La moglie di Sua Eccellenza

Part 5

Chapter 53,696 wordsPublic domain

Quando Remigia è in camera sua, va dinanzi allo specchio, preme il bottone della luce elettrica, si slaccia e lascia cadere il sottanino: rimane così nella bianca e molle camicia di batista a guardarsi nello specchio... Ad un tratto libera i capelli dalle forcine di diamanti e con una forte scrollata di testa li scioglie tutti e se li fa tutti cadere sulle spalle. È una nuvola d'oro lucente, fluente, profumata; è una maraviglia, un incanto... Ma poi... non c'è altro! Capelli e capelli! Bellissimi capelli, capelli lunghissimi che la coprono quasi, che quasi sembran pesare con la loro massa folta, ondulata, sulla piccola e magra personcina. Begli occhi ceruli, vivi... Bella bocca, bei denti... una bella testina... Ma poi non c'è altro per poter piacere agli uomini!

Remigia si guarda, continua a guardarsi nello specchio e a mano a mano, l'espressione del suo viso diventa più seria, quasi truce... Si abbassa la camicia, — il cappio azzurro è già sciolto — un po' giù dalle spalle...

— Niente di niente e ormai non ho più speranza. I vent'anni sono sonati da tre mesi!

Come invidia, in quel momento, la bella taglia e le belle forme di Mimì!

Spegne con impeto la luce elettrica, si caccia in letto, al buio, e si volta bocconi con mezza la testa sotto il cuscino, come fa sempre quando è arrabbiatissima.

— Sei già a letto? — domanda Mimì dall'altra stanza.

— Sì, e dormo!

Mimì Carfo non fiata più, non osa più!

L'Idola, instabile e variabilissima com'è, è stata presa da un senso profondo, amaro di delusione, di sconforto, d'infelicità. L'effervescenza è finita, l'argento vivo è consumato; ella vede le cose come sono e la sua condizione qual'è realmente.

— Ah, _Mon Dieu_! _Mon Dieu_! Non mi capita più la fortuna di un don Luciano che perda la testa per me! Impossibile! Sono troppo piccola e troppo magra per il _coup de foudre_!... Una povera ragazza di condizione onesta, costretta a trovarsi un marito a furia di occhi bassi e di timidi rossori deve avere, necessariamente, come mia sorella, tutti gli altri vantaggi dell'appariscenza! Alla rosa mistica senza dote, e che deve esprimersi senza parole, occorrono, in compenso, le doti e l'eloquenza del quadro plastico!... — E, intanto, cerca cerca, aspetta aspetta... «Aspettare e non venire è una cosa da morire!» Uff! Che caldo!... — Evviva le grandi cocottes!... Esse non hanno bisogno di dote nè di doti per mettersi a posto! La Fanfan di Luciano, per esempio, è magrissima! Anzi, se non è una frottola inventata per consolare mammà, è persino tisica, eppure... — La fanciulla s'interrompe e sospira. — Ma quella Fanfan non ha parenti tra i piedi che le fanno la predica! Capelli e capelli! Capelli e nient'altro! Maledetti capelli! Agli uomini, devo far l'effetto piacevole di una parrucca! Uff! — Un secondo sospiro. — Giro i laghi, i monti, i mari... e finirò col dovermi accontentare del matrimonio d'amore! Ancora un anno o due e poi, svanita la speranza, far presto a sposare Totò... per non arrischiare di perdere anche Totò! — Ah, mio Dio! Per tutta la vita natural durante, appartenere al seguito di donna Maria Grazia D'Orea, come una contessina Carfo, qualunque! — Un altro sospiro e più forte.

— Che hai Remigia? — domanda Mimì.

— Dormo.

— Ti sento sospirare!

— Dormo.

Totò, Antonio, marchese di Villabianca, aspettando di diventare principe di Sant'Enodio alla morte del genitore, è assai ben provvisto, ma di titoli nobiliari.

— Una capanna e il tuo cuore: sposeremo Totò e così sia! Basta soltanto che non mi secchi per troppo innamoramento! In tal caso, sposo invece lo zio Rosalì!

Remigia ride. Pensa alla faccia che farebbe Totò, il britanno, al vedersi l'Idola rapita dal genitore; continua a ridere, dimenticando i suoi guai e si addormenta ridendo.

Mimì, invece, è ancora svegliata, e tarda assai prima di poter pigliar sonno. È il cruccio di Remigia che le fa pena, che la tiene inquieta. Mimì ha letto e legge nel cuore dell'Idola, e con ardore, con gioia sacrificherebbe tutto e si sacrificherebbe tutta per saperla felice! La fanciulla povera ha riposto nella dolce e cara parola «amica» tutta la tenerezza del suo cuore, tutto quel suo grande prepotente bisogno di espandersi, di voler bene!

Nella sua innocente purezza e nella sua fede cieca e illimitata, Mimì innalza Remigia al settimo cielo e la immagina e la vede, come in realtà non è. Remigia, per Mimì è un angelo; un angelo di bontà e un angelo di bellezza. Anzi, sono gli angeli stessi, che per essere veramente angeli furono creati a imagine di Remigia. Mimì adora la sua amica e le pare che tutti debbano adorarla in ginocchio; Mimì l'ammira e le pare che tutti debbano ammirarla incantati. E come la rende un essere ideale, così nel suo sogno pinge con i più smaglianti colori, e adorna delle più belle e più rare virtù quell'essere straordinario, soprannaturale, che sarà assunto alla felicità beata dell'amore e delle nozze di Remigia. E l'atteso nel concretarsi, nella feconda fantasia di Mimì, nel farsi uomo di questa terra, prende le sembianze del giovine e forte Sigfrido, ingentilito con l'animo mistico, malinconico di Lohengrin. E siccome il principe incantevole e celestiale, tarda a scendere dalle nuvole rutilanti o a varcare i mari con il candido nocchiero e Remigia, con la sua prosa birichina ne attribuisce il ritardo all'essere troppo piccola e specialmente troppo magra, la Mimì, la devota, la sommessa Mimì, come le avrebbe offerto volentieri, subito, in affettuoso omaggio, tutti i gigli e le rose della sua fiorente giovinezza!

Chi s'è addormentata subito, anche quella sera, — soltanto le zanzare riescono qualche volta a tenerla desta, — è _mademoiselle_. Ella dorme da un pezzo e sogna: sogna _Din_ e _Don_ che fuggono nuotando in una vasta latitudine allagata, e lei dietro inseguendoli, pure a nuoto. La duchessina è in barca, grida, ride, si arrabbia, stimolandola, incitandola strapazzandola. _Mademoiselle_ nuota, continua a nuotare faticosamente. _Din_ e _Don_ son sempre lì vicini, alla medesima distanza, ma anche lei, nuota, nuota e rimane sempre allo stesso punto... Un solo colpo forte e _Din_ e _Don_ sono presi... ma non può, non può più allungarsi, non può più stendere le braccia, quell'acqua torbida si fa pesante, le impedisce ogni movimento, la soffoca...

VII.

L'Idola è furente contro Totò!... Totò, invece di mostrarsi amabile, invece di essere «entrante e discorsivo» con i giovinetti e con i giovinotti della sala da ballo e del _tennis_, rimane duro, impettito, non parla con nessuno, non si lascia avvicinare da nessuno!

— Sei noioso! Sei impossibile! — borbotta. Poi dà un'alzata di spalle e se ne ride. — Noiosissimo ed anche cretino!

Totò è geloso. Sotto l'anglico aspetto, batte un cuore meridionale, sensibilissimo. La classica musoneria di Totò, adesso non è più una posa elegante; è uno stratagemma d'amore. Tenendo tutti a distanza, spera di tener tutti distanti da Remigia.

Lì, a Villars, ha paura più che mai e, per conseguenza, è più che mai geloso, sospettoso, imbronciato. Nelle sue inquietudini c'entra anche il numero tredici. Come tutti gli innamorati e i disgraziati, anche Totò è diventato superstizioso e teme la jettatura. Nella spedizione del bagaglio, il suo baule è toccato il numero tredici! All'albergo gli hanno dato la camera numero sessantasette: sei e sette, tredici!

Villars gli deve portar sfortuna!

Anche Totò aveva subito notato, con un respiro di soddisfazione, che alla _Tête-pointue_ il don Luciano numero due, non c'era. Ma poi il respiro s'è fermato a mezzo:

— Se ancora non c'è, può capitare da un momento all'altro!

Con la faccia marmorea impassibile dietro la pipa di radica, fra una boccata e l'altra di fumo, indifferente e distratto in apparenza, ma con il cuore stretto dall'ansietà, egli interroga ogni giorno il signor Trüb e il segretario sul movimento dei forestieri: ad ogni arrivo è un'inquietudine... Ad ogni partenza un sollievo.

Poi, anche senza il don Luciano numero due, può forse sperare il misero Totò, in un'ora di pace?

Con Remigia?... Innamorato di Remigia?... La pace?... — Mai!

Quando lui e lei si trovano soli, — cioè soltanto con mammà, papà e compagnia, — quando viaggiano in carrozza o nel vagone riservato, allora, ma allora soltanto, gli concede Remigia, qualche buon quarto d'ora. Lui ne approfitta subito per fare raccomandazioni, recriminazioni, prediche; per sospirare, supplicare e ottenere promesse inverosimili di serietà e di docilità... Remigia, lì, mentre sono soli, lo ascolta senza collera, quasi con sommissione... Non ride, ma sorride tenera, affettuosa e sembra promettere e sembra concedere... — Ma appena arriva gente, di qualunque razza, — uomini s'intende, — l'incanto è rotto, Remigia si agita, parla forte, ride forte, gli occhi guizzano, lampeggiano... E l'Idola gli sfugge, non è più sua, è un'altra, è tutta per gli altri!

È una febbre, una smania che ha addosso quella civetta, di piacere, di far colpo!... Chi si sia, non importa! Persino vuol far colpo sul signor Trüb; se non c'è di meglio... persino sul portiere!

— Che disperazione, che inferno!... Proprio che inferno, — borbotta Totò — voler bene... così, a una donna, ad un essere... così!

A Villars egli non fa altro che ripetere, con Mimì, con la duchessa Cristina e con papà — con la Remigia non osa: — Fra tanta gente, non vedo ancora una persona per bene! Non c'è _chic_! Ho scorso il libro dei forestieri, — non c'è niente; non c'è un nome noto. Per ora non c'è da fidarsi. Non voglio far conoscenze per non correre il rischio di dover fare presentazioni. Per il _tennis_ siamo già in quattro, con _mademoiselle_: si giuoca fra di noi!

Niente conoscenze, dunque; niente presentazioni!... — Così il buon Totò, crede e spera, ma poveretto si è troppo dimenticato del numero tredici, e ha fatto i conti senza _Din_ e senza _Don_!

I due neri barboncini sono altrettanto amabili e socievoli, quanto l'orso innamorato è selvatico e feroce. Essi ruzzolano festevolmente fra le gambe dei forestieri e rispondono alle carezze frullando il codino monco dalla nappina lanosa.

Adesso, finito lo scompiglio dei primi giorni, _Din_ e _Don_ fanno regolarmente i loro pasti quotidiani, subito dopo la colazione e dopo il pranzo dei padroni, ed è lo stesso signor Trüb in persona, con le falde del lungo abito nero spiegate al vento, che porta sulla terrazza le due scodelle di zuppa. Il rubicondo e gongolante signor Trüb sfida ormai le occhiatacce di missis Eyre.

— _Shocking!_

La schifiltosa e superba colonnellessa è scandalizzata e indignata contro il «taverniere», il «bettoliere lustrascarpe». — Ecco il vero _coco_, — non le riesce di dir cuoco, — il vero _coco_ dei cani!

L'Idola, si sa, non manca mai al pasto dei tesöri «cari cari!» Vi assiste circondata da tutta la sua corte con quel carabiniere mutria di Totò, che fa la guardia a due passi di distanza.

Specialmente quando c'è gente e si vede osservata, ella si mostra piena di tenerezze, di moine e di premure per i suoi barboncini.

— _Mon Dieu_! _Mon Dieu_! Se a Villars mi prendessero il cimurro! Che disperazione! Ho sempre paura, signor Trüb! Tanta paura!

Il signor Trüb, sgambetti e saltetti, la rassicura.

— A Villars?... Con questo clima?... Con quest'aria balsamica?... Finchè i suoi morettini restano alla _Tête-pointue_, garantisco io! E poi io me ne intendo; è la mia specialità! Tocchi, signora duchessina: hanno il naso fresco e le orecchie calde. Segno infallibile; stanno benone!

— È sicuro che non c'è il più piccolo ossicino nella zuppa?

— Sicurissimo! L'ho fatta preparare io stesso, sotto i miei occhi!

— Il brodo? Ha allungato il brodo?

— Due terzi di brodo e un terzo di acqua! Non dubiti, signora duchessina! Si fidi di me! Io ho sempre avuto passione pei barboncini!

— Dio! Dio! — Remigia è mezzo spaventata e mezzo in collera. — Ma signor Trüb! Caro signor Trüb! Questa zuppa scotta; scotta terribilmente!

Il signor Trüb protesta, poi si scusa.

— Non è possibile! Garantisco! È tiepida! Appena tiepida! — Alza gli occhiali in mezzo alla fronte, gonfia le gote e col faccione che gli diventa rosso e tondo come la luna, soffia e risoffia sul brodetto, mentre la duchessina, ritta in punta di piedi, alza e tende le braccia, adagio adagio, con le due scodelle colme, per allontanarle dai musetti avidi, bramosi delle affamate bestiole che spiccano, latrando, salti e volate.

— Giù! Giù!... Adesso no! Ho detto di no!... Obbedienza!... Bravo _Din_! Sì, sì!... Anche il mio _Don_ è bravo, è buono!... Amöre! Tesöro!... Tanto bene io! Tanto bene a tutti e due, ma adesso ancora no! Ancora non si può! Aspettare! Aspettare!.. Pazienza e aspettare!

La piccola bionda, la piccola rosea, è la grazia, la vivacità, la giovinezza. La sua voce armoniosa, melodica, è un canto... un invito.

La schiera dei giovinetti e dei giovinotti, fra i quali primeggia il campione del _tennis_, — l'inglesino dalla lente e dal garofano già notato da Mimì e da Remigia, — si avvicina irresistibilmente. — E anche la barba al lucido Nubian; anche l'ammiratore del bel piedino e del bel vitino!

« — _Des barbets superbes!_

— _Qu'ils sont beaux, ces petits chiens!_»

Il Danova, dimenando i fianchi, si avanza un passo più degli altri:

— Magnifici cani! È la gran moda, adesso, a Parigi, i barboni neri! Due cani così, sono capacissimi, quei ladri, di farli pagare anche tre o quattro mila lire!

— _Je crois bien; ils sont de race!_

Ma per quel giorno, basta; tanto più che la duchessa madre, al braccio del principe fratello, è lì che ascolta e osserva, girando attorno alla figliuola. Restano tutti muti, in circolo, ad ammirare i due cani che _slappano_ avidamente con il muso affondato nella scodella e la duchessina che continua a vezzeggiare, a garrire amorosa i suoi tesori, a ridere, a scherzare, spiegando con ogni parola, con ogni gesto, con ogni atteggiamento, nuove grazie e nuove attrattive.

— E così Idola, cara?... — domanda la madre con un'espressione subitanea di dolcezza e di compiacenza che le illumina il bel viso severo. — I tuoi morettini hanno buon appetito?

— Eccellente, mammà! — Remigia risponde con un trillo di gioia.

— Divorato tutto, anche le posate, signora duchessa!... A Villars?... L'aria di Villars?... È prodigiosa per la salute degli uomini e delle..

Il signor Trüb s'interrompe: sgambetti e saltetti. Non osa, dinanzi alla duchessa e alla duchessina, di chiamar bestia quei due... «amori» quei due «tesori» che costano tre o quattro mila lire. Fa cenno al portiere, fa portar via i piatti vuoti e, inchinandosi, se ne va lesto, di volo, strisciando e scivolando sul terrazzo lucido.

Il giorno dopo, — occorre dirlo?... — appena il signor Trüb si presenta con la zuppa, ecco apparire un primo giovinetto, poi un secondo «... com'augel per suo richiamo». Ecco fra i giovinotti il garofano bianco... ed ecco la barba inverosimile del barone Danova.

Guardano verso il _restaurant;_ aspettano e scherzano con l'albergatore.

— Mi raccomando, occhio agli _ossicini_!

— Scotta la zuppa?... Scotta?...

Un istante ancora d'attesa, poi, finalmente, sull'alto della gradinata si spalancano i battenti a vetri: sono i due barboncini che si slanciano d'un salto, abbaiando di gioia e di fame, addosso al signor Trüb, e l'Idola, bianca e bella come un fiore, allegra e vispa come un uccellino, scende a volo sul terrazzo.

— Eccomi! Eccomi, signor Trüb!... Com'è buono! Com'è bravo!... Caro, caro il signor Trüb!...

Marco Danova ha una scossa; una voglia intensa gli corre per le vene.

— Che bel vitino! Che bel piedino!... Che capelli!... Che bocca!... Soprattutto che bocca... maravigliosa!... Con tanti danari buttati al diavolo, non ho mai avuto niente di simile!

Gli occhietti umidi e loschi scintillano, il naso a becco divampa con un tremito più vivo.

Remigia ha subito notato la smania, il turbamento del barone Nubian, ma finge di non badare altro che al pasto dei cagnolini.

— Buona la pappa?... Adagio, adagio!... Non bisogna mangiare troppo in fretta!

— Piccante!... Piccantissima! Straordinaria!

Marco Danova si avvicina a Remigia di un altro passo, le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni, dondolando la pancetta arrotondata dal _gilet_ bianco. Ha un'aria di padronanza mentre la fissa ostinatamente.

— Perchè no? — pensa fra sè — Le donne belle sono fatte per gli uomini ricchi!... Pagare o sposare è sempre comprare. Ha una voce che fa un effetto strano!... È un soffio di primavera! Fa diventar giovani!... — Perchè no?

Il milionario si sente forte anche dinanzi a quella giovinezza, a quel candore, a quel vergine nobilissimo sangue discendente dai reali di Napoli e di Sicilia.

Non esita più: la duchessa, il principe Rosalino stanno bevendo il caffè, in fondo al terrazzo. Non c'è che Totò, il quale fuma e freme. Marco Danova si rivolge direttamente alla duchessina:

— E il nome?... Vorrei sapere il nome di questi due «amoretti» «tesoretti!».

Lo ha sentito gridare cento volte, ma finge, naturalmente, d'ignorarlo. — Si chiamano?...

Un istante di silenzio e di ansietà...

— Come si chiamano? — domanda più risoluto, rivolto al signor Trüb.

Remigia risponde. Risponde abbassando il bel viso e arrossendo pudibonda.

— Uno, — questo, — si chiama _Din;_ l'altro si chiama _Don_!

— _Din_ e _Don_?... — Il barone scoppia in una risata larga, fragorosa che mostra i bei denti nuovi, di smalto, tra i rabeschi d'oro.

La piccola rialza il capo, e mentre con la forte e caratteristica scrollatina di capo, che l'è abituale, rimette a posto i riccioli biondi, lancia sull'egiziano un'occhiata rapida, espressiva. Ella non vede in quell'uomo nè il naso a becco, nè la barbaccia ritinta: non vede in lui altro che un possibile... don Luciano, numero due!

— _Din_ e _Don_?... Allora... _din-don_!

Il Danova si riscalda, dondola il capo, imita il suono e il tocco della campana e facendo la rota attorno a Remigia, continua a ripetere: — _Din-don_! _Din-don_!... Spiritosissimo! È una trovata!

— _Din-don!_ — esclama a sua volta il signor Trüb, in tono baritonale.

— _Din-don_! — squilla allegramente la voce della fanciulla.

Dondolano pure le testoline ben pettinate dei giovinetti e dei giovinotti che si avvicinano più disinvolti:

— _Din-don? Oh, very funny!_

— _Din-don? Oh, que c'est drôle!_

— _Din-don, les petits diablotins? Din-don?_

Il ghiaccio è rotto; tutti circondano animatamente la duchessina:

— _Din-don? C'est bien gentil!_

— _C'est charmant!_

— È una trovata! Spiritosissima! — _Din-don! Din-don! Din-don!_

Il Danova ride e grida più di tutti.

Il solo Totò rimane in disparte, immobile, come impalato al suo posto: la pipa di radica non tira più!

Anche il biondo dal garofano, senza sprecare il fiato e senza perdere il sussiego, cantarella dondolando adagio, con grazia, la testolina rotonda, ben pettinata. — _Din-don! Din-don!_ — Ma ad un tratto la lente gli cade dall'occhio e si arresta sorpreso sul _Din_...

Tutti ridono, tutti scherzano e si affollano attorno alla bella duchessina italiana. È il trionfo — un vero trionfo, — dell'Idola!

Dal terrazzo alto, l'allegra folata di voci e di note, unita ai latrati echeggianti e persistenti dei «due tesori» incitati dal chiasso, rompe il silenzio della valle ampia e muta e il canto e gli amori agli augelletti spauriti.

— Idola! Cara!... Ti diverti?

La duchessa, al braccio del principe Rosalino, si avvicina con lento passo e l'aria regale, sorridendo.

— Tanto, mammà! Tanto, tanto!... Villars è un paradiso e il signor Trüb, un angelo!

L'angelo albergatore, invece di volare, fa un giretto, un balletto attorno alla pomposa coppia di prim'ordine, per esprimer il suo ossequio profondo.

— Come la granduchessa di Mecklemburgo! Come Nessim bei! Come Casimir Perier!... Tutti incantati di Villars!

Nell'andarsene, passando dinanzi a Totò, sempre impalato, vede che la pipa non fuma e gli schianta un fiammifero sotto il naso.

— Permette, marchesino?

Totò lo manda al diavolo, con un'occhiata furibonda.

Il buon ragazzo non può più resistere dalla gelosia e dalla rabbia. Anche la duchessa Cristina, anche papà, non sanno stare al proprio posto!... E Remigia?... Che civetta!... Persino con quella brutta gente di Villars!... Non ha un briciolo di cuore e nemmeno d'orgoglio!

A un tratto si risolve, affronta Remigia:

— Io vado... ad Aigle!

— Bravo Totò!... Mi porterai delle pesche e anche un bel popone, se c'è!

Il principe Rosalino e la duchessa Cristina gli danno un monte di commissioni: sigarette, lana bianca, lana rossa, acqua di Colonia...

_Mademoiselle_, con le solite scuse e complimenti, gli dà due lettere da impostare ad Aigle. — Così arrivano più presto!

L'istitutrice ha sempre le saccocce piene di lettere da spedire a due o tre membri della sua famiglia.

Totò se ne va, con nelle orecchie la voce allegra di Remigia che lo irrita.

— Non torno più a Villars! Non ci torno più!... — Invece è già pentito, in cuor suo, di quella bravata!

Sulla terrazza, l'allegria si fa più viva, il conversare più cordiale ed espansivo.

— _Vouz permettez, mademoiselle?_

È il biondo dal garofano che si presenta alla duchessina, facendo una smorfia per tener la lente ben ferma nell'occhio.

— Per... mette?

Ha una pallina di zucchero stretta con grazia fra l'indice e il pollice.

_Din_ e _Don_, appena visto lo zucchero, si alzano insieme di scatto, e si tengono ritti sporgendo il musetto umido, bramoso e annaspando, invitando con le zampe anteriori.

Remigia risponde arrossendo, con un cenno affermativo e abbassando gli occhi. Poi, subito la forte scrollata di testa per rimettere a posto i capelli. Ma il bell'inglesino, la fenice di Mimì Carfo, non ottiene nè un sorriso, nè un'occhiata. Remigia, sulle prime, si mostra sempre molto riservata e prudente con i giovani. I giovani ardono meglio a foco lento.

Ella non si rivolge all'inglesino per ringraziarlo, ma cerca di nascondere il rossore e di vincere il timido turbamento continuando ad ammaestrare _Din_ e _Don_.

— Su! Su! In piedi!... Si resta in piedi!... Si fa l'ometto e si ringrazia!

I due cani, ritti ritti, continuano ad annaspare con le zampe riscotendo applausi e destando l'ammirazione generale.

— _Don!_... Su! Su! Da bravo! Adesso si dà la mano!

_Don_, che si era messo a riposare su tre gambe, si rialza di nuovo, sebbene di malavoglia, e annaspa con la zampa destra verso Marco Danova.

Questi afferra subito la zampetta del cane e la stringe ripetutamente, da buon camerata.

— Amici, caro _Don_, din-don! Tesoretto caro! Sempre amici in vita e in morte! — Stringe la zampa anche a _Din_, costretto pure a rizzarsi di nuovo.

— Benissimo! Bravissimo! Son due gentiluomini perfetti!

Marco Danova, inaugurati così i buoni rapporti, si sente quasi ammesso nell'intimità della famiglia. Fa una rapida piroetta sulle gambette a roncolo e si rivolge con molta disinvoltura alla duchessa Cristina salutandola con una scappellata: la sommità del capo spunta, completamente calva, come una pera, dalla corolla dei capelli tinti.

— Ho conosciuto a Bologna e sono in relazione d'affari col deputato Giacomo D'Orea; l'ex ministro. Sarebbe, forse, il suo signor genero, che aspettiamo a Villars?

— No, — La duchessa accenna col capo a un saluto, guardando il barone affabilmente con l'occhialino. — No. Giacomo è il fratello di mio genero.

Il Danova, che s'è subito ricoperto per via della pera, alza la voce, le braccia e dondola la pancetta con evidente soddisfazione.

— Uomo straordinario! Grande talento, attività e gentiluomo... tipico. La sua parola vale quanto la sua firma! Uomo... straordinario!

La magnifica barba del principe di Sant'Enodio si gonfia e si muove con una leggera ondulazione. Egli parla:

— Appunto, precisamente. Giacomo è il fratello di Luciano, mio nipote. Cioè il fratello di Luciano, che è poi marito di mia nipote. Precisamente. — Il principe stende al barone la bella mano bianca e morbida. — Diremo dunque: _les amis des nos amis_...