La montanara

Chapter 16

Chapter 163,657 wordsPublic domain

--I tempi son guasti e certi animi son diventati incorreggibili con un regime di bontà; è necessario dare esempi salutari, esempi di severità, perchè non avvenga di peggio. Ma a questo provvederà la vigilanza del governo. Per quello che risguarda la mia casa, provvederò io senza fallo. Vi ho scritto l'altro dì, e voglio sperare che non ritornerete a Modena per fare quel che avete fatto finora. Perchè, badate bene, se io, fidando troppo nella vostra lealtà, ho potuto lasciar correre qualche leggerezza giovanile, oggi, avvertito dall'esperienza, non son più disposto a chiuder gli occhi sui vostri diportamenti. Ottenendo una grazia insigne da Sua Altezza, ho assunto un impegno, a cui non verrò meno. Messo in sospetto dal passato, dovrò raddoppiare la mia vigilanza, e pensare in tempo ai rimedi. Ne convenite?--

Era una domanda formale, o una figura rettorica? Il conte Jacopo si era fermato, e Gino pensò che bisognasse rispondere.

--Non so che vogliate dire, padre mio. Io non ho nulla che mi rimorda, che mi punga la coscienza, da far riconoscere necessaria la vostra severità.

--Lo so;--disse il conte Jacopo, tentennando la testa.--Voi siete impenitente.

--Ma in che, padre mio? Voi mi avete accusato di leggerezza, per certi discorsi.... che mi valsero una condanna. Su ciò non discuto. Ebbi la pena e non debbo dir altro. Questo vi posso promettere, da figlio rispettoso, e consapevole dei vostri impegni paterni, che io vivrò d'ora in poi nel più prudente riserbo, e tutto intento ai miei studi. Volete che io mi chiuda nelle mie camere, che io non veda più nessuno? Lo farò volentieri.

--Non vi domando un simile sacrifizio.

--Non sarà tale per me; sono avvezzo alla solitudine, oramai.

--Sì, anche troppo;--disse il conte Jacopo, con un accento sarcastico.--E nessuna lettera vostra, delle rarissime che ci avete scritte, accennava al rammarico di non essere in luogo più popolato. Ma basti di ciò, per ora. Voi dovete mutare il vostro tenore di vita. E per farvelo mutar bene, in modo che convenga a me, ho risoluto di ammogliarvi.

--Ammogliarmi?--gridò Gino.--Ammogliarmi?

--Sicuramente. Avete venticinque anni suonati, e mi par suonata anche l'ora da ciò.

--E sia;--disse Gino, pensando che alla fin fine il terribile decreto di suo padre non poteva avere esecuzione da un giorno all'altro.--Ma in questo almeno vi piacerà di consultare il mio desiderio?--

Il conte Jacopo diede a suo figlio un'occhiata, che parve volesse passarlo fuor fuori. Poi, molto tranquillamente, e quasi pesando le parole ad una ad una, rispose:

--Certamente, poichè il vostro desiderio non potrà essere disforme dalle tradizioni e dagl'interessi della casa Malatesti. Almeno nelle alleanze,--soggiunse il vecchio, rendendo a Gino la pariglia del suo avverbio puntiglioso,--almeno nelle alleanze vorrete conservare quella dignità che non vi è piaciuta in materia d'opinioni politiche.--

Gino non ebbe il coraggio di fiatare. E il vecchio proseguì, mutando il tono grave nel sarcastico:

--Del resto, non dubitate. Io non sono un padre di palcoscenico, che voglia rendere infelice il protagonista sentimentale a cui ha dato la vita per volontà dell'autore. Sono un padre vero ed umano, un po' rigido, se volete, ma per debito di onestà, per rispetto a tante generazioni di galantuomini che lo hanno preceduto, che deve considerare le convenienze della famiglia, aver occhio alle sue condizioni economiche, e le une e le altre, insieme con le proposte che possono rampollarne, vuol sottoporre alla vostra alta approvazione. Avrete dunque il diritto di scegliere, non dimenticando che Malatesti siete nato, con mille anni di nobiltà accertata e riconosciuta, che vostra madre è una Pallavicina, con altrettanti, e che dovete qualche cosa a questo sangue; almeno almeno,--e qui il vecchio battè ancora sull'avverbio,--di non fallire alle consuetudini.

