del Tamaroni, le parole agrodolci del signor commissario, tutto concorreva a far dimenticare per un tratto le cagioni, buone o cattive che fossero, del silenzio di Gino Malatesti. Il vecchio prete ci pensava allora, dopo le riflessioni di Pellegrino, e a quelle riflessioni ne aggiungeva altre di sue, poichè in tutto quel tempo che Pellegrino era stato a Modena o in viaggio, il conte Gino aveva continuato a non dar segno di vita. Le prime notizie che si avevano di lui, era bisognato andarle a raccattare in città, fra le chiacchiere di alcuni servitori, in una volgare osteria di fuori porta. Ed erano belle notizie davvero! Il conte Gino era a Bologna... alla vigilia di sposare una marchesina Baldovini, celebrata come la più bella ragazza di Modena.
Immaginate con che animo andasse quella sera il vecchio prete alla conversazione dei Guerri; come soffrisse, vedendo quella fanciulla calma e pensosa, che non levava quasi mai la faccia dal suo ricamo; come gli dolesse di dover custodire il segreto, davanti alla gravità malinconica del signor Francesco, che di tanto in tanto rivolgeva occhiate amorose ma tristi a sua figlia. Ah, davvero, quel maledetto segreto pesava sulla coscienza a lui, candido e schietto alpigiano, che non aveva dovuto portar mai altro fardello morale, fuor quello, reso oramai leggiero dalla consuetudine, dei peccati della parrocchia.
Due giorni dopo, il povero Don Pietro non ne poteva già più. A farlo apposta, gli capitò Pellegrino tra' piedi.
--Ebbene, reverendo,--gli aveva detto il famiglio,--non è ancora venuto niente?
--Niente, e tu lo sai meglio di me;--rispondeva Don Pietro.--Non sei tu che vai per le lettere a Fiumalbo?
--Eh, dicevo bene per questo!--esclamò Pellegrino.
--Niente, nientissimo! È un trattare, scusi il termine, da veri birbanti. E con quella faccia, che pareva l'angelo Gabriele!
--Senti,--disse Don Pietro, rabbruscandosi,--non mescolar gli angeli col fango della terra!
--Oh, scusi, sa! Dicevo così per dire.
--E dicevi male. Hai piuttosto ragione quando dubiti. Io, per tua norma, non reggo più a mantenere il segreto, e se credi, ne avverto il signor Francesco.
--Gliel'ho già detto, faccia Lei;--rispose Pellegrino.--Anche a me dispiace che i padroni vivano ingannati, credendo quel signorino uno stinco di santo.
--Pellegrino!
--Ah, scusi ancora, reverendo! Sempre così per dire, e quando si ha il vizio....--
Don Pietro non istette a sentirne altro, e tirò via, col suo breviario fra le dita, per il sentiero della montagna. A quell'ora il signor Francesco Guerri doveva essere alla serra, e il vecchio prevosto deliberò di fare una passeggiata alla serra.
--Che buon vento?--gli disse il signor Francesco, andandogli incontro, appena lo vide comparire alla svolta del sentiero.
--Vento di tramontana;--rispose Don Pietro,--E dura da due giorni, e non mi lascia aver pace.
--Siete più tenero di me!--disse il signor Francesco, tentennando la testa.--Io non ho pace da un pezzo, eppure sto zitto.
--Ma non sapete tutto quel che so io, e che in questi due giorni mi ha già dato noia per cento;--replicò Don Pietro.--Venite qua, signor Francesco, facciamo due passi e vi dirò tutto. Mi parrà minor peso, e lo porteremo in due.--
Qui il vecchio prevosto riferì all'amico Guerri tutto ciò che aveva saputo da Pellegrino.
--Il vostro famiglio,--soggiunse poi,--venne da ragazzo prudente a confidarsi con me. Non lo sgridate, se ha taciuto con altri, poichè io medesimo glielo avevo ordinato. Del resto, pensate che tutte queste cose le avrebbe dette al vostro Aminta, e che Aminta, giovane com'è, anche un pochino impetuoso, non si sarebbe facilmente contenuto.
--Sì, ha fatto bene a tacere;--rispose il signor Francesco.--Del resto, io ho altro per il capo, che di sgridare Pellegrino. Penso sempre a quella relazione, io! Quanto al signor contino, c'era da immaginarselo, che le sue smanie dovessero finire così. Mio caro signor prevosto, se io dovessi dirvi ciò che credo di queste alleanze, ce n'avrei per tutta la giornata. A non guardare che la cosa in sè stessa, ci sarebbe da esser contenti di questo matrimonio che si prepara laggiù. Imparentarmi con nobili, non è mai stato di genio mio, e vi assicuro che non lo avrei fatto di buona voglia. Ma non vorrei ora che quel signorino di Parigi mi avesse stregata la mia figliuola!
--Oh, per questo, poi, non c'è da temere!--disse Don Pietro.--Fiordispina è una savia ragazza. Può darsi che lo vedesse di buon occhio, ma penserà anche lei al vecchio proverbio: chi non ci vuole non ci merita.
--Volesse il cielo che ragionasse così!--replicò il vecchio Guerri.--Voi siete il suo confessore, Don Pietro; esplorate il suo animo, consigliatela voi.
--Non credo che sia opportuno di farlo per ora.
--E perchè? Meglio oggi che domani.
--Sì, capisco, e meglio domani che doman l'altro. Ma sarà poi tutto vero, quello che hanno raccontato a Pellegrino? Non ci sarà ancora tempo e modo di disfare ciò che si è incominciato? Mi sembra ancora così strano che il conte Gino abbia cambiato opinione, e peggio ancora sentimenti ed affetti, nello spazio di una settimana!
--Dite pure che vi manca l'animo;--osservò il vecchio Guerri.
--E sia; mi manca l'animo;--rispose Don Pietro.--Amo meglio confessarlo schietto, che girare intorno alle difficoltà, col pretesto di studiarle meglio. Povera fanciulla! Credo davvero che avesse posto il suo cuore in quel giovanotto. Ma chi non gli avrebbe creduto, al conte Malatesti? Io non avrei dubitato di confidargli ogni cosa più cara, ogni segreto più geloso.
--Incominciando dalle vostre opinioni politiche!--notò ancora il signor Francesco.--E infatti, con le vostre benedizioni, vedete dove si è giunti? Ad una inchiesta, che ci condurrà ad un processo.