La montanara

Chapter 15

Chapter 153,780 wordsPublic domain

Così tutti quei giorni di purissima gioia erano passati davanti agli occhi di lei. Pensando a quei giorni, era possibile immaginare che Gino non fosse più Gino? No, l'amore che gli traspariva dal volto, che aveva reso tante volte eloquente il suo labbro, doveva essere custodito così gelosamente nel suo cuore, com'erano custoditi da lei tanti poveri fiori appassiti. Infine, doveva andare. Poteva egli ribellarsi al comando? Dimenticar la famiglia? quella famiglia, in cui ella stessa... No, doveva andare, non poteva trascurare i suoi, le persone da cui dipendeva tutto, anche per lei, per la sua felicità futura. Andava, finalmente; sarebbe ritornato. Stare un mese, anche tre, lontana da lui, triste cosa! Ma è delle donne il soffrire in silenzio. Avrebbe sofferto; sarebbe stata forte; voleva esser forte, e sorridergli.

Si scosse, allora, richiuse i suoi fiori, ed escì sul terrazzo, per respirar l'aria viva della montagna. Era tempo. Si udiva da lunge lo scalpitìo dei cavalli. Gino ritornava da Querciola alle Vaie: appariva già, tra le lunghe file dei cerri. Portava egli forse il mazzolino consueto, raccolto nel bosco per lei? No, pur troppo, veniva a mani vuote, per allora. Ma come avrebbe potuto raccogliere i fiori delle balze, ritornando a cavallo? Ed anche in compagnia di Aminta. Si può pensare a queste cose, in presenza di un terzo, sia egli pure un fratello? L'amore ha la sua verecondia, o non è più l'amore.

Ma vedete, come il pensiero di Gino rispondeva al suo. Il cavaliere si era arrestato al punto in cui soleva fermarsi ogni mattina, scendendo alle Vaie. Non aveva gittato un mazzolino, ma faceva un saluto, un gran saluto, in cui parve offrirle tutto se stesso. Un alito caldo venne ad accarezzarle la guancia; ella arrossì, come soleva, ma respirò, bevve quel soffio consolatore, e rientrò nella sala poco prima del suo diletto. Quando lo vide apparire sull'uscio, era calma, era forte; e gli sorrise, mentre egli si avvicinava, e dagli occhi e dalle labbra, dall'atteggiarsi di tutta la persona di lei, spirava un pensiero solo:--Grazie, bel conte, vi amo, vi aspetterò!--

Gino Malatesti era triste. Parlò del suo viaggio come un poveretto che va incontro alla morte. Amava la sua famiglia, sì, ma non si era ancora assuefatto all'idea di lasciare il suo dolce luogo di pena. Qual pena, infatti! L'avrebbe accettata di grand'animo per tutta la vita. Ma sarebbe ritornato, e presto. Alla peggio, perchè bisognava prevedere anche il peggio, non voleva mancare per i quattro di ottobre, all'onomastico del re della montagna. Se il signor Francesco era un re, non dovevano trovarsi presenti tutti i suoi vassalli, per rendergli omaggio di fedeltà?

--Vassalli!--rispose il vecchio Guerri, sorridendo.--Che dice Ella mai, signor conte?

--Il mio pensiero più intimo e più caro;--rispose Gino.--È ciò che voglio essere per Lei, in attesa di meglio.--

L'allusione era chiara, e il vecchio Guerri finse, da quel prudente uomo ch'egli era, di non averla capita. La raccolse Fiordispina e la chiuse nel cuore.

Poco stante giunse Don Pietro. Il degno uomo aveva risaputa la grande notizia, ed accorreva, per salutare il conte Gino.

--Le esprimerò l'animo mio con un detto di Cicerone; diss'egli.--_Tibi --gratulor, mihi doleo_. E non solamente mi dolgo con me, ma con una --gentile signora, che abbiamo avuto occasione di riverire insieme. --Povera Ninfa del lago, a cui Ella aveva promesso una ballata!

--Oh, non dubiti, Don Pietro;--rispose Gino, più gravemente che non richiedesse la cosa;--tutto quel che ho promesso farò.--

Quel tutto, si capisce, non andava soltanto per risposta a Don Pietro.

--Farò, tempo futuro!--esclamò questi, cercando di volgere nuovamente il discorso in burletta, poichè intendeva bene che la nota gaia doveva metterla lui, in quel triste concerto.--Se Dio vuole, Ella non aveva neanche incominciato.