--Ah!--mormorò Gino, che si sentiva perduto. Ma il vecchio Malatesti non mostrò di dargli retta, se non per piantar meglio il dardo nella ferita.

--Avete dunque capito, mi pare;--riprese egli, implacato.--Ho fatte le mie indagini, ho meditato su tutti i partiti che potevano offrirsi, e per venir subito alla migliore delle proposte, a quella che raccoglie in sè tutte le condizioni di sangue, di ricchezza, di educazione, ed anche di bellezza (poichè questa non va dimenticata, quando c'è) ho pensato che convenisse molto a voi la figliuola del mio amico Baldovini.--

Andava per le spicce, il conte Jacopo, e bisognava rendergli questa giustizia, che non voleva far soffrire troppo a lungo suo figlio, per l'incertezza del modo in cui doveva essere finito. Il povero Gino ebbe un tremito nervoso, e gli si offuscò la vista, all'udire quel nome. Ma vide allora, come in una nube, la lettera del suo grande amico Emilio Landi, in cui era magnificata, levata a cielo, la bellezza della giovane Baldovini.

--Come?--balbettò egli.--Una bambina!...

--Ha diciott'anni;--ribattè il conte Jacopo.--Lo so da suo padre, e non me lo ha negato sua madre. Voi non l'avete guardata molto attentamente.... Parlo della figliuola, si capisce!--soggiunse il vecchio, non sapendo rinunziare all'occasione di lanciare un bel frizzo.--Non l'avete guardata molto attentamente; ma vi consiglio di farlo fin da domani, quando andrete a visitar la marchesa.

--Oh, padre mio!--esclamò Gino, trascurando l'ironia e non vedendo che l'orrore della cosa;--con tutto il rispetto.... con tutta l'obbedienza che vi devo, non ci andrò.

--Non ci andrete? E perchè, se è lecito domandarvelo?

--Perchè... perchè.... Voi non mi costringerete a dirlo. Ma un'alleanza con quella casa....

--C'eravate così intimo!

--Ebbene, per quella medesima intimità....

--Ragazzate!--sentenziò il conte Jacopo.

--Ma il mondo, padre mio....

--Il mondo vedrà nel fatto d'oggi la più bella, la più categorica, la più solenne smentita a tutte le sue ciarle di ieri. Se pure,--soggiunse filosoficamente il vecchio Malatesti,--se pure il mondo si ricorderà di averne fatte, fino a tre mesi fa. Non mettiamo dunque fuori di queste scuse; non mostriamo di volerci attaccare a' rasoi. Infine, volete voi che io dica al mio vecchio amico Baldovini le ragioni, gli scrupoli, per cui ricusereste la mano ch'egli ci offre? Perchè egli ce l'offre, capite? egli in persona; e la marchesa Polissena approva un'idea, che ella medesima ha ispirata al marito. Voi sapete che il Baldovini non fa nulla senza sua moglie.--

Un interlocutore che avesse amato il frizzo come lo amava il vecchio Malatesti, avrebbe colta a volo l'occasione per dire che la moglie non gli ricambiava la cortesia. Ma il nostro Gino pensava a tutt'altro. Egli rivide in nube la lettera di Emilio Landi e fremette.

--Mi sarei dunque ingannato?--pensò.--Quella lettera sarebbe stata scritta... sotto la dettatura di lei?--

Si poteva fare molto cammino su quella traccia che il caso metteva dinanzi alla immaginazione di Gino. Ma egli doveva difendersi dalle incalzanti argomentazioni di suo padre.

--Ma che significa tutto questo amore così tardo dei signori Baldovini per me?--domandò egli, scuotendosi, e mostrando un rancore che non sentiva in cuor suo.--Mi hanno almeno dimostrato un po' d'amicizia nella sventura che mi era venuta addosso?

--Vi potrei rispondere che questo disegno d'alleanza ne è una luminosissima prova, e certamente più seria di una lettera di condoglianza;--rispose il vecchio Malatesti.--Ma io posso dirvi ben altro. Sappiate che la marchesa Polissena si è unita, alleata a me, nelle pratiche occorrenti per il vostro perdono. Ella ha disposto a favor vostro il ministro, che non è mio amico, sebbene mi tratti sempre con tante cerimonie. Forte di questo appoggio, io non mi sono inginocchiato inutilmente a Sua Altezza.

