Part 3
Forse con un vetturino, forse con un carrettiere incontrato lungo la strada e che non è stato pronto a cedere il passo. In ogni modo sono queste le prime parole che il marito rivolge alla moglie dandole appena la mano per salutarla. Poi nuove ire e brontolamenti, perchè non è arrivato un certo telegramma che aspetta. Trova, per conseguenza, l'albergo oscuro, le camere incomode, la cena cattiva, il servizio pessimo e in mezz'ora ha già strapazzato padrone, camerieri e portiere. Senza voler prendere il caffè — «in Isvizzera è veleno!» — entra nella sua camera, dove c'è Andrea, il servitore, con l'acqua calda e l'acqua fredda e chiude l'uscio in faccia a Maria.
Donna Maria non sa che cosa fare. Deve aspettare in piedi?... Può andare a letto?...
È già sonata mezzanotte, quando Andrea esce dalla camera del padrone. Ella, sottovoce, lo chiama dall'uscio del salotto, per sapere qualche cosa.
— Il signore è andato a letto. Mi ha ordinato di non entrare in camera domattina e di non svegliarlo assolutamente; nemmeno se arrivassero dispacci. Domani, vuol dormire tutto il giorno.
— Allora... buona notte!
— Buona notte, signora. — Andrea s'inchina profondamente e sparisce in punta di piedi, nel corridoio deserto e buio.
Invece, la mattina dopo, don Luciano è in piedi prestissimo. Lindo, profumato, tutto bianco nell'abito di tela, e con il piccolo panama dall'ala calata sugli occhi, non è più il mostro della notte. — Anzi, don Luciano, pallido, coi piccoli baffetti biondi, rivolti in su, è piuttosto un bel giovinotto, sebbene calvo. Della sera avanti non gli è rimasto altro che il cattivo umore.
Donna Maria, per buona prudenza, s'è alzata presto anche lei. Lo trova che brontola col portiere per le zanzare, le mosche e per il pessimo servizio telegrafico.
— _C'est détestable! Assurément, vraiment détestable!_
Poi, subito, appena si è impinzato rabbiosamente di burro, di miele, di pane tosto e s'è gonfiato di latte e cioccolatta, comincia le scene di gelosia.
La gelosia di don Luciano è una gelosia... in cui l'amore non c'entra affatto. C'entra la vanità, il capriccio, la boria di poter dire «a me non la si fa», ma c'entra, soprattutto, il sentimento dispotico, arrogante del padrone, il vanto di poter avere e godere lui solo, quello che gli altri desiderano e invidiano. Don Luciano è geloso dei suoi cavalli, del suo cocchiere, del suo _chauffeur_ e di sua moglie: anche questa proprietà sua, roba sua.
Quando torna da Parigi, peggio che mai: è geloso frenetico. Egli riversa e fa scontare alla moglie anche tutta la gelosia atroce che gli ha fatto e gli fa soffrire Fanfan, ma che è costretto a dominare. Fanfan, è vero, gli costa più che non gli sia costata la duchessina Moncavallo, ma per questo non ha mai voluto essere «roba sua». Oh, con Fanfan non si fanno scene! Con Fanfan non si fa l'Otello! Guai! Si provi una volta sola don Luciano, a fare il prepotente e il noioso: è già bell'e pronto il miliardario americano mister Kennet, il re della glicerina, che aspira a un posto di successore nel gran cuore della Trécoeur!... Così, la moglie virtuosa, paga anche per l'amante irresistibile, ma poco resistente!
Maria Grazia, non dà mai il più piccolo motivo di gelosia; ma questo non vuol dire che a Luciano manchino i pretesti. A Bex, il pretesto è un povero giovane tisico, in viaggio per il sanatorio del _Mont Blanc_, a Leysin.
Donna Maria ha soltanto scambiata con lui qualche parola, a distanza, da una poltrona all'altra della veranda, e presente, s'intende, l'oculato Zaccarella. In quella giovane signora dai nerissimi capelli, dagli occhi nerissimi, pensosi e profondi, l'infelice sogna Napoli, Roma, Venezia; l'Italia, della quale è innamorato, sebbene non abbia mai potuto fermarsi che a San Remo e a Bordighera. Il viaggio in Italia è il sospiro suo per quando sarà guarito, e intanto rivolge a Donna Maria sempre le stesse interrogazioni sul Ponte dei Sospiri, i Piombi e i migliori alberghi di Venezia, su Pompei, il Vesuvio e la Funicolare, sulla casa di Dante e di Giulietta e Romeo, e domanda che cosa vuol dire _piedigrotto_ o _piedigrotta_.
Quella mattina, appunto, mentre i D'Orea fanno colazione, il giovane inglese pallido, sparuto, si avvicina a Maria Grazia per congedarsi: parte in quel momento per Leysin.
Don Luciano lo guarda bieco, risponde al saluto, senza nemmeno alzarsi, poi, appena l'altro volta le spalle, assale di domande la moglie per sapere come, quando, in che modo ha conosciuto quell'importuno; e appena di sopra, soli, dà in escandescenze. Maria non risponde, non dice più una parola; ma Luciano non si calma, tutt'altro.
— Avvertite il direttore, — ordina al signor Zaccarella — da oggi in poi, colazione e pranzo qui, nel mio appartamento.
E continua tutto il giorno a gridare, a interrogare, a far scene, a far processi. Siano presenti il signor Zaccarella, la Nunziatina, anche il servitore e i camerieri poco monta, egli continua lo stesso, anzi, quando c'è gente si riscalda di più. Continua tutto il giorno, tutto il giorno!
Maria, pallidissima, non risponde, non dice mai una parola. Soltanto la sera, a pranzo, quando Luciano, che divora come una belva, comincia a tacere, le si riempiono gli occhi di lacrime. Non è dolore; è oppressione, è stanchezza. Stanchezza dei nervi. Sono i suoi nervi che non ne possono più, proprio più!
Dolore no. Il dolore, come l'amore, e ciò che un'anima nobile, squisita, ha di più bello, di più alto e di più puro. Dolore no. È troppo fiera per sentir dolore di quell'ingiustizia sciocca e vile, vile e sciocca. Suo marito è un ragazzo viziato e malato, un pazzo. Ella ne sente compassione; non vuol ancora disprezzarlo. Ma che stanchezza! Come si sente stanca, affranta, moralmente e materialmente.
È orribile quella vita; e non potersi sfogare con nessuno!
Sa già che cosa le avrebbero risposto sua madre e lo zio Rosalì.
— Luciano, cara figliuola, non è cattivo; è soltanto geloso, e ciò, da un certo punto di vista, dovrebbe farti piacere: «Amore e gelosia nacquero insieme!» Non si può avere proprio tutto, tutto a questo mondo e tu sei fra le donne più invidiate e fortunate! Luciano, è vero, monta in collera facilmente, ma anche presto gli passa.
Presto no, ma sulla fine del pranzo, anche per merito di un _Mumm cordon rouge_ squisito, gli passa anche quel giorno.
Con gli occhi lustri, annunzia al signor Zaccarella una prossima gita di un paio di giorni a Losanna e sorbendo il pessimo caffè, comincia a canterellare.
— La musica! L'arte del canto! Arte divina!
Forse a Luciano, nella sua vanità persino morbosa, non dispiace di lasciar trapelare anche a Maria, le proprie avventure galanti; certo, non si dà molta pena per nasconderle.
— L'arte del canto! Arte divina!
Luciano domanda a Maria, alla quale si prepara così un nuovo tormento, se da basso, nella sala, c'è un buon pianoforte.
— Credo...
— Andiamo a provare.
Luciano ha una voce che egli vanta di tenore, ma che, invece, è di pecora, di vitello, di vari animali insieme. Nei giorni lieti canta per ore e ore e Maria deve accompagnarlo, applaudirlo e divertirsi. Fedele, in musica, quando comincia con un'aria, canta sempre quella per tutta la stagione. Adesso, forse in omaggio a Fanfan, il suo cavallo di battaglia è l'aria, anzi il duetto della _Traviata_: «Un dì felice, eterea — mi balenasti innante...» E fa tutto lui, anche il soprano, pur di arrivare a sfogarsi e a sgolarsi a «quell'amor ch'è palpito!»
Lì, a Bex quella sera, due o tre vecchie inglesi dell'albergo, vanno addirittura in estasi al «di quell'amor...» Il D'Orea è gongolante, è felice. Gli applausi, come il suono dell'arpa davidica, mettono in fuga gli spiriti maligni, ma quando il trionfo è più strepitoso, arriva dalla stazione un telegramma d'urgenza a rompere in un attimo il benefico incanto.
«_Luciano D'Orea — Grand hôtel de Bex_».
