La moglie di Sua Eccellenza

Part 8

Chapter 83,849 wordsPublic domain

Luciano batte forte col pugno sul tavolino:

— Basta! Basta, così!

— No! Non basta!

— Dirò al signor Zaccarella...

— Che cosa vorresti mai dire a quel tuo infelice signor Zaccarella?

— Di preparare, subito, oggi stesso, tutti i nostri conti...

— Ma che conti! — Giacomo dà un'alzata di spalle.

— Gli ho già fatti io, i conti!... Ho una raccolta, un mucchio di cambiali tue; cambiali in bianco, scontate dai più noti strozzini internazionali! Lasciamo in pace il già travagliato signor Zaccarella! Ho tanto in mano io, da farti inabilitare anche domani. E lo farò, bada, lo farò, se sarà necessario, per salvare non il nostro patrimonio, ma il nostro onore.

Luciano ha paura. Spinto dall'avarizia e dalla sua pudibonda bigotteria, di timido provinciale, Giacomo è capace di qualunque eccesso!

Egli però si rimette in carreggiata e ripiglia con ostentata indifferenza:

— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire...

— E di fare.

— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni, e saprei difendermi. In ogni modo, la minaccia per sè stessa, prova già abbastanza il tuo stato d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il motivo, — vero, — della tua indignazione? Il motivo, — vero, — del tuo viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi, almeno, di che cosa adesso «proprio adesso» desideri parlarmi con tanta fretta?

— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo esplicitamente e categoricamente: bisogna piantare, una buona volta quella... donna che tu hai a Parigi, — e per la quale hai già speso a quest'ora.... — Giacomo s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già speso un paio di milioncini! Bisogna piantare quella... Fanfan Trécoeur!

Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso la bocca di Giacomo:

— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata! Non te lo permetto!

— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica! È tutto il mondo che lo sa e che ride alle tue spalle, alle mie... e alle spalle di tua moglie!... Ridere o compiangere, in questi casi è la stessa smorfia!

Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare i nervi.

Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha pronunziato così, senza nessuna delicatezza, il nome di Fanfan, si sente lui costretto a doversi reprimere.

Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per la stanza, — vero plebeo!... vero mercante! — poi, d'un tratto, gli balena un'idea e si ferma in faccia a Giacomo:

— Scusa, una domanda prima, per intenderci bene.

— Anche due; anche dieci!

— È stata mia suocera a spingerti... a questo passo?

— No. Non ho mai parlato di te con tua suocera...

— Allora... è stata mia moglie?

Passa come un guizzo, una fiamma, sul viso smorto e scarno di Giacomo: è un lampo, ma basta a Luciano per fargli intendere dove deve mirare, se vuol colpire a sua volta e colpir giusto.

— Certo, certo! È stata mia moglie!

— Non è vero!

— È stata mia moglie, nei vostri lunghi ed intimi colloqui a Bex!

— No! È stata la zia Gioconda! — risponde Giacomo con troppa precipitazione.

L'altro scoppia in una risata:

— La zia Gioconda?... In campagna?... A Fiumicino?... Uhm! Non credo! È stata mia moglie!... Forse ti ha scritto lei stessa, anche per farti venire a Villars?

— È falso! È una falsità!

— Non gridare! Perchè gridare?

Luciano si diverte sghignazzando sguaiatamente.

— La zia Gioconda?... A Fiumicino?... Perduta tra i pampini e le biade?... Uhm!... Sarà, ma non lo credo!

— È proprio così! — Giacomo si sforza e risponde pure con un tono sarcastico: — _Les échos parisiens_, caro mio! Il _Gil Blas_ e il _Figaro_, sono arrivati fin laggiù, a Fiumicino!

— Ma la zia Gioconda non sa il francese!... Chi li ha tradotti alla zia Gioconda?... Tu, o mia moglie?

— Ragazzo! Ragazzaccio! — borbotta Giacomo tra' denti. È disgustato, ma più ancora è conturbato e inquieto per la brutta piega, che va prendendo il discorso.

— Sul mio onore: tua moglie non mi ha mai detto una parola in proposito!... È troppo fiera, troppo dignitosa e ti vuol anche troppo bene!

— Fiera e superba! — interrompe Luciano. — Il «troppo bene» è un di più!

— Sarebbe capace di soffrire e di morire, ma non direbbe mai una parola contro di te!

— Criss...ti! La conosci a memoria!... _Par coeur!_

— Non voler essere ironico e non voler essere cattivo! Non è il momento, e non si scherza! Io parlo e predico per il bene tuo e il bene di tutti noi! Siamo sempre stati uniti, restiamo ancora uniti e d'accordo!

Giacomo non è più irato, minaccioso: consiglia, invece, e cerca di smuovere, di persuadere il fratello, con le buone ragioni e toccandogli il cuore.

No, Luciano non deve più continuare con quella... donna di Parigi. A parte che Luciano, essendo ammogliato, il capriccio e la leggerezza diventano una colpa, quella... donna è tra le più pericolose! Egli ha assunto informazioni sicure, precise, e può dire di conoscerla bene. È una donna che rende ridicoli i propri amanti, mentre li conduce fatalmente alla rovina!

Luciano diventa verde; Giacomo, per forza gli afferra una mano e gliela stringe con effusione. Gli parla del babbo che Luciano ha appena conosciuto, gli parla della loro mamma, — povera mamma! — Così semplice e così buona!

— Ti ricordi?... Le ho promesso che ti avrei fatto da padre! Non andare a Parigi! In questo momento, piantar qui tua moglie, piantar qui tutti, sarebbe una pazzia e uno scandalo!

— Intanto, — ripete Luciano, non addolorato, nè commosso, ma sempre più inasprito, — intanto io vado a Losanna e non vado, almeno per il momento, a Parigi.

— Tu vai a Losanna, per andare subito — su-bi-to — a Parigi.

— Io, oggi, vado a Losanna e forse fino a Ginevra, come ho già detto, per la riunione del Club automobilistico. Se poi, prima di tornare a Villars, dovrò recarmi anche in qualche altro posto, ciò dipenderà dalle circostanze, e io farò sempre ciò che dovrò fare senza mai preoccuparmi dei commenti pettegoli e interessati e senza aver paura... delle mie spie!

— Oh, so, che in certe cose hai un coraggio da vero leone!

Giacomo è lì lì per prorompere; tuttavia riesce ancora a dominarsi.

— Qui non ci sono spie. Qui hai la tua famiglia, hai le sole persone che veramente ti vogliono bene. — Giacomo spiana la fronte e preso il fratello a braccetto, lo spinge verso la finestra spalancata. — Che buon'aria! Deliziosa, veramente balsamica!... Ha ragione il signor Trüb di vantarsene e di farla pagar cara!... Ti seccano le prediche del «putativo genitore?» Ti parlerò anch'io da uomo spregiudicato, moderno. Hai avuto un capriccio per questa donna magra, ossuta e lunga come la noia? Ebbene, te la sei goduta per due anni, ne hai preso per due milioni, dunque basta, se non vuoi finire con l'essere _black-boulé_ dalla gente di spirito! Prendere sul serio, e prendere per tutta la vita Margherita Gauthier? È roba del quaranta! Dopo il novecento il giovane Armando, anche se non fa giudizio, fa i suoi comodi. A Parigi, in questo mese, con il termometro a trentasei gradi Reaumur? Diventi matto? Peggio, vuoi diventare un provinciale ridicolo? Tu resta a Villars e manda a Parigi, in vece tua al caldo, il bravo capitano Zaccarella con pieni poteri, con la borsa piena e con l'incarico di liquidare!

L'idea colpisce Luciano:

— Liquidare!... La borsa piena!... Ottima la scusa di voler liquidare! Ma, s'intende, non «mandare», andar lui, a Parigi e così, con la borsa piena, sbaragliare, mettere in fuga il re della glicerina!

Giacomo, vede che l'altro è rimasto scosso, pensieroso, spera bene e continua a cercare argomenti, anche speciosi, pur di riuscire nell'intento.

— Io ti conosco; non sei tomo d'innamorarti scioccamente delle grazie _faisandés_ e degli acuti stonati di una qualunque _mademoiselle_ Fanfan! Tu ci tieni per vanità, anzi, per amor proprio, come ad un oggetto di gran lusso!... Non si deve dire a Parigi, ad Ostenda, a Montecarlo, che non hai più milioni da spendere per mantenere la Trécoeur! E ci tieni anche, per gelosia di possesso: perchè sai che dietro di te ce n'è un altro, o dieci altri, che aspettano di ricevere o di dividersi la tua successione! È una forma di gelosia che non ha niente di comune con l'amore e con la stima; pure è questa la gelosia che spinge a commettere i più grossi spropositi! Recipe infallibile, purchè sia pronto: liquidare brillantemente con la signorina Fanfan e brillantemente piantarla. Mostrarsi, con un bel gesto, grande signore e uomo pratico!... Vedrai, subito, i tuoi rivali! Quelli che più ti danno ombra!... Ci perdono l'uzzolo, sul momento!... Con che gusto contendersi fra di loro _le corset_, quando non è più _envolé_?... È la concorrenza della vostra reciproca minchioneria che fa quotare così alto le azioni, mimiche, di _mademoiselle_ Trécoeur! Sei tu, il milionario inesauribile, la più grande attrattiva e il suo fascino maggiore! Le tue pazzie, soltanto, danno forma e colorito a quattro ossa giallognole e bacate!

Luciano crolla il capo, Giacomo riprende allegramente:

— È così; e bisogna far così: piantarla con una buona uscita. Per allontanare i propri amici dalla propria amante, non c'è che un modo, sicuro: piantarla!

Luciano soffre, si rode. Vorrebbe rispondere a quel mezzo-uomo e mezzo-prete « — che cosa ne puoi saper tu delle attrattive e dei fascini di certe donne, come Fanfan? Tu... accontentati di lisciare e di fiutare le sottane della famiglia!» Ma non può. Per seguire il piano che ormai ha ben fisso in mente egli deve contenersi e fingere di accettare, in massima, i consigli del fratello.

— Non dico di no. Una liquidazione brillantissima potrebbe essere anche il mio desiderio e lo scopo del mio viaggio a Parigi; dato il caso che io vada proprio a Parigi. Ma, intendiamoci: senza l'intervento di nessun Zaccarella! Non voglio far la figura... di essere inabilitato, prima del tempo!

Giacomo lascia correre; finge di non aver sentito la botta. L'altro continua imperturbabile:

— Certi affari miei, di mia sola pertinenza, li tratto da me. E per questi affari, vado e non mando.

Giacomo, si mostra conciliantissimo.

— Precisamente. Sei tu, solo, che tratti i tuoi affari; ma non vai proprio, tu, in persona. Sei tu, che mandi, ed è lo stesso!

— No, no! Vado. Dato il caso, vado e non mando!

— Mandi... e non vai. — Non vai, perchè in questi mesi Parigi è vuota e spopolata e soprattutto perchè quando fa caldo, ami di stare al fresco!

— Fresco o caldo, vado io. Certi affari _di mia sola pertinenza_, li tratto da me.

Giacomo ha uno scatto che non può reprimere:

— E tua moglie, non è di tua pertinenza?... A lei non ci pensi?

— Moltissimo ci penso! Oh, se ci penso! Ma anche fra me e la mia cara signora moglie, non ci si deve frammischiare nessun... Zaccarella!... Voglio pensarci io! Soltanto io! Me lo permetti?

— Altro che! Te lo permetto e, di più, te lo impongo!

Dinanzi a tanto cinismo e a tanta improntitudine, Giacomo non si frena più.

— È ora e tempo di mettere giudizio, è ora e tempo, vivaddio, di vivere un po' anche per tua moglie, per quella povera... martire, che per la sua bontà, e la sua forza di soffrire e tacere, merita tutto il nostro affetto e tutta la nostra ammirazione!

Luciano, pronto, coglie la parola al volo:

— Ammirazione?... Ah! Ah! Straordinaria ammirazione! Me ne sono accorto da un pezzo!

— Che cosa?... Ti sei accorto di che cosa? — Giacomo si avvicina d'un passo al fratello, fissandolo: — Ti sei accorto... di che cosa?...

Ma l'altro non ha paura. Si sente forte della sua propria cattiveria.

— Voglio dire... niente. Che me n'ero accorto da un pezzo di questa vostra e specialmente _tua_... ammirazione!

Giacomo alza le due mani tremanti, poi le sbatte, palma a palma, in atto di dolorosa maraviglia:

— Ragazzo... ragazzaccio! Cattivo e bugiardo!

Luciano, rimane imperterrito. Fissa Giacomo a sua volta; parla alto, borioso e sprezzante. È lui, il giusto; è lui, il giudice.

— No. Nè bugiardo, nè cattivo, nè ragazzo. Oh, tutt'altro che un ragazzo. Osservo, da tempo, e noto. Intanto, intendiamoci: non permetterò mai, _mai_, alla mia... cara signora moglie di cercarsi protettori, nemmeno in famiglia, per metterli su, contro di me. Non permetterò mai a nessuno, nemmeno... — Luciano fa una reticenza con un'altra smorfia piena di sarcasmo, — nemmeno alla zia Gioconda, di voler sentenziare fra me e mia moglie. Con mia moglie poi a suo tempo... — Non vuol dire di più; ma le pupille hanno un tremolio sinistro, che fa trasalire il povero Giacomo. L'altro se ne avvede, indovina l'inquietudine del fratello per la cognata, e ne gioisce in cuor suo.

Ah! Ah!... Ormai è libero! È lui il padrone! Padrone di fare tutto ciò che gli accomoda; padrone di andare, di stare a Parigi quanto vuole; padrone di spendere e di spandere a suo capriccio!... — Accendersi per la cognata! — Ride, poi riprende, guatando Giacomo tra il serio e il comico:

— Ah! Ah!... La dolcissima e soave Maria Grazia! La povera martire! Impiegare tutto il suo tempo a Bex, per destare la tua ammirazione, e per seminare la zizzania tra di noi!... Altro che la forza di soffrire e tacere! Persino la minaccia di farmi inabilitare!

Giacomo, sorpreso da tanta perfidia, non sa che rispondere: Luciano, alza la voce.

— Oggi, subito, parto, finchè non sono ancora inabilitato; ma quando torno, e tornerò prestissimo darò alla... povera martire, l'ammirazione che si merita!

L'ironia scompare a un tratto: è l'odio, è il veleno, che prorompono dalle sue labbra livide e affilate.

— Sposata, senza un soldo! Mantenuta come una regina! E con lei, mantenuta tutta un'orda di nobilastri parassiti, che non hanno salvato dalla malora altro che le barbe e le parrucche! Per questo sì, davvero, bisogna inabilitarmi! Bisogna interdirmi! È questa genia di spiantati, sono i capricci, è il lusso sfrenato di mia moglie che mi hanno costretto a spendere, a sprecare, a rovinarmi! Ma quando si tratta... di mia moglie, quando si tratta della povera martire, tu, proprio tu, dimentichi anche l'avarizia e non mi fai più la predica! Per te? Per la tua ammirazione?... S'intende! Io ho sempre pagato troppo poco i grandi meriti di mia moglie!

— Abbassa la voce! Abbassa la voce! — Giacomo è spaventato. Possono sentire nel corridoio, in tutto l'albergo! — Abbassa la voce! Ti supplico! — Ma più Giacomo ha paura e cede, più Luciano si monta e grida: a forza di arrabbiarsi per progetto, finisce con l'arrabbiarsi e col diventar geloso sul serio.

— Mia moglie dovrà parlare! Oh se dovrà parlare! Se dovrà confessare! Che cosa ti ha detto? Che cosa ha fatto?... Con quante moine ha potuto cambiarti così? Cambiarti... completamente?... Prima, non me lo vorrai negare, tu Maria, non la potevi soffrire! Ti sei opposto fino all'ultimo! Hai fatto il possibile e l'impossibile per impedire il mio matrimonio! Oh, senza essere un grand'uomo, e non me ne importa affatto, io, per altro, ho buona memoria! E se ne accorgerà mia moglie quando torno! Appena torno!... Quella ipocrita, falsa, bugiarda! È lei, la bugiarda e non io! La bugiarda e l'ingrata!

Giacomo capisce che, lui presente, la furia del fratello non farà che divampare sempre più: si caccia le mani nei capelli e fugge via con un singulto che gli rompe il petto. Sapeva che suo fratello era cattivo, ma cattivo fino a quel punto, fino al punto di far paura, questo no!

— Povera donna! Povera donna!...

Giacomo, non pensa più a trattenere Luciano. Guai se Luciano, restasse a Villars!

— Vada! Vada! lontano, a Parigi, all'inferno!

— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_

È Luciano che parte in automobile, un'ora dopo la scena col fratello.

Non ha voluto veder nessuno; non ha salutata sua moglie. Sua moglie la vedrà al ritorno e la... saluterà al ritorno! Adesso vuol partire tranquillo, senza guastarsi il sangue!

— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_

— Ah! Ah! La dolce, la soave Maria Grazia! La donna perfetta!... Impeccabile!... Mio fratello!... Paolo e Francesca!

Luciano, questo, lo borbotta fra sè: per convincere sè stesso. Ma non lo crede e non lo pensa. E per ciò, appunto, perchè non lo pensa e non lo crede in cuor suo, è contentissimo di poter dar corpo a quelle ombre, per convincerne sè stesso e più gli altri. Così, sua moglie, avrà finito di darsi le arie e il sussiego della donna perfetta, della donna superiore! Ah! Ah!... In faccia sua, anche sua moglie dovrà abbassare gli occhi e la testa!

Geloso di tutti, e invidioso, geloso di tutto, Luciano aveva finito col rodersi in cuor suo anche per i pregi e per le virtù e soprattutto per la grande stima che godeva sua moglie e che tanto la innalzava, al suo confronto, nell'opinione della gente.

— Giù! Giù! Anche lei! Giù! Adesso giù! Come tutte le altre!... Basta, l'ammirazione! Non più panegirici, non più inni, ma tragedie: Paolo e Francesca!

— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_

L'automobile ha fatto tutta la ripida e contorta discesa da Villars fino ad Aigle, in un attimo, ed ora, sempre di volo, sempre in discesa, infila la strada polverosa, diritta che si snoda tra le colline verdi e il lago azzurro, mentre alto e lontano si profila candido e immoto dominatore dello spazio, il monte Bianco.

— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_

Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può più farmi da tutore e Francesca da spia! Posso andare a Parigi! — evviva Parigi! — e divertirmi!

— Divertirmi?...

Luciano torna a rabbuiarsi.

— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa quanti nuovi capricci! E poi sempre con la voce da non mettere a repentaglio!... Tutti i riguardi, tutte le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi sempre no, per paura della voce!... Quando canta, perchè canta, quando non canta... perchè ha da cantare!... Uff!... Certe volte, per ottenere un giorno di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a patti, con il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!... E poi, l'ombra di Banco; anzi, della Banca: mister Kennett, il re della glicerina!

Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può torna da capo a consolarsi.

— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò da avvelenarmi il sangue a Parigi, mi potrò sfogare al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!...

— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_

E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra la luce del sole sfolgorante e la maraviglia ridente dei colori, tra la limpidezza tranquilla del cielo e lo specchio nitido dell'acqua cristallina, fra la bellezza e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua ad accumulare nell'animo con la smania e la promessa vicina di scene e di vendette, i pensieri più tristi e più foschi.

— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_

II.

Giacomo, piantato lì il fratello a mezzo di quella veemente invettiva, corre nelle sue stanze, come a cercarvi rifugio.

Con le mani si tien chiuse le orecchie disperatamente per non sentir l'eco di quelle ingiurie.

Siede affranto dinanzi alla scrivania; è angosciato e disperato.

— E adesso Luciano, che cosa farà?... Liti, scandali, partirà come ha detto?... E Maria?...

Che ora lunga d'incertezza, di inquietudini, di pena!

Ad un tratto sente stridere e sbuffare l'automobile: si alza, si avvicina alla finestra e spia dietro le cortine calate.

— Ah, Dio sia lodato! — Manda un grande sospiro di sollievo. — Luciano è partito!

— Va! Va!... A Parigi! Dove vuoi! In capo al mondo!

È forte, però, il suo capriccio per quella Fanfan!

Più forte della sua stessa cattiveria! Ma poi al ritorno?

Giacomo si allontana dalla finestra scrollando il capo.

— Quando ritornerà?... Povera Maria!

Egli comincia a spogliarsi lentamente. — Presto sarà ora di pranzo! — Non chiama il cameriere, si veste solo e intanto continua a pensare a Maria... e a Luciano.

— Che razza d'uomo!... Non sembra nemmeno uno dei nostri. È un frutto guasto dai suoi stessi vizi! E così, travisandoli, deturpa e avvelena affetti e sentimenti! Osare, persino, di dubitare di me, di Maria?... — Giacomo dà un'alzata di spalle. — Che! Che! Dubitare! Se lui stesso è il più convinto della sua propria falsità!... Inventa e sa d'inventare! È una perfidia atroce, ma gli fa comodo!... Che cattiva bestia! Cioè no. Cattivo sì, ma non bestia! Tutt'altro!

Giacomo ha capito subito, alla prima, il triste giuoco del fratello. L'insinuazione calunniosa è un'arma a due tagli: contro la moglie e contro di lui. Con quell'arma in mano, pronto a colpire senza scrupoli e a tradimento, Luciano si sente fortissimo; può commettere qualunque eccesso per quella Fanfan e qualunque infamia contro sua moglie!

— Sicuramente! Se io gli tengo testa, è capace, capacissimo, di gridare ai quattro venti che sono l'amante di Maria!

— Che canaglia!

A questo nome «Maria», a queste parole «l'amante di Maria», che gli si affacciano al pensiero per la prima volta così precise e chiare, egli si ferma dinnanzi allo specchio, attonito, con i due capi della cravatta fra le mani...

— Che falsità! Che canaglia!

Deve fare, disfare il cappio: non gli riesce.

Non si sente più sicuro, libero di sè, come prima. Soffre, — è proprio la parola, — soffre un tormento nuovo: un senso strano e nuovo di timidezza.

Quando, sotto l'atrio, s'incontra con Maria, prima di pranzo, arrossisce suo malgrado, e non può, lì per lì, fissarla in faccia.

Maria Grazia, nota subito il turbamento del cognato, ma lo spiega a suo modo: lo crede così mortificato e impacciato, perchè non è riuscito a trattenere Luciano. Ella lo guarda con i grandi occhi neri, pensierosi e gli sorride malinconicamente: lei stessa, si fa offrire e gli prende il braccio, per entrare insieme nella sala da pranzo.

— Lucïano è proprio partito?... E proprio per Parïgi?

Le tenere e armoniose dieresi, sono piene di lacrime.

Giacomo, le risponde appena, stringendole il braccio, sotto il suo:

— Coraggio...

— Ne ho; tanto!... Sai?... Non è venuto nemmeno a salutarmi! — Cerca, quasi, di scusare il marito. — Forse, non ha osato!

— «Oh...» — Giacomo s'interrompe e pensa in cuor suo: — Sapesse, povera donna, che cosa è capace di osare... quello là!

Ma, alla cognata, egli non dice nulla della scena successa. Durante la serata, mentre Giacomo sembra quasi sfuggirla, Maria lo interroga con i begli occhi ansiosi: Giacomo non le risponde altro che scrollando il capo.

Nei giorni seguenti, egli schiva le facili occasioni di trovarsi solo con lei. E per poter fare ciò, naturalmente, egli si accompagna e comincia a stare di più con Remigia.

Dopo colazione, mentre la cognata si avvia lentamente in giardino, verso il suo solito posto tranquillo e appartato, Giacomo, invece di seguirla con il fascio dei giornali, si unisce alla corte allegra e rumorosa della duchessina, assiste ai pasti di _Din_ e _Don_ e riceve pazientemente gli enfatici salamelecchi del signor Trüb.

Poi, mentre con la coda dell'occhio, spia di lontano la macchia folta degli abeti che riparano Maria sotto l'ombra solitaria, egli si fa spiegare da Remigia le regole del _tennis_ e resta lì, fuori della rete, a veder giuocare.

— Bravissima, la Pïccola!

Pronunzia la Piccola con la lunga dieresi, come fa Maria, e ne riceve un'intima sensazione di gioia.

Anche alla sera, tardi, quando tutti gli ospiti rientrano nell'albergo, Giacomo invece di fermarsi con Maria, come faceva prima, nella veranda a discorrere e a discutere di romanzieri e di poeti, entra con Remigia nella sala da ballo, e si ferma a vederla ballare. Ride con lei e con la Carfo a proposito dei suoi adoratori «internazionali». Scherza alle spalle di _monsieur_ Malot, il parigino puro sangue, il ballerino di forza e di grazia; scherza a proposito dei voli letterari di Lothar Schmidt e anche Giacomo si mette a chiamare il Danova «Re Faraone» e sir Wood «il bell'Apollo della caramella!».

Maria Grazia, le poche volte che può trovarsi faccia a faccia col cognato, lo interroga muta, con gli occhi soltanto.

— Perchè?

Sembra dire, dolorosamente: — Devo perdere anche questo mio solo conforto? La tua amicizia buona e cara?

Giacomo le risponde arrossendo leggermente, crollando il capo e si allontana.

— Perchè? Perchè?... — ripete Maria in cuor suo.