La moglie di Sua Eccellenza

Part 27

Chapter 273,741 wordsPublic domain

— Giù, giù, giù!... Giù la maschera! Tua sorella, non amo che lei, vivo e muoio per lei, l'amo, non penso che a lei, non m'importa più altro che di lei, l'amo, l'amo, l'amo, — hai capito? — e a questo mondo è tutto indifferente, è tutto niente, famiglia, leggi, patria, amicizia, ricchezze, salute, onore, è niente, non c'è che l'amore, l'amore, di grande, di vero, di forte, di buono, che valga il prezzo della vita, che valga il prezzo della morte! Sì! Sì! Non è quello che ha scritto l'_Allarme!_ te lo avrei perdonato! È l'altro, il teatro, il Costanzi, che non ti perdonerò mai perchè... Perchè è vero! Perchè amo tua sorella! Mia cognata!... E io sono un colpevole!... La mia colpa è mostruosa per te che giuochi all'amore col D'Entracques, per le tue amiche, la Della Gancia che trova i suoi amanti per le strade e la Capodimare che sceglie i suoi nelle Banche!... Sì, son col... colpevole. La mia è una colpa; ma questa mia colpa è amore, è passione, è forza, coraggio, sincerità, e vale cento, mille volte di più, è cento, mille volte più bella e più alta della tua virtù, tutta un piccolo mosaico di calcolo, di doppiezza, di bassezza, di bugia, di prudenza, di simulazioni! Nella mia colpa, così orribile, c'è il cuore, tutto il cuore! Nella tua virtù, così levigata e lucidata, non c'è che egoismo, aridità, sterilità, cattiveria! Della mia colpa si muore! La tua virtù, fa crepare gli altri!...

Remigia, smarrita, pallida, vacillante, tenta di sciogliere la sua mano dalla stretta di Giacomo: non può. Egli continua con la voce più bassa, più rotta, più convulsa:

— Giù! Giù! Giù la maschera! Tu e gli altri! Compagnia... di virtuosi istrioni! Tuo cugino, muore tisico per te! Tu lo sai. Tutti lo sapete! Ma non si dice, non si deve dire per non darti il fastidio, l'incomodo, non di avere, ma di fingere un po' di dolore, un po' di compassione! Rimorso, no! Ri... morsi mai! Tu sei troppo illibata, troppo virtuosa, troppo innocente per avere rimorsi!

— Lasciami andare! — continua a ripetere Remigia. — Lasciami andare!... È una vigliaccheria! Lasciami andare... o chiamo!... Mi fai male!... Bada... Chiamo!...

Giacomo non la vede più, non vede più niente, i suoi occhi smarriti vagano lontano...

— La tua virtù! La tua virtù!... Dove passa la tua virtù passa il dolore... È un gelo di dolore e di morte la tua virtù!... Che cosa ti aveva fatto missis Britton!... E non lo ami il D'Entracques perchè tu non amerai mai nessuno, fingendo di voler bene a tutti, uomini e bestie! Tu ridi, scherzi, spari i fuochi artificiali de' tuoi occhi e dei tuoi sorrisi col D'Entracques e spezzi il cuore a una povera donna! Tu resti virtuosa!... E quella povera donna, dopo aver tutto sacrificato a lui, e dopo tanti anni di amore resterà sola, infelice, con la vita infranta! — Ti fa meraviglia che io sappia questo?... Io so tutto! Io vedo tutto! E anche dentro di te! Sì, per questo devi aver paura, hai ragione di aver paura! E vedo nel tuo cuore candido... e freddo come il ghiaccio! Vedo nella tua anima vuota... deserta... — La mano si rallenta, Remigia riesce a sciogliersi, ma resta lì a guardarlo immota, tanto è sfigurato. Egli balbetta più forte: — Per que... questo... ti o... dio... per... perchè ti conosco, ti co... nosco... Sei perfida... per... per... per... — Fa uno sforzo: non riesce a ripetere la parola, straluna gli occhi, gira su sè stesso e stramazza di peso per terra, privo di coscienza, di moto, di senso.

— Mimì! Mimì!

Remigia corre fuori dalla stanza, corre per il corridoio, gridando con voce forte, disperata, che si ripercuote in tutto l'albergo:

— Mimì! Mimì! Mimì!

XV.