«Après succès _Joujou_, éclantant, inoubliable, unanimement constaté, engagée pour créer le rôle de Germaine, dans _Le corset envolé_. Pour ma petite course à Lausanne il faut attendre la semaine prochaine. Tous mes regrets, tous mes adieux.
FANFAN».
Luciano, dietro quel dispaccio, vede apparire il fantasma del re della glicerina. Pianta lì il suo pubblico, maravigliato, e se ne va via di colpo. Sua moglie, il signor Zaccarella, lo seguono inquieti, arrischiando appena qualche domanda.
Don Luciano soffia, sbuffa, poi risponde che non vuol nessuno.
— Via tutti!... Tutti a dormire!... Sarò padrone, almeno una volta, di restar solo!... Di poter respirare! Non sono uno schiavo, finalmente!... Via tutti!... A dormire! Che vita! Che vita! Che inferno!
Corre solo, a piedi, alla stazione. Strepita con l'impiegato che a quell'ora, di notte, non vuol aprire l'ufficio, e telegrafa. Telegrafa prima ordini e minacce, poi, quasi subito, telegrafa di nuovo, chiedendo perdono, concedendo tutto, supplicando.
Maria lo vede capitare in camera sua, stravolto, mentre sta per andare a letto.
Che notte! Che notte orribile! Nessun rispetto, nessun ritegno. Baci furiosi e rimproveri atroci. Accusa Maria di non aver cuore, di non aver mai avuto cuore! È una donna fredda, di ghiaccio! Egoista, superba e niente altro! Non sa voler bene, non gli vuol bene! Ha voluto un marito, s'è venduta a un marito, per farsi mantenere lei, e tutta la sua famiglia!
Poi Luciano sospira, si dispera.
— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da nessuno, da nessuno!
Si rivolta nel letto smaniando, gemendo, e finisce con lo scoppiare in lacrime. Sono lacrime vere.
Maria ne sente prima ribrezzo, terrore, sdegno. Poi, quando lo vede piangere, disperarsi a quel modo... finisce ancora per sentirne compassione e pietà.
V.
Passano così, non allegramente, vari giorni, e Luciano D'Orea non accenna nemmeno alla partenza per Villars. E se non ne parla lui, gli altri, naturalmente, non fiatano. Qualche volta Maria Grazia, per tastare il terreno alla lontana, gli comunica i saluti della madre o dello zio: Luciano cambia subito discorso.
Che cosa pensa di fare?... Rimanere a Bex tutta l'estate? Chi sa!
Continuano le strapazzate, le furie gelose e la sera «l'amor ch'è palpito...» Poi Luciano, d'un tratto, muta d'umore. Non grida più, non strapazza più, non canta più, ma forse si sta peggio di prima! Egli è diventato muto; — tutti muti! Se per forza gli si deve domandare qualche cosa, non risponde. Bisogna sempre indovinare, e non si indovina mai! Non ha fame, non vuol mangiare: a tavola respinge i piatti e li fa portar via con un atto di collera, prima ancora che gli altri abbiano potuto servirsi. La _Traviata_, s'intende, è messa da parte.
Donna Maria e il signor Zaccarella passano tutta la sera in giardino, dove si soffoca, a sentirlo soffiare e sospirare.
Che cosa mai è accaduto di nuovo?... Che cosa c'è di nuovo?
Donna Maria e il signor Zaccarella, cercano di indovinare, corrono direttamente, col pensiero, fino a Parigi. Ma s'ingannano tutti e due.
La cattiva luna spunta, questa volta, dalla parte di Bologna. Il primo a saperlo, s'intende, è sempre il fido Zaccarella, il quale, in tutta fretta, comunica l'importante notizia alla signora.
— A giorni, deve arrivare Sua Eccellenza.
— A Bex?
— A Bex, per venire con noi a Villars. Anche Sua Eccellenza ha scelto Villars per passarvi l'estate. Don Luciano — non c'è nessuno, ma il signor Zaccarella abbassa la voce — don Luciano avrà certo paura di qualche osservazione, di qualche contrasto... Ecco spiegato il suo cattivo umore!
— Già, sicuro! Ecco spiegato il suo cattivo umore! — ripete Maria com'un'eco. Ma in cuor suo, prova un senso di sollievo. Vede avvicinarsi qualche ora di tregua, se non di pace.
