Part 23
— Forse, chi sa? Chi sa? Ho avuto torto! Ho preso tutto troppo alla lettera, senza riflettere che c'erano presenti Mimì Carfo e il Berlendis!
Arrivato sul portone dell'albergo, ha già deciso: resta.
— Resto, perchè mi veda indifferentissimo! — C'è un'altra riflessione: se ritorna a Bologna troppo presto nessuno crederà più ch'egli sia l'amante della duchessa Remigia.
Esserlo... magari! Ma non essendolo... almeno parerlo!
Poi... la politica?... Il collegio?... La deputazione?..
La partenza precipitosa del conte Gambara, se ha destato l'ilarità di Remigia e la compassione di Mimì, ha fatto molto piacere a Ciro Berlendis. Favorisce il suo piano. Egli non è venuto a Roma per i begli occhi della duchessa.... o della contessina, ma per affari; per un grosso affare di parecchi milioni. Si tratta di ottenere dal Ministero dei Lavori Pubblici la concessione del diritto di fruire dell'acqua di alcuni laghi nel Cadore, per la produzione di energia elettrica. L'utilità pubblica, e il vantaggio che ne devono derivare, sono palesi, ma i sollecitatori tentano di far passare sotto questa bandiera il contrabbando di una speculazione leonina, nella quale essi soli avrebbero il grosso del boccone e l'erario, i soli rischi dell'impresa. Urge, dunque, di ottenere la chiesta concessione senza che al ministero dei Lavori Pubblici si perda tempo, e si faccia perder tempo, in sottigliezze pedantesche, in lungaggini burocratiche... E per ottener questo, per far viaggiare le pratiche a vapore, il Berlendis ha pensato di rivolgersi alla buona, alla cara duchessa Remigia ed ha combinato la gita a Roma con il conte Gambara... per meglio darla ad intendere.
— Sapete, duchessa, di chi vi porto i saluti? — comincia l'avvocato, a mo' d'esordio, quando anche la contessina Mimì è uscita in cerca di Carolina. — Indovinate!
Remigia, sdraiata sulla poltrona accanto alla finestra aperta, guarda l'avvocato sorridendo... e aspetta.
Ciro Berlendis resta in piedi, per aver più fresco, e con un giornale si sventola il faccione rotondo, sul quale il lustro del sudore fa risaltare le lentiggini. Egli parta con voce alta, da predicatore.
— Un egregio gentiluomo; una bravissima persona. Un mio prezioso cliente di vecchia data, che la signora duchessa ha conosciuto, quand'era ancora signorina, a Villars!
— A Villars?... Quand'ero ragazza?
— Precisamente!
— Chi è?
— Oh, mi ha parlato tanto di lei con un entusiasmo che, del resto, non solo si comprende, ma del quale siamo tutti partecipi! È il barone Marco Danova!
— Re Faraone! — Remigia rompe in una risata. — Re Faraone al lucido Nubian! Sa, caro Berlendis, che è stato un mio accanito adoratore?
Il Berlendis accenna col capo affermativamente e sospira per conto di Marco Danova.
— Innamoratissimo!... Una grande passione!... Brucia ancora!
— Troppo brutto! Troppo brutto!... Remigia rabbrividisce. — Un orrore!
— Ah! — L'avvocato fa un altro grosso sospirone; non per il Danova, ma per sè. — La propria bruttezza... non rende insensibili al fascino del bello. Io... capisco e sento di doverlo molto compiangere quel povero barone!
— Avvocato! Avvocato! — ammonisce Remigia dondolandosi, sempre sdraiata sulla lunga poltrona. — Proibite le dichiarazioni!
— Allora... — Il Berlendis sembra fare un grande sforzo per vincere sè stesso. — Allora, per non cadere in tentazione... parliamo d'affari! Il nostro amico, il buon Danova, che a Villars non ha potuto ottenere grazia dal vostro cuore, vi domanderebbe oggi, per mio mezzo, un piccolissimo favore.
— Non si tratta di una raccomandazione? — Remigia, ferma la poltrona di colpo e si rizza a sedere. — Non accetto raccomandazioni! Jack non ne vuole; io non ne voglio assolutamente!
— Ed io?... Sono forse l'uomo... delle raccomandazioni? — L'avvocato gonfia le gote, gonfia il petto, diventa più acceso in volto e mugge: — Nessuna raccomandazione, mai, per principio e per fiera dignità di me stesso. Qui non si tratterebbe, da parte vostra, altro che di dare un ordine, semplicemente. L'ordine di far presto!
L'avvocato Berlendis, passeggiando su e giù, si caccia le mani in tasca e mette muso.
Remigia ha paura di averlo offeso e gliene duole. È un permaloso vendicativo! Chi sa che cosa può inventare quando torna a Bologna!
— Non ho detto questo per lei che è un mio buon amico, ma per quel Danova che mi è sempre stato antipatico, — fa un altro brivido, — odiosissimo!
Ciro Berlendis siede a sua volta accanto alla poltrona della duchessa Remigia, le prende una mano, la stringe, l'accarezza, la bacia. La pace è fatta.
— Mettiamo il Danova da parte. Re Faraone, scartato. Il piccolo favore, — piccolissimo, — lo domando io, per me. E lo ripeto ancora solennemente: non voglio e non vogliamo raccomandazioni. Basta dire soltanto a chi ha del tempo da perdere: fate presto, perchè per i galantuomini che lavorano, il tempo è danaro!... E si tratta, — questo per l'intima soddisfazione, — di una geniale iniziativa di utilità nazionale, con sicuro vantaggio per l'erario! Si tratta, insomma, di un'opera grandiosa, ciclopica, la quale farà onore al paese ed al governo!
Alla parola — governo — donna Remigia che aveva ricominciato a dondolare, si ferma di nuovo ergendosi impettita sulla poltrona, con grande serietà ed importanza.
— Ecco tutto in due parole: un ottimo affare in carbone bianco, proposto da un gruppo cospicuo di egregi... gentiluomini, industriali e capitalisti, italosvizzeri. — L'avvocato alza la mano corta, grassa e pelosa e la gira in aria con tre dita tese: il pollice, l'indice e il medio.
— Tre! Tre milioni di capitale; due già versati. Studi e progetti, tutto pronto! Compartecipazione del quattro per cento al governo per un ventennio; facoltà di prelazione per un decennio, pure al governo, nel riscatto delle energie attivate!
Giro Berlendis, che tiene sempre la mano alzata e le tre dita tese, si alza anche in piedi, si riscalda, ansima, suda, ma andando quasi addosso alla cara duchessa, abbassa misteriosamente il tono della voce.
— Un programma di lavoro! Un programma di trasformazione della regione intera, un programma nuovo, moderno, magnifico, un programma che sarà un successo nostro e del ministero liberale che lo avrà sanzionato!
Tanta eloquenza introna a Remigia le orecchie e il cervello; ma non ha capito un ette.
— Scusi, avvocato; che cos'è questo... carbone bianco?
Il sorriso del Berlendis diventa ineffabile. L'occhio, la voce, il gesto, spirano poesia:
— ... «_Chiare, fresche e dolci acque!_» Non più il carbone fossile, il nero carbone che sporca e affumica, la ricchezza, già stremata, che gli inglesi e i belga ricavano dalle viscere del loro suolo. Su, su, in alto, sempre in alto la stella d'Italia! Le Alpi del Cadore, sono tra le più ricche di laghi, di corsi di acqua imponenti, anche ad altezze considerevoli. Ebbene, noi vogliamo far... procombere al piano l'acqua di quei laghi e di quei fiumi, senza dispersioni, raccogliendo energie formidabili!
— Capisco; ho capito! — Non ha capito, ma Remigia vorrebbe tagliar corto perchè non si diverte. — Io, dunque, dovrei...
— Ecco il carbone bianco! Ecco «la forza indomita dell'avvenire!» — seguita imperterrito l'avvocato, passeggiando e declamando. Ma il tempo urge. L'industria nazionale ha bisogno di un forte incremento; il paese ha bisogno di risveglio, di lavoro; bisogna far presto. Il domani è il nemico, l'insidiatore dell'oggi! Non già che si possano temere concorrenti; impossibile, assurdo! Nessun può proporre condizioni vantaggiose, nè offrire garanzie, non dico superiori, ma pari alle nostre!
— Io dunque dovrei dire a mio marito...
— A suo marito? al ministro? Niente. Ella è in ottime relazioni, con il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Con Sua Eccellenza Leonida Staffa?
— Come a Bologna si sa sempre tutto! — pensa Remigia prima di rispondere.
— Ebbene: basta il sottosegretario! Ella mi dà due righe di introduzione esprimendo la sua simpatia per il carbone bianco, e tutto il resto... è tanto semplice... che va da sè. Io ho soltanto da dir questo, all'onorevole Staffa: Eccellenza: al ministero dei Lavori Pubblici, _Sezione terza_, giace e forse, ahimè! non ancora aperta, la nostra proposta... così e così, etcetera, etcetera. Ebbene, si prega, e con qualche diritto, che la pratica venga esaminata con sollecitudine. Nient'altro; basta! Non si domanda di più! — L'avvocato torna a gridare, a inquietarsi, a offendersi, ma in quel punto, a interromperlo improvvisamente, entra nel salotto un altro suo amico, il caro Zaccarella.
— Scusi, signora duchessa! La chiamano al telefono!
Remigia salta in piedi, lasciando dondolare la poltrona vuota.
— Sarà mio marito!
— No, signora duchessa. È Sua Eccellenza l'onorevole Staffa.
— Permette, avvocato?
— Faccia! Faccia!
— Torno subito!
— Faccia! Faccia! Faccia!
Remigia vola via leggera come una farfalla seguita dal grave signor Zaccarella, al quale l'avvocato stringe un'altra volta la mano.
— Carissimo il nostro... cavaliere!
Il Berlendis ride e gongola.
— Ah! Ah! Proprio vero! Sono stato informato esattissimamente! Leonida Staffa è ai piedi della duchessa D'Orea!... Piedini, veramente maravigliosi con i quali anche i nostri affari, speriamo, marceranno egregiamente! La donna, la bella donna, la bella donna civetta, ecco la più provvida delle istituzioni!... Basta non fare la sciocchezza d'innamorarsi!... Deve essere la nostra forza; non la nostra debolezza! — Sorridendo torna ad asciugarsi il collo, il mento, la fronte, le mani.
— Benissimo!
Si leva gli occhiali per ripulire anche le lenti intorbidite, ma con quel moccichino, le sporca di più!
— Benissimo! Se riesco a strappare la concessione evitando i soliti procedimenti meticolosi, che bel colpo per quel ladro del Danova... ed anche per me!
Donna Remigia rientra nel salotto; è raggiante.
L'avvocato la fissa attentamente.
— Ella ha ricevuta una notizia che le fa molto piacere.
— Sì! Moltissimo piacere!
— Le si legge in fronte!
— Son felice! Non per me, ma per la mia amica più buona, più cara!
— Già. La nostra dolcissima, soave contessina Mimì!
— No! No! Sono felice per Guendalina!
Cavour apre la bocca, e inarca le ciglia dietro gli occhiali.
— La principessa Capodimare! Suo fratello, il conte Cincino D'Ermoli, ha ottenuto di far parte di una commissione di... studi scientifici, che parte a giorni per gli Stati Uniti. Guendalina lo desiderava tanto! Ho già ordinata la carrozza; voglio portarle io stessa la bella notizia. Mi scuserà, avvocato; faccio una corsa; cinque minuti appena! Oggi devo anche vestirmi più presto; si pranza in punto alle sette, perchè stasera si va tutti insieme al Costanzi. Che cosa le dicevo, avvocato? È vero sì o no? E il Gambara se n'ha avuto per male! Un minuto solo, _mio_, non posso averlo mai!... O il telefono, o il telegrafo, o un usciere del ministero! Ah, _mon Dieu!_ _Mon Dieu!_
— Le fatiche del potere!
— Tutto io! Sempre io! Mah, — sospira. — Quando si ha un benedetto marito che non fa niente, mai niente, per gli altri!
Remigia scappa via, ma l'avvocato la ferma:
— E... le due righette di... simpatica introduzione?
— Vada subito al Ministero dei Lavori Pubblici; Sua Eccellenza Leonida Staffa lo aspetta. Adesso, al telefono, gli ho parlato anche di lei. Sa che l'avvocato Berlendis è persona di mia piena fiducia e mio grande amico.
— Però... anche un semplice bigliettino suo...
Remigia, in fretta apre la cartella, trova un biglietto di visita, vi scrive sopra col lapis: «Eccole, caro Staffa, il primo e _il più amato_ dei miei simpaticoni di Bologna...» e lo dà al Berlendis.
— A lei, prenda; come _passe-partout!_
X.
Il pranzo è squisito e sotto l'occhio vigile del signor Zaccarella che sorveglia camerieri e servitori, tutto procede con buon ordine e speditezza.
Donna Remigia è allegrissima, al contrario del generale D'Entracques e del conte Gambara che sembrano, l'un contro l'altro armati... di sussiego e che allungano il muso a vista d'occhio.
Il marchese Pio, invece, osserva i rivali di nascosto, sorride e gusta maggiormente i bocconi ghiotti. Egli ormai s'è messo il cuore in pace. Fa sempre, quando può e come può, la sua corte umile e devota alla bella duchessina «così tenera e magrolina»; ma dopo il colpo di piedino negli stinchi e il rabbuffo toccatogli in carrozza, è cauto, guardingo, prudentissimo e, persuaso di non ottenere di più, si accontenta delle «bricioline». Bacetti sulle manine, parolette nelle orecchine rosee, trasparenti, parolette soffiate sul collino sparso di pellolino biondo, il collino ideale, gracile, di una adolescente; toccarle, quando capita, ma toccarle appena, come una reliquia, le braccine ignude... e basta. Il resto... indovinare, immaginare e ruminare!
Ha capito che è stato quel vecchio don Giovanni pietrificato del D'Entracques a dargli il gambetto e gioisce vedendolo imbronciato e tormentato dalla gelosia.
È stato lui stesso, il rugiadoso Jago a piantargli il pugnale nel cuore.
Prima di pranzo, mentre nel salotto si aspettava l'annunzio di andare a tavola, il marchese Pio ha trovato il momento di sussurrare all'orecchio del conte Martino: — Vedi, quel bel giovane?
— Non vedo altro che un bel naso!
— Dicono... dicono veh! ci sia molto del tenero con la duchessina D'Orea.
Il generale trasalisce e impallidisce, ciò che non gli è mai successo all'improvviso scoppio delle artiglierie.
— A Pontereno, furono visti, dicono, a baciarsi in giardino!
— Sono tutte falsità, infamità, e mi meraviglio che tu...
— Io?... — protesta il Della Gancia interrompendolo. — Io non ho mai creduto niente!... Non la lascio sempre con mia moglie? — Leva gli occhi al cielo come vittima innocente e congiunge le palme in atto di compiere mentalmente il segno della santa croce.
Il generale è convinto dell'innocenza di Remigia, è sicurissimo che si tratta di una delle solite calunnie, ma il pranzo gli è andato di traverso, prima ancora di mettersi a tavola.
Al generale, come Eccellenza, è destinato il posto d'onore, fra le due signore: la padrona di casa e la marchesa Della Gancia. Egli si sforza di mostrarsi indifferente per essere brioso, ma la caramella non gli sta ben fissa nell'occhio e dalla gola non passa il più piccolo boccone; non può che bere, e beve. Con donna Remigia, scambia appena qualche parola, senza mai guardarla. Invece è amabilissimo con la marchesa e con gli occhi, i veri e quello di cristallo, divaga piacevolmente e ostentatamente tra i non simulati richiami dell'ampia scollatura. Vuol far dispetto, vuol far ingelosire la duchessa Remigia... invece la diverte. Ella ha subito indovinato la gelosia e capito il giuoco. La donna è soltanto astuta e l'uomo è intelligente; ma l'astuzia della donna è sempre più forte dell'intelligenza dell'uomo! Per altro, non vuol essere troppo crudele. Il D'Entracques le piace e le piace anche di vederselo innamorato. Ella non sente in lui un pericolo... ma un appoggio... sicuro. Sente che la sua reputazione non avrà nulla da temere, mentre la sua vanità, che è poi l'orgoglio della donna, avrà tutto, invece, da guadagnare.
Vuol calmarlo, vuol rassicurarlo, vuol farlo tornare di buon umore. Sporge verso di lui il fresco visetto e sorride mormorando sottovoce: — Che c'è di nuovo? Perchè sempre e tutto da quella parte?... Perchè solo dedito... all'alpinismo?
Il generale parla pure sottovoce, ma senza guardarla:
— Non osavo sperare ch'ella potesse occuparsi di me, dopo gli ultimi arrivi da Bologna!
Remigia non può frenare un'allegra risatina, che consola subito il generale.
— Ah, no, poi! Accollarmi quel Narciso, che è anche tulipano! Questo no! È proprio troppo e mi ribello!... Preferisco, trecento volte, ch'ella sia ancora geloso della zazzera di Leonida! Mi guardi.
Il generale si volta e la guarda.
— Mi guardi bene!
Gli occhietti ceruli sembrano diventati più grandi e più profondi: non sorridono più. Sono umidi e languidi, spirano fiducia, amore e tanta sincerità!
Il generale non sente più che il dolore e il rimorso di averla fatta quasi piangere.
— Mi perdoni. Non sono mai stato un ragazzo! Comincio ad esserlo adesso, che divento vecchio!
— Mi fa tanto dispiacere per lei che ella sia geloso e così ingiustamente. Per lei è un grande dolore inutile. Per me... è una grande amarezza immeritata!
— Mi perdoni...
Gli occhi di Remigia si riempiono di lacrime: proprio di lacrime vere!
Dà una forte scrollata di testa; gli occhi tornano a ridere e a sfavillare: — L'uno e l'altro, l'avvocato e... il tulipano, sono i soliti regali di mio marito; sono i suoi grandi elettori. Del resto, le annunzio che ripartono subito, domani. Sono venuti qui, al solito, per una raccomandazione ed io li ho fatti subito recapitare a _Rabbagasse!_ Le fa piacere che il conte Narciso e anche Gambara, non si fermi a Roma?... Sì... Ebbene, ciò farà dispiacere, invece, a Mimì Carfo! — Torna a parlare con voce più forte. — Stia attento e se ne persuaderà! Ah, _mon Dieu!_ Come farà mai a vincere le battaglie un generale, così privo di colpo d'occhio!
La marchesa Quanita, le gote accese e umide, mangia e ride saporitamente mostrando più vivo il luccicare de' denti bianchissimi tra le labbra carnose dai bei baffetti. Alza la voce argentina, squillante:
— Privo di colpo d'occhio? Il generale?... Se ha un occhio di lince! Vede la preda... — si diverte a mettere il D'Entracques in imbarazzo quando c'è Remigia, — vede, mira e coglie in pieno dal di qua al di là dell'Oceano!
— Non interloquire! — strilla a sua volta Remigia. — Non difendere il generale! Anzi, mi correggo! Devi, sei obbligata a difendere Sua Eccellenza! È il vivo chiarore delle tue bellezze che lo ha abbacinato!
L'avvocato Berlendis, giallo e rosso, acceso e lustro, più che un Cavour, è un pomodoro. Guarda e ammira la marchesa, guarda e approva la duchessa e si diverte al grazioso e spiritoso «dibattito», mentre col tovagliolo infilato nel panciotto si asciuga la bocca e il mento che cola sudore e salsa.
Si ride; il marchese Pio ne approfitta per sussurrare qualche paroletta all'orecchio di Remigia, un confronto che deve lusingarla assai perchè, in compenso, non ritira il piedino ch'egli preme col suo sotto la tavola.
Chi non ride, ma squarta e divora, pallido, torvo, come se invece di quaglie fossero amanti di Remigia _en belle vue_, è il conte Gambara.
Anche a bocca piena, ma sempre amara, fa dichiarazioni su dichiarazioni a Mimì Carfo che le riceve rassegnata per far piacere all'Idola. Ma sono sempre le medesime, mentre la voce del giovane Otello diventa roca perdendo ogni leggiadria di variazioni.
— Un generale! Un senatore! — pensa tra sè. — Vergogna! Vergogna! — Ah, se la Carfo avesse avuto una dote appena discreta! L'avrebbe sposata lì, ma proprio lì, su due piedi!
Donna Remigia l'osserva e subito dopo pranzo, prudentemente, se lo fa venire vicino con la scusa di offrirgli il caffè.
— Molto zucchero, conte Gambara?
Il geloso finge di non aver sentito.
— Conte Gambara! — ripete Remigia più forte, ma sempre dolcemente. — Molto zucchero?
— No, grazie... Senza zucchero!
Sono in piedi dinanzi al tavolino del caffè e dei liquori. Il D'Entracques è sul balcone con la marchesa, il marchese Pio e l'avvocato Berlendis. Lì, nel salotto, c'è lo Zaccarella soltanto e Mimì che distribuisce le tazze del caffè, versato da Remigia, e i liquori.
— Sempre così amaro? — domanda Remigia sottovoce al giovinotto.
— Ama... marissimo! Tossico! Tossico! Parto stasera, o parto domani!
Remigia lo guarda affettuosamente.
— Parta... domani.
— Come? — Narciso si sente venir freddo. Invece di opporsi, lo lascia partire... proprio, ma proprio?
Donna Remigia fa versare i bicchierini di cognac al signor Zaccarella, riempie un'altra tazza di caffè, con molto zucchero che fa portare da Mimì all'avvocato Berlendis, poi soggiunge sottovoce, intercalando alle parole gli sguardi teneri, espressivi:
— Mio marito è venuto all'albergo, prima del suo pranzo, per vestirsi. — Una pausa e un'occhiatina. — Quando ha sentito che lei era a Roma, non si è mostrato molto soddisfatto!
— Come, come? — Il conte Narciso e il suo naso, diventano un punto d'interrogazione.
— Non che sia geloso, ma tutto gli dà ombra... sempre per quei socialisti! «Ricordati, — mi ha detto, — finchè sono al Governo e siamo a Roma, tutto serve per i nemici delle Istituzioni... Specialmente, la moglie, quando si tratta di mettere in ridicolo il Ministro...»
— Ma io sono qui per affari, proprio così, insieme all'avvocato Berlendis?
— L'avvocato Berlendis parte domani; domani deve partire anche lei. Il mio Jack, tesoro, non è cattivo e non è sospettoso, ma è molto meglio per noi, — il _per noi_ è detto in modo da far ritornare un po' di caldo al giovane innamorato, — che l'osservazione non si ripeta. Creda a me, non è bene, non è prudente che mio marito, ci ritorni sopra un'altra volta. Pensi... noi restiamo qui ancora pochi giorni, poi le noie, le fatiche di Napoli, della Spezia, di Venezia e finalmente a Pontereno, per tanti, tanti mesi e sola! Ritorni adesso a far la corte, molta corte, a Mimì Carfo. Sarebbe un vero peccato compromettere tutto... per niente!
Il povero Narciso non sa se rallegrarsi, se dolersi; nell'incertezza geme.
— Ma quello là?... Quello là?... Quel generale là?
Remigia scrolla la testa e compatisce il povero Gambara che diventa matto!
— Il D'Entracques?... È l'amante, cosa ormai passata in giudicato, di missis Britton! Gliela farò vedere stasera al Costanzi! Vedrà che per un generale e senatore, ce n'è abbastanza! Io non lo posso soffrire, appunto perchè con la sua pertinacia in galanteria è un anacronismo, ma devo mostrarmi amabile, quanto è necessario: così vuole il mio signor marito. Oltre che suo collega nel gabinetto è il suo più grande amico! Sa che Jack è eccessivo in tutto, nelle antipatie e nelle simpatie! Perchè gli ho detto un giorno che il suo D'Entracques si tinge i baffi, credo che volesse levarmi gli occhi! — Da bravo, un inchino diplomatico e si allontani! Vada a sorbire il caffè... e i begli occhi sentimentali della contessina Mimì, poi sparisca alla _che-ti-chella!_ — Trova buffa la parola e ride. — Si ricordi: le proibisco di fermarsi in ammirazione dinanzi alla mostra di Quanita! Ahimè! Al confronto di quell'ammasso tremolante di _delicatessen_ come direbbe un tedesco, io devo rimanere una ben misera cosa!
— Vengo però, in teatro, in palco? — supplica il Gambara con note di violino e flauto.
— Sì, un momento; sul tardi. E da Bologna si ricordi, faccia subito una corsa a Pontereno! Vada a salutare e a dare un bacio per me a _Febo_ e a _Desir!_ Ah, _mon Dieu!_ Dire che li amo tanto, — cari, tesöri, — e che qui a Roma, per colpa di Jack che non mi dà pace, persino... li dimentico!
Il D'Entracques, da qualche momento, sta osservando i due dal balcone, e ritorna ad oscurarsi. Appena il giovanotto si allontana, si avvicina lui chiedendo una goccia di cognac. Remigia lo rasserena, nel momento stesso che gli offre il bicchierino.
— Quanta fatica, per maritare Mimì! Ma spero tanto di poter riuscire e sarei così felice! — Poi soggiunge ancora più sottovoce: — Quando si va a teatro, faccia presto a salire in carrozza con me! Lasciamo a Quanita di far gli onori di Roma ai bolognesi! Lei si perde troppo in complimenti. Generale valorosissimo, ma non sempre abile e pronto nelle piccole manovre! — Si volta, verso il balcone:
— Badate! Non facciamo troppo tardi per la _Manon!_ — C'è tempo?
— C'è così tempo! — rispondono insieme la marchesa e il marchese Pio.
— Comincia alle nove e mezzo, — osserva l'avvocato, guardando l'orologio.
— Basta essere al Costanzi alle dieci!
— No! No! — esclama Remigia. — Voglio esserci da bel principio per una garbata attenzione verso mio cognato!
Tutti ridono, ma in questo punto si sente una carrozza fermarsi dinanzi all'albergo, e il signor Zaccarella, che stava prendendo il fresco alla finestra di una stanza vicina, corre nel salotto:
— Signora duchessa!... Sua Eccellenza! È qui Sua Eccellenza!
— Impossibile!