--Con mille anni di storia!--osò dire Gino Malatesti.

Il vecchio conte saltò dal cuscino del canapè, come se lo avesse spinto una molla.

--Che intendete di dire, malcreato?--gridò egli inviperito per la tracotanza del figlio.

--Che per me, padre mio, non dovevate inginocchiarvi davanti a nessuno, foss'anche un duca della casa di Lorena, tanto più recente della vostra.--

Il conte Jacopo volse in giro un'occhiata sospettosa; poi, come non fosse ancora ben certo, andò verso l'uscio, lo aperse e guardò nell'anticamera. Finalmente, richiuso l'uscio dietro di sè, ritornò verso il figliuolo, che era rimasto là, non sapendo che pensare di quella scena, e gli disse a mezza voce, ma con intensità tanto maggiore di accento:

--Sciocco! Imparate qualche cosa della vita anche voi. I duchi e i re non sono opera nostra; li fanno le circostanze, i tempi, la concatenazione degli eventi, e più di tutto le follìe dei popoli. Se non fossero state queste follìe, i Malatesti avrebbero ancora uno Stato, come lo avrebbero i Pallavicini, donde pur discendete, per vostra madre. I rivolgimenti politici hanno spogliate le nostre famiglie, ci hanno dispersi qua e là, nelle corti di più fortunati signori. Ed eravamo duchi di Ravenna nel 752, ricordatelo; duchi di Ravenna, e non per diritto longobardico, ma per avanzo di potestà romana; poi fummo signori di Rimini, di Pesaro, di Fossombrone, di Fano, di Cesena, di Cervia; padroni della Marca, insomma, assai prima che si parlasse di casa Borgia nel mondo. So la mia parte di storia, e dovreste saperla anche voi. Dovreste sapere altresì che i Malatesti, perduti gli antichi dominii, ridotti allo stato di semplici gentiluomini, hanno almeno serbati i loro privilegi, quei privilegi di cui fate alle volte così poca stima, e che pure vi servono tanto, eleganti fannulloni, per correre di qua e di là, onorati da per tutto, inchinati dal volgo alto e basso. Voi giovani vi date bel tempo, sfruttando l'economia e la previdenza dei vostri maggiori; noi frattanto, padri non degeneri dagli avi, dobbiamo pensare a mantenervi lo stato, a procacciarvi le alleanze che guarentiscano ai vostri figliuoli l'agiatezza e gli onori del grado. Pensate che ho tre figli, io, e in tre parti andrà divisa la mia sostanza, niente più larga di quella d'un modesto banchiere.

--Se non è che questo,--disse Gino, appena un sospiro del conte Jacopo gli permise di collocare una frase nel discorso,--ci sono sul Modenese altre ricchezze e maggiori di quelle che può darci un'alleanza coi Baldovini.

--Ci verremo, alle maggiori, ci verremo;--rispose il conte Jacopo.--Ma i Baldovini non hanno solamente ricchezze; hanno credito. La marchesa Polissena è potente a Corte. Non ho dovuto sperimentarlo io? Soltanto dopo che la marchesa è entrata in lizza, allora soltanto, ho potuto esservi utile, ottenere il vostro perdono da Sua Altezza, io, ciambellano antico, io più fedele alla casa del Duca, nei giorni della sventura, che non fossero tanti nobili di più fresca data, compresi gli stessi Baldovini. Pensate a questo, Gino, e finiamola con le vostre ripugnanze inesplicabili.

--Inesplicabili! Vi piace di chiamarle così;--mormorò Gino.--Ma io non vi ho detto ancora tutto.

--Parlate, allora. Siamo qui per dirci ogni cosa. Appunto per questo ho voluto venirvi incontro a Sassuolo.

--Ebbene, padre mio.... Se non fossi io l'uomo più adatto a far felice la giovane Baldovini.... Se ella amasse già un altro....

--E chi, di grazia?

--Il marchese Landi.

--Come lo sapete?

--Ho una sua lettera, in cui non fa che parlarmi della marchesina, dei suoi vezzi, dei suoi trionfi di società. È una lettera di un innamorato.

--Come v'ingannate!--esclamò il conte Jacopo.--Emilio Landi è uno dei vostri.... Via! mi fareste dire delle cose....

--Ditele, padre mio; non vi trattenete per me.

--Ebbene, sì, uno dei vostri successori;--replicò il vecchio Malatesti, compiendo la frase.

--Me ne rallegro con la marchesa;--disse Gino, che vedeva così confermato un suo recente sospetto.--Ma ecco una ragione che dovrebbe rendermi molto penoso il rimetter piede in quella casa.

--Sciocchezze, ve l'ho già detto una volta.

--E siano pur tali;--ribattè Gino.--Ma anche di queste si vive. Ora, io non sposerò mai la figlia dei Baldovino Non posso...--soggiunse, alzando la voce, per darsi in quel modo un po' d'energia.--Non posso, non devo, non voglio.--

Il conte Jacopo si morse le labbra, vedendo così sfidata la sua autorità paterna.

--Ecco un discorso che stona con la vostra condizione rispetto alla mia;--diss'egli, dopo un istante di pausa.--Che voi possiate e dobbiate, mi sembra di averlo dimostrato abbastanza, nè intendo di spenderci altre parole. Che voi non vogliate... è ciò che vedremo. Badate bene, Gino! Potrei anche diseredarvi.

--Ma non togliermi la vostra stima, padre mio;--replicò il giovane, animandosi.--Questa mi è cara assai più delle vostre sostanze. Ascoltatemi, ve ne supplico, e poi giudicate.

--Non ho fatto altro finora;--disse il vecchio Malatesti.--Ma poichè avete ancora qualche novità in serbo, son qua per ascoltarvi.--

Così dicendo, si ricompose sul sedile e stette in atto di giudice ad udire il figliuolo.

Gino, ridotto agli estremi delle sue difese, fece uno sforzo violento e svelò tutto il suo cuore. Tanto avrebbe dovuto farla, un giorno o l'altro, la sua confessione generale; e meglio allora che poi. Narrò come fosse giunto a Fiumalbo, per recarsi a confine in Querciola; come avesse conosciuti i Guerri e ricevute le dimostrazioni più affettuose, le prove di una ospitalità che doveva essere ricordata con gratitudine, non solamente da lui, ma da tutti i Malatesti. In quella casa aveva conosciuto un angelo di bellezza e di bontà; la sua virtù, la sua educazione, avrebbero innamorato il conte Jacopo, come avevano innamorato suo figlio. Bisognava vederla, bisognava conoscerla, quella divina fanciulla. I Guerri, poi, erano ricchi.... Egli si vergognava, in verità, di dover mettere in conto queste cose; ma infine, se potevano persuadere suo padre, erano argomenti non ispregevoli, perchè i Guerri erano infatti ricchissimi, e conosciuti per tutto l'alto Modenese come i re della montagna.

Il conte Jacopo era rimasto ad ascoltarlo, taciturno, immobile, senza batter palpebra, e Gino sperò di essere stato eloquente. Alla fine, il vecchio Malatesti parlò.

--Re! Un bel titolo, non lo nego, e val più che marchese. Ma son nobili, questi re?

--Padre mio! Vi assicuro....

--Tacete! Una sciocca passione vi farà anche trovare una genealogia ed uno stemma per la vostra Dulcinèa. Avete infatti qualche cosa di Don Chisciotte nell'anima. Il sentimento della cavalleria, senza dubbio, e la propensione alle avventure agresti. È una ubbriacatura come un'altra. Non vi mancherà più altro che di giudicar la montagna più abitabile della pianura, e la società dei taglialegna preferibile a quella delle persone educate. Non mi dite più nulla. Vi ho ascoltato con pazienza, per vedere fin dove giungesse la vostra follìa, e riconosco che era tempo di richiamarvi a casa, perchè avreste fatto qualche ragazzata irrimediabile, dopo tutte le altre... che costeranno care, ve ne avverto, assai care ai vostri ospiti.

--Care!--esclamò Gino atterrito.--Spiegatevi, in nome di Dio! È un obbligo d'onore per voi.

--Che cosa?--ribattè alteramente il vecchio Malatesti.--Vi verrebbe forse in mente di dare una lezione a me?

--Me ne guardi il cielo!--rispose Gino, tentando di disarmare suo padre con l'umiltà dell'accento.--Ma se i signori Guerri han da soffrire una persecuzione per colpa di un Malatesti, è il capo di questa famiglia che deve soccorrerli. E voi, dicendomi tutto....