Giacomo D'Orea, — o Sua Eccellenza come lo chiama rispettosamente il signor Zaccarella, — è l'unico fratello di Luciano: fratello maggiore di una decina d'anni. È stato un po' il suo tutore, gli ha fatto un po' anche da padre. Ha cercato di educare Luciano con idee moderne, di abituarlo allo studio, al lavoro, di innamorarlo, di appassionarlo alle cose belle... inutilmente. Il ragazzo rompe il freno e gli scappa di mano prima del tempo. Niente studio, niente lavoro: le sole cose belle che lo innamorano sono le belle donne e lo appassionano quelle, specialmente, che costano molto.
Don Luciano, tuttavia, anche diventato uomo e libero di sè, ha sempre un certo timore di suo fratello. Se non per amore, per forza, lo sopporta e lo rispetta.
Giacomo, in fatti, è per tutti, ed anche per Luciano il capo visibile ed invisibile della grande Casa.
Si è imposto con l'autorità dell'intelligenza e del lavoro; con la rettitudine e la semplicità della vita. Si sarebbe detto che in quell'uomo mingherlino, dalla barbetta rada e già brizzolata, che in quella testa quadra di lavoratore, si fosse accumulata l'energia produttiva di secolari generazioni, che in lui fosse però scomparsa ogni rozzezza atavica, ogni lievito di grettezza e di cupidigia. Egli è il nepote di una schiatta forte e utile, che anzichè degenerare, procede con lui e per lui verso una perfezione armonica e vittoriosa. Egli ha compresa l'età sua nelle caratteristiche buone e cattive, nello spirito egualitario e sovvertitore, nelle energie e nelle audacie. Egli ha intuito quell'assioma economico che i finanzieri del nord-america respirano nell'aria del loro paese; cioè, che il possedere molto danaro è una gran buona cosa, che il possederne moltissimo è una cosa ancora più buona e più bella, ma che, d'altra parte, i milioni e i miliardi non valgono un dollaro e nemmeno un _penny_, se nella fatica angosciosa di accumularli non si mette da parte quel tanto di tempo, d'ingegno e di salute, che occorre per saperli godere.
Nel salire al trono... di casa sua, Giacomo D'Orea ha tutto saputo, tutto veduto e quindi tutto rinnovato e migliorato. Nelle sue molte aziende rurali, egli ha recato i criteri suoi e lo spirito di previdenza, di assistenza e di cooperazione proprio dei nuovi tempi.
Industriale di ampie vedute e anche un po' artista, ha sempre posto in tutto quello che ha fatto e creato, uno schietto sentimento di armonia e di bellezza. Ha dato il suo consenso e il suo nome alle imprese più simpatiche e originali, mantenendosi nei rapporti nuovi, complessi e difficili lo stesso uomo fiero e forte, sotto un'apparenza mite e quasi timida, semplice e serio, conoscitore pronto ed arguto di sè stesso e degli altri.
Senza spiccate predilezioni per la politica, ha però dovuto dedicarvisi. Onestamente liberale in tempi in cui molti lo sono disonestamente, è presto eletto deputato e dopo un paio di legislature, in uno degli ultimi ministeri della destra rosea, il portafoglio delle finanze gli è inflitto come un dovere verso il partito e verso il paese.
Non è certo la coltura, non è l'intuito, non è l'energia che gli facciano difetto. Gli manca, invece, quella virtù o vizio — secondo i casi — che lo Spencer chiama «l'adattabilità agli ambienti».
Alla mancanza di sincerità e di probità politica egli non ha voluto, nè saputo piegare. Dopo pochi mesi di governo, mentre è tutto infervorato in un piano di riforme nel quale vede un rinnovamento economico del paese, si trova di fronte alla necessità politica di tergiversare, di rinunciare al meglio delle sue idee per manipolare una delle solite «esposizioni finanziarie» a base di transazioni, di lustre, di ipocrisia e di falsità. È preso da un impeto di sdegno. Tutto il suo orgoglio di galantuomo si ribella alle pretese dell'affarismo e dell'_arrivismo_ che gli si stringono d'attorno ed infischiandosene della crisi e dello scandalo, lascia il governo per tornare ai suoi stabilimenti industriali, a' suoi poderi e alle sue imprese.
Vi torna senza rimpianti e senza amarezze, ma più istruito e più cauto. Del suo intermezzo politico parla il meno possibile e con una discrezione degna del sapiente antico. Della gloria del potere non gli è rimasto che il titolo «Sua Eccellenza» e soltanto nella spagnolesca e fastosa espansione meridionale dei parenti e dei clienti di sua cognata: e nemmeno, ben inteso, in presenza sua.
Egli si chiama e vuol essere chiamato semplicemente Giacomo D'Orea, — anzi Dorea — senza apostrofe. Non nasconde, ricorda compiacendosene, le origini umili, bottegaie della sua famiglia. «Molini e mortadella» come diceva sdegnosamente missis Eyre al signor Trüb. L'apostrofe, il _don_ sono innovazioni di quel sempiterno ragazzaccio di Luciano! Giacomo ha cominciato coll'arrabbiarsene, e ha finito per riderne... e ne ride, specialmente, con la zia Gioconda, una vecchietta vicina agli ottanta, ancora piena di salute, di buon senso e di brio che vive in campagna, perchè non ha mai saputo risolversi a mettersi il cappellino, come le contesse, e che manda saluti, auguri e regali a tutti quei «vicerè spodestati dalla nuova corte di Nannetto», dai quali non ha mai voluto e non vuol lasciarsi vedere... per paura di farli arrossire!
A proposito di quel «_don_» nuovo di zecca di Luciano, la zia Gioconda diceva scherzando a Giacomo, per metter pace:
— Fra tanti titoli e blasoni, duchee, marchesati e principati che Nannetto ha fatto perdere a sua moglie, sposandola, ha trovato, in camera da letto, quel piccolo _don_ e lo ha tenuto per sè!
Giacomo, del resto, s'è opposto quanto ha potuto al matrimonio di Luciano con la duchessina Moncavallo.
— Troppa nobiltà, troppa diversità di razza e troppo fumo! E poi Luciano, ancora, non è maturo per il matrimonio!
Ma non c'è stato verso! A quell'altro, il fumo è andato alla testa. Tutti quei titoli, quei palazzi, quei castelli dei quali si vedono le dorature e i merli, e non si vedono le ipoteche, fomentano la sua vanità, la sua superbia, mentre il suo capriccio, la sua passione per Maria diventa tanto più furibonda quanto più sorgono e si frappongono ostacoli.
Le nozze Moncavallo D'Orea sono alla fine concluse, celebrate e Giacomo, da uomo savio e pratico, accetta cordialmente il fatto compiuto. Il patrimonio dei Moncavallo e dei Sant'Edodio, che fa le crepe da ogni parte, è assai vicino alla rovina; Giacomo ne assume direttamente l'amministrazione. Un'amministrazione che finisce per risolversi in un'abile, opportuna ed anche generosa liquidazione, perchè Giacomo, pur di salvare il decoro dei parenti di Luciano, ci rimette, volentieri, anche del proprio.
I milioni di casa D'Orea sono molti: quasi non si contano più! Ce n'è per tutti, in abbondanza... ed anche per i continui capricci di Luciano! Per i capricci, per altro: purchè rimangano soltanto capricci, se non del tutto scusabili, almeno perdonabili. Ma, adagio! Oltre certi limiti non si deve andare. Giacomo è buono una volta, e buono per dieci, ma due volte buono, no. Chiudere un occhio, sta bene, e vista l'indole di Luciano, chiuderli anche tutti e due, ma quando sia conveniente e prudente di farlo. Che se invece il buon nome, l'onore dei D'Orea, avessero corso pericolo non di una macchia, ma di un'ombra soltanto, allora egli avrebbe fatto immediatamente ed energicamente il proprio dovere. Avrebbe parlato chiaro; occorrendo, avrebbe alzata la voce.
E appunto Giacomo, crede adesso e pensa, che il giorno di alzar la voce e di comandare sia venuto.
— Che cosa è questa Fanfan Trécoeur? A Parigi, a Nizza, a Montecarlo, sempre con questa Fanfan Trécoeur?... Una relazione, un legame simile, una tresca?... E pubblicamente?... Con una _chanteuse?_ Lui, un uomo ammogliato?... Ah, no! Fino a questo punto, no! Con o senza apostrofe, ma il nome dei D'Orea deve essere rispettato da tutti, in Italia e fuori.
— Il patrimonio in comune, sta bene: lui ha famiglia, io no. Spendere e spandere, senza fare i conti del mio e del tuo... tiriamo pure innanzi!... Finchè si tratta della casa, della famiglia, dei parenti della moglie, del lusso, delle corse, delle scommesse, del giuoco, — io lavoro anche per lui, risparmio anche per lui, — tiriamo pure innanzi!... Ma cinquecento settanta mila lire in meno di tre mesi per la signorina Fanfan... Ah, no! Questo poi no!
— Che cosa fare?... Scrivere?... — Poco efficace. — Chiamare Luciano a Bologna?... — Troppo pericoloso!
Giacomo, un po' contro genio, risolve alla fine di andare anche lui a Villars col fratello e con la cognata. La villeggiatura, certamente, non sarebbe stata molto gradevole e piacevole, ma, d'altra parte, non vede provvedimento migliore.
— Coraggio, e andiamo a passare un mese fra i vicerè!
Per fortuna, fra tanta gente noiosa, insopportabile fa eccezione Maria Grazia. Avrebbe fatto delle buone chiacchiere con la cognata. Donna un po' fredda, anch'ella un po' vice-regina, nella compostezza pacata dei modi, delle parole, ma intelligente, giudiziosa e buona. — Molto buona e, certo... non troppo felice!
Ma gli altri!... — Dio che peso! — Quella duchessa madre che ha l'aria di scendere dal trono per sua grande degnazione e per fare spargimento di grazie ed esercizio di mansuetudine! Quel principe Rosalino, una continua ostentazione di galanteria convenzionale e di cavalleria... pedestre. Che peso, che peso, tutta quella gente con la loro retorica dei nobili principii, dei sentimenti di famiglia, e il vuoto nella testa e nel cuore! Mai un momento di sincerità, di vera cordialità! Sempre in etichetta, e in frac tutte le sere!
— Che noia!
Pure, bisogna proprio andare a Villars!
— Maledetta Fanfan e... maledetto ragazzaccio!
A Bex, intanto, la nuova fase della luna cattiva e muta, con persistente inappetenza, continua fino alla vigila dell'arrivo di Giacomo: proprio quel giorno, come per incanto, Luciano riacquista la parola e l'appetito.
— Giacomo... a Villars?... Con mia suocera? Che abbia sentito parlare di Fanfan e voglia venir lassù a predicare la morale e l'economia?... Certo, in questa sua risoluzione, qualche cosa di nuovo ci deve essere!... E in questo «qualche cosa» per un verso o per l'altro ci deve entrare Fanfan!
Don Luciano, s'intende, anche sforzandosi e simulando indifferenza e buon umore, non ha riacquistato la parola altro che per brontolare; ma adesso, pur seguitando a brontolare con Maria e col signor Zaccarella, chi è preso di mira è Giacomo! Anzi, co' suoi sfoghi, egli cerca di farsi alleati la moglie e il segretario, contro il fratello:
— Noioso e pedante!... Puritano per ostentazione! Caparbio e ostinato! E «la modesta semplicità della vita operosa» che decantano i suoi giornali? Niente altro che avarizia! — Non ho ragione, signor Zaccarella?... Ride? Rida, rida! Io parlo poco, ma colpisco giusto! Tutta avarizia e diffidenza. Lavora, fa tutto lui, perchè non si fida di nessuno! Ma... — qui un grande sospirone — dal momento che si deve vivere insieme per un mese, che ti pare, Maria? È meglio essere in bona! Io non posso soffrire i malumori e non amo i litigi in famiglia!
Questo, gli preme soprattutto: essere in bona con suo fratello. Se Giacomo ha timore di prendere troppo di fronte Luciano, Luciano, al presente, avrebbe ancor più paura di romperla con Giacomo.
Cinquecentosettantamila lire erano state pagate a Parigi per Fanfan! Ma... e il resto che rimaneva ancora da pagare?
Luciano D'Orea, non ne sa un'acca di amministrazione, pure sa benissimo che lui, con la sua generosità non ha fatto altro che spendere, mentre il fratello, con la sua avarizia, non ha fatto altro che lavorare e guadagnare. Se si venisse alle strette? Se si dovessero fare i conti del mio e del tuo?... Non sarebbe il momento! Con mezzo milione ancora da pagare a Parigi? Con Fanfan che, finalmente arriverà fra tre o quattro giorni a Losanna? Con Fanfan che vuol fare una brillante carriera, sempre piena di successi e che vuol riuscire assolutamente a cantare alla Scala?... Con Fanfan che ha sempre lì, pronto, se lui si ritira, il re della glicerina?... No, no!... Bisogna portare pazienza, chinare il capo e sopportare anche le osservazioni e le prediche... per amore di Fanfan e per poter tener testa a mister Kennett!
Il povero don Luciano, con tanti milioni, si trova ridotto al punto di dover piangere la propria miseria.