--S'inganna;--replicò Gino.--Parli mio fratello Aminta per me.

--Gli restituisca la sua stima, Don Pietro;--disse Aminta, così tirato nel discorso da Gino.--Ho veduto io poc'anzi tutto un quaderno di versi.

--Niente di meno!--scappò detto al prevosto.

E avrebbe voluto soggiungere: «troppa grazia, sant'Antonio!»--ma gli parve inopportuno, e se ne astenne.

--Aminta non dice tutto;--rispose Gino.--Son già parecchi, i versi della ballata; ma sono anche più le cancellature, i pentimenti, che non ne ha avuto un maggior numero la famosa ottava della rosa, nel manoscritto dell'Ariosto. I miei versi entreranno almeno per questo in paragone coi suoi;--soggiunse Gino umilmente.--Anch'io, del resto, da poeta novellino, cerco di fare il meno peggio che so. Non dubiti dunque, Don Pietro; la ballata che Ella aspetta da me, sarà il compito mio, la mia consolazione, nei tristi ozi di Modena.

--E ce la porterà?...

--La manderò prima. Se la signorina vuole imprestarmi il suo albo, quei versi, scritti là dentro, saranno i miei messaggeri alle Vaie.--

Fiordispina si alzò, per andare alla sua biblioteca, che era in fondo alla sala. Gino, vedendo l'atto di assenso, si affrettò a seguir la fanciulla.

--Ah, signorina!--mormorò egli, sospirando, mentre ella apriva l'invetriata.--È assai tristo il partire.

--Coraggio!--rispose ella.

Ma la sua voce tremante diceva chiaro com'ella avesse più mestieri di trovarne per sè, che non d'infonderlo altrui.

--Coraggio!--ripetè Gino.--Ne ho; ma questa partenza, così improvvisa, mi lacera il cuore.

--Ebbene, non dovevate....--rispose ella, facendo uno sforzo supremo, per reprimere un singhiozzo;--non dovevate partire ad ogni modo, per ottenere....

--Un consenso?--diss'egli, compiendo la frase, rimasta interrotta sul labbro della fanciulla.--E l'otterrò. È la mia certezza, sarà il conforto di questa separazione. Mi amerete voi sempre?

--Sempre!--rispose la fanciulla.

--Giuratelo,--

Fiordispina levò gli occhi umidi al cielo e stese la mano al conte Malatesti.

Le parole non erano udite, ma l'atto fu alla vista di tutti. Ed era un atto solenne.

Gino doveva partire all'alba; però la conversazione fu breve, quella sera, nella gran sala delle Vaie. Il giovanotto recò l'albo di Fiordispina nella sua camera, in quella camera dove aveva passata la prima notte del suo dolce esilio alle falde del monte Cimone.

Dormì poco, il conte Malatesti, in quell'ultima notte d'esilio; dormì poco, e pianse assai. L'alba apparve più presto ch'egli non l'aspettasse. Già l'aveva annunziata il grugar dei colombi nel cortile ancora immerso nel buio; l'accompagnavano i primi rumori della casa, e lo strepitar dei cavalli che Pellegrino sellava sull'ingresso della scuderia. Gino si era vestito in fretta, e già infilava il soprabito, quando sentì battere all'uscio della sua camera.

--Su!--gridò la voce di Aminta.--È l'ora. Il caffè ti aspetta fumando.--

Nella gran sala erano già parecchi dei Guerri, e comparvero tutti all'entrata dell'ospite: il signor Francesco, la sorella Angelica, la cognata Olimpia, il fratello Orlando, la figliuola Fiordispina, che il conte Malatesti cercò subito con gli occhi pieni di tristezza e di desiderio.

--Signor conte,--disse il vecchio Guerri, poichè Gino ebbe bevuto,--rammenti che questa casa è sempre sua, come fu per questi tre mesi. Perdoni!--soggiunse;--avrei dovuto dire tre giorni.

--Grazie!--rispose Gino.--Lo so. Dolce casa delle Vaie, dove ho trovata la pace.... la cara pace che gli uomini intendono così tardi, nella vita, e che io, felice su tutti, ho gustata così prima del tempo! Mi abbracci, signor Francesco.... padre mio!--

Il vecchio Guerri gli aperse le braccia e lo tenne lungamente stretto sul cuore; poi si ritrasse, e col rovescio della mano cacciò una lagrima importuna dagli occhi.