--Vi dirò per ora che quella è la vostra camera;--interruppe il conte Jacopo.--Andate a riposarvi, o a meditare su ciò che vi tocca. Forse, anzi senza il forse, l'alleanza vostra coi Baldovini sarà più utile ai Guerri che non l'altra, sognata da questi montanari con noi.--

Gino s'avvide che non c'era più nulla da rispondere, più nulla da ottenere. E non ribattè nemmeno, quantunque ne soffrisse acerbamente in cuor suo, l'offesa che si faceva in quel punto alla dignità de' suoi ospiti. Si ritirò, mormorando un saluto, mentre il conte Jacopo si avviava dall'altro lato alla sua camera, duro, impettito, col collo rannicchiato e la maschera alta.

La triste notte di Gino Malatesti non si descrive. Furono pianti dirotti, furono disperazioni a cui non recò tregua neppure il sonno, poichè lo accompagnavano dolorose visioni. Gino sognò i Guerri in carcere, accusati di lesa maestà, e Fiordispina che tendeva a lui le braccia supplichevoli, implorando aiuto e protezione. A lui! Ma che poteva far egli? Andar là, dove non poteva mandarlo neanche un comando di suo padre? Ahimè, sì, bisognava risolversi. Gino Malatesti, avvilito come gli ultimi della sua stirpe, si umiliava davanti alle potenti sirene, come essi si erano umiliati davanti ai duchi, ai tiranni d'ogni specie. La bionda sirena lo attirava, lo involgeva tutto in uno di que' suoi sguardi luminosi, e accanto a lei, consigliere della viltà, sorrideva Emilio Landi.--Sì, devi risolverti; saremo tutti per i tuoi Guerri; una nostra parola farà cessare ogni persecuzione contro di loro. Che cosa si domanda a te? Un monosillabo.--E il salotto allora diventava una chiesa; e, Dio mi perdoni, il sofà della marchesa Polissena si tramutava in altare. Una fanciulla vestita di bianco, bellissima invero, ma non lei, non Fiordispina, era al fianco di Gino. Il sì era richiesto; il sì era profferito; ma gli aveva bruciate le labbra, ed egli balzava indietro, fremendo. Lode al cielo, non era stato che un sogno. Ma la realtà era forse più lieta?

Tristi, odiose necessità sociali! Il decoro di casa Malatesti voleva un sagrifizio da lui. Ah, il decoro di casa Malatesti, qual riso amaro gli chiamava alle labbra! Francava la spesa di mantenerlo, quel decoro, dopo che i suoi maggiori lo avevano trascinato nella polvere, sull'orma di tanti fortunati bricconi! Ma già, l'obbligo, la tradizione delle famiglie storiche!... Sì, storiche oramai nella debolezza, non potute rinsanguare neanche dall'errore di qualche passione colpevole, tanto agli evitati mali dell'eredità si sostituiscono vigorosi i pregiudizi, i costumi, i vizi dell'ambiente, nuove cause di decadenza, e più gravi!

Gino Malatesti la sentiva allora, l'oppressione dell'ambiente morale in cui era vissuto. Voleva uscirne, e la cappa di piombo si aggravava su lui, come la tetra vôlta del carcere Tulliano, sotto cui si era soffocati, assai prima di morire strozzati.

La luce del giorno lo colse, ancora tutto immerso e perduto in vani disegni. Il poveretto non sentì mai tanto come allora la inanità degli sforzi di un uomo, quando tutto congiura contro di lui. L'accortezza che prevede... l'abilità che riesce... tutte parole vuote di senso! L'uomo ha il suo fato. Unico rifugio la coscienza; unica libertà il soffrire.

La carrozza aspettava, e poco dopo, salutati i Pradini, si ripartiva per Modena. Il conte Jacopo era taciturno, ma calmo, come se nulla fosse avvenuto. La maschera si era rifatta umana, scegliendo per altro, fra tutte le espressioni possibili, quella del sorriso cortigiano. Era del resto l'espressione consueta del conte Jacopo, e Gino ne rimase ingannato.

--Padre mio,--osò dirgli, alle porte di Modena,--vi vedo più tranquillo... più buono con me...

