Part 7
— La dentiera?... Cara mia, porteremo in comune con Re Faraone, le gioie, la gloria e le fatiche del regno, ma la dentiera continuerà a portarsela lui solo!
Mimì, sempre rossa rossa, sempre con la bocca quasi sulla bocca di Remigia, riprende ancor più sottovoce con un tremito di angoscia e di terrore:
— Tuo... marito, Remigia!... _Tuo marito!_ Ma pensa, pensa, che cosa vuol dire _ma-ri-to_...
— Appunto, perchè non mi faccia cattiva impressione, lo sposerò senza pensarci.
— Che orrore! Che orrore! I baci di quell'uomo!... Un bacio solo di quell'uomo!... C'è da morire di ribrezzo! C'è da morir soffocata!
Remigia scrolla ancora la testa poi risponde:
— Sai come si fa? Si chiudono gli occhi... — Remigia fa seguir l'atto alle parole — e si tiene il fiato: — resti come morta e non senti niente. Io fo così, quando mi bacia lo zio!... E anche quando mi bacia Totò! L'uno, o l'altro... — L'Idola fa un'alzata di spalle. — È la stessa cosa e lo stesso odore! Tu sì, gioia, che hai il profumo fresco e delicato di un mazzolino di mughetti! Cara! Cara! Cara! Gioia! — La fanciulla bacia Mimì con impeto. — Ma quegli orribili omacci?... A me sembra di baciare o di essere baciata da una pipa! Ah, _mon Dieu_! Che penitenza, il matrimonio! — Qui, Remigia fa un sospirone tra il serio e il comico. — Sempre la pipa sotto il naso! Giorno e notte! Notte e giorno! Ma anch'io, sai, come quel tesoro di missis Eyre farò grande uso di — Proibitissimo! — _Defendu!_ Tutto _defendu_! E farò mancare spessissimo il tabacco e i fiammiferi! Cara! Cara! Cara! Il mio fiore! La mia rosa! La mia mammoletta!... — Remigia continua a baciare Mimì con foga, con furia, ma senza trasporto, senza passione, non per altro, al solito, che per far la matta e far del chiasso.
La Carfo si difende; fa forza per allontanarla:
— Non soffocarmi!... Ti supplico!...
Si tira più su, a sedere contro i guanciali. Vuol far ragionare l'amica; vuol persuaderla.
— Senti, cara... Sta quieta, un momento! Ascoltami! Lasciami parlare!
— Parla, bella viola del pensiero!
— Anche se tutti gli uomini, proprio tutti, ti fanno l'effetto di una pipa...
— Pipa, e tabacco _caporal_!
— Concederai, per altro, che anche tra pipa e pipa ci può essere una bella differenza!... E tu vorresti scegliere proprio la più... — Mimì non dice la brutta parola, ma esprime il proprio disgusto con un brivido e storcendo le labbra. — Peuh! Quel Danova...
— Il Danova, intanto, non è una pipa, ma un narghillè. Oggetto prezioso e di gran lusso! E come Re Faraone, ti ripeto, mi piace di più del tuo sir Arturo, del tuo bell'Apollo, con le orecchie d'asino! Non hai mai osservato, le orecchie di sir Wood? Guardalo di dietro, quando ti volta le spalle e si allontana con l'aria soddisfatta e il passo lento da conquistatore... che ha conquistato. Vedrai che vele! Sembrano le anse dell'orcio! Pipa banale e volgare il tuo bell'Apollo! Molto più _chic_ il mio pascià. E più _art noveau_!
— Dio mio, è orribile! Orribile... repulsivo!
— E a me piace: _art nouveau_! E mi piace il suo carattere! La sua aria di meneinfischio! Di padrone del mondo! Non ha soggezione di nessuno, nemmeno di mammà; e non fa complimenti con nessuno, nemmeno con lo zio Rosalì! Prepotentissimo e impertinentissimo... Tranne con me, s'intende! Con me è un altro _Din_, un altro _Don_, _din-don_! Mogio mogio, quatto quatto, docile assai, basta una mia occhiata per fargli cambiar di colore: tranne la barba, s'intende! — La piccola torna seria; fa un'altra alzata di spalle, ma questa volta di dispetto e d'ira. — E poi a me che importa l'uomo... omo? Non dipenderò più da casa D'Orea! Non sarò più al seguito di mia sorella! Avrò io più milioni di mia sorella! E questa gente, l'avrò tutta supplice a' miei piedi, anche mammà, anche lo zio Rosalì!
La Carfo sospira, dolorosamente:
— Tua sorella! Appunto... Ti dovrebbe ammaestrare l'esempio di tua sorella!... Pensa quante lacrime le costano i suoi milioni!
— Perchè mia sorella è una sciocca. Ma io?... Con Re Faraone? Vedrai che diversità di trattamento! Guarda Fanfan!... Come Fanfan! Quella sa tenerlo in riga mio cognato! È dalla signorina Fanfan che bisogna imparare!
Mimì Carfo, non ha più che una speranza.
— Ma... e da parte... del Danova?... Sei sicura che quel brutto orco faccia sul serio?
— È innamoratissimo! — La fanciulla ride. — E le sue proteste d'amore? Tutte a base di milioni!... Anche questa, sai, è una bella novità e un piacevole diversivo, dopo tanta indigestione di cuore, di anima, di cielo o di angeli, al chiaro della luna e delle stelle. Il mio pascià è positivo e pratico: tutto ciò che gli piace, lo paga un milione «pronti contanti». I miei capelli? Un milione! I miei occhi? Un milione! I «bei penin piccinin?» Un milione. La bocca, due milioni, anzi, adesso, siamo già sui tre. Ma siccome io non vendo a ritaglio, capo per capo, e lo sa, così fa tutto un blocco e ci vorrà tutta la cassa! Mi ha quasi offerto di sposarmi stasera. Me l'ha offerto digrignando i denti, come un orso preso al laccio. Domani mattina mi offrirà la sua mano con bella maniera. Andiamo insieme al lago di Chavanne. Al ritorno, prima che mia sorella sia arrivata a Villars, il barone Danova avrà già parlato e fatto la sua domanda «alla duchessa madre» in piena regola.
Mimì si dispera: ha gli occhi gonfi di lacrime.
— Aspetta! Aspetta! Ti prego! Ti supplico! Pensaci ancora!... Aspetta!
— Ho vent'anni, mammoletta, mammolona! Non ho più tempo di aspettare!
— Ti prego! Ti supplico! Te lo domando in grazia! Domani no! Domattina no! Aspetta ancora un giorno, almeno un giorno...
— Ho vent'anni!... Anzi, presto, ventuno!
Mimì non può più resistere e scoppia in un pianto dirotto.
L'Idola, ancora seduta sul letto, si volta a guardarla diventando seria, mentre continua ad accarezzarsi i piedini l'uno contro l'altro, incrociandoli:
— Non piangere! Basta! Non voglio che tu pianga! Rispondi invece: tu saresti contenta se io sposassi l'elettricista povero?
— Sì.
— Anche se sposassi Totò!
— Sì, sì! Ma il Danova no! lì Danova no!
— Che importa per te, il Danova o un altro, quando per me... fosse anche Paride in persona, mio marito, sarà sempre tanto poco... mio marito? Intanto punto primo: niente figliuoli. Io non voglio figliuoli. Non voglio sforzarmi e poi... ho paura. Non voglio arrischiar di morire io, per il gusto di mettere al mondo un... beì! No, no! Mainò! Se Re Faraone vorrà un principe ereditario, se lo farà da sè! Non piangere! Finiscila! Pensa, invece, come sarebbe buffo Re Faraone, in istato interessante! Ridi! Ridi! Ridi!
L'Idola batte, pizzica, fa il solletico a Mimì finchè riesce a farla ridere fra le lacrime.
— Adesso, ascoltami bene. — Remigia fissa torva Mimì, e fa un'altra voce risoluta e dura. — Ascoltami bene: guai se tu mi compiangi o mi fai compiangere da mia sorella. Devi mostrarti incantata del Danova; devi trovarlo ultra simpaticissimo e piacente, e devi mostrarti entusiasta del mio matrimonio...
— Impossibile! Questo è impossibile! Impossibile!
— Lo voglio... o non mi vedi più!... Bada: mi diventeresti antipatica, non potrei più soffrirti!
Mimì abbassa la testa: si capisce che finirà per fare tutto ciò che le comanda l'amica sua, ma è un grande dolore per lei, un vero strazio!...
— Se invece... ti lasciassi guidare, consigliare da tua sorella?... Tu non vuoi persuaderti ma pure è tanto buona! Senti almeno dal signor Giacomo, chi è, che cos'è questo egiziano!
— Non parlarmi di Sua Eccellenza. Sai che non lo posso soffrire.
— Che cosa ti ha fatto?
— Niente, ma non lo posso soffrire. Con quella barbetta, con quel ciuffetto di capelli troppo lunghi... ha un viso da capra.
— Ha un'espressione così intelligente, così dolce...
— Ma ha un viso da capra.
— Cento volte meglio del Danova, per altro. Il Danova è... orribile, e il signor Giacomo non è brutto! Poi, è più giovane.
— Sia pure, ma il Danova è pronto a sposarmi e Sua Eccellenza non ci pensa nemmeno!
— Perchè no, se tu vuoi?
— Sua Eccellenza Giacomina?... Non mi ha mai fatto l'onore di prendermi in considerazione!
— Perchè non hai mai voluto essere gentile, amabile con lui!... Provati soltanto, e vedrai!
Remigia, dubita:
— Uhm!... Mi pare, piuttosto, che abbia del debole per mia sorella!
Mimì, che da queste parole, vede balenare pur da lontano un raggio di speranza, insiste più che mai:
— Tua sorella gli fa compassione, tu gli piacerai, se ti ci metti!... Dovrà finire anche lui come gli altri!... Tutti s'innamorano di te, se ti ci metti! Non precipitare niente, aspetta! Domattina, non andare al lago di Chavanne!.. Il Danova, tanto, non ti scappa!
L'Idola fa un sorrisetto serio, malizioso.
— No; quello lì... credo di no!
— Tienlo per un caso disperato! Dio mio, finchè c'è vita, c'è speranza!
Remigia dondola la testa e torna a cantarellare:
— Per me tutti gli uomini, tutti brutti, tutti uguali, tutti un peso, un gran peso... e una pipa!
— Ma pensa, cara, alla sua condizione...
— Finanziaria? — esclama subito Remigia. — Oh per questo sì! Di milioni ne ha di più Giacomo, anche del Danova!
— La sua condizione morale, sociale. È un uomo di talento...
— Per talento, anche il mio Re Faraone, è tutt'altro che uno stupido!
— Può ritornare... ministro!
— E in tal caso io sarei... ministressa! Governerei lo stato! Tutti i socialisti, in prigione!... Comanderei io, anche a Luciano. — «Bisogna subito piantare Fanfan! Più un soldo per Fanfan!» — Mammà con me, tu, gioia, con me: lo zio Rosalì e Totò, in Trinacria!
Tutto questo, la fanciulla lo dice ridendo, per ischerzo, ma poi, a mano a mano diventa seria. Ci pensa alla possibilità di poter conquistare... Giacomo D'Orea, e nel suo cervellino capriccioso e mobile la barba di Re Faraone perde di colore e svanisce a poco a poco. Sarebbe lei la padrona di sua sorella; la padrona di tutti!
Le braccia allungate, le mani tese, posate sul letto, gli occhi fissi fissi, sembrano guardare un punto lontano... Continua ad accarezzarsi, incrociandoli, i piedini nudi... Ad un tratto scoppia in una risata:
— E il capitano Zaccarella?... Per prima cosa, quando fossi diventata la moglie di Sua Eccellenza, il capitano Zaccarella a riposo, e senza pensione!
PARTE SECONDA.
CAPITOLO I.
Giacomo D'Orea, deve fermarsi qualche giorno a Bex, prima di salire alla _Tête-pointue_.
Deve farsi al clima e all'aria. Il lavoro eccessivo l'ha un po' logorato, e basta la più piccola imprudenza a dargli i crampi allo stomaco e l'emicrania.
A Bex, i due fratelli vivono abbastanza in buona armonia: l'uno e l'altro giocano di abile prudenza, per non urtarsi reciprocamente. Luciano sente che Giacomo è venuto lì con uno scopo preciso: far la predica; e dispone l'orario della giornata e inventa mille pretesti per non trovarsi mai solo con lui e per non offrirgli l'occasione d'incominciare. Giacomo, a sua volta, sicurissimo che da un momento all'altro, quest'occasione si sarebbe presentata da sè, non ha nessuna fretta di andarla a cercare.
Luciano, adesso che gli fa comodo, non è geloso di Maria; e siccome ha bisogno di Maria per occupare Giacomo e per tenerlo di buon umore, si mostra gentile con lei e pieno di riguardi. Sempre con la scusa di un nuovo automobile da provare, da cambiare, da comperare, non si lascia vedere altro che a colazione ed a pranzo, ma in quei pochi momenti, almeno, è di buon umore, non vanta la musica, nè l'arte divina del canto. La sera, è stanco e si ritira prestissimo, ben inteso lasciando lì, con sua moglie e Giacomo, il fido Zaccarella a far la spia.
— Ho il sospetto che mia moglie e mio fratello si mettano su, a vicenda, contro di me. Lei stia attento, senza averne l'aria, a tutti i loro discorsi.
Sempre insieme nelle brevi passeggiate all'ombra, e nelle lunghe conversazioni, di giorno e di sera, nel giardino dell'albergo, Giacomo e Maria hanno finito con l'affiatarsi fra di loro benissimo; si sono anzi uniti in un'affettuosa intimità.
Giacomo ha sempre nutrito per la cognata un senso di malinconica simpatia. — La giovane e bella signora deve essere tanto infelice con Luciano! — Imparando a conoscerla bene, in quelle ore di vita in comune, la simpatia diventa stima profonda, vivissima ammirazione.
— Com'è buona! Com'è giudiziosa, colta e intelligente! Come sa ragionare con lucidità e con finezza! E come parla bene, con quella sua pronunzia lenta, musicale, con quella cadenza soave e languida. E la voce? Che voce! Un incanto! Accarezza l'orecchio e penetra nell'anima.
Certe volte, mentre Maria parla, Giacomo, non segue più le parole, sente solo il suono della voce. Vorrebbe allora, poter chiudere gli occhi e sognare.
E come Maria sa raccontare: ha una evidenza, un'efficacia, nella sua semplicità, straordinarie.
Naturalmente, parlano spesso d'arte, di letteratura. Giacomo ha letto poco di romanzi, Maria ha letto tutto. Giacomo se ne fa raccontare la tela, lo svolgimento, i caratteri e sta a sentirla godendosi e commovendosi.
S'è commosso, soprattutto al racconto di «Fort comme la mort» di Guy De Maupassant.
Com'è vero!... Come Giacomo sente tutta la profonda e inesorabile e dolorosa verità di quella passione che nasce inavvertita in un cuore non più giovane, e cresce cresce, finchè divampa repentinamente disperata e forte... forte come la morte! Eppure quello di Oliviero Bertin per Antonietta de Guilleroy non era il primo, era il rifiorire di un nuovo, di un secondo amore. Era il ritorno della giovinezza, era il richiamo di sensazioni provate, di gioie godute.
Mentre la bella voce di Maria Grazia si vela di lacrime al tragico epilogo di quella passione disperata, Giacomo sospira con un senso profondo di amarezza. Per la prima volta egli pensa ai suoi anni perduti, alla sua vita sciupata, invecchiata senza amore.
— Forte come la morte! — ripete a lui, la sua anima.
Anche il signor Zaccarella è preso nell'incanto della bella voce, nel fascino e nella commozione del racconto. Poi, certe volte, sente rossore di sè stesso; ha vergogna del suo mestiere, d'essere «comandato», di star lì a «far la spia». Si alza e si allontana fra le ombre del giardino, non senza aver guardato prima cautamente, se il padrone non sia alla finestra e lo possa vedere:
— Invece di quell'orso rabbioso e ringhioso come servirei più volentieri Donna Maria Grazia e Sua Eccellenza!
Alla _Tête-pointue_, come a Bex: pei primi giorni, armonia e buon umore. Tutti i Moncalvo, si trovano a Grjon, — la stazione prima di Villars, — ad incontrare i D'Orea. Grandi esclamazioni di gioia e grandi abbracci e tenerezze.
Giacomo trova la duchessa amabilissima, il principe Rosalino assai deferente e nota subito che quella monella dell'Idola s'è molto mutata con lui: è assai più gentile ed espansiva. In fatti, appena entrato nel salotto del suo appartamento, egli vede sullo scrittoio un grande mazzo di rododendri. Interroga il servitore: è la duchessina che li ha portati e messi a quel posto.
Giacomo ringrazia subito Remigia, sotto l'atrio, mentre, già sonata la campana, si aspetta, perchè gli altri aspettano, di andare a pranzo.
— Ho trovato dei fiori magnifici sul mio scrittoio. È stata un'improvvisata, lieta e cara come un buon augurio.
— È il saluto della montagna: sono roselline delle Alpi. Le ho raccolte io stessa, stamattina a duemila metri: alla Chamossaire...
Il Danova che continua a ficcarsi tra la duchessina e l'onorevole D'Orea, la interrompe con una sghignazzata:
— Cioè, cioè, cioè! Dica _noi_! Le abbiamo raccolte _noi_! La verità, duchessina, sempre la verità, quando non si tratta di affari d'importanza!
Un'altra risata: Giacomo ringrazia anche il barone, poi offre il braccio a donna Maria e mentre l'accompagna nella sala da pranzo, le esprime la sua contentezza per l'allegria di Luciano e le festose accoglienze di Remigia.
— L'Idola s'è fatta più bella e si è fatta assai carina... Una volta non mi poteva vedere e me lo faceva anche capire!
Maria, per tutta risposta, sorride crollando il capo e fissando Giacomo con dolcezza. C'è tanta malinconia nel suo sorriso! Ella non ha la fiducia di Giacomo. La Piccola, come Luciano, possono commettere una cattiveria senza un secondo fine: un'amabilità no, o assai di rado.
Qual'era lo scopo vero e recondito di quel mazzo di rododendri?
Luciano, a sua volta, osserva la corte che fa la cara cognatina a Sua Eccellenza; ne ride con sua moglie, con lo Zaccarella, ma ne soffre, come soffre dovendo notare la grande considerazione che gode l'onorevole D'Orea a Villars. Per la presenza di suo fratello egli si sente messo in seconda linea, persino dinanzi ai saltetti e agli sgambetti del signor Trüb. Lui, con le sue tre o quattro _toilettes_ al giorno, e il suo automobile rimane nell'ombra; per la sua arte canora a Villars-Ollon, non c'è pubblico. Egli continua a volersi mostrare brioso e indifferente, ma si lascia veder poco e si sfoga, quando è solo con loro, strapazzando il signor Zaccarella e ricominciando a far scenate a Maria. Dopo di averla obbligata ad essere molto gentile con Giacomo, adesso trova che esagera anche lei nel fare «una corte ridicola e stupida a quell'asino-grand'uomo!...» Poi, ad un tratto, la tempesta che non può più tardare scoppia improvvisa tra i due fratelli.
Giacomo D'Orea, sfogliando il _Figaro_ vi legge una notizia artistica, nella rubrica degli spettacoli, che lo mette un po' soprapensiero: è l'annunzio del grande successo di «mademoiselle Fanfan Trécoeur» nella sua nuova creazione «_le rôle de Germaine dans le Corset envolé_».
— E Luciano?... Che cosa farà, adesso, quel matto di Luciano?
Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano diventa con sua moglie persino affettuoso: offre una gita in automobile fino a Pont de Nant alla suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la cognatina e con la Carfo a proposito del Danova, di sir Wood e delle gelosie di Totò; sguinzaglia _Din_ e _Don_ sulle tracce di missis Eyre e suona per chiasso la cornetta dell'automobile sotto la finestra di _mademoiselle_, la quale a Villars non fa altro che dormire. Ma intanto Giacomo osserva che Luciano spedisce e riceve continui telegrammi, e mentre vuol sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro il signor Zaccarella che appare confuso, impacciato e che non osa di guardare in faccia donna Maria: segno evidente che il padrone sta per farne una delle sue.
— Quel matto, scommetterei, medita di piantar qui la moglie per correre a Parigi! — pensa Giacomo fra sè.
In fatti, due giorni dopo la notizia del _Figaro_, Luciano, a colazione, annunzia, parlando a bocca stretta, la sua partenza non addirittura per Parigi, ma per Losanna e forse per Ginevra...
Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del viaggio. Ciò significa: tutti sapevano il grande successo di Fanfan e tutti prevedevano che Luciano se la sarebbe presto svignata.
— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia, gravemente, lo zio Rosalì. — Clima assai più costante.
Tutti _cito_, e il principe continua, dopo un altro momento di silenzio, sentendosi obbligato a fare gli onori della conversazione:
— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora, silenzio. — Non è vero, Cristina?
— Loda il monte e tienti al piano! — risponde la duchessa; e con questo ha finito.
Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la bottiglia strapazzando il cameriere, poi riprende a parlare del suo viaggio.
— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del Club automobilistico di Parigi: c'è la scommessa di raggiungere i novanta chilometri all'ora.
— E anche di rompersi l'osso del collo? — domanda Giacomo.
Don Luciano, non si degna nemmeno di rispondere, ma approfitta dell'interruzione accolta dal pieno assentimento della duchessa Cristina e del principe Rosalino, per aggiungere, rivolto a Maria, ciò che più temeva di far sapere al fratello:
— Tutto compreso... non resterò assente... credo, più di una settimana.
— Novanta chilometri! — esclama Remigia. — Non è più correre; è volare! — E ripete «volare... volare...» con un'espressione languida, quasi voluttuosa, fissando Giacomo, il quale non le bada affatto, e continua invece a osservare Maria, diventata un po' più pallida dopo l'annunzio di quella partenza, e il capitano Zaccarella, che mangia con la testa bassa, quasi sul piatto.
Dopo colazione, Luciano si ferma giù, dando ordini e disposizioni per la sua partenza: adesso che questa sua partenza e già stata annunziata, egli è contento ed è davvero di buon umore. Chiama il _chauffeur_, vanno insieme al _garage_ a vedere la macchina, poi rientra nell'albergo e cantarellando «un dì felice eterea...» sale svelto, leggero, al suo appartamento, dove c'è già Andrea che lo aspetta per preparar le valige.
— Tutto quanto mi può occorrere per quindici gior...
Sente bussare all'uscio; non finisce la parola e si volta:
— Chi è?...
— Sono io.
È la voce di Giacomo.
Luciano aggrotta le ciglia; diventa pallidissimo. Tutto il suo buon umore è svanito.
— Avanti.
Rimane fermo, ritto in mezzo alla stanza, mentre Andrea corre ad aprir l'uscio e s'inchina rispettosamente dinanzi a Sua Eccellenza.
Luciano interroga muto il fratello, squadrandolo con un'occhiata bieca, sospettosa.
— Ho da parlarti.
— Adesso? — Luciano si mostra assai contrariato e seccato. — Proprio adesso?
— Subito!
— Son qui che ti ascolto: ma fa' presto!
Giacomo fa cenno ad Andrea di andarsene: Andrea si affretta ad ubbidire, ma giunto sulla soglia è trattenuto dalla voce aspra del padrone.
— Non allontanatevi. State attento, pronto appena vi chiamo. È già tardi e c'è ancora tutto da preparare.
Andrea se ne va chiudendo l'uscio, senza far rumore, e Luciano corre all'armadio, lo apre, e con l'aria di non volersi occupare di Giacomo e di non aver tempo da perdere leva in fretta tutti gli abiti che devono essere messi nelle valige, e li butta uno dietro l'altro sul canapè.
Giacomo non si lascia intimorire da quelle furie.
Gli tien testa bravamente.
— Tu non vai nè a Losanna, nè a Ginevra. Tu vai... a Parigi.
Luciano si ferma, si volta, fissa il fratello:
— Vado a Losanna e vado a Ginevra, e andrò anche a... Parigi, se mi accomoda. Non ho padroni, e dei fatti miei, non devo render conto a nessuno.
Giacomo siede tranquillamente per dimostrare che se Luciano ha fretta, lui non ne ha punto, poi risponde con grande pacatezza:
— Dei fatti tuoi, intanto, dovresti render conto a tua moglie.
— A mia moglie?
— Precisamente; a tua moglie. E ricordati bene, per poter vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno.
L'altro, perde le staffe.
— Va bene! Va bene!... Giacchè ci siamo, finiamola! Tu sei venuto qui, non per la villeggiatura, ma con propositi... prestabiliti. Vuoi che facciamo un po' di bilancio tra il _dare_ e l'_avere_?
Siede anche Luciano, dall'altro lato del tavolino, in faccia a Giacomo, che gli risponde sempre pacato:
— Un po' di bilancio? Tu credi che io alluda al moltissimo danaro che tu hai speso e spendi più di me?... No, io non penso in questo momento a... proteggere il nostro patrimonio, ancora indiviso. Ci penserò, forse, più tardi, se sarà assolutamente necessario. No, no. Dicendoti che «per vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno» io penso a tua moglie, soltanto a tua moglie!
— Lascia stare mia moglie!... Maria non c'entra.
— Al contrario, c'entra a tuo dispetto!... Ha il diritto di entrarci ed io ho il dovere di farcela entrare! Tu devi moltissimo a tua moglie; ricordati. Tu devi a lei, a lei sola, alla sua prudenza, alla sua pazienza, alla sua bontà, se hai ancora una famiglia, e se non hai perduto la stima della gente!
— Tu... parli così?... A me?
— Sì, a te; parlo così. Tu non hai in mente altro che il danaro, soltanto il danaro che abbiamo in comune! Io so, invece, pur troppo, che abbiamo in comune anche il nome, e il nostro nome non posso e non voglio lasciartelo sporcare!
Luciano balza in piedi; si alza ritto anche Giacomo.
— Sì, «sporcare!» È la parola vera; sporcare!