La moglie di Sua Eccellenza

Part 6

Chapter 63,690 wordsPublic domain

— Anzi diremo i parenti! — interrompe il Danova. — «I parenti dei nostri amici...» Ho scritto appunto anche ieri, all'amico Giacomo! Se permettono, signori, mi presento da me: Marco Danova. A più di mille e trecento metri, si è superiori anche alle restrizioni dell'etichetta!

Marco Danova continua a piroettare e a dondolare dandosi l'aria d'essere il padrone di Villars e continua a parlare di Bologna, di Giacomo, di milioni e dei molini, intercalando al discorso quelle sue frequenti e grosse risate che prorompono ad un tratto, anche senza ragione, con uno scoppio fragoroso. Ma, intanto, non perde mai d'occhio la duchessina. — Che vitino! Che voce! _Che ginger!_

Poi ricomincia col _din-don_.

— Ah! Ah! Ah!... La duchessina dunque si diverte in questo nostro povero e pastorale Villars?

Remigia arrossisce ma non abbassa gli occhi. Anzi il barone riceve «in pieno» un'occhiatina tra il furbetto e il languidetto che lo fa andare in visibilio.

— Tanto!... Mi piace tanto, tanto!

— Villars non è _Saint-Moritz_, questo si sa, ma il clima è eccellente e l'_hôtel_ buonissimo.

Approva la duchessa, approva il principe Rosalino. Il barone continua col vento in poppa.

— Si possono fare delle gite divertentissime; ci sono due o tre escursioni alla _Chamossaire_, al lago di _Chavanne_, molto interessanti. E poi il _tennis_! Alla _Tête-pointue_ abbiamo un _tennis_ bellissimo! Giuoca al _tennis_, la duchessina?...

Remigia risponde battendo le mani con un grido di gioia.

— Ma allora la duchessina avrà qui da divertirsi! Potrà fare a Villars delle partite veramente classiche! Se la duchessa me lo permette, le presento un mio amico, vincitore del campionato di Maloia!

La duchessa Cristina acconsente e Marco Danova, con la mano si chiama vicino il biondo dal garofano:

— Sir Arthur Wood! — Il campione di Villars! Un giuocatore... straordinario! Ha un colpo di racchetta di uno stile perfetto! Elegantissimo!

Fatta così la presentazione, col gradimento della madre, seguono le altre.

— La sera, che non si può più giocare al _tennis_, si balla... disperatamente! E ballo anch'io! — Le presento Monsieur Henri Malot — parigino puro sangue — ballerino instancabile! E anche il mio giovane amico Lothar Schmidt, di Francoforte!

Così, via via, uno dopo l'altro, sfilano dinanzi alla duchessa, alla duchessina e al principe Rosalino tutti i giovinetti e tutti i giovinotti, tutti i ballerini e tutti i giocatori di tennis della _Tête-pointue_!

Marco Danova sembra, ormai, che sia amico da dieci anni di tutti i Moncavallo e i D'Orea vicini e lontani.

— Perchè la duchessa non scrive, non telefona a Bex, a sua figlia donna Maria Grazia, di venire a Villars, ad aspettare don Luciano? Ha torto, molto torto! Si mettono le vedette lungo la strada e appena l'automobile di don Luciano è segnalata a Montreux, discende a Bex e si trova pronta a ricevere il marito!

Scherza con Mimì Carfo e con _mademoiselle_ alle spalle di missis Eyre e fa ridere la duchessina e tutta la sua corte imitando i saltetti e gli sgambetti del signor Trüb, uomo barometro!

Remigia ha l'allegrezza, la gioia negli occhi, nel sorriso! Si diverte mezzo mondo alle spiritosaggini, ai lazzi del barone, e il barone, a sua volta, è sempre più incantato di quel «bel folletto» di quel «bel diavoletto» e sempre di più si accende.

Marco Danova ha una fiera passione per la donna magra ch'egli nel suo gergo brutale e volgare di apprezzatore che può spendere, ma che sa spendere, definisce «vulcano e terremoto». E una massa di capelli, di bei capelli, — ma biondi, li vuol sempre biondi, — lo fa diventar matto e co' suoi amici bei, ne spiega anche il perchè: — Mi pare di affondar le mani nell'oro, in un oro caldo e vivo!

— Che capelli maravigliosi, proprio d'oro, vero oro, i capelli di quel folletto... del Vesuvio! E che bocca! Soprattutto la bocca! Ci sarebbe da accontentarsi dovendola pagare anche mezzo milione!

Mimì Carfo vede gli occhiacci dell'egizio che divorano l'Idola e n'è rivoltata e persino sbigottita.

— Non tenertelo tanto vicino quel grosso pascià! Ti fissa in un modo sfacciato, odioso! Sembra... che voglia mangiarti con gli occhi!

Remigia risponde con un'alzata di spalle:

— Buon appetito!

Mimì si spaventa.

— Ma di', gioia, amore, ti lascieresti far la corte anche da quel... brutto coso? No! No! Prometti, giura, no!

Remigia non giura e non promette.

— Brutto?... Perchè?... Un uomo non è mai brutto! Basta guardarlo sotto il suo punto di vista favorevole. Quello lì, preso come un re Faraone in borghese, è bellissimo!

— È orribile!

— Mi fa ridere! È divertentissimo!

— Con quella barbaccia tinta!

— Che importa!... Un po' di colore! E poi, per me, sia bello, sia brutto...

L'Idola finisce di esprimere il suo concetto con una altra alzata di spalle.

Quando Totò ritorna da Aigle con le pesche, il popone e con la testa piena dei più coraggiosi e fieri proponimenti contro la leggerezza e la civetteria di Remigia, sente da lontano la voce alta, squillante della fanciulla che lo fa trasalire e impallidire. La voce tanto bella, la voce tanto cara, quella voce a cui non sa resistere, viene — ahimè! — dal campo del _tennis_!

— _Play!_

— _Out!_

È impegnata una seria partita: Remigia e Sir Wood contro Mimì Carfo e _monsieur_ Malot.

— _Play!_

— _Out!_

Marco Danova ha fissato l'ora e il convegno; è andato lui stesso in cerca dei ragazzetti che raccattano le palle, e adesso sta rosolando al sole, seduto sull'alto sgabello del giudice di campo.

— _Play!_

— _Out!_

Totò abbandona in fretta al portiere le pesche e il popone, salta nel _lift_, corre in camera sua e si butta sul letto, bocconi.

— Il tredici! Maledetto tredici e maledetto Villars!... Con quell'egiziano! Con quell'jettatore tremendo!

Anche lì, arriva la voce di Remigia!

— _Play!_

— _Out!_

— Civetta! Civetta!... Che civetta!... Poterla dimenticare... o poter morire!... Finirla!... Finirla di voler bene a Remigia, — a quella civetta! — e finirla con la vita!

— _Play!_

— _Out!_

Totò scende tardi a pranzo; alla seconda portata. Si presenta ben pettinato, irreprensibile nell'abito di sera, ma è pallido, stravolto. Non parla altro che per inveire contro Villars, e contro la gentaglia ineducata e chiassosa che lo abita.

— Io, per me, lo dichiaro assolutissimamente. Non gioco e non ballo. In questo brutto paese e in questo pessimo albergo non voglio conoscere un... cane!

L'Idola lo lascia sfogare e gli permette di tenere il muso per mezza serata; ma poi, quando l'orchestrina comincia i primi accordi lo ferma, risolutamente, sull'uscio della veranda.

— Non comincerai anche tu a fare il don Luciano. Bada che non te lo permetto io e tanto meno te lo permetterebbe mammà!

Totò, a un simile esordio, Totò che aveva sperato con il fiero cipiglio d'incutere timore e soggezione all'Idola, Totò perde di botto tutto il coraggio; tenta ancora uno sforzo; ma gli trema la voce.

— Credo di essere padrone del mio umore... buono o cattivo!

— Ma non di fare il geloso; non di compromettermi in faccia alla gente. Questo, se anche te lo permettessi io, non te lo permetterebbe certo mammà! Bada, te ne avverto, perchè sai che ti voglio bene...

Alle parole «ti voglio bene» gli occhi del povero ragazzo si riempiono di lacrime.

— Non dirlo! Non dirlo, almeno, che mi vuoi bene! — geme sottovoce.

L'espressione, il tono di Remigia, diventano più affettuosi.

— Mammà s'è già accorta di qualche cosa; e ha già domandato due volte allo zio Rosalì, perchè tieni il muso e perchè sei sgarbato.

— E papà, che cos'ha risposto? — domanda inquieto Totò.

— Zio Rosalì non ha risposto nulla, ma ha fatto certi occhi!... Pensa, — sai che papà non fa complimenti. — è capacissimo di mandarti via da Villars?

— E tu questo lo desideri!... Lo vuoi!

— Io non lo voglio! No, non lo voglio! Tanto è vero che ti avverto del pericolo. Ma sicuro che se ti fai capire da mammà... è finita. Sai che mammà ha le sue idee, il suo piano. E' sempre in traccia anche per me... — Uff! — di questo divertentissimo don Luciano numero due. Qui non c'è: fra questa gente, fra questi ginevrini, fra questi ottimi figliuoli di buona famiglia, il mio don Luciano non c'è... e tu, invece di essere contentissimo, di essere amabile con tutti, fai il rabbioso, fai l'orso! Davvero che io non ti capisco!

Totò, s'è un po' tranquillato; ma non interamente.

— Però... quel biondo dal garofano!

— Figurati!... Studia per diventare ingegnere elettricista!.... Capirai, che non è certo l'ideale di mammà!

— E... quel... Danova?

Totò fissa Remigia negli occhi: ma la fanciulla ha uno scoppio di risa.

— Re Faraone al lucido Nubian?... Sei geloso di Re Faraone?

Il povero ragazzo ride anche lui, si sente consolare.

— Sai perchè sei così... cattivo?

— Perchè...

— Perchè non ti fidi di me. Fidati di me! — Remigia lo fissa con una dolcezza languida, affettuosa e muove le labbra quasi impercettibilmente, come per dare e per ricevere un bacio. — Sii gentile, molto gentile con tutti. Lasciati presentare a Re Faraone, al giovane povero ed elettricista e a tutti gli altri. E non voler ballare soltanto con me: fa ballare anche Mimì e _mademoiselle_, così mammà, anche se ha avuto qualche sospetto, non ci pensa più! — Remigia fissa ancora il giovane intensamente: — Fidati di me.

Totò legge anche negli occhi il piccolo bacio che trema sulla bocca dell'amata...

— Sì, ma e poi?... Se il tuo don Luciano non c'è... può arrivare da un momento all'altro...

Remigia si alza, un attimo, in punta di piedi per essergli più vicino con gli occhi e con le labbra:

— Fidati di me.

VIII.

Maria Grazia ha scritto alla madre annunziandole il prossimo arrivo del cognato alla _Tête-pointue_.

Il capitano Zaccarella, a sua volta, ha telefonato all'albergo, fissando camere e salotto per Sua Eccellenza Giacomo D'Orea.

Piove, c'è la nebbia, ma non importa. Ormai per il gongolante signor Trüb il cielo della _Tête-pointue_ è sempre sereno, anzi serenissimo!

— Aspetto un grande personaggio, — racconta gonfiandosi, ai suoi clienti a pensione. — Il ministro delle finanze — nientemeno! — del Regno d'Italia! È il cognato, precisamente, della duchessa D'Orea Moncavallo, che è stata dichiarata la più bella donna di Napoli e di Roma! — In _bureau_ col segretario, continua a fregarsi allegramente le mani:

— Guai se non mi fosse capitata tutta questa baracca, per rimpolpettarmi! — Si ricordi: _champagne_ di dodici franchi, non ce n'è più: finito ieri. Non abbiamo altro che _champagne Irroy_ di diciotto, — anzi lo metta venti. Tanto non spendono del loro. Duchesse e principi, son tutta gente spiantata. Chi paga, sono i D'Orea, antichi salumieri. Hanno fatto i milioni con la mortadella!

— Già, — soggiunge il segretario. — Molini e mortadella. Missis Eyre lo conta a tutti, per vendicarsi dei cani!

— Con quella vecchia, ricordarsi: d'ora in poi, nessuna soddisfazione, nessuna preferenza! Se non può sopportare al terzo piano la «baraonda della servitù» liberissima di andarsene anche subito! Tanto, resta fissato: l'anno venturo per missis Eyre, non ci sono camere!

Sfogato il malumore contro la vecchia cliente, l'albergatore torna a stropicciarsi le mani... Ma la sua gioia, in que' giorni, non è condivisa dalla nobile famiglia italiana.

Maria Cristina interroga sovente, con gli occhi inquieti, quell'oracolo bianco-barbuto del fratello Rosalì:

— Quassù, con noi, anche il... mercante? Che ci viene a fare?

L'oracolo tentenna il capo sospirando. È l'ora dei tristi presagi:

— Mah!

La duchessa si turba maggiormente; poi sospira a sua volta:

— Era di troppo anche un Luciano solo... e adesso, averne due da sopportare!

— E questo, con la tirchieria, con l'avarizia, per soprappiù!

— Chi sa come il signor Zaccarella ci terrà a mostrarsi economo, zelante, sempre ligio agli ordini di Sua Eccellenza!

— Mah!...

Dopo un altro sospiro, il Sant'Enodio lisciandosi, accarezzandosi la barba, trova la parola del conforto:

— Speriamo!... Speriamo che Luciano e Giacomo comincino presto a bisticciarsi fra di loro! In tal caso, fra i due litiganti...

L'uomo savio interrompe il proverbio e la duchessa ripete, a sua volta, alzando gli occhi al cielo:

— Speriamo!

Remigia non vuol parere, ma l'annunzio di tutti i prossimi arrivi, — specialmente quello della sorella, — la rende nervosa.

Balla tutta sera sfrenatamente, gioca al _tennis_, stancando i più forti campioni di Villars, ma non ha più nessuna paroletta dolce per Totò: lo tiene in riga con occhiate minacciose, e co' suoi sgarbi e malumori ha già fatto piangere due volte, con la conseguenza di terribili emicranie, la povera _mademoiselle_.

Mimì Carfo, sempre buona e dolce, vorrebbe difendere l'istitutrice; Remigia strapazza anche Mimì:

— Non seccarmi! Io non sono fatta come te, che invece di nervi e sangue, sei tutta pasta reale e sciroppo!... _Mademoiselle_ mi urta a vederla sempre con quella stessa faccia atona, da pan molle!

Co' suoi adoratori, per altro, la Remigia è sempre amabile; anzi, lo diventa di più ogni giorno.

La mattina presto, per allenarsi, gioca al _tennis_ con sir Wood e durante il riposo si fa insegnare a portar la lente nell'occhio. La sera, infila sempre alla cintola i fiori che il Malot raccoglie per lei durante le passeggiate. A Lothar Schmidt, che si picca di letterato, ha già dato il suo album, quello riservato agli amici più simpatici, i prescelti. Lothar Schmidt, vi ha scritto una dichiarazione in versi tedeschi: Remigia, che non sa il tedesco lascia che il poeta gliela traduca in italiano... almeno una volta al giorno e la sera quando c'è la luna e anche quando la luna non c'è! Ma la corte, la vera corte assidua, insistente, chi gliela fa, proprio sul serio, è Marco Danova. L'Idola se l'è sempre lasciata fare, ma dopo la notizia dell'imminente arrivo di sua sorella e di Giacomo D'Orea, sembra voglia spingere le cose in modo da obbligare il Danova ad un'esplicita dichiarazione. Per calmare le inquietudini dei giovinetti e dei giovinotti, ormai tutti pronti a' suoi capricci ella, — quando l'egizio, ben inteso, non è presente, — lo chiama non più re, ma «papà Faraone». Lo imita come dondola passeggiando e come fa la rota, e con la punta dell'_alpenstock_, sulla ghiaia del giardino o sul terriccio polveroso, ne schizza la caricatura, con due tratti felicissimi e sicuri, della testa a pera, del naso a becco, della pancetta alla Mongolfier.

Ma lui presente, tutt'altra cosa! Il «gran pascià del Nubian» diventa il «baröne, simpaticöne» con tutte le dieresi più risonanti e più tenere: e con la scusa dell'età, in pienissima maturanza, e dei sentimenti paterni, egli gode i privilegi più prelibati. Durante le escursioni, nei passaggi difficili, Remigia gli dà la mano e con la mano si lascia prendere anche il braccio e premere il vitino. Quando — «Oh, _mon Dieu! Mon Dieu!_» — le si slaccia a mezza strada la stringa di una scarpetta, è sempre il barone che ne rifà il nodo, mentre stringe, sdilinquendosi _in cocolezzi_, anche il «_bel penin_... piccinin, piccinin!...»

La sera, tra i vortici del ballo lancia al Danova, che non la perde mai di vista, occhiate languide, tenerissime, che vogliono dire... « — nel mio pensiero ballo con te, baröne, simpaticöne! — »Sta sempre attenta alla faccia del Danova, specialmente quando balla con sir Wood, il ballerino da lei preferito e che le dà più piacere, e, appena la vede rabbuiarsi, interrompe ad un tratto la danza, si stacca dal bel cavaliere e corre a buttarsi ansante sur una poltrona a sdraio, in un angolo appartato della veranda.

— Sono stanca! Stanca! Stanca!... Domando dieci minuti di riposo!

Re Faraone, che comincia anche lui a diventar geloso come Totò, e, quel ch'è peggio, senza accorgersene, le siede accanto e brontola con la voce roca:

— Tutto il santo giorno, _tennis_!... Tutta la santa sera, salti!... È un'esagerazione!... Una fatica... malsana! Così perderete tutti i vantaggi del clima, della montagna...

Remigia, facendosi vento mollemente, cantarella sottovoce, fissandolo:

— Papà baröne... Simpaticöne...

L'altro non resiste; lancia in giro un'occhiata, la duchessa Cristina non c'è; barba-bianca non c'è. C'è soltanto Totò che spia, ma quello non conta... Il Danova, pone la mano sulle ginocchia della duchessina e preme leggermente:

— Siete rossa rossa... accesa e tutta spettinata!

— Devo essere brutta!... Un orröre!...

Il Danova passa dal dispetto geloso all'esaltamento, e si sfoga con immagini e similitudini addirittura mussulmane:

— Siete tutta una rosa, viva, animata... — Avvicina il naso fiutando, — profumata!... E che bocca! Il paradiso di Maometto!... Tutto il paradiso di Maometto!... Ditemi, da brava, dove potrei trovare una bocca simile, come la vostra?... La pagherei... mezzo milione!

L'Idola ride: un riso che sembra un invito ai baci.

— Anche un milione! Anche due!... Pronti contanti!

La duchessina torna a cantarellare con la sua nenia affettuosa:

— Niente miliöni!... Niente miliöni!

— Come, niente milioni?

— Proprio no. Per me i milioni non contano.

Re Faraone s'indispettisce:

— Non contano?...

— Proprio no! Proprio no! I milioni non contano! Proprio no! No! No!

Il naso-becco sembra volerla divorare:

— Che cos'è allora che conta per voi?... Sentiamo!... La lente nell'occhio?...

La fanciulla diventa seria, quasi malinconica... sospira. È addirittura incantevole.

— Voler bene tanto... da farsi voler bene sempre!

Il naso-becco batte in ritirata.

Tutto quel giro di parole «voler bene, farsi voler bene» vuol dire in conclusione: «sposatemi». Marco Danova ha scritto, ha preso informazioni: la ragazza non porta in dote altro che i suoi parenti.

Cattiva speculazione!... Pure, diventare quasi cognato di Giacomo D'Orea, potrebbe presentare molti vantaggi morali e anche materiali. Darebbe una ripulita a certe sue marachelle egiziane... Quasi cognato di Giacomo D'Orea, potrebbe aspirare alla vita pubblica, avvicinare gli uomini che sono al Governo, concludere grossi affari di ferrovie, di cambi, di valori nazionali...

Marco Danova continua a fissare la duchessina, ma, adesso, con l'aria di volerla stimare al suo giusto valore.

— Vorrei avere... quei vostri capelli! Quanti capelli!

L'Idola, fa l'innocentina:

— Vi piacerebbe... essere biondo?

« — Vorrei avere i vostri capelli, — _vostri_, di voi, — con voi!»

IX.

L'arrivo dei D'Orea a Villars è già stato telefonato solennemente da Bex, dal capitano Zaccarella «per il prossimo giovedì: dopodomani»... Remigia è più che mai nervosa e Mimì comincia a sentirsi molto inquieta. Ha osservato che l'Idola è... troppo diversa dal solito. Fa il chiasso, vuol mostrarsi allegra, ma s'è accorta che quell'allegria non è naturale.

Soprattutto, la sensibile e romantica Mimì è inquieta per un altro verso:

— Perchè Remigia si tien sempre vicino quell'egiziano inverniciato, odiosissimo?...

È sera tardi: Mimì Carfo è già a letto e aspetta che l'amica sua venga a salutarla e a fare le solite chiacchiere. Addossata ai guanciali, sta sciogliendosi i capelli, lisciandoli, acconciandoli per la notte e intanto sospira e tien fissi gli occhi sull'uscio aperto, tra la sua camera e la camera dell'amica.

— Perchè Remigia, stasera, tarda tanto a venire?...

Un'idea molto brutta, le gira per la testa. È un'oppressione, un incubo angoscioso.

— Perchè tarda tanto, stasera?... Che cosa fa?

Mimì aspetta ancora un momento, poi chiama forte:

— Remigia!

— Gioia!

— Non vieni a salutarmi?

Si sente, dall'altra stanza, il rumore di una finestra che si chiude, poi Remigia appare nel vano dell'uscio: sta sciogliendosi la larga cintura di seta bianca moarè, che le fa un vitino lungo e sottile, da vespa.

— Com'è che sei ancora vestita?

— Non ho sonno stasera!... Non ho voglia di andare a letto! Non sono una talpa come _mademoiselle_! A quest'ora dorme e russa col fischiettino!

— Vieni qui!...

— Aspetta!

Remigia finisce di spogliarsi, andando innanzi e indietro da una stanza all'altra, sempre chiacchierando. Sparisce, e ritorna in gonnellino. Sparisce ancora, poi eccola di nuovo: ha i capelli sciolti sulle spalle, e un cortissimo giubbettino rosso scarlatto, sulla sola camicia da notte.

— Vieni qui!

Remigia siede sul letto: le due amiche si abbracciano baciandosi.

— Sei stata alla finestra, fin ora? — domanda Mimì Carfo.

— Sì.

La piccola getta via di colpo le babbucce e si accarezza l'un l'altro, incrociandoli, i piedini nudi, cantarellando sottovoce: « — La luna immobile — Inonda l'etere — D'un raggio pallido!»

— E chi c'era con te, a sospirare alla luna?

Remigia ride:

— C'erano... tutti e tre. La sigaretta sul terrazzo...

— Sir Wood, commenta Mimì.

— La pipa di radica alla finestra del terzo piano.

— Numero sessantasette: sei e sette tredici, — povero Totò.

— E al primo piano, al balcone d'angolo, la pipa turca!

— No! No! — supplica Mimì. — No! No! Il Danova, no! — Ha la voce velata di lacrime.

Remigia diventa seria: dà la solita scrollatina di capo, con la quale sembra mettere a posto i riccioli e le idee.

— Cara gioia, ragioniamo. Bisogna, sai, ragionare! Domani arrivano a Villars mia sorella, mio cognato e l'uomo di maggior... peso della famiglia Sua Eccellenza!

La piccola, che ha sottolineato il _peso_, chiama Giacomo «Sua Eccellenza» con lo stesso tono che dà al «capitano» del signor Zaccarella.

— E per questo?... Che ti fa?...

— Che mi fa?... Mi fa che quando c'è lei, tutto per lei!... E io non sono più nulla!

— A Villars, non sarà così! Vedrai!

— E poi Sua Eccellenza!... Quel caro Giacomino! Pieno di brio, esilarante... come il precipitato di piombo! Quello lì, non si muove mai senza un occulto pensiero che si manifesta poi sempre in una operazione aritmetica: la sottrazione! Luciano spende troppo e Giacomo viene a Villars, vedrai, per predicare l'economia. — Economia! Economia! Bisogna fare economia! Bisogna ridurre le spese gravose! — Fanfan, s'intende, non è una spesa gravosa. I gravosi, sul bilancio D'Orea, siamo noi: io, mammà, lo zio Rosalì, tutti noi! — Remigia soffia, sbuffa; è irata contro il destino — Uff! Sono stufa! Stufa!... Sono stufa di essere mantenuta da questi bottegai! Sono stufa di dover essere continuamente al seguito di donna Maria Grazia, sono stufa del rancio che vien distribuito alla compagnia, e non sempre con molta grazia, dal capitano Zaccarella! Sono stufa, stufa, stufissima!

L'ira, il dispetto sono vinti dal dolore. Ella raggrotta le ciglia e si morde le labbra per non piangere.

Mimì l'abbraccia angosciosamente.

— Porta pazienza!... Porta pazienza ancora un po'! Sei tanto, tanto bella! Sei tanto cara! Aspetta e vedrai! Io prego tutti i giorni la Madonna...

L'Idola interrompe Mimì con un'eretica alzata di spalle:

— Ma che Madonna d'Egitto!

— No! No! Non bestemmiare! — Mimì, spaventata, si fa il segno della croce.

Remigia ride: il dolore e l'ira sono già spariti.

— Ma no, gioia, non scandolizzarti! Voglio dire appunto che la mia Madonna, quella che mi protegge, quella che mi ha ispirato di tentare il gran colpo, è la Madonna... d'Egitto.

Mimì non si mette a ridere come l'amica: Mimì continua ad affannarsi.

— Quale?... Quale scopo vuoi tentare? — Pur troppo ella sospetta la verità.

— I D'Orea non hanno fatto la loro fortuna con la mortadella? E io farò la mia col lucido Nubian!... Milioni! Milioni! Milioni! Io voglio tanti milioni!

Mentre Mimì Carfo si dispera, l'Idola salta dal letto e salta per la stanza a piedi nudi, esclamando allegramente:

— Milioni! Milioni! Evviva i milioni!

— Vieni qui! Vieni qui! Ascoltami! — supplica ancora la desolata Mimì.

Remigia, d'un salto, torna a sedere sul letto, facendo risonare l'elastico:

— Eccomi, parla, ma io non ti ascolto! — Comicamente si tappa le orecchie con l'indice delle mani.

Mimì, abbracciandola con grande tenerezza, cerca di toglierle una mano dall'orecchio.

— Ma pensa, Remigia! Pensa!... Quell'uomo così brutto, così volgare, vecchio.

Mimì diventa rossa mormorando una parola sulle labbra dell'amica.