--Sì,--rispose il conte Jacopo,--nella fiducia che sarete buono anche voi, e obbedirete a vostro padre.

--Ma...--balbettò Gino.

--Non c'è ma che tenga: obbedire è l'obbligo vostro, se volete riacquistare la benevolenza mia.

--Ve ne prego, ve ne scongiuro;--rispose Gino umilmente;--ditemi almeno dei signori Guerri.... Che pericolo li minaccia?

--La loro sorte non è in mia mano.

--E di chi?--

Il vecchio Malatesti non rispose direttamente alla domanda incalzante di suo figlio. Tentennò un poco la testa; poi lasciò cadere dall'alto, stanche e fredde, come una pioggia lenta d'autunno, queste poche parole:

--Vi ho già detto che io non ho nessun potere sul ministro. Fummo rivali nella grazia del principe, ed egli se ne ricorda.--

Poi sospirò, il conte Jacopo, ed aggiunse:

--Così si preparano, nella gelosia dei servitori, le cadute dei legittimi padroni.--

Ma queste filosofiche considerazioni non avevano che fare col triste caso di Gino Malatesti, e il nostro povero giovanotto lasciò cadere il discorso.

Oramai non aveva più speranza che in Giuseppe. Piccola speranza, in verità, poichè da quel fidato servitore non c'era da aspettarsi aiuto. Ma quel brav'uomo sapeva le cose appuntino, e il sapere ciò che si trama contro di noi, contro gli amici nostri è già un'arma nelle nostre mani, il principio e il fondamento di ogni difesa. Pochi minuti ancora, e lo avrebbe veduto, lo avrebbe interrogato, il suo fedel servitore. La carrozza era entrata in Modena, svoltava un angolo ben conosciuto, giungeva davanti al palazzo Malatesti, infilava il portone, per andarsi a fermare davanti alla scala padronale. Due servitori si presentarono allo sportello, ma uno di essi era il portiere, l'altro.... non era Giuseppe. Entrato in casa, Gino fu lungamente in balìa della famiglia, abbracciato, guardato, interrogato, poi nuovamente abbracciato, come sempre avviene in simili casi. Soltanto un'ora dopo gli fu concesso di ritirarsi nella sua camera, per darsi la ripulita necessaria e mettersi in arnesi di città.

Finalmente! Era nel suo nido. Come lo avrebbe veduto volentieri, in ogni altra occasione! Ma allora, con tutte quelle tristezze, con tutte quelle curiosità pungenti nell'anima, non guardò, non vide nulla. Cioè.... dico male; vide il campanello e suonò per chiamare il servitore.

E il servitore venne, ma non era Giuseppe.

--Ah, Silvestro, sei tu?--diss'egli, come per dissimulare sotto la cortesia del saluto un primo e naturalissimo gesto di dispiacere.--Puoi dirmi dov'è andato a ficcarsi il mio abito grigio! Sai? quello che ha i bottoni metallici.

--Illustrissimo, non ne so nulla;--rispose Silvestro.--Cercherò nell'armadio.

--Nell'armadio non c'è;--disse Gino.--In quei cassetti nemmeno. Chiamami Giuseppe; egli forse ne saprà qualche cosa.--

Silvestro obbedì, e Gino respirò vedendolo andare così risolutamente. Aveva già incominciato a temere che gli avessero mandato via il suo fido Giuseppe.

Questi, da buon cospiratore, non si era mostrato molto premuroso, all'arrivo del padroncino, e infatti non era neanche venuto in anticamera. Bisognò andarlo a cercare nella camera di servizio, dove se ne stava tutto intento alle opere del suo ministero. Andò, chiamato, e fu felice d'incontrare per via il conte Jacopo, di esserne interrogato e di potergli rispondere:--vado dal signor conte Gino, che cerca un suo abito grigio e non lo trova.--

Le dimostrazioni furono brevi, tra Gino e il suo buon servitore. L'uscio della camera rimaneva aperto, qualcheduno poteva ad ogni momento passare di là. Ma fingendo di rovistare nei cassetti, aprendo e chiudendo via via un mobile o l'altro, per cercar sempre un abito grigio che era stato ritrovato alla bella prima, Giuseppe ebbe tempo e modo di dire al padroncino tutto ciò che più gl'importava di sapere.