La moglie di Sua Eccellenza

Part 29

Chapter 292,635 wordsPublic domain

Poi... la _Scala_. Vincere la maledetta camorra, alta e bassa, della _Scala_!... Quel pubblico perfido e infame!... Bisogna assolutamente che _monsieur D'Oreà_ resti al potere e che don Luciano si mantenga, con lui, in ottimi rapporti, finchè lei non ha trionfato completamente anche alla _Scala!_

Fanfan Trécoeur, a tutti gli amici e agli ammiratori che la visitano in casa e in camerino, dà sempre, con l'imperturbabile sicurezza di un qualunque signor Zaccarella, ottime notizie e particolari informazioni sulla salute di _monsieur D'Oreà_.

— Oh, sua moglie, la Remigia, è contentissima! _Aux Anges!_ Aveva tanta paura di dover rinunziare alle feste di Napoli, della Spezia e di Venezia! Si troverà a Roma, per altro, certamente, per la grande _première_ della _Fedora!_... Ieri, sono arrivati gli altri parenti di Fiumicino per vedere _monsieur D'Oreà_ ristabilito e rallegrarsi con lui! La vecchia zia ricchissima, e la cognata molto bella, Maria Grazia...

Fanfan chiama sempre Luciano, don Luciano, per tenerlo a debita distanza, ma usa di chiamare assai confidenzialmente, col solo nome di battesimo, tutte le signore _D'Oreà_ — non sa ancora pronunziare D'Orea — e Moncavallo. Ella si dà l'aria d'essere della famiglia e assicura i suoi amici che sta facendo la predica a don Luciano, per fargli mettere giudizio; per indurlo ad essere più amabile e più... buon marito.

— Voglio restituirlo a sua moglie assai migliorato!

Ella dichiara, per conseguenza, che i loro rapporti sono ristretti, oramai, ad una pura ideale amicizia. Quando si tratta della voce, non si scherza!

Del resto, lui, don Luciano, innamoratissimo oggi come ieri, sempre furiosamente. Ma lei? Fanfan?... _Giammai!_ Con don Luciano _D'Oreà_, non ci ha mai messo del suo.

Ci tiene questo a ripeterlo a tutti, a dichiararlo a tutti, amici, giornalisti, compagni d'arte: al maestro, all'impresario e ai porta-ceste.

— Ah, no, cari miei! Anche in passato, nei pochi momenti, e molto insulsi, in cui era costretta... — sempre _vite! vite!_ — ad immolarmi... Del mio?... _Giammai! Glacé à la napolitaine!_ Io sono sempre stata troppo fiera! Il mio carattere si ribella! Impossibile! Non ho mai potuto amare l'uomo al quale devo delle obbligazioni! I cani soltanto, possono amare il padrone! Io, grazie a Dio, sono un'artista! Il mio amore è libero e disinteressato!... Tutto per niente!

Anche don Luciano stesso è ben convinto, che... con la voce non si scherza! Anzi, è lui che ha più paura e maggiori riguardi. Guai, se la _Fedora_ non fosse stata un altro grande successo!

Pagava cari gli applausi, ma sapeva, per prova, che avrebbe dovuto pagare assai più cari i fischi!

— Con la voce di Fanfan... Ma anche con Fanfan non si scherza!

In que' giorni don Luciano ha un gran da fare a preparare il successo. Lavorare il pubblico, lavorare la stampa. Inviti a colazione, a pranzo, gite in automobile, mettere a profitto amicizie, aderenze, influenze; essere più che mai il fratello... di suo fratello il ministro dei Lavori Pubblici.

Che vitaccia, povero don Luciano! Spendere, indebitarsi, finire di rovinarsi... pazienza; umiliarsi, pazienza... Ma non bastava più telegrafare; bisognava scrivere lettere...

Sicuro! Don Luciano, per il successo di _Fedora_, si rassegnava a scrivere alle agenzie, ai direttori dei giornali artistici, ai direttori dei teatri... E con tutto ciò, a sentire Fanfan, in que' giorni pure assai nervosa, sempre per via della _Fedora_, lui non faceva mai niente di bene, non sapeva muoversi, non sapeva montare la macchina. Era debole, era fiacco, era avaro; per farlo correre, lo colpiva con la solita sferzata:

— Oh, mister Kennet! Quello sì, è un uomo!

C'era uno scenario un po' misero? — Mister Kennet, non avrebbe mai permesso un orrore simile! — Il vestiarista, era in ritardo? — Oh, con mister Kennet, a quest'ora, sarebbe tutto pronto! Con voi, caro mio, si arriva sempre tardi perchè — altro che automobile! — l'omnibus! I mezzi di trasporto più economici!

Don Luciano sapeva che a Roma si faceva già il nome del miliardario americano come suo associato nelle spese, ed era questo il suo spasimo, la sua ossessione. Gli veniva oscurata tutta la gloria... di rovinarsi solo per la Trécoeur!

— E mia moglie?... — pensa in que' momenti di angoscia, di rabbia, di gelosia. — Non è tempo che la mia signora moglie ritorni a Fiumicino?

Ma sopraggiunge una notizia che fa quasi svenire Fanfan dalla gioia e che raddoppia le pene di Luciano, non lasciandogli più tempo di pensare ad altro.

— Il maestro Coccardè, ha risposto — _Oui: j'irai te voir!_ — Ha accettato di venire a Roma da Parigi per assistere alle ultime prove e alla prima rappresentazione della _Fedora_.

— Subito! Subito! _Al Grand Hôtel!_ Il miglior appartamento! E il suo _Champagne!_ Non soltanto, la marca, anche l'annata!

Non beve altro: se non c'è il suo _champagne_ con la marca preferita e l'annata migliore, il maestro Coccardè, a Roma, arrischia di morir di sete!

Don Luciano, quando arriva il maestro, deve andarlo a prendere alla stazione per condurlo direttamente a teatro, dove Fanfan ha la prova. Niente automobile. Il maestro Coccardè li abborre: fetore e sudiciume. Bisogna andare in landò, e in landò chiuso in un giorno in cui si scoppia dal caldo. Il maestro Coccardè ha sempre freddo, è assai delicato di gola e porta con sè una certa tossettina seccherella che deve aver preso dalla _Violetta_ della _Traviata_ e che cura, come tutto il resto, a _Champagne_.

Il maestro arriva col vagone pieno di scialli, di sporte, di bottiglie, di scatole, di valige e di valigette. Non bastano due facchini: anche don Luciano deve caricarsi di una cesta piena di commestibili e di una pelliccia. Il maestro Coccardè ha il cappello a cilindro, un foulard rosso al collo e il paltò. Saluta appena, con mal garbo, il signor D'Orea che abborre quanto i suoi automobili, perchè non è abbastanza signore, perchè è uno spilorcio, perchè non ha orecchio e forse, perchè anche nell'animo del maestro c'è lo stesso sentimento, come in quello di Fanfan, di fierezza indipendente.

In carrozza, nel tragitto dalla stazione al teatro Costanzi, poche parole e non un ringraziamento. Ma sul palco-scenico l'incontro del maestro con Fanfan è commovente: l'abbraccia, la bacia, si scosta, l'ammira: — _Tenez, la voilà!_ — Torna a baciarla e ad abbracciarla. Poi le partecipa la grande notizia.

— Sai, Fanfan?... Sarà qui, indubbiamente, verrà per la prima della _Fedora_, per il tuo nuovo, strepitoso trionfo... Indovina?

— Chi?... — Fanfan ha già capito ed anche Luciano, che diventa verde.

Il maestro Coccardè, si leva la tuba e si toglie dal collo il fazzoletto di foulard per dare la lieta notizia con più enfasi e con tutte le sue poche, ma belle note superstiti:

— Il mio amico, il tuo amico, il nostro carissimo mister Kennet! Ha già fissato l'appartamento all'_Hôtel Bristol!_

A Luciano si annebbia la vista. È furibondo, si sfoga contro lo scenografo e con i coristi, una massa di cani! Poi tace, si rode, s'imbroncia, seduto in un angolo del palcoscenico, finchè Fanfan lo manda via perchè con quel muso dinanzi, è impossibile!... Non può provare!

— Tutte così, le donne!... Tutte così!... Ma soltanto con me! È il mio destino infame!

Continua a bestemmiare e a brontolare per un pezzo. Poi gli viene un'idea: salta in una carrozzella e si fa condurre all'_Hôtel de Rome_.

— Andiamo a sentire da quella mia cara signora moglie quando fa conto di ritornare a Fiumicino!

La _botte_, con un alto ronzino giallo, sfiancato, scende mezzo al galoppo e mezzo al trotto da via Nazionale.

Il pomeriggio è caldissimo. Roma sembra sonnecchiante, prostrata sotto il solleone, che dardeggia fiamme infocate sui graniti delle vie e sui marmi dei palazzi, chiusi e muti. Piazza Colonna è quasi deserta, il Corso spopolato. Il cavallone giallo, scosso da un'improvvisa furia di frustate, ripiglia il galoppo a sbalzi, schioccando i ferri. Luciano, mezzo sconquassato, salta a terra appena in vista dell'albergo di Roma. Fa a piedi l'ultimo tratto, ed entra:

— Che c'è?... Ch'è successo?

Appena sotto il vestibolo è rimasto colpito da un'animazione insolita a quell'ora, in cui non ci sono nè arrivi, nè partenze... Un via vai di gente affrettata, inquieta...

— Che c'è?... Ch'è successo?

Il direttore dell'albergo scende in quel punto precipitosamente dallo scalone, tutto rosso, trafelato, turbato. Ha lo _stiffelius_ e il panciotto sbottonati, e ha in una mano alcuni foglietti; ricette, evidentemente.

— Che c'è?... Ch'è successo?... Forse, Sua Eccellenza?...

L'altro non lo riconosce nella confusione del momento e non gli risponde. Chiama i due fattorini dell'ascensore, e consegna all'uno e all'altro i vari foglietti, raccomandando di far presto, ripetendo il nome della farmacia più vicina, ripetendo le parole etere... ossigeno...

Luciano non ha più dubbio. Suo fratello ha avuto un altro colpo. Corre per andar di sopra, dà una spinta, butta in là un cameriere che incontra, ma quando sta infilando lo scalone, sente parlare concitatamente nel camerino imbottito del telefono. Si ferma, ascolta... Riconosce la voce. Apre l'uscio di colpo, chiamando, gridando forte:

— Signor Zaccarella!

Il signor Zaccarella si volta: è pallido, sfigurato.

— Che c'è? Ch'è successo?... Giacomo... è di nuovo aggravato?

Il signor Zaccarella rimane muto un istante... Lo guarda fisso, volge intorno un'occhiata circospetta, poi gli si avvicina, tenendo sempre nella mano il comunicatore e gli sussurra piano all'orecchio:

— È spirato or ora. Ma silenzio, con tutti. Prima di dare la notizia bisogna aspettare le istruzioni di Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio!

XVIII.

La salma dell'onorevole D'Orea, di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici, è stata esposta in una sala del primo piano, trasformata in cappella ardente.

L'addobbo, in drappo nero e fregi d'argento, è sfarzoso, pesante: in fondo, contro la parete di fronte all'ingresso, il letto piccolo e molto semplice, nel quale Giacomo aveva sempre dormito ed è morto. A' piè del letto, in due enormi candelabri d'argento massiccio, ardono quadruplici ceri istoriati e dietro il letto, sul fondo nero della parete a gramaglia, si apre come un'aureola verde, un grande trofeo di fronde di palme e d'altre piante. Il cadavere giace disteso rigido sulla coltre bianca, la testa alquanto eretta, sopra due guanciali.

Veste l'uniforme rabescata di ministro, il petto costellato di decorazioni, attraversato dalla fascia verde di grande uffiziale; al collo, le varie commende. Tutte queste insegne appartengono al generale D'Entracques che le ha offerte per la circostanza. Giacomo, non ne ha mai posseduta una. Nelle mani in croce sul petto, un umile e vecchio rosario che mette la sua parola di dolore sincero e di benedizione, nella pompa volgare e profana del lutto ufficiale. Pure sulle coltri, una semplice rosa: nessun altro fiore nella camera.

Di Giacomo D'Orea morto, nessuno avrebbe potuto dire la solita frase banale: sembra che dorma! — No, Giacomo D'Orea è morto e apparisce morto nella pietrificazione repentina del corpo, nel disfacimento squallido del volto, in qualche cosa di torbido e d'inquieto, che i dolori e le intime lotte hanno impresso su quel volto scarnito.

Nell'antisala, divisa da una sola parete da quella camera dove tutto è silenzio, pace, riposo, ferve un brulichio sommesso, ma incessante, concitato, una repressa intensità di vita... determinata dalla morte. È l'ufficio del lutto nazionale, espresso nei giornali di tutte le città e di tutte le regioni, nei telegrammi, che dopo quello di Sua Maestà il Re, continuano ad affluire a fasci, ed anche delle visite per le quali donna Remigia D'Orea, inconsolabile, ma ammirabile per fortezza d'animo, ha tacitamente iniziato, guidata dai consigli del D'Entracques, un cerimoniale proprio, abilissimo. Assai elegante, ella sembra più grande e fatta più donna dall'abbigliamento semplice di pizzo nero. È circondata dalla madre, la duchessa Cristina e dal principe di Sant'Enodio, creati e messi al mondo apposta, per una così solenne cerimonia. Mimì Carfo, spettinata, mal vestita di nero, col viso smorto, disfatto dalla stanchezza e dalle lacrime, eseguisce come un automa tutti gli ordini che riceve sottovoce, da Remigia e dal D'Entracques.

Donna Remigia, oltre ad essere «ammirabile per fortezza d'animo» è ammirabile pure «per la sua forza di resistenza». Ella, attenta, vigila su tutto, risponde a tutti. Non ha più alcun bisogno nè di cibo, nè di sonno. Rimane al suo posto sicura, facendo sempre prevalere la sua volontà, — che è poi quella del D'Entracques, — in ogni cura, in ogni particolare, in ogni rapporto determinato dalla disgrazia.

Sulla soglia d'accesso, il signor Zaccarella ritira i telegrammi da un usciere del Ministero: un impiegato di gabinetto li apre, li porge a donna Remigia che li scorre rapidamente e ne trattiene uno o due su dieci, i più importanti, che fa leggere anche al D'Entracques. Tutti gli altri, i telegrammi consueti dei sindaci, delle deputazioni provinciali, dei Circoli, delle Associazioni vengono distribuiti a due altri impiegati che, seduti ad un gran tavolo sotto la finestra, lavorano febbrilmente a farne lo spoglio per i comunicati al Ministero e alla _Stefani_.

La duchessa è in ammirazione dell'Idola, ma è anche inquieta:

— Tanta forza d'animo, tanta forza di resistenza, un coraggio tanto ammirabile, non finiranno poi per abbattere la sua fibra così gracile e delicata?

La duchessa Cristina comunica i suoi dubbi, le sue pene al generale D'Entracques che cerca di tranquillarla, pur non essendo egli stesso del tutto tranquillo, tanto che sovente ripete a Remigia, sottovoce:

— Non abusi... di lei stessa...

Ella lo guarda, si passa il fazzoletto su gli occhi e sospira:

— Povero Giacomo!

Poi si volta al signor Zaccarella che le mostra il brano di un giornale in cui è meglio rilevato «lo spettacolo ammirabile, di fermezza, di coraggio, di abnegazione, offerto dalla giovine vedova del ministro, nel lutto improvviso, nel grande dolore che l'ha così fieramente colpita».

Il treno corre via rapidissimo per la campagna romana grave d'afa e d'immobilità, chiara e triste nell'albore diffuso della luna che declina. Tutti i vetri sono calati, eppure non un lieve respiro di brezza tempera la notte arsa. E va il treno attraverso il paesaggio pallido, smorto, tra il sonno malinconico delle alberelle disperse, e la gran veglia spettrale degli acquedotti romani... Da lontano, a intervalli, lustrano, come lamine d'acciaio fuso, sprazzi di mare.

Le due signore, la zia Gioconda e Maria, sole nello scompartimento, sedute l'una in faccia all'altra, pare che evitino studiosamente d'incontrarsi con gli occhi. Ma la vecchia, talora, come riscotendosi da un'assenza del pensiero, si sorprende con lo sguardo sulla giovine. Allora un sorriso scialbo le si abbozza sul volto, poi ancora si volge a contemplare la campagna che fugge, che fugge in tristezza infinita. Un fischio lungo spezza l'aria; la vecchia curva e macera ne rabbrividisce. Ella guarda Maria... tutto il pallore della luna sembra morirle sul viso sbianco attraversato da una riga di capelli, lunga e nera, come una ferita. La vede sussultare nelle spalle così pietosa, così vinta; stende le mani secche e tremanti, stringe, stringe forte la mano di lei e le sussurra:

— Come ti senti?

Maria non la guarda; ha gli occhi fissi nel vuoto. Risponde con la voce che si spegne:

— Male...

FINE.

Opere di Gerolamo Rovetta

Romanzi e Racconti:

=Mater Dolorosa=, romanzo. =Il tenente del Lancieri=, romanzo. =L'Idolo=, romanzo. =Baby=, romanzo. =Ninnoli=, racconti. =Il processo Montegù=, romanzo. =Le lacrime del prossimo=, romanzo. =Sott'acqua=, romanzo. =Il primo amante=, romanzo. =Tiranni minimi=, racconti. =La Baraonda=, romanzo. =La Signorina=, romanzo. =Novelle.= =Casta Diva=, novelle. =La moglie di Sua Eccellenza=, romanzo.

Teatro:

=Un volo dal nido=, commedia in tre atti. =La moglie di Don Giovanni=, dramma in quattro atti. =In sogno=, commedia in quattro atti. =Gli uomini pratici=, commedia in tre atti. =Scellerata!....= commedia in un atto. =Collera cieca!=, commedia in due atti =La contessa Maria=, dramma in quattro atti. =La trilogia di Dorina=, commedia in tre atti. =I Barbarò=, commedia in un prologo e quattro atti. =Marco Spada=, commedia in quattro atti. =La cameriera nova=, comm. in due atti, in dialetto veneziano. =Alla Città di Roma=, commedia in due atti. =La Realtà=, dramma in tre atti. =Madame Fanny=, commedia in tre atti. =Principio di Secolo=, dramma in quattro atti. =I disonesti=, dramma in tre atti. =Il ramo di ulivo=, commedia in tre atti. =Il Poeta=, commedia in tre atti. =Le due coscienze=, commedia in tre atti. =La moglie giovane=, commedia in quattro atti. =A rovescio!=, commedia in un atto. =Romanticismo=, dramma in quattro atti. =La Baraonda=, dramma in cinque atti.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta