Part 24
— È qui in carrozza con due altri signori!
Tutti corrono sul balcone, a guardar giù:
— È proprio lui!
— Con chi è?
Ma i due signori che avevano accompagnato Giacomo all'albergo, risalgono subito in vettura, gridando al D'Orea che li saluta con la mano:
— Per qualche giorno si abbia riguardo, Eccellenza! Domani, non abbia fretta d'alzarsi, Eccellenza!
Remigia si precipita nel salotto:
— Ah, Mimì! Gioia! Che cosa sarà successo? — Come sempre, quando si sente inquieta, ha uno slancio di tenerezza per l'amica e l'abbraccia.
Il signor Zaccarella, invece, diventa più grave e più autorevole.
— Vado io a vedere! — Esce in fretta, in punta di piedi.
Rimangono muti un istante, interrogandosi l'un l'altro con gli occhi.
— Ho paura che si sia sentito male! — mormora la Carfo.
— Certo! Si è sentito male! — ripete Remigia sottovoce. — Per amor del cielo! Silenzio della _Manon!_
— Noi, per altro, si va lo stesso! — bisbiglia la marchesa al marito, in tono risoluto.
In quel punto Giacomo D'Orea appare sull'uscio ed entra, sciogliendosi dal braccio del signor Zaccarella.
Sembra più magro, gli occhi e le gote infossate; sembra invecchiato. Cammina a rilento, sforzandosi a sorridere per tranquillare sua moglie e Mimì Carfo che gli erano corse incontro con l'aria spaventata. Saluta, dà la mano a tutti.
— Cara marchesa!... Caro D'Entracques! — Balbetta leggermente alle prime parole, poi a mano a mano parla più spedito. — Oh, il nostro egregio avvocato Berlendis!
Il conte Gambara non c'è più; è sparito appena il signor Zaccarella ha dato l'annuncio dell'arrivo di Sua Eccellenza.
— Come mai? — domanda Remigia una seconda volta, senza lasciargli finire i saluti. — A quest'ora?
— E il vostro pranzo?... — chiede a sua volta il D'Entracques.
— Mi sono fatto scusare dall'onorevole Staffa, con quei buoni signori della Basilicata!
— Ma allora... ti sei sentito poco bene?
— Niente di serio, cara Remigia! — Si rivolge agli altri. — Niente che possa disturbarvi l'ora del caffè!
Mimì gli fa scivolare dinanzi una poltrona.
Giacomo vi si lascia cadere come affranto, ringraziandola con un cenno del capo e della mano.
Gli sono tutti attorno, quasi addosso:
— Che cos'è stato?
— Ah, mio Dio, tesoro, che hai avuto?
— Un po' di malessere... soltanto. — Tanta gente lo soffoca, tante domande lo irritano. — Ti prego, Remigia, non esagerare... le cose. Un malessere momentaneo, ti ripeto!
— Perchè non mandarmi a chiamare?
Il D'Orea, scrolla le spalle vivamente.
— Non ho voluto nemmeno che andassero a chiamare il dottore!
— Mah!... Avete bisogno di riposo! — intona il marchese Pio, come un salmo. E tutti, a ripetere in coro, meno il signor Zaccarella e Mimì Carfo che si scambiano un'occhiata ansiosa.
— Riposo, caro D'Orea!
— Per qualche giorno, bisogna dimenticare la politica, il ministero, gli affari!
— Il riposo, è come l'olio per la nostra macchina!
— Riposo! Riposo!
— Riposo assoluto!
Giacomo, si alza incollerito.
— Ma sì! Riposo! Riposo! Va bene! Siamo intesi! Ho capito! E per riposare vi domando scusa e me ne vado a letto!
Capisce di essere stato troppo violento, tentenna il capo e torna a sorridere:
— Oggi, cioè... — pensa, non gli riesce di dire stasera; non trova la parola. — Oggi... due ore fa, al ministero, mentre sbrigate le ultime firme, stavo per alzarmi e per recarmi al pranzo, mi sono sentito come un senso di... di... freddo, di nausea... Un ronzìo alle orecchie... Mi si annebbiò la vista e... giù, come un morto, in deliquio!
— Ah mio Dio, perchè non... — Remigia si ferma per un cenno di Mimì.
— .... È durato pochissimo; nemmeno un quarto d'ora. Ho ripreso conoscenza... poi a poco a poco... i movimenti e ora mi sento rimesso completamente. Potrei andare a trovare i miei sindaci... Invece vado a letto, per seguire... i consigli anche vostri. Sono stato io, assolutamente, che non ho voluto che chiamassero il dottore! È stato... niente! La colazione che mi ha fatto peso! Non voglio che domani i giornali, a corto di notizie, ne facciano un caso grave!... Per questo, vi prego: io vado a letto subito per accontentarvi, e, in premio, accontentatemi anche voi! — Si rivolge a Remigia, con amorevolezza: — Tu... non cambiar niente. Impiega la tua sera, come avevi fissato...
— Si andava adesso, tutti insieme, da Guendalina.
— Brava! Benissimo! Andate adesso, tutti insieme, dalla Principessa! — L'idea che sua moglie e gli altri non rimangano all'albergo, sembra quasi rallegrarlo. — Saluterai anche a nome mio, la principessa Capodimare. Anzi, le darai, per la prima, una notizia che le farà molto piacere, e che certo deve far piacere anche a voi, caro marchese. Vostro fratello è stato aggregato alla Commissione governativa internazionale per l'impianto agli Stati Uniti delle... delle... — La parola gli sfugge di nuovo, non riesce a riafferrarla: — Delle... Delle... — No! No! Marchese, non ringraziatemi! E nemmeno la principessa Capodimare! Vi assicuro, che se vostro fratello è stato nominato, vuol dire... che lo ha meritato!
Mimì diventa rossa per Remigia che strizza l'occhio a Quanita.
Giacomo continua sempre sorridendo in modo affabile, ma con un certo orgoglio di sè:
— Anzi, può vantarsi di essere stato nominato ad onta delle raccomandazioni di mia moglie, che per il mio naturale istinto mi avevano mal prevenuto contro di lui! E... sarà sempre così. Finchè io sarò ministro, nel mio ministero... sarà sempre così! Si prenderanno in considerazione gli studi fatti, i titoli, la capacità e in quanto alle raccomandazioni... torna indietro!
Tranne Mimì che soffre, tutti gli altri, compreso l'avvocato Berlendis, sorridono e approvano. Chi non ama... la giustizia? Chi non accetta le savie massime?
Giacomo si ritira festeggiatissimo, dopo aver fatto dolce violenza a sua moglie perchè non lasciasse soli gli amici per accompagnarlo.
Uscito il D'Orea, nel salotto sembra correre un'aria più leggera: fa meno soffoco, meno caldo.
Ciro Berlendis si sventola la faccia col fascicolo di una Rivista, ma si mostra ilare, soddisfatto.
— Così, tutti i nostri uomini! Gli uomini autentici del nostro vecchio-giovane partito! Tutti così, dai Lanza, ai Sella, ai D'Orea!
Soltanto Remigia e Mimì Carfo, sembrano ancora un po' inquiete. Mimì lo è davvero. Remigia... per essere rassicurata.
Ella chiede al D'Entracques, fissandolo, come per ottenere da lui consiglio e protezione:
— Che cosa può essere?... Che proprio, ci sia dia impensierirsi?
La marchesa Quanita, già sulle spine perchè si fa tardi per il Costanzi, risponde lei con la sua foga abbondante:
— La colazione!... Non hai sentito?... La colazione! Tuo marito starebbe benissimo se non avesse il vizio di mangiare in fretta!
— A precipizio! È un precipizio! — finisce il marchese Pio. — Il riposo, il sonno ristoratore della notte e tutto passa!
Ciro Berlendis continua a sventolarsi sotto il mento, sulla nuca, dietro le orecchie:
— Il mangiare troppo in fretta è assai micidiale! Micidialissimo!
— È però un uomo molto affaticato; è logoro dal lavoro. — Il D'Entracques non vuol dire di più.
Mimì accarezza i capelli a Remigia e le dà un bacio dicendole piano:
— Non andare al Costanzi...
La marchesa sente ciò che dice la Carfo e si oppone vivamente:
— Ma che!... È una ragione di più! Sarebbe anzi il caso di andarci se prima non ci fosse stata l'intenzione!
Remigia si stacca da Mimì e corre vicino a Quanita allacciandole la vita con un braccio:
— Credi?... Davvero?
— Certamente!... Se la notizia è diffusa, vedendoti in teatro si taglia corto alle esagerazioni!
— Diamine! Diamine! — fa eco il marchese Pio. — Bisogna tagliar corto!
Anche l'avvocato è dello stesso parere.
— Ha sentito Sua Eccellenza, cara duchessa! La tema dei giornali alla caccia di notizie!... Io opinerei ch'ella, stasera, si facesse vedere il più possibile... a teatro... dappertutto!...
Quando Remigia è già sulla scala, per uscire e andare al Costanzi è raggiunta dal signor Zaccarella:
— Sua Eccellenza, mi ha fatto chiamare il dottor Davos, ma mi ha ordinato di non dir niente a nessuno, specialmente a lei!
— Torna a sentirsi male?...
— No, no! Soltanto per precauzione... per prudenza...
— E allora?... Perchè dice sempre le cose, con quella faccia così... spettrale?... Non è buono, lei, di ridere o almeno di sorridere?
Il signor Zaccarella increspa, compiacentemente, il viso secco, poi soggiunge:
— Al telefono mi hanno risposto che il dottor Davos è fuori di Roma, e che non potrà essere all'albergo prima delle undici. Dopo la visita... lo faccio aspettare?
— Perchè?...
— Se anche la signora duchessa... volesse sentire...
— Sì! sì!... E dica al dottore, — come lei, — di non spaventarmi senza motivo. Sono già tanto, ma tanto inquieta!
XI.
La della Gancia chiama l'avvocato Berlendis e lo fa salire nella propria carrozza e così, con un cenno assai espressivo, anche il marito.
— Bisogna essere compiacenti con gli amici che lo meritano! — bisbiglia sorridendo.
In fatti Remigia aspetta a fare le sue rimostranze che il marchese sia ben seduto nel landò, in faccia a sua moglie.
— Marchese Pio!... Marchese Pio!... Non vi permetto di abbandonarmi!
— Rassegnati, cara! — risponde Quanita. — Per questa volta siamo già tutti a posto!
— Il marito con la moglie?... Non ci sta! Non è conveniente!
— È così breve il tragitto! Non daremo scandalo! Al Costanzi! — ordina la marchesa, alzando il capo verso il cocchiere.
— Al Costanzi! — ripete il generale, più basso e più in fretta, al servitore di donna Remigia che chiude lo sportello.
I cavalli della marchesa nitriscono e scalpitano: le due carrozze partono al trotto.
— Ah, _mon Dieu!_... Quanita, ha capito tutto!
Il generale, seduto accanto a Remigia, la fissa con malinconia e con amarezza:
— Capito?... Che cosa?
Remigia accenna ripetutamente di sì, abbassando gli occhi sul ventaglio che tiene chiuso fra le mani:
— Capito!... Capito!...
Il D'Entracques fa un sospiro doloroso:
— Può aver capito... di me; cioè che io sono perdutamente inn... — S'interrompe e prosegue con un sorriso ironico. — Un imbecille! Ma di lei?... Niente. Oppure che si diverta a prendere in giro giovani... e non più giovani!
Remigia s'imbroncia, ma il visetto diventa ancora più delizioso.
— Se è una confessione, non è certo un complimento!
— Alla mia età innamorarmi... Sono matto! Sono diventato matto! Al Ministero non fo quasi più niente, altro che strapazzare!
— Questo... perchè?
— Perchè è da matto un amore senza speranze e pieno di gelosia!
Remigia abbassa il capo e rimane muta, immobile, come trafitta da quelle parole. Poi con la piccola mano inguantata si nasconde e si preme forte gli occhi:
— Ah! Mio Dio! Mio Dio!
Il generale la guarda.
— Piange?
Remigia preme più nervosamente la mano sugli occhi, poi la lascia cadere abbandonata sulle ginocchia.
I suoi occhi luccicano nell'ombra.
— Piange?...
— Mi ha dato un gran dolore! Potevo illudermi, ora no, più. Ora no, più, tutto l'incanto è rotto!
Il generale non capisce bene, ma si sente commosso ed è pentito di aver parlato. Quella donnina, così giovine e fragile, lo turba con tutto ciò che ha di ignoto e di arcano l'innocenza e la verecondia.
Ella, sempre china, continua con la voce dolorosa e tenera che, a poco a poco, dal cuore, penetra nei sensi del D'Entracques:
— Ero così felice!... Beata!... Speravo, credevo di aver trovato ciò che tanto sognavo! Un'amicizia a cui avrei potuto affidare e confidare tutto dei miei pensieri e de' miei dolori, delle mie debolezze... e anche delle mie buone qualità! Un'amicizia fatta di tanta bontà e di tanta tenerezza! Un'affezione sincera, grande e una protezione, una sicurezza, per me, quando, pur troppo... devo guardare dinanzi a me, nella mia vita! E anche oggi... Sola sola! Mio marito?... Sono così poca cosa io per mio marito!... Mammà?... Lo zio Rosalì?... — Voglio illudermi, ma non posso sempre illudermi! Sono buoni, due tesori, mi adorano... ma sono esseri... — sospira, abbassa ancor più la testolina malinconica mentre giuoca nervosamente col piccolo ventaglio luccicante di miche. — Sono esseri superficiali, figure, all'atto pratico, semplicemente... decorative! Mia sorella?... Sarà colpa sua, sarà colpa mia, o colpa di tutte e due, ma non andiamo d'accordo. Dunque... subito, appena l'ho veduto, appena l'ho conosciuto, mi sono attaccata a lei... — Alza gli occhi e lo guarda dolcemente. — Sì... lei... tutto... e tutta l'anima, ma nel bene! Per consigliarmi, per difendermi... per trattenermi... Dio mio, ma che il bene... sia proprio un sogno inafferrabile?
La carrozza comincia la salita di Via Nazionale; il Costanzi è vicino: bisogna far presto. — Sì... balbetta rauco il D'Entracques, commosso, sincero. — Dimentichi... tutto ciò che ho detto! Avrò per lei un'affezione grande, eterna, ma sicura, leale... Sì, sì, anche della mia pazzia... guarirò! In me, lei avrà sempre, ciò che ha desiderato, sognato: amicizia, protezione, difesa... È contenta?
Pare di no. Remigia fa un altro sospiro: un grosso sospiro che sembra le venga dall'anima oppressa. Ella mormora con le parole rotte da un singulto:
— No! No! Non è bella la vita... e non è facile!
In quel punto la carrozza, che segue sempre il landò della marchesa, svolta in vista del Costanzi illuminato.
La carrozza della marchesa si ferma dinanzi al portone del teatro: si arresta subito anche quella di Remigia.
Il generale salta a terra, prima ancora del servitore. È pallidissimo, stravolto. Remigia preme la mano ch'egli le porge, assai marcatamente, con un rapido sguardo di tristezza e d'angoscia, poi subito, bianca e leggerissima, vaporosa, alzando la voce allegra e festante come un canto di primavera, si avvicina agli altri che l'aspettano fermi dinanzi al teatro.
— Grazie, marchese Pio! Bravissimo caro avvocäto! Si scrive e si dice di venire a Roma soltanto per me e alla prima occasione mi siete infedele. Dirò anch'io come il conte Gambara, cattivino, cattivone!
Tutti ridono, meno il D'Entracques, ed entrano insieme in teatro.
La sala è affollata, ma sta per finire il primo atto, e nel vestibolo, per le scale, nei corridoi, non ci sono che i portieri e gli inservienti.
Il D'Entracques accompagna le signore fino al palchetto dove le ringrazia e le saluta, promettendo di ritornare più tardi. Egli, quando il custode ha aperto l'uscio del palco, s'è tenuto indietro per non essere visto da quelli di faccia.
Missis Britton, è in teatro: il D'Entracques, per poter tardare, aveva addotto la solita scusa del Ministero. Aspetta girando su e giù nei corridoi che l'atto finisca prima di presentarsi a lei, che già sarà indispettita e nervosa per quel ritardo.
Ripensa a donna Remigia: che strana creatura!... È buona? È cattiva? Ora ha tanta espressione, tanta tenerezza negli occhi... Ed ora tanta spensieratezza, tanta leggerezza!... Rivede il suo viso melanconico, sente le sue parole dolorose: — No!... Non è bella la vita e non è facile!... — Poi soggiunge, mentalmente: — Non è facile e non bella per me! Diventar matto è sempre una disgrazia!... Diventar matto per una donna è una disgrazia ed è una colpa!
— Quella vita di piccole menzogne, di continui sotterfugi è così penosa per il suo carattere e per la sua coscienza!
— Devo sempre inventare, trovare scuse, pretesti, come una _cocotte_ che ha un amante da tener nascosto al suo protettore!
E lo stanca e lo angoscia l'intima lotta che deve sopportare dentro di sè tra la nuova passione che lo turba e lo travolge e l'antico amore non ancora del tutto sopito e che si ridesta nel rimpianto e nel rimorso, quando è solo e quando dubita.
Remigia, appena nel palchetto, abbraccia Guendalina, — cara, tesoro, amöre! — e stringe la mano al Paparigopulos, che ha dovuto accompagnare la principessa perchè il principe è a letto con la lombaggine, causa le esercitazioni militari. Poi esclama subito, prima ancora di guardare Fanfan:
— Ah, _mon Dieu!_ Com'è bella!
Remigia non vuol sedersi avanti; fa passare Quanita al parapetto. Ella resta in piedi in mezzo al palco per meglio vedere e farsi vedere. Si muove, parla, ride, gestisce con grazia, cerca fra le poltrone, trova subito il naso del Gambara, che l'ha già presa di mira, e in quel momento che il D'Entracques non può vederla, e con la scusa di accomodarsi il cappellino, gli concede una lunghissima e tenera occhiata di consolazione.
Si fa dare il cannocchiale; si mette davvero a fissare Fanfan.
— È proprio bella!... È una bellissima _Manon_... E canta anche benis...
Ahi! _Manon_ cresce, per troppa anima, nell'ultimo grido di amore e di speranza e l'atto finisce con una grande stonata e fra un subisso di applausi.
Il pubblico della platea e delle gallerie applaude Fanfan perchè rinfrescata dal belletto e nel graziosissimo costume di _Manon_ è assai bella e sembra ancora giovanissima. Le signore dai palchi e i frac delle poltrone, applaudono perchè ciò è molto _chic_ e dinota che si appartiene all'aristocrazia, essendo Fanfan l'amante di don Luciano D'Orea.
— Canta anche benino!
Il Paparigopulos approva in silenzio, aprendo la bocca e chiudendo gli occhi.
L'avvocato ripete la solita spiritosità molto nota a Bologna:
— Diremo, per essere precisi, che canta... bellissimo!
Guendalina, non bada alla scena: languida e stanca non fa che rosicchiare i cioccolatini di mandorla e odorare i fiori che le ha portato Paparigopulos. Quanita pure: ha altro in mente che _Manon_ e Fanfan! Ella cerca e cerca con l'occhialetto e col cannocchiale in tutto il teatro, ma non trova! È assai inquieta, non parla... A un tratto diventa di buon umore, non sta più ferma e si mette anche lei a rosicchiare cioccolatini. Il bel giovanotto dalla barbetta rossa, con una magnifica cravatta arancione, è entrato in quel punto nelle file dei posti riservati. Passa diritto senza salutare nessuno, urta chi gli capita contro i gomiti, e arrivato alla sua poltroncina, dà un colpo al sedile buttandolo giù con fracasso e vi si sdraia boriosamente.
Fanfan, intanto, è uscita a salutare una prima volta con gli artisti, poi una seconda volta con gli artisti e il maestro, poi sola, finalmente, tra un maggiore entusiasmo. Il pubblico la richiama ancora tre, quattro volte perchè ci prende gusto a vederla commossa a mandar baci, non più inchinandosi, ma allargando le braccia e stringendosele al seno con l'atto di abbracciar tutti, appoggiandosi al telone, quasi languente di felicità.
Remigia finisce col battere le mani anche lei. In quel momento non pensa più a Narciso Gambara e nemmeno al D'Entracques! Il suo pensiero corre da quel teatro, da quella donna raggiante, che trionfa, alla quiete silenziosa e buia di Fiumicino, a due donne così lontane da quel mondo, così sole e abbandonate. Una di esse è tanto infelice, eppure il suo ricordo basta ad infastidire Remigia.
— Com'è bella la Trécoeur! Bellissima! — Poi trova l'elogio nel quale tutti convengono, anche l'avvocato. — Intanto, dev'essere intelligentissima per fare quello che fa... dopo quello che ha fatto!
— Sua Eccellenza Leonida Staffa — bisbiglia il Berlendis sottovoce a donna Remigia, — è stato oltremodo gentile. Gran brava persona! Lavoratore!... Non aveva altro che un difetto: la repubblica! Utopie! Quarantottate! Anacronismo storico! — L'avvocato si fa più vicino all'orecchio della Duchessa, dandosi l'aria di essere addentro nelle segrete confidenze: — Leonida Staffa era addoloratissimo di non poter venire al Costanzi.. Mi ha detto di presentarle i suo omaggi, i suoi... — S'interrompe, si volta.
Narciso Gambara, che non ha avuto la forza di aspettare il terzo atto per farsi vedere nel palchetto con la moglie di Sua Eccellenza, apre l'uscio ed esita incerto, se debba entrare sì o no.
— Venga! Venga! Conte Gambara! — esclama Remigia allegramente. Missis Britton era proprio in un palchetto di faccia e da poco vi era entrato il D'Entracques.
L'avvocato si alza e cede il posto al giovinotto ringalluzzito, congedandosi dalla duchessa Remigia e dalle signore.
— Sono stanco e vado a letto! La ferrovia, il caldo specialmente, mi ammazza...
Narciso si volta, il naso si alza e lancia un motto spiritoso:
— Cioè, cioè! Vi liquida! Vi liquefa! Ma sì! Ma sì! Proprio così!
L'avvocato esce dopo essersi sprofondato in un inchino; Remigia ride, scherza col Gambara, si alza, vuol cambiare di posto, resta in piedi. Tutto ciò per il palco di faccia, nel quale finge di non guardar mai. Ad un tratto domanda ad alta voce:
— Sapete dirmi chi è quel giovane, troppo bel giovane, rosso... Ha un'enorme cravatta gialla...
Il Paparigopulos resta immobile, di sasso, compresa la barba. La Capodimare socchiude un momento gli occhi affaticati dalla troppa luce. Il silenzio è così profondo che si sente il fischiettìo leggero del marchese, che pisola in fondo al palco, tra le sciarpe e le mantiglie.
Remigia continua a fissare nella poltrona col cannocchiale e il Gambara diventa intempestivamente geloso.
— Dov'è? Dov'è?... Chi è?
— Nella terza fila delle poltrone!... Quasi nel mezzo... Io lo credo un mio segreto adoratore!... «Dovunque il guardo io giro...» me lo trovo dinanzi!
Narciso geme e fa una smorfietta di dolce rimprovero sfogandosi contro l'orribile cravatta; ma Quanita, invece, domanda a Remigia, distrattamente, con un piccolo sbadiglio:
— Chi guardi? Di chi parli?
Remigia le indica il giovinotto: la marchesa non riesce a vederlo. La Capodimare, dopo un'occhiata al Paparigopulos, si alza per cambiare di posto e far cambiare il discorso. Quanita vede delle amiche in un palchetto, le saluta, e continua a mandar loro dei sorrisi e dei cenni... Intanto missis Britton si fa venire il D'Entracques più vicino, gli dice, chinandosi, qualche parola all'orecchio... e anche Remigia non pensa più a Barbetta rossa!
— A lei, per sua quiete! — dice al Gambara sottovoce. — Guardi in faccia a noi. Quella signora così inverosimilmente bionda?... È l'America abbondantissima, scoperta da Sua Eccellenza D'Entracques! Con la scusa di indicarla a Narciso Gambara, punta lei stessa il cannocchiale e lo tiene ostinatamente fisso su missis Britton.
Nel palchetto, oltre a missis Britton, c'è un'altra signora assai più attempata, anch'essa dall'aria esotica. Sono accompagnate da un vecchio, — deve essere un diplomatico; certo un personaggio d'importanza, — con la faccia rasa, marmorea e pensosa che ricorda quella di Napoleone I.
Accanto a missis Britton, ma da essa un po' discosto, è seduto il generale D'Entracques, con gli occhi sempre rivolti verso Remigia. Ha l'aria cupa e sembra invecchiato.
— Bionda... inverosimilmente?... Perchè? Ma perchè? — gorgheggia il rorido Narciso, tenendo il binoccolo a cavallo del naso. — Io la trovo elegantissima!... Bellissima!
— Bella di sera! — L'Idola è seccata dall'entusiasmo di quel provinciale. — Di giorno è orribile! Una pittura a pastello! — Comincia il secondo atto; ella non sta più attenta alla _Manon_, ma, invece, sempre al palchetto dov'è il D'Entracques.
Anche missis Britton, ad onta della sua calma, della sua freddezza matronale ha osservato ed osserva la D'Orea... Si volta verso il generale, lo chiama vicino, gli parla ancora sottovoce, all'orecchio: il generale, che s'è avvicinato di malavoglia, risponde con un'alzata di spalle allontanandosi di nuovo.
Evidentemente missis Britton è gelosa e il D'Entracques è seccato. Remigia, felice, per attizzare il malumore nel palchetto di faccia, si mette a ridere, a far l'amabile col Gambara. L'uscio si schiude appena: si mostra Luciano dalla fessura.
— Vieni! Vieni!... Congratulazioni!
Luciano non vuol entrare, non vuol farsi vedere dalla sala del teatro in quella sera di trionfo: per modestia.
Remigia corre lei sull'uscio del palchetto:
— È deliziosa! Un amore! E anche l'espressione, la passione, la scena, _ben...nissimo!_ Come ha fatto?... È un miracolo!
Don Luciano sempre serio, ma con un velo di dolce compiacimento, approva e ringrazia. È convinto del miracolo, ed è altrettanto convinto di averlo operato lui!