--Mi permettono, le signore?--ripigliò Gino, accostandosi alla signora Angelica.--In altri tempi si usava, e l'uso era bello.--

Così dicendo, prese la mano della signora e s'inchinò per baciarla. Era un po' confusa, la signora Angelica, anzi sconcertata senz'altro. E non meno confusa, non meno sconcertata la signora Olimpia, a cui si volgeva il conte Malatesti, dopo aver baciata la mano della cognata. Avrebbe voluto schermirsi, ritirare la sua. Ma era donna, e pensò che un suo atto di timidezza, di ritrosìa, sarebbe stato un guaio per sua nipote Fiordispina.

Quando egli giunse davanti alla fanciulla dei Guerri, fu per lui una violentissima stretta di cuore. Baciò, ribaciò quella mano delicata, che tremò sotto le sue labbra; poi, non reggendo più allo spasimo, diede in uno scoppio di pianto, ed uscì a precipizio dalla sala.

Aminta ed Orlando lo seguirono fuori, cercando di consolarlo. Gino abbracciò lo zio di Fiordispina; poi salì a cavallo e partì, accompagnato dal fratello di lei. Si volse alla casa, salutò ancora la famiglia, che si era affacciata sul terrazzo per dargli l'ultimo addio, sventolò il fazzoletto, fino a tanto la strada diritta gli permise di vedere i suoi ospiti, gli amici suoi, il suo tutto. Solamente a Fiumalbo, scorgendo alcune brigate di viandanti, pensò a rasciugar le sue lagrime.

La vettura, fissata in anticipazione da Aminta, doveva aspettare il viaggiatore davanti all'ingresso del mulino. Ma prima che i nostri due cavalieri giungessero là, un uomo si spiccò dall'uscio di una gran casa bianchiccia, e venne verso il mezzo della strada, chiamando ad alta voce il conte Malatesti.

--Che vuole costui?--disse Gino.

--Siamo davanti alla casa del sindaco:--rispose Aminta;--sarà qui ad alloggio il signor commissario.--

Gino stava per mandare a quel paese il sindaco, il commissario e tutti i suoi pari, quando ravvisò l'applicato. Fermò allora il cavallo, per sapere che cosa avesse da dirgli quell'altro.

--Signor conte, una parola, di grazia!--incominciò l'applicato.--Il signor commissario desidera vivamente di offrirle i suoi omaggi.

--Non si potrebbe fare a meno...--borbottò Gino,--di disturbarlo a quest'ora?

--È già quasi all'ordine;--riprese l'applicato, senza aver l'aria di capire.--Finiva appunto di vestirsi, quando ha sentito i cavalli. Vorrebbe Ella scendere un momentino? Farebbe un piacere anche a me;--aggiunse a mezza voce, inchinandosi.

--Scenderò;--disse Gino.--Vuoi tenermi il cavallo, Aminta?

--Siamo a pochi passi dal mulino;--rispose Aminta.--Lo conduco laggiù, e potrai venire con tuo comodo a piedi.--

Disceso da cavallo, il conte Malatesti si avviò verso la casa del sindaco, in compagnia dell'applicato.

--Grazie!--mormorò questi.--Quando saremo più sotto alla casa, e non più veduti dalle finestre, rallenti un poco; ho qualche cosa a dirle.--

Gino ricordò allora l'occhiata che quell'altro gli aveva data il giorno prima. E rallentò il passo, dove il compagno indicava.

--Non ho tempo per farle un lungo discorso;--incominciò l'applicato, come furono al coperto.--Ma badi, signor conte, un'altra burrasca si prepara, e più grave. Se ha amici potenti a Modena, com'è dimostrato dalla grazia ch'Ella ha ottenuta, ad onta di certe aggravanti, non perda un minuto a scongiurarla.

--Ma che è? che debbo fare?--chiese Gino, turbato.

--Giuseppe è avvertito; le dirà ogni cosa. Si tratta dei suoi amici di qui.

--Dei Guerri?

--Per carità, stia zitto; non dia segno di nulla, a nessuno; rovinerebbe me e la mia povera famiglia.

--Non tema, non tema;--disse Gino sollecito.--Vedrò Giuseppe; saprò da lui quello che c'è di nuovo, e quello che dovrò fare.

--Con prudenza, mi raccomando;--rispose ancora l'applicato.--Sono un amico della buona causa; comprometter me sarebbe un far danno a quella.

