Chapter 14
--Che cosa vorrà dirmi con la sua occhiata e con la sua stretta?--pensò.--Veda lui di spiegarsi più chiaro. Io del resto so bene una cosa: che niente potrebbe esser peggio della sentenza che mi ha portata il suo superiore immediato.--
Partiti i due rappresentanti del governo ducale, ci fu un po' di scena muta, nel salotto dei Guerri.
Anche questa volta parlò primo il signor Francesco, che aveva la testa più forte e il cervello più libero.
--Andate, conte;--diss'egli.--Non farete in tempo a preparare le cose vostre, se aspettate dell'altro.
--Si, vado;--rispose Gino, scuotendosi;--ma ritornerò al più presto possibile.
--Questa sera, perbacco! Pellegrino s'incaricherà lui di trasportare le valigie. Aminta vi aiuterà a farle.
--Sì, sì;--mormorò Gino, che non aveva più volontà. E si allontanò, seguito da Aminta, dopo aver salutate le signore, più che con le parole sue, con gli occhi pieni di lagrime.
--Coraggio, via!--gli disse il signor Francesco, che lo aveva accompagnato sull'uscio di strada.--Si direbbe che nei momenti solenni, dove è più necessaria l'energia del carattere, essa vi manchi del tutto. Siate uomo, conte Gino: pensate alla vostra famiglia, che rivedrete doman l'altro; a vostro padre, che abbraccerete domani.
--Ma io, signor Francesco.... padre mio... avevo posto il mio cuore qui! E se permettete....
--No, amico mio!--interruppe il vecchio Guerri, abbracciandolo.--Non dite nulla, perchè il tempo stringe. Mi parlerete del vostro cuore, quando verrete a riprenderlo.--
Mezz'ora dopo, andando a spron battuto per la via del bosco, Gino ed Aminta giungevano a Querciola.
Il Mandelli fu maravigliato di quella partenza improvvisa del suo inquilino; ma lo aveva sempre veduto così poco, che non ebbe ragione di piangere. Non si dovevano commuovere niente di più i rustici abitanti di Querciola, che non avevano veduto mai il forastiero traversare il paesello, tranne una volta, ed al trotto, confuso in una allegra cavalcata co' suoi amici delle Vaie: coi re della montagna, come si usava dire lassù.
Le valigie furono presto fatte. L'unica noia un po' grossa era quella di mettere in ordine le carte, che ingombravano il tavolino e i cassetti del conte. Sul tavolino, per esempio, c'erano alcuni fogli pieni di versi e di cancellature; il principio di una ballata, che portava un bel titolo, scritto a grossi caratteri: _La Ninfa del Lago_.
--Che?--disse Aminta.--Scrivevi dei versi?
--Per tua sorella;--rispose Gino,--E resteranno incompiuti.
--Li finirai a Modena e ce li porterai a leggere per il quattro di ottobre. Hai due mesi di tempo, non poco nè troppo, per tutte le cose che avrai da fare laggiù;--disse Aminta, appoggiando forte sulla frase.--Il quattro di ottobre è l'onomastico di nostro padre.
--E tutti i suoi figli debbono fargli corona, in quel giorno!--rispose Gino, animandosi.--Non mancherò, te lo prometto.--
Nel raccogliere le carte che stavano pigiate entro i cassetti, venne fuori la lettera di Lucca.
--To'!--disse Aminta.--Ecco una lettera che non hai neanche aperta.
--Ah sì, è vero;--rispose Gino, crollando la testa.
--Perchè non la leggi?--chiese Aminta.
--È la lettera d'un noioso; ci sarà sempre tempo;--replicò Gino.--Oggi ho un diavolo per occhio.--E con atto risoluto cacciò la lettera in tasca, per farla finita una volta. Sì, questo era il suo pensiero, per farla finita. Ma oramai non poteva più sciogliersi da un altro pensiero, che era quello della lettera, ritornata nel suo soprabito. Il foglio malaugurato gli dava noia, gli destava un senso di bruciore sul petto. Oh, finalmente! Che cos'era quel foglio, di cui sentiva tanta paura? Non ne aveva forse avuto abbastanza, di dolori, e non sopportava egli già la pena più acerba, con quella energia che gli aveva infusa una esortazione del vecchio Guerri, del padre di Fiordispina? Alla peggio, non era quello il suo giorno triste? Non era quello il momento di bere tutto, fino alla feccia, il suo calice di amarezze? La curiosità non c'entrava punto, e questo egli lo sapeva bene; se non ne fosse stato certo, gli sarebbe bastato ricordare otto giorni della più superba noncuranza. Il conte Gino andò allora nel vano della finestra, cavò di tasca la lettera, la spiegazzò un poco fra le dita; poi ruppe il suggello.
--Ah, finalmente!--borbottò egli.--È fatta. Vediamo questo maledetto foglio, che fa tanta paura. Non ne salterà mica fuori una vipera!--
Corse, come potete credere, alla firma: «Emilio Landi.»
--Ah!--gridò allora.--Emilio Landi.»--
E rise, d'un riso convulso, che fece voltare il compagno.
--Che c'è?--chiese Aminta, tralasciando di serrar la cinghia di una valigia.
--Te lo dicevo io!--esclamò Gino.--L'ho aperta, ed è la lettera del più sciocco, del più noioso tra gli uomini.
--Ebbene?--disse Aminta.--Leggila egualmente. C è sempre qualche cosa da imparare, anche nella lettera d'uno sciocco.
--Leggerò, sicuramente, leggerò;--rispose Gino, rifacendosi dalla firma al «Carissimo.»
La lettera, come sappiamo dal bollo postale, veniva da Lucca. La data, in principio del foglio, diceva più chiaramente: «Dai bagni di Lucca.» Era dunque ai bagni di Lucca, il marchesino Landi? Gino Malatesti avrebbe potuto gridare con Amleto: «Ahi, profetica anima mia!» Ma egli, se non ruppe in quel grido, pensò certamente qualche cosa di simile.
Ed ora, leggiamo quella famosa lettera insieme con lui. Secondo il giudizio di Aminta Guerri, ci sarà sempre qualche cosa da imparare, anche nella lettera d'uno sciocco. A buon conto vedremo se il marchese Emilio Landi fosse a dirittura uno sciocco personaggio, come piaceva al conte Gino di gabellarlo.
«_Carissimo amico_,
«Che cos'è avvenuto di te? Ti sei insalvatichito, vivendo tra i monti? Perchè da tre mesi non dài segno di vita agli amici? Avevi forse paura di comprometterli? Potevi bene immaginarti che le tue notizie mi sarebbero state gratissime, ed anche pensare che nessuno avrebbe trovato a ridire nella lettera di un uomo che manda un cenno della sua salute e delle sue occupazioni ad un amico d'infanzia. Voglio credere che qualche forosetta, qualche bella ninfa dei boschi ti abbia incantato. Non vedo altra ragione che possa scusarti di un così lungo silenzio.»
--Sciocco!--ripicchiò il conte Gino, come fu giunto alla fine del paragrafo.
Poi, come era naturale, ripigliò la lettura.
«Pensando a questo, mio caro Gino, ti ho perdonato. Perdonato, bada bene, e non giustificato. L'odore del _foin coupé_ è buono, ma in estratto; il gradirlo sul posto è da cacciatori, ma per un giorno, e non di più. Comunque, lo ripeto, ti ho perdonato, e la mia amicizia per te non si è punto affievolita. Vedine infatti la prova: ho una buona notizia che ti risguarda, e mi affretto a comunicartela. Ma procediamo con ordine, come dice mio zio, quando discute.
«Ero venuto con lui a Lucca, per queste acque che gli hanno decantate. I luoghi di bagni hanno il loro periodo di voga; oggi son tornati alla moda i bagni di Lucca. E gli ammalati, creduli sempre, seguono il consiglio dei buontemponi. Eccoci dunque a Lucca, come l'anno scorso eravamo a Graefenberg, per esperimentare i miracoli della doccia. Venuto qua, mi son trovato come in casa mia. C'è mezza Modena, figùrati, anzi tutta Modena, poichè ci ho incontrata la marchesa Baldovini, sempre bella a quel Dio! Ma perchè è venuta alle acque di Lucca, la bionda marchesa, che ha in casa sua la fontana di gioventù? E con che coraggio ha messa in mostra la sua figliuola! Un bottoncino di rosa, caro mio, un occhio di sole, e tutto il meglio che vorrai. Dovresti vederla, come noi la vediamo qui, ammirata da tutta la colonia bagnante e bevente, in cui pure si ritrovano tante bellezze straordinarie. È tutt'altra cosa da quella timida verginella, che ci veniva di tanto in tanto alla vista, ne' suoi modesti abiti di educanda. È un angelo sempre, ma un angelo con le ali dispiegate. Così doveva essere a diciott'anni sua madre, e si pensa naturalmente a quel verso di Orazio, che dice... Come dica, non lo ricordo più bene, e non voglio farti ridere guastandolo. È quel verso in cui Orazio loda la madre, ma lascia intravvedere che gli piace anche maledettamente la figlia.»
--Ah!--esclamò Gino.--È dunque innamorato della figliuola? Se la sposi e sia finita. Ma che bisogno c'è di seccar me coi suoi inni?--
Ripigliò la lettura, poichè gli premeva di giungere al fine.
«La marchesa Baldovini è sempre il buon cuore fatto donna. Si è parlato subito di tante cose e di tante persone. Puoi immaginarti, mio caro, che si è parlato anche di te. Dirò anzi che tu sei stato ricordato dei primi.--Sapete? mi ha detto. Il confine del Malatesti durerà poco. In verità, è durato già troppo, e contro tutte le mie sollecitazioni, contro tutte le promesse che mi erano state fatte. Non ne avevo parlato mai, perchè non mi piace vantarmi, nè lasciar concepire speranze, che non possano convertirsi tosto in realtà. Ma questa volta siamo al punto buono. Ho ricevuta ieri la lettera che mi dice: «Si farà grazia al vostro protetto. Non c'è più che da firmare il rescritto, poichè Sua Altezza mi ha detto finalmente di sì.»
«Io, come puoi bene immaginarti, le ho chiesto subito il permesso di mandare a te questa buona notizia. Era una consolazione per me, poichè mi era dato di associarmi in qualche modo alla sua buona azione.--Fate pure (mi ha risposto) purchè la notizia non abbia l'aria di venire da me, e sopratutto purchè il Malatesti non sappia che ho fatta questa parte per lui.--Ma perchè questo? domandai.--Il perchè mi par chiaro; voi stesso, Landi, avete decorato del nome di buona azione ciò che ho potuto ottenere io, seguendo l'impulso di un'amicizia costante. Ora, delle buone azioni è bene sentir gli effetti, senza conoscerne l'autore; lasciatemi il gusto della modestia, che mi procurerà una gioia più viva di tutti i ringraziamenti del mondo.--Ho promesso perchè la marchesa voleva così; ma, come vedi, non mantengo ciò che ho promesso. Appunto perchè la marchesa Baldovini ha fatta una buona azione che ti risguarda, è giusto che tu ne sia avvertito da chi ha potuto essere a parte del segreto. Ma ti prego, mio caro, sii prudente; non dirne nulla a lei, quando la rivredrai. Passerei a' suoi occhi per un linguacciuto, e la dama sarebbe capace (me lo ha minacciato, anzi) di mettermi alla porta.»
Seguivano altre chiacchiere, che Gino lesse a volo, o non lesse. Gli si era come offuscata la vista, per il gran turbamento che lo aveva preso. In mezzo a quella novità di cose gli sarebbe stato necessario racapezzarsi, poichè veramente non sapeva che pensare di tanta generosità d'animo, di tanta amicizia, in contrasto con la freddezza apparente e col silenzio ostinato della marchesa Polissena. Ma il fratello Aminta era là, che aveva finito il suo lavoro; e Gino Malatesti, non sapendo che pensare, si appigliò al partito di non pensare, e rimise in tasca la lettera.
Le valigie erano fatte, ed Aminta le consegnò a Pellegrino, che doveva portarle alle Vaie. Il Mandelli era sull'uscio, e Gino gli strinse la mano, ringraziandolo della sua ospitalità, che del resto aveva rimunerata, oltre il prezzo pattuito, con qualche donativo alla famiglia. Ciò fatto, senza dare un pensiero d'addio a Querciola, dove in tre mesi di confine era vissuto così poco, Gino Malatesti rimontò a cavallo. Partito dalle Vaie nel pomeriggio, ritornava alle Vaie sull'ora del tramonto.
--Far presto e bene,--avrebbe detto il signor commissario,--è la grand'arte della vita. Ed io godo, vedendo la sua prontezza, signor conte Malatesti, godo nel pensare che questi esempi le vengono dall'alto.--
Gino Malatesti, per altro, non sapeva di aver fatto nè ben nè male, poichè tutto il carico dagli apparecchi era stato sopportato da suo fratello Aminta. Neanche pensava di aver fatto presto, mettendo appena due ore tra la partenza ed il ritorno. Una cosa sola sapeva e pensava egli in quel punto: che la mattina, sull'alba, cioè fra dieci ore, a dir molto, avrebbe dovuto lasciare il suo paradiso.
Capitolo X.
La fanciulla dei Guerri.
Che pensava frattanto la fanciulla dei Guerri? La poveretta, partito Gino, si era ritirata nella sua camera verginale. A piangere, sicuramente, a piangere, guardando tra le lagrime i mazzolini, che il conte Malatesti soleva gittarle ogni giorno. Quei fiori, la più parte disseccati, erano tutto il suo dolce passato; gli ultimi, ancor freschi, solamente appassiti, sarebbero disseccati anch'essi tra breve. Nè ella sapeva quando sarebbe ritornato il donatore, e pensava invece con terrore che chi parte.... No, no, non era possibile! Gino Malatesti, un animo nobile, un gentiluomo, doveva ritornare, come aveva giurato.
Il conte Gino era giunto tra quei monti, era apparso a lei con l'aureola del proscritto. Fiordispina Guerri non aveva veduto il nobile, il cavaliere di città, l'elegante giovanotto, come tante altre avrebbero fatto al suo posto. Lo aveva ammirato perchè amante della sua patria e per lei disposto a soffrire; si era sentita attrarre da lui, perchè egli recava con sè, profumo incantevole, quella gentilezza di atti e di pensieri che ella stessa chiudeva nell'anima; lo aveva amato, perchè egli rispondeva ad un tipo ideale del suo cuore, quel tipo che ogni fanciulla ha sognato nella sua celletta di educanda, o nella pace un po' fredda delle pareti domestiche.
Anch'ella lo aveva intravveduto, quel tipo: da principio nel Damone e nel Pizia delle _Novelle_ del Soave; poi nel Niso e nell'Eurialo dell'_Eneide_, tradotta del Caro; meglio ancora nel _Telemaco_ di Fénélon, su cui aveva studiato il suo francese, e nel Tancredi della _Gerusalemme_, che l'aveva iniziata alla grandezza dell'ideale cavalleresco e alle bellezze del linguaggio più nobile che mai abbia parlato per bocca italiana l'amore. Questo tipo, sempre conteso, sempre gelosamente nascosto alle fanciulle nella loro educazione morale, trapela ad ogni istante, da ogni pagina della loro educazione letteraria. A farlo a posta, si ottiene un fine ben diverso da quello che presiede alla educazione femminile. Non vedendo mai quel tipo nella sua verità più umana e più umile, una fanciulla se lo foggia nella fantasia, più grande del vero, elegante, eroico, tenero, maraviglioso, sublime, come tutti quei tipi di perfezione, che ricorrono, per onore della umanità, nei poemi più emendati, nelle novelle più castigate, nelle storie più sommariamente narrate. Anche il giovane Scipione, in Ispagna, Curzio sull'orlo della voragine, Caio Gracco, nel Foro, perfino Cesare, nelle Gallie, diventano personaggi poetici, tipi leggendarii di virtù pericolosa, come Tancredi e Telemaco.
Alle Vaie, dov'era ritornata dopo parecchi anni di conservatorio, alle Vaie quel tipo ideale non esisteva, e la fanciulla dei Guerri aveva un po' sofferto, per avvezzarsi a quel crudo contrasto fra le immagini della scuola e la realtà della vita.
Qualche volta, sui primi tempi, ricordando le favole dell'infanzia e le belle fantasie del poeta così caro alla sua famiglia, la fanciulla dei Guerri si figurava di essere una principessa chiusa da qualche scongiuro di strega in un castello incantato. Era necessario, per liberarla, che ad un bel cavaliere, dopo molte prove eroicamente sostenute, toccasse la sorte di possedere il talismano, davanti a cui tutti i ponti levatoi si calavano e tutte le porte meglio chiuse si aprivano. E il bel cavaliere giungeva, e il mago custode spariva fremendo, e Fiordispina era condotta dal cavaliere con gran pompa e dimostrazioni d'ossequio alla corte del re suo padre. Nelle favole cavalleresche il padre è sempre re, e il suo regno è facilmente tagliato dalla pezza, nei vasti dominii di Artù.
Altre volte il sogno prendeva un diverso indirizzo. La realtà incominciava a gravar d'ogni parte, come un'aria densa, sulle ali della fantasia. Il suo fratello Aminta era un giovanotto tagliato alla montanara, ma di buon'indole e di sentimenti generosi; aveva dimenticato una parte del latino imparato alle scuole di Modena; le cacce, i mercati, le serre, avevano un po' trasformato la sua dolce natura. Ma il fondo restava, ed ottimo; una donna di delicato sentire, amandolo com'egli meritava, avrebbe potuto trasformarlo da capo, trarre il cavaliere dalla ruvida corteccia del montanaro. Perchè la fanciulla dei Guerri non avrebbe potuto operare un miracolo come quello, sull'animo giovane e buono di un altro principe della montagna? Era un vicino, un congiunto di sangue, e le occasioni di vederlo, di studiarlo, non sarebbero mancate. A quel giovane montanaro ella infondeva i suoi proprii sentimenti, il suo modo di vedere, tutto quel po' che aveva imparato, tutto il più che alla sua mente dicevano le aurore e i tramonti, le acque correnti, le solitudini profonde e i grandi echi delle alti convalli. Così intesa, così avviata alle regioni del pensiero, la vita poteva ancora esser bella. Perchè, voi lo indovinate, o lettori, Fiordispina era tirata al fantastico dalla sua stessa condizione, dal contrasto naturale tra un'educazione perfetta, che aveva ricevuta in conservatorio, e il nuovo genere di esistenza a cui la condannava oramai il soggiorno delle Vaie. Un po' romantica, adunque, ma tanto da non guastare; e poi, sotto quel lieve tessuto di sogni e di larve poetiche, la donna di carattere non aveva indugiato molto ad apparire.
Proprio in quel tempo si era incominciato a dire, nella gran sala dei Guerri:--Tra qualche giorno avremo la visita del nostro cugino Ruggero. Suo padre ci annunzia che il giovinotto è andato a Reggio, per certe faccende di casa, e poi verrà da noi, per vedere le serre. Dev'esser grande, oramai, il cuginetto! Come passa il tempo! Ci par ieri, il giorno che lo abbiam visto bambino, in compagnia di sua madre.--
Era passato per la mente della fanciulla che il giovane montanaro dei sogni fosse il cugino Ruggero? Sì e no; anzi diciamo meglio: ne sì, ne no. Poteva esser egli, come poteva esser un altro. Quando la fanciulla sognava, nessuna immagine spiccata si offriva agli occhi della sua fantasia. Il montanaro discepolo non aveva dunque un tipo, un viso conosciuto, o altrimenti foggiato su notizie domestiche. Anche il principe del talismano, il principe liberatore, faceva capolino qualche volta, ed anch'egli era un'immagine confusa, non era biondo, nè bruno. Era il principe, era l'invocato, il consolatore che si aspetta, pensando a lui tra un punto e l'altro dell'ago frettoloso.--Vediamo;--dice tra sè la fanciulla;--giungerà egli, prima che io abbia finito questo ricamo, che sarà pure così lungo?--Così immaginarono i Greci che usasse Penelope, aspettando il marito. E perchè Ulisse non giungeva mai, la bella regina era costretta a disfar nella notte il pezzo di tela che aveva ordito nel giorno. Ma ciò, evidentemente, per la necessità del romanzo, in cui, elementi perturbatori della tacita aspettazione di lei, entravano i Proci importuni e arroganti. Le fanciulle non hanno da disfar nulla, salvo qualche maglia mal fatta, o qualche punto mal messo; aspettando l'invocato, il principe del talismano, fanno sempre nuovi lavori, adornano dei loro ricami la camera dei parenti, la culla del fratellino, il salotto, e via via tutta quanta la casa, prima che il principe arrivi. Talvolta, ahimè! giunge la sua caricatura, il suo nano, il suo buffone arricchito e giubilato. Che pianti, allora, mie povere bambine! Come è diversa, come è lontana quella figura, dalla immagine non veduta bene, ma sentita nel sogno! E come si preparano, in un giorno di festa (così è costume di chiamarlo, perchè vi adornano a festa) i giorni dolorosi delle ripugnanze invincibili!
Non auguriamo questa sventura alla fanciulla dei Guerri. A lei, quando meno lo aspettava, il principe del talismano era apparso. Aveva corona di conte, e si chiamava Gino Malatesti. Inoltre, era proscritto, per grande amore della sua terra, l'Italia, per quella Italia che ella aveva imparato ad amare nelle rime di tutti i poeti della patria; così degli antichi, che le avevano lasciati leggere in iscuola (Dante, ad esempio), come dei più recenti, che aveva trovati, gelosamente custoditi, nella piccola libreria di suo padre e di suo fratello Aminta. Proscritto! Quel nome era allora un titolo di nobiltà, ben maggiore di tutte le corone e di tutti gli stemmi; era il marchio della sventura, il sigillo del valore; era come un diritto alla pietà, all'amore, poichè la pietà è sua sorella, in ogni cuore di donna. Fiordispina si era impietosita: e quando aveva guardato dentro di sè, si era avveduta di amare il proscritto, di amarlo con tutte le forze dell'anima.
E qual pace in lei, quando ebbe scoperto lo stato del suo cuore! Calde e vaste ed impetuose correnti attraversano il grembo dei mari profondi; mentre la superficie è tranquilla, e limpida e tersa come un cristallo sembra sorridere al cielo, di cui porta amorosamente i colori. Ah, fosse durata sempre così, la sua vita, senza chiedere, senza sperar nulla di più, confusi in quella estatica calma degli amori eterni! Ma anche Gino l'amava di quel medesimo amore? Sì, l'arrivo di Ruggero, del cugino, aveva giovato ad istruirla anche di ciò. Biondo e forte montanaro, Ercole adolescente, anima candida, che a guisa di molle cera avresti potuto prendere ogni impronta dalla volontà della gentile educatrice, aveva ella pensato a te un solo momento? Fiordispina intravvide ciò che forse era passato per la mente de' suoi; lo intravvide alla gelosia che la presenza di Ruggero aveva destata nel cuore di Gino. Ma come? Era proprio geloso, il conte Malatesti? E di chi? Ruggero Guerri era un bel giovane, e la bellezza, anche non osservata in modo particolare, è fatta per piacere agli occhi e per ispirare la simpatia. Fiordispina non poteva sentir ripugnanza per suo cugino; avrebbe potuto amarlo, sì, come amava suo fratello Aminta, come si amavano tutti, in quella buona stirpe sana dei Guerri. Ma amarlo di un altro amore, lui? Era possibile? Poteva il conte Gino solamente pensarlo?
Il cugino Ruggero, venuto per pochi giorni alle Vaie, ne era ripartito, senza capir nulla, senza indovinare, senza immaginare neanche il segreto delle calde e vaste ed impetuose correnti che attraversavano il grembo di quel mare azzurro e tranquillo. Siamo sugli Appennini, e scambio delle correnti del mare si dovrebbero ricordare i gorghi di un lago. Ci pensava ella, in quel punto, al lago della Ninfa, e al giorno in cui era andata con Gino a visitarlo? O scoglio solitario, o letto della Ninfa, al cui piede erano approdati insieme! O sasso di Bismantua, dove il suo nome era stato inciso nella scorza di un faggio, accanto a quello di Gino, e sotto a quello del divino Poeta, del padre della patria! Come si erano collegati, consertati e confusi quegli amori supremi! Certe cose non si sentono e non s'intendono più, nelle città popolose. Dante, ad esempio, non è tra noi che un importuno, strumento di tortura ai cervelli adolescenti del ginnasio e del liceo, pascolo gradito solamente ai vecchi barbogi, ai commentatori, a tutta la noiosa caterva degli eruditi. Quando per caso è citato in un libro, si sospira, si levano gli occhi al firmamento, come se si volesse fare un'offerta delle proprie afflizioni all'Altissimo. C'è ancor questa abitudine delle offerte, pur non credendo alla divinità. Se poi è citato in un romanzo, apriti cielo!--Come? «Anche qui, la smania erudita?»--Ma là, sul monte, dove non arrivano le sinfonie dei sapori acuti e degli odori dell'arte nostra, lassù il padre della patria intellettuale è ancora onorato. Il monte, come già per gli antichi popoli, è sempre un altare, su cui si offrono, ostie innocenti e grate, i nostri sensi più miti, i nostri affetti più nobili.