Secondo i giornali favorevoli al ministero, Sua Eccellenza D'Orea non ha avuto che un breve deliquio, per eccesso di fatica, di lavoro, un'indisposizione, prontamente superata. «Fra un paio di giorni, l'illustre uomo sarà di nuovo al Ministero, e intanto, anche riguardato nel suo appartamento, continua con la consueta alacrità nel disbrigo degli affari più urgenti».

Per i giornali dell'opposizione, invece, per i socialisti ed i repubblicani, l'onorevole D'Orea è stato colpito da un insulto apoplettico. «Caso gravissimo, disperato: perduta la parola; tutta la parte destra del corpo, paralizzata».

Questo grave avvenimento, serve tuttavia a distrarre l'attenzione del pubblico dall'articolo dell'_Allarme_. Nessun altro giornale lo commenta, lo riporta: l'_Allarme_ stesso riconosce l'attacco ormai intempestivo e non vi insiste più. Succede, al contrario, un cambiamento di giudizi, curiosissimo. A poco a poco, l'onorevole D'Orea, dato addirittura come spacciato, — è — anzi era, — per i giornali dell'opposizione, «l'unica forza, la bandiera e il timone del ministero, che per la scomparsa di un tal uomo dovrà fatalmente e inesorabilmente cadere sfasciato, tra le secche dei rimpasti». A poco a poco, per i giornali ufficiosi, il deputato di Pontereno e il ministro dei Lavori Pubblici diventano un uomo e un portafoglio di secondaria importanza. Anzi, qualcuno, arriva addirittura a far capire che «allontanandosi il D'Orea, elemento forse troppo conservatore per la fisonomia del ministero attuale, questo avrebbe potuto muovere più spedito e più agile verso tutte quelle riforme tributarie e sociali reclamate dal paese».

Remigia, intanto, legge tutti i giornali col signor Zaccarella, va sulle furie e in convulsioni. Più che contro i giornali avversi, — vanno per la loro strada! — grida e si arrabbia contro i giornali «falsi amici», i venduti, che odorano il vento dell'opportunismo, pronti alla defezione e al tramonto! Ma sfogatasi col signor Zaccarella due volte al giorno, al mattino e alla sera, — i giornali del pomeriggio non hanno una grande importanza, — ella si mostra serena, sicura, dà tutti gli ordini e fa preparare vestiti e cappellini per le feste di Napoli, della Spezia, di Venezia, alle quali assisterà col suo Jack, tesöro.

Dall'_Albergo di Roma_ parte la parola d'ordine e tutti la mettono in giro, — la Capodimare, i della Gancia, il Paparigopulos e anche il D'Entracques, — Giacomo D'Orea sta bene. È per l'ostinazione di sua moglie che aspetta ancora un paio di giorni, prima di farsi vedere al ministero!

In quanto al signor Zaccarella, premesso che Sua Eccellenza D'Orea ormai sta benissimo e lavora tutto il giorno con i segretari, nel suo gabinetto, torce le labbra con supremo disprezzo pronunziando il nome del _socialista_ dottor Davos e sentenzia: — per sbarazzarsi dei propri nemici, non c'è di meglio che fare... il dottore. — Poi, dopo aver riso compiacendosi del proprio spirito, torna grave, impettito, e si batte tre volte, con le dita raggruppate della mano sullo stomaco:

— In-di-gestione. Sua Eccellenza è ghiottissimo delle fragole alla panna. Una semplice indigestione.

In una cosa sola l'autorità del dottor Davos è riconosciuta e rispettata: nella prescrizione che Sua Eccellenza D'Orea, tranne i segretari, non debba nè ricevere, nè veder nessuno... ancora per un paio di giorni.

Donna Remigia stessa fa osservare scrupolosamente la consegna, ripetendo a tutti:

— Non ci lascio entrare in camera nemmeno Mimì! Io stessa, mi sacrifico e ci vado pochissimo. Lavora anche troppo co' suoi segretari «per il disbrigo degli affari» senza affaticarlo di più inutilmente.

Il «disbrigo degli affari» è una frase fatta che oramai donna Remigia va ripetendo cento volte al giorno!

Ella pure è in grandi faccende, e avrebbe bisogno di segretari se non avesse il signor Zaccarella che fa per dieci.

Il salotto dell'albergo di Roma è diventato quasi l'anticamera del ministero dei Lavori Pubblici e il signor Zaccarella dà udienza, risponde alle lettere che chiedono notizie, riceve personaggi, manda il bollettino ai giornali, ed è lui stesso che stende il telegramma della signora duchessa, in risposta a quello di Sua Maestà, che si congratula per il «sicuro miglioramento» e rinnova i voti «per la pronta completa guarigione».

«Commossa, riconoscente interessamento Maestà Vostra salute mio amato consorte, onoromi confermare alla Maestà Vostra condizioni sempre migliori. Voglia gradire Vostra Maestà profonda gratitudine, ossequi devoti, ecc. ecc...»

Questo telegramma, per altro, prima di essere spedito, deve ottenere l'approvazione anche del conte D'Entracques: «Sua Eccellenza», come lo chiama adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando con la duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso con Sua Eccellenza D'Orea.

Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa, inquieta e strapazza la povera Carfo continuamente, perchè sta sempre lì immusonita, perchè non è sicurissima che il signor D'Orea sia completamente guarito in un paio di giorni, e possa assistere alle feste di Napoli, della Spezia e di Venezia.

— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà, tu, invece di un conforto, diventi un peso!

Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah, _mon Dieu!_ — s'incontra... nella vecchia Sbirlingonia! In missis Eyre!...

Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto dignitoso, da vera ministressa.

— A Roma, missis?... Come mai?

— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non la posso vedere! Vado all'_Abetone_. Ne ho abbastanza della Svizzera e della _Tête-pointue!_ — Poi il viso secco diventa più verde: sta schizzando il fiele.

— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei giornali, sempre malissimo?... Ne sono desolata.

— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che è già tornato al ministero. Buon giorno, missis Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta le spalle e se ne va furiosa.

— Vecchia arpia!

A mammà ha sempre scritto e fatto telegrafare ottime notizie, tenendola in guardia, — l'espressione è del signor Zaccarella, — contro le informazioni pessimiste di fonte avversaria. Ma con tutto ciò, alla fine del terzo o del quarto paio di giorni, che occorrevano a Giacomo per rinfrancarsi pienamente e tornare al ministero, la duchessa Cristina e il principe Rosalino arrivano, senza nessun preavviso, all'_Albergo di Roma_. Si presentano all'Idola inquieti, ansiosi, con le lacrime agli occhi: ma l'Idola, più sorpresa e contrariata, che soddisfatta, li accoglie di malumore.

— Perchè non avete scritto o telegrafato? Sapete che io non amo le improvvisate!

Ma ormai sono lì, non può mandarli via e bisogna continuare nella solita commedia dell'indisposizione passeggera, e mentre Remigia abbraccia la mammà cara e lo zio Rosalì tesöro, il signor Zaccarella continua gravemente a battersi il petto con le dita raggruppate:

— Scherzi dello stomaco!... Le fragole con la panna!... Indigeste quanto mai!

Poco dopo, la duchessa e il principe, entrati all'albergo con la faccia costernata, ne escono in carrozza scoperta insieme all'Idola e si mostrano ilari e contentissimi. Non hanno ancora potuto vedere il caro Giacomo, occupato co' suoi segretari «nel disbrigo degli affari più urgenti», ma sono felici delle ottime notizie avute.

— Proprio vero, — sentenzia il principe di Sant'Enodio: — se vuoi sapere, vai; se non vuoi sapere, manda!

Egli saluta affabilmente dalla carrozza con le scappellate, con i cenni della mano. È sempre cortese, ha sempre il sorriso sulle labbra e il complimento opportuno, eppure soffre tanto per il suo figliuolo, lontano.

— Mah! Gli eccessi dello sport!... la pipa!... Ostinato! Caparbio!... — Egli ha finito anche per crederlo, a forza di ripeterlo. E... chi sa?... Finisce quasi per crederlo anche il povero Totò, ammalato, morente in mezzo al mare, sotto quel sole che lo abbrucia senza riuscire a riscaldarlo!

Remigia, dalla carrozza, mostra alla folla del corso, tutta la grande gioia di essere con la sua mammà. Saluta espansiva e gaia, e fa il nome alla duchessa Cristina delle signore più alla moda e dei personaggi più importanti. A un tratto si oscura in viso:

— Non guardate a destra! C'è quel cretino odioso di Luciano! Non bisogna più salutarlo! Ha inventato tante cattiverie! Che Giacomo è gravemente ammalato! Che ha fatto un colpo!

— Che uomo!...

— Che essere!

Remigia comincia a difendere sua sorella.

— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara!

— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna andare al tè da Guendalina. Si passa un'ora piacevolissima! Non troppa gente e tutti simpaticoni!

Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono che i della Gancia, il D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos.

Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si erano mostrate amicissime più che mai e più che mai legate, a doppio filo, con donna Remigia D'Orea. Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le voci corse del colpo apoplettico. Le due signore — compreso Cincino e Paparigopulos, — assicuravano di vedere il D'Orea tutti i giorni, di averlo trovato sempre nella sua piena lucidità di mente, e, si capisce, sempre dedito con i suoi segretari «al disbrigo degli affari più urgenti».

Guendalina Capodimare, consigliata in questo e spinta anche un pochino dalla cognata, non solo ha accettato, per il momento, la sostituzione del vecchio barbuto professore di Torino, al suo giovane elegante e sbarbato fratello nella commissione marconiana, ma conviene, rassegnatamente, di aver forse peccato lei, per troppo zelo, a proposito della famosa firma e della sottoscrizione in omaggio al Sommo Pontefice.

Chi solo naviga in cattive acque e si trova stretto tra l'uscio e il muro delle dimissioni, è il malcapitato Leonida dal cappellone, ex-repubblicano... e di nuovo molto radicale!

Con le principesse romane non è riuscito a perdere la virtù, ma sta per perdere l'Eccellenza: l'_Allarme_ tace, ma vigila. Nel consiglio dei ministri, Sua Eccellenza Staffa è già stato liquidato.

— Un vero _Rabbagasse_ antipaticissimo! — È l'orazione funebre di tutte e tre: Quanita, Guendalina e Remigia, con la muta, ma eloquente approvazione di Paparigopulos.

Remigia entra allegra e festante nel salotto della Capodimare:

— Guendalina! Quanita! Vi conduco mammà! La mia cara mammà! E anche il mio tesorone caro! Lo zio Rosalì!... Son venuti oggi, da Napoli!... Per uno dei miei tanti onomastici e per passare qualche giorno con me e con Jack!

Si capisce che questa dev'essere la parola d'ordine per spiegare l'arrivo a Roma dei parenti.

Dopo le presentazioni, le due signore s'impossessano subito della duchessa Cristina, evocando ricordi, aneddoti, parentele, mentre il cavalier Paparigopulos, a un cenno della Capodimare, attacca conversazione, più a monosillabi e a smorfie che a parole, e intermediario l'astuccio delle sigarette, con il principe di Sant'Enodio. Questi, per la circostanza, accesa una sigaretta di Paparigopulos e soffiando il fumo dal naso, sfoggia gravemente un proverbio orientale:

— Donna bruna... e tabacco biondo!

Remigia e il generale d'Entracques, sorbendo il tè e ammirando le magnifiche incisioni all'acquaforte, — sono del Durer, nientemeno! — passano nell'attiguo gabinetto. Lì soli, Remigia cambia ad un tratto colore, voce, espressione.

— L'intelligenza si mantiene abbastanza lucida, ma non può muovere il braccio e parla stentatamente, ingarbugliandosi...

— E il dottore che cosa dice?

— Il dottor Davos prevede vicino un altro colpo e il dottor Dolder comincia a non escluderlo più...

Remigia sospira, e abbassa la voce: — È stato sempre tanto cattivo e ingiusto con me... Pure, gli ho perdonato e mi fa compassione!

Il D'Entracques la guarda con tenerezza.

— È naturale. È suo marito ed è molto ammalato!

L'Idola ha un tremito leggero che la fa tutta vibrare e gli occhi, fissando il D'Entracques, si riempiono di lacrime. Bisbiglia appena:

— Ho paura.

— Di che? — domanda ansioso il generale.

— Mi vedo sola, mi sento sola e ho paura!

Il D'Entracques le prende una mano e gliela stringe forte, mentre guarda Remigia lungamente.

— Lei capisca... ciò che io oggi non voglio, non posso dire. Felice... non so se potrà esserlo ancora. Ma... sola, no. — Si avvicina di più, si fa forza, e mentre nel salotto si sentono squillare le risa di Guendalina e di Quanita, egli le bacia la mano con devozione mormorando: — Amico... o... come vuole, tutto ciò che vuole: io le appartengo interamente.

La giovane signora lo guarda lei, adesso, a lungo, poi scrolla il capo lievemente con una grande profonda malinconia negli occhi.

— Interamente... no.

Il D'Entracques diventa pallido, quasi terreo, mentre risponde con la voce alterata:

— È partita per sempre!

XVI.

Quando Remigia torna all'albergo, trova sul portone il signor Zaccarella che l'aspetta e l'accoglie con la cera torbida delle brutte notizie.

— Sta male?...

— No. Sono arrivate donna Maria Grazia e la signora Gioconda!

Remigia, ch'era già saltata a terra, si ferma in mezzo al marciapiede, esterrefatta, mentre la duchessa Cristina, a sua volta, resta con un piede sul predellino del landò, e con la mano nella mano, che le offre il fratello di Rosalì.

Remigia si rimette prontamente dal primo stupore e, per guadagnar tempo, si arrabbia con mammà.

— Che fai, lì, a mezz'aria? È tardi! Bisogna ancora vestirsi!

Entra in fretta nell'albergo, lasciandosi dietro la madre e lo zio e domandando al sig. Zaccarella:

— Dove sono?... Con la contessina Carfo?

— No; sono entrate subito da sua Eccellenza!

Remigia scatta furibonda.

— I dottori non vogliono!... Tanto il dottor Davos che il dottor Dolder, hanno proibito che Sua Eccellenza parli, si affatichi, veda gente!

Il signor Zaccarella fa un atto di scusa.

— La signora duchessa non era in casa; io solo, non potevo oppormi... alla signora Gioconda D'Orea.

Remigia, mentre l'ascensore sale al piano nobile, resta pensierosa e perplessa in faccia allo Zaccarella. Sente che c'è lì, adesso, un'altra volontà, forte come la sua.

— Hai visto Maria? — domanda subito a Mimì Carfo, entrando con lei nel salotto.

— Com'è giù, mio Dio! — risponde la Carfo. — Com'è giù!... Fa paura!

— Fa paura? — ripete Remigia. Si cambia l'espressione del suo volto; cambia il corso dei suoi pensieri.

Entrano pure nel salotto la duchessa Cristina e il principe Rosalino. Sono ansanti e titubanti; non sanno come comportarsi con Maria Grazia, non volendo contrariare l'Idola. Si fermano, aspettando, a rispettosa distanza. L'Idola non si cura di loro. Parla sempre sottovoce con Mimì.

— Vado anch'io, da Giacomo, per salutare mia sorella e la zia Gioconda. Ti pare?...

— Così? — obietta la Carfo semplicemente, osservandola dalla testa ai piedi. — Senza prima cambiarti?

Remigia è vestita di foulard rosso scarlatto, con un cappellone a tricorno che le sta a maraviglia, ma ancora più straordinario del solito.

— Mi cambio in un attimo, senza nemmeno chiamare la Carolì. Vieni di là!

La duchessa Cristina si fa coraggio e il principe Rosalino anche. Domandano quasi insieme:

— Noi... che cosa facciamo?

— A... Maria, che cosa diciamo?

— Andate a vestirvi per il pranzo!... Maria la vedrete a pranzo e Giacomo lo saluterete domani.

La madre resta ancora a bocca aperta; Remigia gliela chiude soggiungendo:

— Ricordati, gioia! Si pranza alle sette e mezzo!

In dieci minuti, Remigia è pronta. Ha un abito semplice, scuro, attillatissimo, chiuso fin sotto al mento. Quando attraversa il corridoio con Mimì, avviandosi verso le stanze di Giacomo, incontra Maria che ne esce.

Si fermano tutt'e due. Remigia, colpita, la guarda, la fissa un istante: — Dio mio, che cambiamento! Non è più bella, non è più nemmeno giovane! Soltanto gli occhi le sono rimasti, gli occhi neri, grandissimi, che sembrano ancora più neri e più grandi.

Remigia, d'un tratto, le salta al collo, abbracciandola con straordinaria effusione. Maria rimane immota; immote le labbra, senza parole, senza sorriso. Soltanto quando la sorella si stacca da lei stende una mano alla Carfo, che la stringe e la tiene istintivamente fra le sue, come per riscaldarla, tanto la sente fredda, di ghiaccio.

Remigia parla a Maria sottovoce, in fretta, con grandissima volubilità.

— Tu, come l'hai trovato?... Che impressione ti ha fatto? Ah, mio Dio, che disgrazia! Il re mi ha già telegrafato due volte! Che ne dici? Mi dici di sperare? Io spero assai! Il dottor Davos vede nero; ma non è spassionato e non m'ispira fiducia. Invece il dottor Dolder è assai meno pessimista. Il dottor Davos pretende assolutamente che il colpo... — abbassa ancor più la voce, — perchè è proprio stato un colpo, debba ripetersi. Il dottor Dolder, no... Giacomo è ancora giovane... Certo, bisogna tenerlo sorvegliato assai. Nessuna fatica, nessuna commozione. C'è qui anche mammà e lo zio Rosalì; ma non è il caso di spaventarli perchè... non c'è da fidarsi! Due tesori, ma chiacchierano, senza saperlo, e mi hanno tanto raccomandato, anche il presidente del Consiglio, anche il ministro della Guerra, di non spargere notizie inutili, per non inquietare il paese. Guai se il ministero dovesse cadere in questo momento! E non è nemmeno il caso perchè Giacomo sta proprio meglio davvero! È rimasto in istato _comatoso_, — è il termine medico scientifico, — per più di tre ore. Poi ha cominciato ad aprir gli occhi, poi ha cominciato a riconoscere le persone. La prima sono stata io. Ma non poteva articolare parola, nè muoversi. Adesso, invece, parla e si muove anche un po'. Tu, in complesso, lo hai trovato benino, non è vero?

Maria cerca di sciogliere la mano dalle mani della Carfo e fa per allontanarsi.

— Vai di là?... Avrai certo bisogno di riposarti un poco? — E la zia Gioconda? Vi hanno dato, almeno, delle buone stanze?

Maria strappa la mano e fugge via singhiozzando.

Remigia guarda Mimì.

— Hai ragione! È proprio giù da far spavento!

La Carfo abbassa il capo e non risponde.

— Ma che ha, mio Dio, quella cara gioia? — Remigia, che non conosce nè l'amore, nè il dolore, non arriva a comprendere come l'amore e il dolore possano ridurre una creatura in quel misero stato. — Chi sa? Certo, dev'essere molto ammalata! Anche a Giacomo deve aver fatto un'impressione assai penosa. Ti pare?

Mimì Carfo ha perduta la parola; è rimasta come trasognata. Remigia si stringe nelle spalle, va quasi in fondo al corridoio, afferra la maniglia del penultimo uscio... È quella la stanza che precede la camera da letto di Giacomo... Si ferma, esita un istante prima di aprire.

Tutti i giorni, e anche più di una volta al giorno, Remigia visita il marito, ma senza mai restar sola con lui. Però, a mano a mano che l'occhio invetriato e spento riacquista la vita e l'intelligenza e comincia a fermarsi su di lei, ella prova un senso d'imbarazzo, di inquietudine, di collera. La scena successa, quelle smanie, quelle grida, erano i prodromi del male che lo assaliva. Erano grida, smanie, le idee confuse e pazze di una mente in convulsione. Lui non poteva ricordarle e lei doveva dimenticarle...

— Perchè gli occhi di Giacomo la fissavano irrequieti... e tornavano a diventar minacciosi come allora?...

Remigia apre, entra.

Nella prima stanza, c'è il vecchio Gaudenzio. Sta lì, che pare di guardia.

— Non c'è dubbio! È stato lui a telegrafare a Fiumicino!

Appena egli vede la signora si alza in fretta, facendole cenno con la mano di fermarsi, e, in punta di piedi, si affaccia all'uscio dell'altra camera.

— Dorme? — gli domanda Remigia sottovoce.

— No. Chiamo la signora Gioconda!

Remigia frena un impeto di collera. Come?... Dovrebbe fare anticamera prima di entrare da suo marito, e aspettare anche di esservi introdotta per grazia da questa... signora Gioconda?

— Sono io, qui, la moglie e la padrona! — Si avanza risoluta, ma in quel punto le viene incontro una vecchietta piccolina, secchina, con i lunghi ricciolini grigi e il viso bruno dalle rughe fonde e diritte, come intagliate nel legno. È vestita di scuro, assai dimessa; ha un fazzoletto nero di seta sulle spalle; ha gli orecchini d'oro e un grosso spillone d'oro in mezzo al petto.

— Oh, zia! — saluta Remigia con la voce e il tono affettuosissimi. Si danno la mano, si sorridono, ma non si abbracciano. — Oh, zia cara, come lo hai trovato il nostro Giacomo?... Benino assai, non è vero?