--Lo so, non dubiti, sarò prudente;--bisbigliò Gino, mettendo piede sulla soglia.

In capo alle scale appariva allora il signor commissario. L'ufficioso personaggio chiese un milione di scuse per la libertà grande che si era presa, fermando il signor conte Gino a mezza strada e obbligandolo a scendere da cavallo. Ma in verità non lo aspettava così presto. Come si vedeva che il signor conte aveva fretta di giungere a Sassuolo e di cader nelle braccia di suo padre! Amor di figlio, e largamente ricambiato dal degnissimo conte Jacopo! Lo riverisse in nome suo, quell'eminentissimo soggetto! Il conte Jacopo doveva sapere per la bocca di suo figlio che nessuno, nei felicissimi Stati di Modena, Massa, Carrara e Guastalla, gli era più affezionato, più sviscerato, più divoto servitore del commissario Camotti.

Gino promise, per farla finita con tutte quelle smancerie; toccò la mano a lui, la strinse all'applicato e ritornò sulla strada.

La testa gli ardeva, per tutto quello scombussolìo che ci avevano messo le parole oscure dell'applicato. Si ritrovò al mulino, e davanti alla vettura, senza sapere come avesse fatto a giungervi.

Aminta lo vide stralunato, ma attribuì quella condizione di spirito all'angoscia del distacco.

--Animo, dunque!--gli disse.--Dammi un abbraccio e parti.--

Gino gli gettò le braccia al collo e lo baciò ripetutamente sul viso.

--Sempre uniti, non è vero? Qualunque cosa accada, siamo l'uno per l'altro;--mormorò Gino singhiozzando.--Casa Guerri ha in me più che un amico riconoscente. Un fratello per te. Aminta; un figlio per tuo padre. Darei, non una, cento vite per voi.--

Aminta non capì il discorso di Gino; ma neanche era necessario di capire ciò che si poteva mettere sul conto della commozione. Aiutò l'amico a salire in carrozza, gli strinse ancora una volta la mano, gli diede un addio affettuoso, poi fece un gesto al vetturino.

--E svelto!--gli disse, ritraendosi dal montatoio. Il vetturino fece scoppiettar la sua frusta, e i cavalli partirono di trotto, poi presero a dirittura il galoppo.

--Povero ragazzo!--esclamò Aminta, restando là in mezzo alla strada fino a che vide la carrozza.--Com'è addolorato! Ma se ha da ritornare, che c'è da disperarsi tanto? Mia sorella, piuttosto.... Son così tenere al pianto, le donne!

Capitolo XI.

La notte di Sassuolo.

Che viaggio fosse quello del conte Gino Malatesti è facile indovinarlo, dopo aver veduta la partenza.

--Giuseppe è avvertito; Giuseppe le dirà ogni cosa;--ripeteva egli, ad ogni tanto.--Ma che? Una nuova burrasca, e più grave, si addensa. E sugli amici miei, sui miei ospiti, sul padre e sul fratello di Fiordispina!--

Così pensava, così veniva tormentando lo spirito. Ma che avevano fatto i Guerri, da meritare gli sdegni del governo ducale? Erano forse sospettati, presi di mira per colpa sua, per le oneste accoglienze che avevano fatto ad un povero confinato? Ma non era egli perdonato e richiamato in patria? E che giustizia era quella, che assolveva il reo, e perseguitava gl'innocenti, per il solo fatto di non avergli negato l'acqua ed il fuoco?

Un'idea gli si affacciò, ma tardi, alla mente. Il viaggio al lago della Ninfa: la barca gittata in quelle acque, nel nome della patria, della gran madre Italia! Ma come potevano risapersi quelle cose a Modena, se lassù non erano che i Guerri, e famigli affezionati dei Guerri? Pure, qualcheduno, o per vanto, o per altra leggerezza, doveva aver accennata la cosa. «Ad onta delle aggravanti» aveva detto a lui l'applicato. E quali, le circostanze aggravanti, se non erano quelle? Ma allora, perchè il perdono a lui, e agli altri la persecuzione, fors'anco il processo e la pena?

Gino Malatesti arrivò a Sassuolo in uno stato veramente compassionevole. E partendo dalle Vaie credeva di aver bevuto tutto il suo calice di amarezza, il poveretto! I terrori stillati nell'anima sua da un umile impiegato, che pur credeva dargli un avviso salutare, lo avevano quasi impietrito.

Un servitore di casa sua, ma non il fido Giuseppe, era in vedetta all'entrata del paese. Veduta la carrozza, si fece innanzi, riconobbe il conte Gino, e gli annunziò la presenza del padre. Poteva dunque smontare, ed egli lo avrebbe accompagnato. Gino seguì macchinalmente il messaggero, entrò in una casa senza domandar di chi fosse, e salita una scala, ed entrato in un salotto grande vuoto e freddo come son quasi sempre i salotti dei palazzi di campagna, si trovò al cospetto (bisogna proprio adoperare la classica parola) del conte Jacopo Malatesti. Avrebbe dovuto salutarlo con effusione di affetto, buttarsi magari a' suoi piedi ed abbracciargli le ginocchia, come un figlio pentito; ma questo, che non avrebbe fatto mai, poichè non aveva da pentirsi di nulla, non gli passò neanche per l'anima. Mormorò appena una parola, e porse la guancia, come se la separazione fosse stata di due giorni e si trattasse soltanto di un amplesso di cerimonia.

Fortunatamente il conte Jacopo non era molto espansivo per indole, e faceva le sue dimostrazioni d'affetto con una grazia riguardosa, piuttosto destinata a salvar le apparenze, che rispondente ad un bisogno del suo cuore paterno. Il signor conte non era venuto senza un perchè ad aspettare il figlio a Sassuolo. Voleva aver tempo e libertà di fare una lavata di testa, ma coi fiocchi, e lontano dalla famiglia, la cui presenza gli avrebbe tolta l'occasione, scemata la gravità della cosa. A Sassuolo, poi, era smontato in casa di un vecchio amico suo, il barone Pradini. Il palazzo era grande, e aveva un quartierino appartato per gli ospiti; luogo adatto se altro fu mai ad ogni libertà, ad ogni severità di discorso.

L'incontro, adunque, fu freddo e cerimonioso che nulla più. Gino, d'altra parte, era come smemorato; non vedeva, non intendeva niente di ciò che gli stava dintorno, o che gli toccava di fare. Desiderava la presenza di Giuseppe, il nostro povero Gino; ma Giuseppe non c'era, ed egli doveva starsene con l'anima in soprassalto fino a Modena, che era come dire fino al giorno seguente. E peggio ancora quella fermata a Sassuolo, che non il viaggio di Fiumalbo fin là; poichè nelle ore passate in vettura aveva smaniato da solo, in piena libertà, mentre da Sassuolo a Modena, con suo padre al fianco, doveva tenere un contegno rispettoso di figlio, e di figlio che ritorna a casa, perdonato sì dal governo, ma non ancora, nè forse mai intieramente, dal capo della famiglia.

Infatti, egli aveva ferito quel padre nel più vivo dell'esser suo, in quella fedeltà che casa Malatesti si vantava di aver mantenuta, anche in tempi difficili, al governo legittimo. Ciò che Gino aveva fatto per meritare i primi rigori dell'augusto padrone, non era solamente una offesa al suo blasone, ma anche uno scandalo enorme, e suo padre non aveva tralasciato di dirglielo, là, nella camera di giustizia, al cospetto di tutta la famiglia radunata, poco prima che il giovanotto partisse per il suo luogo di pena. Scialacquare il fatto suo in feste, amori, cavalli ed altre pazzie di gioventù, sarebbe stato minor male; alla peggio, poteva rimanere senza il becco di un quattrino, alla morte di suo padre, e i fratelli gli avrebbero fatto un piccolo assegno, se pure non gli fosse bastata la sua paga d'ufficiale nell'esercito austriaco. Parecchi giovani di grandi famiglie italiane avevano già preso servizio in Austria, ed erano arrivati agli altissimi gradi della milizia, dando anche il loro nome ad intieri reggimenti. A tutto, dunque, ci sarebbe stato rimedio. Ma essere un liberale, lui, il figlio di quel gentiluomo che non aveva voluto riconoscere il governo dei ribelli, nel Quarantotto, cioè nel tempo di tante follìe, per cui tante deboli teste si erano smarrite, che orrore, che abominio inaudito!

