La moglie di Sua Eccellenza

Part 9

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Ma il cuore finisce per intuire, per indovinare vagamente, in tutto o in parte, la verità, e allora è lei pure che arrossisce se per caso incontra gli occhi di Giacomo.

I due buoni hanno finito per capire, per intendersi. E così, mentre sembrano allontanarsi l'uno dall'altra, tutto quel mistero, la nuova odiosa cattiveria di Luciano, conosciuta da Giacomo soltanto, ma quasi intravvista da Maria, unisce più strettamente le loro due anime.

Giacomo non confessa a sè stesso, che anche la simpatia si fa più viva; forse non se ne rende conto. Tutto confonde e tutto spiega in cuor suo, col sentimento della giustizia e di una grande pietà.

Ma una notte... Ebbe tutta una notte insonne e pensò di partire.

— Andarmene, sì, sì!... Bisogna risolversi e partire. Luciano, al suo ritorno, non deve trovarmi più a Villars. Sarà così evidente tutta l'assurdità dell'odiosa insinuazione!

Ma Villars, in quel punto, come gli appare verde e incantevole! Non avrebbe trovato in nessun'altra parte del mondo un luogo così bello!

— No! Anzi non devo partire, _devo_ rimanere! Luciano direbbe che io mi sono allontanato apposta per salvare le apparenze! Sarebbe «una prova» secondo lui e andandomene lo lascerei libero di inventare anche di peggio! E poi, Maria? Lasciata qui senza difesa?... Devo restare!

L'idea della partenza è dunque abbandonata.

— Resto! Appunto, precisamente: per difenderla e per proteggerla! È mia cognata. Oggi è una D'Orea; è dei nostri. Sono io, per autorità, il capo riconosciuto in questa casa. Qui comando io; e farò rigar diritto quel... buffone!

Per altro, non bisogna mai dare il più piccolo appiglio a Luciano; e bisogna ricordare com'è pronto e scaltro nella perversità.

Giacomo non si trova più solo con Maria e si vedono e si parlano soltanto a colazione e a pranzo. Egli è venuto, dice lui, e resta a Villars, non per altro, che per riposare e per diventar giovane!

Sta tutto il giorno e tutta la sera con Remigia; con la Piccola!

.... Quante volte ripete «la piccola!»

Questa tattica abile e prudente, se gli è consigliata dal bene di Maria, non lo annoia per altro, e non lo stanca. Remigia è sempre allegra, divertentissima! Con questo grande vantaggio, che non vuol parere altro che quello che è, cioè una bambina. Bambina per indole, per vivacità e per... innocenza! Non pensa altro che a saltare, a giocare al _tennis_ e a ballare; preferisce ancora le passeggiate col bel sole, ai colloqui con la bianca luna, i dolci e i cioccolattini del Danova, ai fiori di _monsieur_ Malot e non vuol bene, davvero, altro che a _Din_ e a _Don_!

— I vent'anni sono al varco!... Eppure, nessuno lo direbbe! Del resto, anche con vent'anni, e sonati, potrebbe sempre essere mia figlia!

Però, con la Piccola, egli non deve pensare ai riguardi, alle apparenze!

Può fare la sua corte innocente. Non c'è pericolo di dar ombra a sir Wood... e nemmeno a Totò!

— Povero Totò! È innamorato sul serio!... Ma perchè non si sposano, Remigia e Totò?

Quell'argento vivo... e biondo, che ride sempre, che parla sempre, che non fa mai domande e, se ne fa, non aspetta risposta, è un grande riposo per Giacomo, facile all'emicrania, stanco di nervi, e con i begli occhi di Maria sempre fissi in mente. Anzi, vicino a quel demonietto in continuo moto e in continue chiacchiere, egli prova il grande sollievo di poter tacere pensando a tutt'altro! È un uccellino grazioso dai bei colori vivi e dalla testina d'oro, che gli vola attorno piacevolmente e che piacevolmente riempie l'aria con il suo armonioso e festevole _pi-pi-pi_!

Egli può tacere, tacere!... la gioia di poter tacere e di poter pensare a... tutt'altro, mentre la cingallegra spensierata e innocente continua a volare cantando e bisbigliando _pi-pi-pi_!

Egli può tacere, tacere!... E intanto spiare di lontano, in fondo al giardino, un punto bianco, immobile, che spicca tra il verde dei fogliami: è Maria che legge, seduta all'ombra nel suo solito posto appartato.

— Povera Maria!... Meriterebbe tanto di essere felice... e amata!

Questo pensiero, un giorno, fa sospirare Giacomo più forte. Remigia che sta raccontandogli, ridendo, la corte che pretendeva di farle quel «bruttissimo Re Faraone» si ferma di botto.

— A che cosa pensate, Giacomo?

— A niente. Non penso a niente: ascolto soltanto.

— Non dite bugia, Eccellenza! Questa è una grossa bugia!

— Perchè?

— Perchè se aveste ascoltata me vi sareste messo a ridere: invece vi siete messo a sospirare!

Remigia dà una risatina arguta, maliziosetta:

— Forse, chi sa? È stato il sospiro dell'anima!

Suonar nel mio segreto odo una voce Che a sè mi tiene dubitando inteso...

Giacomo, per deviare l'attenzione della fanciulla, sospira più profondamente, continuando:

E non sento l'età fuggir veloce In quella nota attonito e sospeso!

— È la nota giovane squillante e affascinante del vostro allegro _pi-pi-pi_, cara Remigia!

— Per me, sospirate? — La graziosa birichina si mostra incredula. — Uhm!

— Sospiro... alla gioventù! Il più grande dei tesori, che si comincia ad apprezzare soltanto... quando lo abbiamo tutto consumato!

La duchessina si stringe comicamente nelle spalle.

— Allora... dovrà apprezzarlo moltissimo Re Faraone!

— Certamente! Anche Re Faraone!

— Ma pure egli ha trovato un rimedio, per riacquistare la perduta gioventù: il lucido Nubian!

Remigia ride allegramente e Giacomo è sicuro che non ha più in mente nè i suoi silenzi, nè i suoi sospiri.

In fatti ella riprende subito, con tutt'altro tono:

— Giacchè siamo in vena di poesia, ricordatevi, Giacomo, questo è il giorno.

— Il giorno?... Quale?

— Il giorno in cui dovete scrivere sul mio _album_. No, no! Non si dice di no; avete promesso!

— Non so scrivere versi!

— Scrivete prosa.

— Non so scrivere prosa, che sia degna del vostro _album_. Io non sono un letterato, ma un umile finanziere! Non so scrivere altro che cifre!

— E, allora, basterà la vostra firma, Eccellenza! È l'autografo, che conta! — Mimì! — grida forte Remigia, chiamando, — Mimì!

— Eccomi, cara!

La contessina Carfo, sta giocando al _croquet_ lì vicino, con Totò. Ella che ha sempre un grande ribrezzo per il Re Faraone, e che spera solo nel matrimonio di Giacomo con Remigia, quando i due sono insieme, non li perde mai di vista.

— Finitela con quel _croquet_ stupidissimo e irritante! Venite qui con noi! È fresco fresco! Una delizia!

Remigia si sdraia sopra una larga poltrona di vimini, dondolandosi mollemente.

— Ah, che gioia!... E che buone poltrone elastiche e comode, da far invidia alla Sbirlingonia!

Mimì e Totò, giuocano in fretta, tanto per arrivare in fine alla partita. Remigia si irrita.

— Finitela! Non avete capito?

Mimì dà un'occhiata a Totò e butta via la mazzetta.

— Eccomi, cara!

— Portate qui la mia cesta da lavoro! — La duchessina continua a dondolarsi sulla poltrona. — La mia cartella, i miei _albums_, i miei libri, tutta la roba mia!

Giacomo la guarda sorridendo e la chiama pïccola tiranna!

Sorride anche Remigia, ma dolcemente.

— Sono piena di difetti, non è vero?

— Oh, l'impero, la tirannia, non son difetti per chi li esercita; anzi, sono l'espressione della forza, del carattere. Sono invece una colpa, qualche volta, per chi vi si assoggetta, e quando invece di una tiranna piccola e bionda, esercita l'impero un brutto tiranno... uomo.

— Brrr! Quanta difficile filosofia! In conclusione, se questi non sono difetti, vuol dire che ne avrò degli altri. Vi prego! Vi prego, Giacomo! Sì! Sì! Voglio sapere tutti i difetti miei! Tutte le imperfezioni mie! — continua a supplicare nel tono più dolce. — Caro! Buono! Simpaticone! — Poi si arrabbia. — Dite subito tutti i difetti miei, almeno i più grossi o vi chiamo Eccellenza!

Giacomo ride e si diverte.

— Fin'ora — apprezzate la mia prudenza e la mia sincerità, — dico _fin'ora_...

— Ho capito! Avanti!

— Fin'ora vi riconosco un solo difetto.

— Grosso?...

— ... Non piccolo! Quello di possedere anche voi, per quanto non comune, anzi in tutto una ragazza originale... un album di autografi!

— La mia originalità sta in questo: invece di un album solo, ne possiedo due.

— Due?

Giacomo fa una faccia spaventata. Egli si diverte sempre di più a questi giuochi innocenti. Ha sempre avuto passione per i ragazzi e per i bambini.

— Ne possiedo due.

Si avvicina Mimì portando la cartella e i libri. Si avvicina Totò portando la grande cesta foderata di tela _pompadour_ e ornata di nastri di seta rosa con l'astuccio dei colori, i pennelli e con tutti i «lavori diversi» della duchessina: lavori all'uncinetto, lavori a maglia, trapunti, ricami che girano da anni i laghi, i monti e i mari... sempre allo stesso punto.

Remigia fa mettere tutto a' suoi piedi, sull'erba, e si fa dare gli album da Mimì.

— Due album? — ripete Giacomo esterrefatto.

— Due. Uno per gli illustri della patria; — questo, guardate: la firma di Garibaldi, una lettera di Mazzini, una poesia dell'onorevole Testasecca, — è il deputato del nostro collegio, — e poi autografi di Biancheri, di Zanardelli e uno anche del figlio di Totò.

Giacomo inarca le ciglia fissando il marchesino di Villabianca, e la Piccola scoppia in una risata:

— Non del nostro Totò!... Del nostro caro Totò, tesöro! È un autografo del figlio di Sua Eccellenza Totò!

— Ho capito. È un autografo dell'onorevole Carlo di Rudinì. Datemi l'album! Mi fo coraggio! Col papà, siamo stati nello stesso ministero!

— No, invece! — Ritira l'album scostandosi, piegandosi sulla poltrona con un atto grazioso di rifiuto. — Voi scriverete su questo. — Apre l'altro album che tiene sulle ginocchia e lo sfoglia lentamente tornando ad allungarsi sulla poltrona. — Mimì, gioia! — Spingimi adagio adagio... — Mimì coi piedi, con le due mani fa dondolare la poltrona, lieve lieve. — Ah, brava! Così!... Delizioso!... Fammi fresco, Totò! Alto!... Alto!... Sul capo!... Totò, pure in piedi, accanto alla poltrona, apre un ventaglio grande giapponese che ha preso nel cestino e continua, tenendo il braccio ritto, a sventolare adagio, la faccia impassibile e gli occhi innamorati.

— Voi, Giacomo, scriverete qui, — ripiglia Remigia. — Su questo album più piccolo e chiuso a chiave, perchè è l'album degli illustri simpaticoni. Guardate, leggete: Gabriele D'Annunzio, Rostand...

— Basta! Bastano questi due nomi! Io non ci posso più scrivere!

— Lo voglio! Lo voglio! vi chiamerò sempre onorevole, commendatore, grande ufficiale, Eccellenza!

Insiste anche Mimì, e dichiarando che la sua Remigia quel giorno è proprio una bellezza, prende dalla cartella un piccolo calamaio e una penna.

— Da bravo, signor D'Orea! Non si faccia tanto pregare! Ha osservato oggi come sono d'oro i capelli di Remigia?

Totò non fiata, muso duro. Trova che comincia a diventare un po' urtante anche quel Giacomo lì.

Lui... non è mai stato invitato da Remigia a scrivere sull'album dei simpaticoni!

— Civetta! Che civetta! Persino con Sua Eccellenza! — Continua a far vento, ma troppo adagio, con la faccia che gli si accende per la fatica.

— Oh Totò!... Non addormentarti! Più forza!

Remigia si rivolge di nuovo a Giacomo:

— Basta un pensiero; una parola sola e la firma.

Giacomo si decide, prende l'album dalle mani di Remigia, la penna che gli offre Mimì e scrive due righe in fretta:

— A voi! — Restituisce l'album. — E scusatemi se proprio, non so scrivere altro che cifre!

Remigia, letto appena, salta in piedi rossa di gioia e mentre Totò rimane immobile col braccio alzato e il ventaglio aperto, corre a stringere la mano di Giacomo, con trasporto, con effusione:

— Buono! Buono! Quanto siete buono!

Giacomo aveva scritto sull'album:

«Mi obbligo a versare 5000 lire per i poveri della duchessina Remigia, detta la Piccola.

«GIACOMO D'OREA.»

Mimì ha gli occhi pieni di gioia:

— Dio! Dio! Come il signor Giacomo sarebbe proprio degno di far felice la mia Remigia!

III.

Remigia, con Giacomo, non scherza e non ride soltanto. I suoi occhi ceruli e giocondi, hanno pure riflessi bigi, freddi come d'acciaio: osservano e studiano. Remigia, conosce già profondamente il carattere di Giacomo; ne conosce i gusti, le inclinazioni, le predilezioni e lo seconda in tutto, abilmente, senza mai parere, senza mai scoprirsi. L'aristocratica duchessina ha notato, per esempio, che sua eccellenza Molinella — lo chiama così con Marco Danova per allontanare sospetti e gelosie, — ha vivissimo, come tutta «la gentetta», il sentimento della famiglia e l'attaccamento alla parentela, ed ella non perde occasione di accarezzarlo e di lusingarlo anche in questo suo debole.

Ogni giorno, verso le quattro, la nobile famiglia italiana, con Marco Danova, sir Wood e tutto il seguito fanno una passeggiata o su, fino a _les Ecovets_, o giù fino ad Arveye o a Chesières, con la scusa di andar a prendere il tè. Giacomo, che lavora anche in montagna, si fa sempre aspettare, e Remigia, impazientandosi lo chiama sotto la finestra che dà sul giardino:

— Onorevole, Commendatore! Grande Ufficiale! Eccellenza!... Fate presto!

— Eccomi! Signorina Piccola!

Un giorno che si deve andare più lontano, fino a Gryon, Remigia, passando dallo studio di Giacomo, prima di scendere lo chiama, bussando all'uscio: _tòc! tòc_!

— Sono io, Eccellenza! Si può?...

— Avanti!

Remigia apre l'uscio e rimane ferma sulla soglia:

— Non fatevi aspettare anche oggi! Mi raccomando! — Poi entra, risolutamente.

Che male c'è? Perchè non potrebbe entrare nello studio del cognato di sua sorella?... Un cognato mezzo-papà e già... ex-ministro?

Ella si avvicina alla scrivania:

— Che cosa fate?

Anche Giacomo, al primo vedere la fanciulla affacciarsi all'uscio, è rimasto un attimo sorpreso; ma un attimo soltanto. È una vera bambina, affatto ingenua e ancora senza conseguenza!

— Scrivo la mia relazione sul dazio protettore degli agrumi, da presentare alla Camera, in novembre. Niente di bello, e specialmente niente d'interessante per la nostra Piccola!

— Allora, tanto più! Non fatevi aspettare! Oggi si va fino a Gryon!

— Sono pronto!

Giacomo raccoglie i fogli sparsi sulla scrivania e li ripone, in ordine, nella cartella. Remigia si guarda attorno, osserva tutto.

— Quanti libri e quanti giornali!... Si può dire che la posta viene soltanto per voi a Villars! A me, invece, appena qualche cartolina illustrata!... E avrei così piacere di ricevere tanta posta!

— E la fatica?... La noia di dover rispondere?

Remigia non lo ascolta più. È tutta assorta, fissando un ritratto sulla scrivania, in una larga cornice d'ebano. È la vecchia fotografia di una donnetta dal viso lungo e scarno, — somiglia molto a Sua Eccellenza, — dall'aspetto semplice e modesto. È in capelli, vestita di nero. Ha una grossa catena d'oro attorno al collo, e puntato in mezzo al petto un grande spillone, con un ritratto, che dev'essere del marito.

— È la madre! — Remigia ha indovinato. — È la salumiera! — Poi esclama con la voce armoniosa e dolce, che somiglia certe volte, a quella di Maria: — Che bella signora! Glie espressione simpatica, dolce!... È la vostra mammà?

— Sì, risponde Giacomo colpito. — È la mia povera mamma. Come avete fatto a indovinare?

— Vi assomiglia tanto! — Remigia lo guarda, arrossisce leggermente e ripete tanto... con la voce di Maria, tal e quale.

— Cara bambina! — pensa Giacomo fra sè... — Molti capricci; un demonietto sfrenato e non sempre ragionevole, ma poi, nelle cose serie, ha il sentimento e si esprime con la grazia affettuosa di sua sorella. Non si assomigliano affatto Maria e Remigia, ma pure si capisce subito che sono sorelle. Dalla voce, soprattutto! La bella voce... è una gran bella cosa!

— Andiamo, signora Piccola!.. Sono a' suoi ordini!

Remigia non si muove; fissa sempre il ritratto, poi fissa Giacomo, seria questa volta, sospirando:

— Certo, dovete aver voluto un gran bene voi, alla vostra mammà!

Da quel giorno si rinnova spesso per Giacomo la sorpresa avuta al suo primo arrivo a Villars: sulla scrivania, dinanzi al ritratto di sua madre, c'è un bel mazzo di fiori.

— Bambina cara!

Giacomo crolla il capo sorridendo e pensa:

— A volte, si provano antipatie ingiuste! No; non bisogna mai dar retta alle simpatie e alle antipatie! Le persone bisogna conoscerle bene, a fondo, prima di giudicarle!... Persino la duchessa Cristina, con la sua imponenza da matrona di melodramma, nella famiglia, nell'intimità, diventa tutt'altra cosa!... Ha la bella persona e il bel viso di Maria. Gli occhi no; sono neri ugualmente, ma sono diversi: freddi, quasi duri!... Anche il principe Rosalino!... Suprema importanza, ma un bon uomo, in fondo... E Remigia?... — Giacomo sorride. — Povera Piccola! Non la potevo patire!

Conclude trovando che tutti i Moncavallo sono gente finissima di sentimenti, di gusti, di abitudini. — Ci sarà in loro del fumo aristocratico, ma quando sono gentili, sanno esserlo assai di più e in un modo diverso da tutta l'altra gente! — Fa un lungo sospiro. — Pare impossibile che mio fratello, vivendo in mezzo a loro, sia rimasto... quello che è!... Mah!.. Luciano non è nato uomo, è nato bestia!

I bei fiori freschi, dinanzi al ritratto della mamma, fermano il suo pensiero su Remigia.

— Ma perchè aspetta tanto a prendere marito?... Le occasioni, pare non le manchino! Quel Danova, per esempio? Remigia non lo vuole: lo trova brutto, vecchio e odioso, — me l'ha detto lei, — e non ha torto. Anche dal lato morale, quel Danova, non è certo gran cosa! E sir Wood? È una ragazza intelligente e lo trova troppo ridicolo e fatuo con le sue pretensioni di bell'Apollo! Ma perchè non sposa Totò?... Non le piace nemmeno Totò, o non ci sono quattrini abbastanza?... Quattrini?... Uhm! Non ce ne devono essere affatto!...

Giacomo, che è generoso, non forse nelle piccole, ma certo nelle grandi cose, si sentirebbe disposto, se la Piccola amasse Totò, di provvedere alla dote.

— Remigia è quasi una parente. È sorella di una D'Orea! E sorella di mia cognata!

Come Giacomo D'Orea riconosce volentieri che i Moncavallo sono assai migliori veduti da vicino, così i Moncavallo a loro volta, trovano che a Villars il «satrapo mercante» ha fatto progressi.

— Quel... Giacomo, si fa! — osserva la duchessa, durante i colloqui del dopo pranzo, sulla terrazza, al fratello Rosalì, che sonnecchia, seduto al fresco, in una placida grandiosità monumentale. — A poco a poco, si fa! Diventa un uomo di questo mondo!

— Si fa! — ripete il principe sollevando la lunga barba, con un leggero rumore fra il sospirare e il russare, — Si fa, vivendo con noi. L'uso diventa natura!

— Pare... ci prenda simpatia a stare con l'Idola! — Pausa. Poi la duchessa ripiglia, sempre riferendosi a Giacomo: — Quanti anni avrà, precisamente?

— Precisamente, non saprei. Certo, ha già varcata la quarantina!

— Non si direbbe! È uno di quegli uomini... che non hanno età, ma che possono interessare e anche piacere moltissimo, per il loro talento!

Il bell'uomo partenopeo sorride e sembra misurare la piccola e misera eccellenza, dall'alto della propria persona:

— Quattro ossicini in croce e quattro nervi! Ecco tutto il grande ometto!

— Adesso, però, è assai migliorato in salute!.. Non è vero, Rosalì?

Rosalì non risponde.

— In ogni modo... volesse prender moglie, sarebbe sempre un ottimo partito! È ricchissimo! Dicono, quasi un milione di rendita!

Rosalì, lentamente, sempre mezzo russando e mezzo sospirando, ammonisce la sorella:

— Danari e santità, metà della metà!

— E va bene! — La duchessa stizzita dalla sonnolenza del Sant'Enodio, fa un atto nervoso. — Anche metà della metà è sempre una bella rendita!

Succede un lungo silenzio. La duchessa ha caldo.

Prende il fazzoletto dalla piccola borsa scintillante di lustrini d'oro e si asciuga le gote e il collo. Apre il ventaglio: si fa vento. Giacomo le ha fatto venire in memoria l'altro D'Orea, — quella cara gioia di suo genero!... — Soffia — Uff! — Stasera non se ne può più! Si soffoca!

Povera duchessa Cristina! Il solo pensiero di Luciano le aumenta il caldo e le dà le smanie.

— Certo che dei due fratelli...

Rosalì s'interrompe con gli occhi aggravati dal sonno, poi riprende... — Mentre l'uno si fa, l'altro si disfà! Mah!

— Mah!... — fa eco la duchessa, che è completamente sveglia. — ... Bisogna goderselo in santa pace! Amici a scelta e parenti come sono!

Il principe pure, apre gli occhi.

Quando è in ballo Luciano, il discorso si fa sempre interessante:

— Non ha scritto, ancora? Non ha telegrafato?

— Niente! Nemmeno al signor Zaccarella!

— Quanti giorni sono, ormai, dacchè è partito?

— Otto giorni... ieri.

— Allora... è già a Parigi!

A questo pensiero Rosalì si mette in quieto. Allunga le gambe e richiude le palpebre, mormorando:

— Dopo tutto, se quella Fanfan non ci fosse, sarebbe quasi da inventare!... Dobbiamo soltanto a lei i nostri dieci minuti di riposo!

La duchessa tace, ma non è dello stesso parere.

— Se Luciano finisce col rovinarsi? Dicono che... sia tisica? Ma ormai con i tisici non c'è da fidarsi! Vivono più degli altri!... E l'Idola?... — Continua a farsi vento.

La notte è serena, ma buia; il silenzio è profondo. Un grillo solo canta in un prato sottostante e qua e là sul terrazzo si odono appena alcune voci senza poter intendere le parole.

Il pensiero dell'Idola, di un buon marito per l'Idola, preoccupa assai la duchessa.

— Bisogna trovare! Bisogna trovare! ha ormai toccato i vent'anni!

Il cielo, a ponente, si fa più chiaro; le cime delle montagne che chiudono la valle come una grande macchia nera, si illuminano con una striscia di luce pallida.

La duchessa Cristina ritorna a profondarsi in meditazioni:

— Anche metà della metà!... Sarebbe sempre un buonissimo partito!

Tutto tace, mentre lentamente spunta la luna: tacciono anche le voci che si udivano qua e là sul terrazzo. Il grillo solo canta più forte.

A un tratto si sente il rumore di uno schiaffo. È stato il principe Rosalino che lo ha tirato a sè stesso.

— Maledette zanzare!... Andate dal signor Trüb che non ci vuol credere!

IV.

È mattina; sono presto le nove. Giacomo è già da un'ora al tavolino da lavoro, quando sente bussare all'uscio, pianino: — _toc! toc!_ — Si può?

— Avanti!

— Posso entrare?... Sono io! — Remigia è già dentro.

— Buon dì, signora Piccola!

Giacomo è ormai abituato alle visite della cognatina seconda. Quando Remigia passa dallo studio del D'Orea alla mattina, per scendere, lo chiama ed entra così, interrompendo la relazione sul dazio protettore degli agrumi, per condurre l'onorevole al giuoco del _tennis_. Gl'insegna a giocare in quelle ore, appunto, in cui il campo è libero e deserto.

— Non avremo pubblico, spero?... Non vorrei diventare ridicolo con le mie giravolte e i miei saltetti degni del signor Trüb!

— Chi volete che ci sia dalle nove alle dieci? I nostri competitori e nessun altro: Mimì Carfo, _Mademoiselle_ e Totò!

— Non vorrei che finissero... per seccarsi! Giocare con uno che non sa, non è divertente!

— Questo non è. Voi intanto cominciate a giocare benino!

— Piccola! Piccola! Non fate l'adulatrice!... Io non giuoco! Fo del moto per salute! Esercito i miei poveri muscoli arrugginiti e fo respirare i polmoni attossicati, all'aria aperta! Ma non vorrei abusare della pazienza vostra e di quella delle signorine! E passi per Totò! Quando io perdo il colpo, o mi scappa di mano la racchetta, Totò riceve da voi una furtiva occhiata, e si consola!

Remigia, arrossisce leggermente. Ella, in fatti, scambia di nascosto fuggevoli risatine col cuginetto quando Sua Eccellenza si contorce goffamente e traballa, per poter riuscire a ribattere in tempo.

— Totò si crede un grande giocatore! E non è che presunzione! — Remigia s'è rimessa subito e non mostra di aver capita l'allusione. — Manca di calma e manca di stile! Totò, al _tennis_, ve lo dico io, — la ragazza scoppia in una risata, — è un vero e grande schiappino!

— Povero britanno! Perchè lo trattate sempre così male? Lui, invece, sarei per scommettere...

Giacomo s'interrompe; continua Remigia: