Part 25
La Capodimare, la della Gancia si voltano verso il D'Orea e l'una sentimentale, l'altra vivacissima, fanno pure i loro rallegramenti.
— Sa e sente ciò che dice!
— A me piace moltissimo! Sarà, non sarà una grande artista, a me piace moltissimo!
Il cavalier Paparigopulos, dal suo sedile, continua a inviare inchini gratulatorî al D'Orea, alzando e abbassando il capo, aprendo e stringendo le labbra, mentre il marchese Pio, svegliatosi allora, gli dà la mano esclamando:
— In gonnellino corto!... Con la parrucca bianca! È un capolavoro!
— E che _bijoux!_ Uno splendore!
Anche Remigia torna al parapetto del palco, e dopo un rapido giro d'occhi per osservar D'Entracques e missis Britton, torna a puntare il canocchiale su Fanfan.
— ... Bella _toilette!_ Una meraviglia!
— _Madame_ Croisard! — Don Luciano parla lentamente, con grande importanza. — Oggi a Parigi, non si parla che di _madame_ Croisard. Vedrete la _toilette_ del terzo atto! La principessa di Galles, l'ha voluta, tal'e quale! — Si arrabbia guardando verso la scena e borbotta tra denti: — Animale! — Poi, in fretta, fa un saluto per andarsene.
— Scappi via?
— Vado a dare dell'asino all'elettricista. Adesso doveva abbassare la luce e non sta mai attento...
Remigia è eccitata dal teatro, dal pubblico, dalla musica, dal palco di faccia. Gli grida dietro:
— A _Manön!_... Rallegramenti sincëri!
Don Luciano, appena arrivato sul palcoscenico, dimentica la luce e l'elettricista. Fanfan, il viso rorido fra le chiazze del belletto, raggiante, scintillante di gioia e di gioie, rientra allora dalla scena, dopo due altre chiamate. È commossa, delirante.
Piange e ride. Abbraccia il maestro dei cori, l'impresario, il direttore di scena, abbraccia la cameriera... e in quella confusione abbraccia anche Luciano.
Giovanotti eleganti, maestri di musica, giornalisti le sono tutti d'attorno, complimentandola, ammirandola, quasi soffocandola.
Fanfan ringrazia i suoi buoni amici, ringrazia Roma, ringrazia la bella Italia.
— Oh l'Italia! l'Italia! La vostra Italia!
Don Luciano porta la constatazione del successo: un successo morale, più ancora di convincimento che di applausi.
— Le signore, poi!!... L'entusiasmo delle signore è straordinario!... La principessa Capodimare! La marchesa della Gancia, mia cognata... Mi hanno incaricato di farvi i loro rallegramenti!
— La moglie di Sua Eccellenza D'Orea? — domanda il critico del _Corriere Romano_, che sta scrivendo in fretta tutti quei nomi.
— Sì, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici. Mio fratello.
Don Luciano, socialista, non ripudia sul palcoscenico la sua parentela con il ministro. Anzi, tutt'altro, perchè gli conferisce autorità.
Fanfan, ch'è ancora sull'uscio del camerino, rompe la folla degli adoratori, attraversa di corsa il palcoscenico, chiamandosi dietro Luciano, e si mette per guardare da una spia del telone nella sala.
— Fatemi vedere vostra cognata!
— Guardate a destra...
Fanfan si curva, mette l'occhio al piccolo foro; Don Luciano approfitta della vicinanza e col braccio leggero le circonda la vita: Fanfan si divincola con un contorcimento serpentino e uno sguardo irato.
— Fatemi vedere vostra cognata!
— Il palchetto... il quarto dalla scena... Ci sono tre signore...
— Sì! Sì! Vedo!... Una, con i capelli incipriati... Che belle perle!
— Non è incipriata. Ha i capelli bianchi, davvero!
— Così giovane? Sta benissimo! È quella vostra cognata?
— No. Quella è la principessa Capodimare. L'altra.
— La bruna? Oh!... Che magnifici _solitaires!_
— No! Quella è la marchesa della Gancia! Quella in mezzo! La bionda!
Fanfan fissa attentamente Remigia, poi domanda a Luciano aggrottando le ciglia:
— Somiglia a vostra moglie?
Luciano risponde di no con un'alzata di spalle assai significativa e sprezzante, che rassicura Fanfan. Ella torna a guardare dal sipario, allegramente:
— Oh! _Quelle est pétillante la petite blonde!_
Luciano, guarda anche lui da una fessura:
— Quello che entra adesso nel palchetto... Lo vedete?
— _Ce grand monsieur?_...
— È il ministro della Guerra. Il conte D'Entracques!
— È il suo amante?... _Tout le monde le dit!_
Luciano fa un'altra alzata di spalle, ma con più indifferenza.
— Quella lì, non avrà mai un'amante... proprio davvero. Troppo incomodo.... e nessun divertimento!
— Caro voi!... Tutto il mondo lo dice!
— Allora... sarà. Ma in tal caso, non una passione! Viceversa.... una speculazione! — Fa il solito ghignetto e soggiunge: — Per il D'Entracques affatto passiva!
Il macchinista dà la voce:
— Largo, signori! Attenti!
Fanfan corre nel camerino a vestirsi per il terzo atto e Luciano si ferma in mezzo al palcoscenico a comandare e a brontolare, sorvegliando il cambiamento di scena.
XII.
Mimì Carfo è assai inquieta. Il dottor Davos ha un altro ammalato grave e non può aspettare. Guarda l'orologio, poi si alza:
— Tornerò domattina!
Mimì insiste, lo prega di rimanere ancora un momento.
— È necessario che parli lei con Remigia, subito... stasera!
— E poi? — replica il dottore, pensando alla signora D'Orea. — Si persuaderà?
— Certo, se le dice lei, che bisogna farlo, per salvare suo marito!
Il signor Zaccarella, che dal balcone guarda giù, lungo il corso, rientra frettolosamente e attraversa il salotto di corsa.
— È qui! È qui! Ho veduto la carrozza della signora duchessa!
Mimì Carfo si alza, ma non ha il coraggio di andarle incontro; lascia che la prima notizia le sia data dal signor Zaccarella. Il dottor Davos, un po' inquieto a sua volta, fa qualche passo su e giù meditabondo, preparando in mente ciò che dovrà dire alla duchessa D'Orea, che non gli ispira nessuna confidenza e nessuna simpatia.
Il signor Zaccarella ritorna subito, con la faccia ancora più costernata e si ferma sull'uscio che tiene aperto. Remigia entra: si ferma ritta, in mezzo al salotto.
— È così, dottore? — È rossa, ansante. — È così?
— Mah! — Il dottore, un omettino piccolo, magro, assai sparuto e tutto nero, — vestito, barba, capelli, — allarga le braccia: — Mah! — Sono neri anche i pronostici.
Remigia batte ripetutamente il piedino sul pavimento:
— Si spieghi, la prego, e faccia presto. Vede, come son nervosa! Mio marito, come sta?
— Ora dorme. La crisi è superata.
— Dunque sta meglio?
Il dottore non risponde; crolla il capo.
— Non esageriamo, dottore, per carità!... — Remigia siede sbuffando mentre Mimì le leva il cappellino. Lo Zaccarella sta in guardia sull'uscio. Siede anche il dottore, accavallando una gamba sull'altra.
— Due sole parole, signora duchessa, perchè ho un'altra visita da fare. Io non esagero: dico sempre la verità, e quando lo credo necessario, come nel nostro caso, la dico senza pietose reticenze che possono essere dannose.
— Ma se sta già meglio, se riposa, se dorme, non c'è da inquietarsi!
— Invece c'è da inquietarsi... moltissimo. Il caso può rinnovarsi... più grave... fors'anche letale.
Remigia diventa pallidissima, mentre Mimì congiunge le palme alzando gli occhi al cielo con un sospiro, e il signor Zaccarella, che ormai ha indovinato i sentimenti della padrona, la fissa, mostrandole chiaro che non approva le esagerazioni del dottore.
— Allora, secondo lei...
— Secondo me, se vuol salvare suo marito, gli faccia dare le dimissioni e lo porti via da Roma, domani stesso. Si ricordi, il ritardo di un giorno, può essere un'imprudenza, ogni esitazione può riuscire fatale.
— Subito le dimissioni?... Domani?... Ma... e il ministero?
Remigia guarda il signor Zaccarella che l'approva e l'incoraggia con gli occhi e con i moti delle labbra:
— Lei non deve pensare ai ministero, ma a suo marito. I ministeri si rimpastano, e bene o male si tengono in piedi più facilmente degli uomini!
Le labbra sottili del signor Zaccarella disegnano, con un sorriso, la parola socialista, senza pronunziarla.
— Permetterà, dottore... — l'espressione di Remigia è solenne ed eroica. — Permetterà che io voglia molto bene anche alla mia patria!
Il dottore si alza e fa un profondo inchino.
— Si figuri! Soltanto, per il momento, mi pare che suo marito, corra più pericoli della patria! — Il dottor Davos anche quando è ironico, non ride mai. Si rivolge, sul punto di congedarsi, a Mimì Carfo, come continuando un discorso già incominciato e non nascondendo la propria indifferenza e la propria sfiducia verso la duchessa Remigia e il signor Zaccarella.
— Il fisico di quell'uomo è stato logorato dal lavoro e dai dispiaceri!
— Dispiaceri?... — Remigia non può trattenere una risatina. — Il mio Jack, tesoro, è sempre stato felicissimo!
— Sempre! Felicissimo! — ripete da lontano, come l'eco, il signor Zaccarella.
— L'onorevole D'Orea, — continua il dottore sempre rivolto a Mimì, è affetto da un vizio al cuore, non congenito ma acquisito, e il caso d'oggi ne è una conseguenza. Bisogna cambiar rotta. Assoluto riposo del cervello, la calma più completa del sistema nervoso. Non più politica e non più affari. Per mesi e mesi, se vuol rimettersi, deve fare una vita puramente materiale; deve vegetare, in campagna: quiete, quiete, quiete. Non ho altro consiglio da dare.
— Scusi, dottore, un momento. Parli anche con me; sono io la moglie di Sua Eccellenza, e spieghiamoci chiaro. Non crede lei, che seguendo in tutto, alla lettera, questo suo consiglio, non si vada incontro ad un altro pericolo?
— Precisamente, — mormora lo Zaccarella.
Mimì tace, sospira, il suo cuore è stretto stretto. Sente che il dottore ha ragione, ma che anche il sacrificio che s'impone a Remigia è troppo grande, e geme, muta, con tremiti angosciosi.
Remigia continua vivacemente e con convinzione:
— Non crede lei, che per un uomo come mio marito, che ha assunto obblighi e impegni verso la Nazione, il Re, e i suoi colleghi, possa essere un pensiero non di quiete ma di tormento quello di abbandonare tutto e tutti, improvvisamente, precipitosamente, senza nulla preparare, provocando... una crisi, in questo momento disastrosa?
Sopraggiunge in aiuto della signora duchessa, la voce umile, melata del signor Zaccarella:
— A poco... a poco! Bisogna andare a rilento! Nelle condizioni appunto di Sua Eccellenza! Piantare il Governo! Roma!... La notizia... un colpo così fulmineo... Credo gli sarebbe fatalissimo!... Avrebbe anche l'apparenza, quasi direi... di una fuga!
— Ma che apparenza! — Il dottore seccato da tanta diplomazia e da tanti infingimenti conclude, con una risata: — Una vera fuga, per salvar la pelle!
Remigia offesa fa un atto di collera e di disprezzo. Il dottore non se ne accorge, prende il suo cappello e se ne va, dopo aver detto questa volta, fermo, in faccia a Remigia e proprio a lei, direttamente:
— Ho parlato chiaro, senza reticenze, perchè le condizioni, per me gravissime, dell'onor. D'Orea, me ne impongono il dovere. Quello che credo si debba fare, quello che credo necessario e urgente di fare, l'ho detto e ripetuto. Ora soggiungo soltanto questo: qualunque cosa possa accadere io non avrò certo rimorsi. Facciano in modo... di non doverne avere nemmeno loro!
Appena rimasta sola, Remigia dà sfogo alla sua collera.
— Antipatico, odioso e ineducato!... Del resto è un socialista, e basta!
— Dicono per altro, che sia molto bravo... — soggiunge Mimì, assai timidamente.
— Bravo, — ripete argutamente il signor Zaccarella, ma... socialista!
Remigia ci tiene a convincere Mimì. Vuol averla tutta dalla sua.
— Che sia bravo, capirai, nessuno lo mette in dubbio. Ma in questo caso è portato naturalmente a esagerare. Pensa i socialisti come sarebbero contenti di provocare una crisi...
— Col ministero, non ben consolidato! — crede di soggiungere il signor Zaccarella, ma a torto, perchè donna Remigia gli dà un rabbuffo.
— Come non ben consolidato?... Dove trovare un ministero più ben consolidato del nostro?... Piuttosto Giacomo... che si dimette... una crisi... proprio in questo momento... con le feste di Napoli, per il passaggio dello Scià di Persia, alla Spezia per il varo dell'_Invincibile_, a Venezia per l'inaugurazione dell'Esposizione di merletti, sotto il patronato di Sua Maestà la Regina... Capirai, Mimì... Capirà, signor Zaccarella... anche... per me...
L'Idola non può più contenersi, ha una crisi nervosa di lacrime.
XIII.
Per quanto Remigia fosse andata a letto assai irritata contro il dottor Davos e assai inquieta per il timore di dover abbandonare tutto in un giorno, il potere, Roma e il D'Entracques, ella si addormenta quasi subito profondamente e dorme del suo buon sonno filato fino alle nove del mattino. Nè si sogna di quell'odioso socialista del dottor Davos, nè di suo marito, nè di niente che possa turbarla. Sogna, invece, di _Manon_ e di miss Britton, che fa una scena di gelosia e di disperazione al D'Entracques.
Si sveglia, sorride, ma poi ha un sobbalzo: — Ah! Mio Dio! — Le vengono in mente il dottore e le dimissioni. Si rizza a sedere sul letto, si volta, e preme a lungo il bottone del campanello elettrico.
Entra subito Mimì, poi la cameriera che corre a spalancare le finestre!
— Buon giorno, cara!
— E così? — domanda subito Remigia rispondendo appena al tenero abbraccio dell'amica. — Giacomo come sta?... Sta male?
— No, no; ha dormito; s'è riposato. Anzi, il signor Gaudenzio dice che lo trova meglio del solito.
— Chiamalo! Chiamalo! Venga subito qui, da me! — Pare che il vecchietto, quella mattina, non abbia alcun odore di pizzicheria. — E fa chiamare il signor Zaccarella!
Mimì e la cameriera escono l'una dietro all'altra. Remigia resta seduta sul letto; infila una casacca, tutta gale, di seta rosa; si annoda al collo una sciarpa di trine, e dà una scrollata di testa. I capelli sono tutti a posto.
Rientra Mimì e la Carolina col caffè.
— Ecco Gaudenzio!
Eccolo in fatti, col suo cappello, il suo bastoncino, il suo cravattino azzurro e il solito sorriso.
Remigia si volta sul letto, si china verso di lui per parlargli. I capelli biondi scendono giù dal cuscino e la coprono tutta, le spalle e la vita.
— Dunque, Sua Eccellenza sta proprio bene? Non è stato altro che un disturbo di stomaco, affatto passeggero?... Sta benissimo! Meglio del solito?
Il vecchietto continua a sorridere, ma tentenna il capo mentre con una mano alza il cappello e con l'altra il bastoncino in segno di protesta.
— Dirò, dirò! Il disturbo, come disturbo, non ha lasciato conseguenze, tanto è vero che il signor D'Orea, se lei non lo trattiene, farà la grossa minchioneria di andare al Ministero. Ma da questo al benissimo... ci corre! — Il signor Gaudenzio stringe tanto le labbra, in segno dubitativo, da farle diventare bianche. — Uhm!... Qui, a Roma, non starà mai bene. La macchina è guasta e ha bisogno di olio e di riparazione. Cioè aria buona... e non far più niente. Glielo dica anche lei, signora Remigia: è ora di chiuder bottega e di mettersi a riposo. Pensionato!
La signora duchessa lo saluta seccamente.
— Grazie. Vada pure!
Il vecchietto, senza scomporsi, esce com'è entrato, sempre sorridendo.
— Non prendi, cara, il caffè?
Mimì, mezza ginocchioni dall'altra parte del letto, offre all'amica la tazza fumante sopra un piccolo vassoio d'argento.
L'Idola, ha un brutto cipiglio. Inghiotte il caffè in due sorsate.
— E questo signor Zaccarella, viene sì o no?
Si batte all'uscio leggermente. La cameriera non c'è; Mimì, corre a vedere: è proprio l'ex capitano. Si presenta trafelato sull'uscio, entra, e si ferma ritto, in posizione, due passi distante dal letto. In una mano ha un giornale e una lettera.
— Senta, signor Zaccarella! una mia idea!
Il signor Zaccarella non muove un passo, ma allunga il collo verso la signora duchessa.
— Questa notte, come potrà immaginare, non ho chiuso occhio pensando a mio marito... e a tante cose. Io... vorrei proprio sentire un altro medico, ma più spassionato e... spregiudicato. Non un medico politico!
— Precisamente! — Il signor Zaccarella si sprofonda in un grande inchino. — Un medico, soltanto medico!
— Che non abbia nessun interesse a esagerare!
Dopo un momento di meditazione, l'ex capitano pronunzia un nome e ne enumera i meriti con enfasi crescente: — Il professore Dolder di Zurigo! Il primo, primissimo specialista per le malattie nervose! Abile... e nello stesso tempo prudentissimo e circospetto!
Remigia, pensa mormorando:
— Da Zurigo... a Roma...
— È di Zurigo, ma sta a Roma. Mi fu suggerito e raccomandato dallo stesso albergatore.
— Allora, benissimo!... Sarà anche più facile persuadere Giacomo...
— Appunto! — Ma il signor Zaccarella non ha finito. Anzi, deve avere qualche grave comunicazione da fare, perchè fissando la signora duchessa, fa un cenno verso la contessina Carfo.
— Mimì! Gioia!... Dov'è andata la Carolina?
— Di sopra, credo; in camera sua!
— Ti prego: vuoi dirle di prepararmi il vestito... quello rosso, di foulard? — No! No! — quello di tela bianca! Si sente già, a quest'ora, che oggi deve fare un caldo tropicale!
Appena uscita Mimì, lo Zaccarella si avvicina al letto e porge alla signora duchessa la lettera e il giornale.
Remigia guarda la lettena.: — È di mammà! Tesoro! — La butta sul copripiedi. — La leggerò con comodo. — Prende, apre il giornale. — C'è qualche cosa?
Il signor Zaccarella risponde di sì, ma oscurandosi in faccia.
— Ah, mio Dio! Che cosa c'è? — Remigia, spaventata, si tira più su contro i guanciali.
— Legga, in terza pagina; lì.
Remigia legge dove l'altro le indica col dito.
— Le prime al Costanzi?
— Sì.
— «Il successo che ha sorriso ieri sera alla bellissima Fanfan Trécoeur è stato uno di quei successi che danno gioia non solo a chi li merita, ma anche a chi li decreta. Il pubblico entusiasta e commosso, sembrava volesse esprimere alla giovine e leggiadra vincitrice, non soltanto la propria ammirazione pel suo talento, ma ben anche per l'energia con la quale al suo amore per l'arte ella — l'intellettualissima, — ha saputo sacrificare le gioie ardenti di una felice e spensierata aurora della vita. Questa lode ammirativa per un così raro prodigio di abnegazione e di forza, nel volere, era specialmente palese nel plauso delle signore. Pareva che l'eletto mondo femminile, convenuto a quella festa dell'arte, mutuamente si compiacesse dell'esempio di auto-elevazione che la gloriosa affascinatrice offriva dalla scena e a lei inviasse, con i graziosi battimani, la gratulazione e il saluto augurale. In un palchetto di prima fila...» — Remigia si ferma, — oh mio Dio! — alza gli occhi inquieti nella faccia abbuiata del signor Zaccarella, che le fa cenno, gravemente, di continuare. «... In un palchetto di prima fila ove sedeva, regina di bellezza e di super-intellettualità, la duchessa D'Orea Moncavallo, era un vero fremito di approvazione per l'affascinante _Manon_». — Ah, mio Dio! Mio Dio! — ripete Remigia continuando a leggere, ma con un leggero tremito nella voce «e... dalle labbra stesse della moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici, gli ospiti fortunati raccoglievano le frasi più lusinghiere per il nuovo astro della lirica scena italiana del quale si magnificava la ormai «purissima luce!»
«Donna Remigia D'Orea, sempre nobile e squisita in ogni espressione della sua grazia e della sua bontà tutta moderna, Donna Remigia D'Orea, — raro fiore, da cui emana più raro e più soave il profumo, — ha voluto ella stessa, direttamente, dopo il secondo atto, inviare alla signorina Fanfan Trécoeur, parole così lusinghiere che fecero insieme esultare e commuovere l'orgoglio dell'artista e il cuore della donna!»
«_fa diesis_».
— Cretino! Stupido! — Remigia, stringe il giornale con ira. — Se Giacomo leggesse quell'articolo... Guai!
— Guai!
— Ma non è vero niente! È tutto inventato dalla prima parola all'ultima! Glielo giuro, signor Zaccarella! Che bugiardo! Bugiardo, stupido, e cretino!
— Ma... il redattore del _Corriere_ non poteva immaginare...
— Che redattore! Che _Corriere_! Luciano!... Quel bugiardo di Luciano! Ah, mio Dio, mio Dio!... — Remigia è spaventata e furente. Ha le lacrime e l'ira negli occhi. — Giacomo!... Mio marito!.. Chi sa! Chi sa! — Si protende con le mani supplici, verso il signor Zaccarella. — Lei! Lei! Così bravo! Così buono! Mi salvi lei! Trovi lei il modo! Bisognerebbe... Bisogna che mio marito, stamattina, non abbia e non veda il suo _Corriere_.
Il signor Zaccarella, risponde a testa alta, con un breve risolino:
— Il suo _Corriere_ non lo vede certamente, perchè il _suo_... è questo qui!
Remigia lo guarda ammirata; si tira più su e si porta tutta sulla sponda del letto per essere più vicina alla sua protezione.
Il signor Zaccarella, da bravo capitano, ha già pensato e combinato il piano di difesa.
— Il _Corriere_ non è il solo giornale di Roma. Bisogna che nessun altro, assolutamente, riporti simili... strafalcioni.
— No! No! Per l'amor del cielo!
Anche con la mano, egli rassicura e calma la signora duchessa.
— Ci penso io. Vado adesso subito, a suo nome, dal sottosegretario di Stato, l'onorevole Staffa...
— Anche a nome della principessa Capodimare! Anche a nome della marchesa Della Gancia! Erano loro che applaudivano! Io sono sempre stata tutta sera in fondo al palchetto!
— I giornalisti, — continua il signor Zaccarella, non sono gente cattiva. Anzi, in generale... tutt'altro! Con un bigliettino di autorevole raccomandazione da parte del sottosegretario Staffa, mi recherò alle varie redazioni e farò intendere quale ripercussione dolorosa, l'articolo cervellotico del _Corriere Romano_ abbia avuto nella famiglia di Sua Eccellenza! Dirò, velatamente, dei dissapori tra...
— Tra Luciano e mio marito! Perchè è stata una cattiveria di Luciano! Ma dica lei, signor Zaccarella, com'è sempre lo stesso!
L'ex-capitano annuisce evocando il passato con un sospiro:
— I gravi dispiaceri di donna Maria!
— Certo! Certo! Povera Maria!
— E mostrerò la sconvenienza, l'assurdità della invenzione!
— Precisamente! Basta il fatto che si tratta di mia sorella!... Sarebbe stata tale una enormità...
— Non dubiti. Messe le cose in chiaro, nessun giornale farà più il nome della signora duchessa, e Sua Eccellenza non ne saprà niente.
Remigia stende il braccio che esce mezzo nudo dalle sete e dalle trine della manica ampia e questa volta dà una forte stretta di mano al signor Zaccarella:
— Lei è proprio un vero... tesöro! — È lì lì per mandar a chiedere una raccomandazione anche al D'Entracques, ma... No. È meglio che il puritano generale non ne sappia niente. Anzi, al caso, negar tutto anche con lui!
Remigia, ormai, è pienamente tranquilla. — Chi lo sa, davvero?... Nessuno. — Le sue amiche sono in ballo con lei; il Paparigopulos non conta, il marchese Pio non fiata. Narciso è a Bologna, Luciano è un bugiardo... Che pericolo c'è?
Entrano Mimì, la Carolina, ed ella gettando via le coltri salta sul letto ginocchioni, segnandosi e recitando l'Avemaria, prima d'alzarsi.
La lettera, ch'era sul copripiedi, scivola per terra. Remigia la vede ed emette un piccolo grido.
— Ah!... la mia lettera! La lettera della mia mammà cara, tesöro! dammela; fa presto!
Mimì Carfo la raccoglie e gliela porge.
La cameriera, intanto, sta preparando il bagno nell'attiguo gabinetto di toeletta. Remigia, che sente l'acqua cadere nella vasca, aspetta, sempre ginocchioni sul letto, che tutto sia pronto.
— Fresca l'acqua, anzi fredda, Carolì!
— Sì, signora duchessa!
— _Brrr!_ Che piacere!
Apre la lettera e la scorre soltanto. Per leggerla tutta, subito, è troppo lunga. Vuol godersele adagio le lettere di mammà!
Fa sempre così; le guarda di volo, poi le ripone nella cartella e non le legge più.
— ... Sta benissimo!... Che gioia!... Anche lo zio Rosalì, bellezzone cäro! — Uno slancio di tenerezza, il salto di due pagine e si ferma alle ultime righe.
— Oh, povero Totò! Non sta bene il povero Totò! È molto giù e lo mandano per qualche tempo sul mare!
Per un momento non si sente altro che il rumore dell'acqua che scorre dal rubinetto e che si fa più cupo più si riempie la vasca del bagno.
Mimì si avvicina a Remigia con una espressione di grande ansia dolorosa negli occhi.
— Sta poco bene?