Il conte Jacopo, per darvi un'idea del personaggio, anche fisicamente considerato, era vecchio, ma d'una vecchiezza ancor verde e non senza pretese. Rapato la testa, rase le guance, senza ombra di baffi sotto il naso, era una figura di cortigiano del buon tempo, in cui si era dovuto rinunziare alla parrucca incipriata, ma si protestava sempre (molto innocentemente, per verità) contro le basette, le zazzere ed altri arruffamenti di peli dell'êra napoleonica. Pure, il suo po' di barba l'aveva portata anch'egli, e fino a pochi anni addietro: barba a ghirlanda, in forma di soggolo, come il marchese Baldovini. Ma egli aveva avuto il coraggio di sacrificare quell'avanzo di una vecchia moda, perchè la barba a ghirlanda distingueva allora, su tanti celebri personaggi del giorno, un certo ometto pericoloso, torinese di nascita, il quale aveva portata quella barba a rappresentare il Piemonte, anzi l'Italia (ahimè tempi calamitosi!) al Congresso di Parigi.

Eppure, credete a me, non c'era pericolo che i due uomini si rassomigliassero mai, neanche fisicamente. Il conte Jacopo era di membra asciutte, risecchito e duro come un santo della scuola Bisantina. Per altro, non ve lo immaginate diritto sulla persona. Forse lo era, ma non appariva punto, poichè egli teneva volentieri il collo rannicchiato nella cravatta, nascosto sotto il bavero del soprabito, come le testuggini usano nasconderlo sotto l'orlo della loro scatola ossea. Certi diplomatici camminano così per vezzo; ma sicuramente hanno imparato da qualche ciambellano come il conte Malatesti. Quel collo rannicchiato dà alla faccia sporgente un'aria curiosa, in cui si vedono riuniti, ma non fusi, due opposti sentimenti, due espressioni, due atti, la riverenza e la familiarità. Si potrebbe dire che quella è la faccia, anzi la maschera, dell'ossequio confidenziale; maschera carnevalesca, che ha per i superiori un sorriso compiacente, per gli eguali una bonarietà amena, per gl'inferiori una rigidezza sarcastica.

Gino doveva trovare quest'ultima espressione sul volto di suo padre. L'uguaglianza che un vicendevole affetto ispira così naturalmente nella intimità della famiglia, non era mai esistita tra lui e il conte Jacopo; ma per quella volta la distinzione era anche più spiccata del solito. Gino era trattato da inferiore, da inferiore che ha fallito e che merita un castigo. Pure, non lo aveva già avuto, il castigo, in tre mesi di confine? E la riprensione paterna non l'aveva già avuta, prima di partire da Modena, alla presenza di tutti, nella gran camera di giustizia del palazzo Malatesti? Ahimè, la faccia del ciambellano era più dura che mai, e Gino aveva un presentimento che quella maschera gli serbasse ancora di peggio.

Per un paio d'ore il nostro giovinotto ebbe tregua. Era presente il padrone di casa, e le leggi della ospitalità passavano avanti a tutte le collere. Ma come il padre ed il figlio furono soli nel loro quartierino appartato, il conte Jacopo, scambio di ritirarsi nella sua camera, si rivolse a Gino e gli disse, con aria tranquilla, ma con accento severo:

--Sedete, e parliamo d'affari.

--Ci siamo!--pensò Gino, tremando.

E sedette, sopra una seggiola, accanto allo specchio del salotto, mentre suo padre prendeva posto sopra un canapè, con la dignità di un giudice antico.

--Vi ascolto, padre mio;--disse Gino, sperando di disarmare la severità del conte Jacopo con la sommessione delle parole e degli atti.

Il conte Jacopo incominciò pacato, anzi freddo, con una lentezza che prometteva un lungo discorso.

--Sua Altezza Serenissima si è degnata di cedere alle mie preghiere, e ciò per riguardo all'onore della nostra casa, che fu fedelissima ai Lorena, come era sempre stata agli Estensi. Ha ceduto, dico, alle preghiere di un padre, sebbene il momento fosse inopportuno alla clemenza, e piuttosto adatto ad un raddoppiamento di rigore.--

Gino capiva poco la distinzione; ma il suo pensiero corse naturalmente a quelle parole oscure che gli aveva detto l'applicato di polizia: «Se ha amici potenti a Modena, com'è dimostrato dalla grazia ch'Ella ha ottenuta, ad onta di certe aggravanti, non perda un minuto a scongiurarla.» _Ad onta di certe aggravanti!_ Quali erano, le circostanze aggravanti, a cui alludeva l'applicato? Qualunque fossero, le commentava allora la frase di suo padre: «momento inopportuno alla clemenza.... piuttosto adatto ad un raddoppiamento di rigore.»

Intanto il conte Jacopo proseguiva il discorso: