Part 22
Giacomo osserva le due giovani signore, soffocando in sè stesso le proprie osservazione e i propri dubbi. — Quanto sarà sincera... la bambina? — Pure, seconda il gioco, e come si fa appunto, qualche volta, con le bambine riottose, finge di cedere e di acconsentire, pur di evitar capricci e noie.
— Domani, fammi sapere nome, cognome, titoli accademici, se ne ha; ciò che ha fatto e ciò che precisamente vorrebbe fare il tuo protetto.
— Mi giuri che avrà la nomina?
— Non giuro mai!
— Me lo prometti?
— Non posso promettere ciò che non dipende dalla mia sola volontà; ma quando vedrai la tua amica Guendalina le dirai che la domanda di suo fratello sarà presa, certamente, nella dovuta considerazione. — Si sente stanco, si alza per andare a letto. — Anche domattina devo essere al Ministero prima delle sette!
— E... la salute? — Mimì Carfo, così dicendo, avvolge il signor D'Orea, con la grande tenerezza de' suoi occhi azzurri, in un'ondata di luce dolcissima, affettuosa.
Giacomo guarda la fanciulla con malinconia, con tristezza.
— Penseremo anche alla salute... A suo tempo!
Stringe la mano a Mimì, stringe e bacia la mano a Remigia e se ne va solo, mormorando la buona notte.
Uscito Giacomo, Remigia rimane un istante seria, a riflettere, con le ciglia aggrottate: dal suo volto sono spariti il sorriso e la fresca ingenuità della bimba. Sembra invecchiata di dieci anni; è la donna irritata. Ad un tratto si scuote e scrolla la testa furiosamente.
— Scommetto che quell'... apata lì, non farà un bel niente di niente! Figuriamoci se vuol scomodarsi per me! Non sono mia sorella!
— Per amor del cielo!... Può sentire! — mormora la Carfo spaventata.
— Senta pure! Tanto... per il bene che ci vogliamo! Antipatico e... apata. Apata! Apata!... È il primo favore che gli domando, niente! E sa che si tratta della mia amica più buona e più cara! — Questa è una pugnalata che trafigge il cuore di Mimì, ma è tirata apposta. — Che importa a lui delle mie amiche, di mammà?... Di tutte le persone alle quali io voglio bene?... Niente! Anzi, le detesta!
— Questo poi no! Hai torto! È così buono invece... — Mimì vorrebbe difenderlo, ma Remigia l'interrompe con una sghignazzatina ironica.
— Buono... con te? Ah! Ah! Ma forse adesso... Può darsi!... Gli fai una corte sperticata!...
Mimì non risponde: diventa pallida pallida, le spuntano subito le solite lacrimone.
— Se tu sapessi, — continua Remigia, — che cosa, in altri tempi, diceva anche di te!... Ma no; _cito, cito!_ — Con la mano si chiude la bocca.
Mimì piange dirottamente.
— Ecco! Ci siamo! Ah, _mon Dieu_, che bel divertimento! — Si mette con i pugni sui fianchi e gira su e giù canterellando a mezza voce: — Ci siamo! Ci siamo!
La lascia sfogare un poco, poi le si ferma dinanzi.
— Vuoi farmi un piacere?... Uno solo, ma grande?... Rispondi!
Mimì alza gli occhi in cui c'è tutto il bene dell'anima sua, e la fissa timidamente.
— Non guardarmi, soltanto! Rispondi!
— Sì...
— Allora non piangere sempre, quando ti fa comodo, per mettermi dalla parte del torto! Tu, a furia di rabbonirlo e di lisciarlo a fin di bene, — questo volevo dire — ti lasci raggirare!... Lui si vale di te per sorvegliarmi e per spiarmi.
A questo punto Mimì si ribella:
— No! Mai! Tu offendi lui e offendi me!
Remigia, alla prima e inaspettata rivolta, si raddolcisce subito.
— Io non so spiegarmi, scusa, o tu non mi vuoi capire. Non è colpa tua se «quello là» con tutta la sua politica, riesce, come t'ho detto, a raggirarti bravamente. Te ne supplico, gioia, sono tanto nervosa io e infelice! Non diventare nervosa anche tu... o non posso più vivere! Più, più, proprio più! — Le dà un bacio e l'altra se la stringe al cuore.
C'è un breve silenzio, poi Remigia domanda pianino: — Di che cosa avete parlato, tutta la sera?
La Carfo risponde balbettando:
— Abbiamo parlato... così... un po' di tutto!... Persino di politica!
— Oh! Oh!
— E abbiamo parlato moltissimo di te.
— Di me? Che cosa avete detto? Ecco precisamente ciò che desidererei sapere.
— Ho detto che sei molto buona, che gli vuoi molto bene; gli ho detto le feste che ti hanno fatto a Pontereno e a Bologna e il tuo dispiacere per non averlo veduto stamattina alla stazione.
— E poi?
— Abbiamo parlato della marchesa della Gancia...
— A proposito di che?
— Della sua età, della sua serietà. Non essendo più tanto giovine...
— Ha un figlio ufficiale di marina!
— Appunto; il signor D'Orea crede che sarà anche per te un'amica e una compagna buona e sicura.
— Poi?
— ... Non ricordo altro! — Mimì sta un momento pensierosa. — Ah! Ecco! Mi ha domandato se suo fratello, al solito, ha sparlato di lui.
— Vedi, vedi, come senza che tu te ne accorga ti fa fare la spia?
— Ma no...
— Ma sì!
— Fosse anche, io gli ho detto, — com'è vero, — che l'ho appena intravvisto un momento, alla sfuggita!
Remigia si fa seria, serissima. Il viso le diventa affilato.
— Ricordati bene: tu mi dovrai sempre riferire, parola per parola, tutti i discorsi di Giacomo; e gli dirai soltanto... ciò che voglio io!
— Ma anche tu, cara, ascolta un mio consiglio. — Mimì prega a mani giunte. — Non gli fare raccomandazioni. Lo inquieta, lo irrita!
— Ti ha detto lui, anche questo?
— Sì; stamattina e poi ancora stasera.
Remigia ricomincia a cantarellare, a camminare su e giù, facendo un cipiglio strano, mulinando chi sa che cosa. A un tratto, le passa dinanzi, come un baleno, l'alta e secca figura del D'Entracques: dà una forte scrollata di testa; la massa d'oro si solleva scompigliata, poi i riccioli biondi tornano a posto ed ella ride allegramente.
— Prometto e giuro! — Fa un grande respirone. — Ah!... Non dovrò più graffiarmi e pungermi per accarezzare quell'istrice! — Devi sapere... — Afferra le due mani di Mimì, la fissa negli occhi, fa per parlare, poi si pente. — No. Ti basti questo; io sarò _in-flu-en-tissima!_ E intanto, — prima prova del mio potere, — Cincino D'Ermoli otterrà la sua brava nomina! Ah! Ah! — La bionda lodoletta trilla allegramente. — Sono in dieci i ministri, cara mia, e lui, il signor... Catone tira-molla, non è nemmeno tra i più autorevoli!
Donna Remigia conta evidentemente sopra Sua Eccellenza D'Entracques, ministro della Guerra; invece, — chi mai lo avrebbe immaginato? È l'altra Eccellenza, è la sotto-eccellenza, è Leonida dal cappellone, è proprio il _Rabbagasse_ che riesce a far pervenire la nomina ambita al conte Cincino D'Ermoli!
Dopo un paio di giorni, quando Remigia è ben sicura che da Jack non si ottiene niente, scrive alla Capodimare per metterla a parte dei suoi dubbi e delle sue nuove speranze.
La principessa, appena ricevuta la lettera, si fa portare con la carrozza all'albergo di Roma.
— Che, che! Impossibile!... — esclama addolorata, alle prime parole di Remigia. — Vuoi raccomandarti al D'Entracques?... Non può far niente.
— È ministro anche lui; anzi è di più, perchè è ministro della guerra!
— Ma in questo caso non potrebbe altro che raccomandare Cincino al suo collega, il ministro dei lavori pubblici!
Guendalina si mostra assai contrariata e Remigia è furibonda contro Jack, non più tesöro, ma sgarbatissimo e caparbio. Tutte e due si guardano mortificate e afflitte.
— E allora?
— Che cosa si può fare?
— ... Non c'è proprio un raggio di speranza!
Sospira l'una, sospira l'altra, quando Giovanni, il servitore venuto da Pontereno, entra nel salotto annunziando una visita:
— Sua Eccellenza Leonida Staffa!
— Dov'è?
— Giù. Nella sala di lettura. Ha mandato il _liftiè_ per sapere se la signora duchessa riceve.
— No! Ho il mal di testa! — Remigia è contenta di poter fare, con quella sgarbatezza al sottosegretario, un dispetto a suo marito. Ma Guendalina le parla piano all'orecchio e Remigia, in fretta, chiama indietro il servitore.
— Ricevo! Ricevo! Andate ad incontrare Sua Eccellenza e conducetelo qui!
— Ma è il solo uomo, cara mia, — esclama la principessa, quando Giovanni è uscito, — è il solo uomo, dopo tuo marito, che possa far mettere Cincino nella Commissione!
— Davvero? — Gli occhietti di Remigia sfavillano. — Dici davvero?
— Certissimo!
— Ma Giacomo, quando lo verrà a sapere, non si opporrà?
— Appunto per questo. — Anche gli occhi della Capodimare sono pieni di furbizia. — Prima, non deve saper niente; dopo, che importa?... Tutto sta che questo Leonida sia un uomo sensibile e seducibile!
— Tentiamo insieme!
— Tentiamo.
Le due signore si abbracciano ridendo. Non sono più addolorate e non sospirano più. L'idea di avere un ottimo pretesto, quello della salvezza morale e dell'utile materiale di Cincino, per poter spiegare tutta la loro civetteria, le diverte assai; specialmente Remigia.
— E... Mimì Carfo? — domanda la Capodimare con aria sospettosa.
— Non sa niente e non saprà niente! Ti aspettavo oggi! _Il cor me lo dicea!_ — Un piccolo saltetto di gioia e un altro abbraccio di Remigia a Guendalina. — Per essere libera l'ho mandata in giro, con il signor Zaccarella, in cerca di moltissime cose... che non farà presto a trovare!
Si sente un rumore di passi nel corridoio: Leonida s'avanza.
— Eccolo!
— Il _Rabbagasse!_
Le due signore siedono, con molle abbandono, una sulla poltrona, l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente, guardano verso l'uscio con l'espressione felina di due giovani pantere in agguato, che sentono l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i denti bianchissimi, sempre pronti... al sorriso.
È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a Mimì Carfo: il suo sottosegretario di Stato ha la smania delle signore! Belle o brutte, vecchie o giovani, non importa, purchè siano della più alta aristocrazia. Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza Leonida Staffa si sente preso dalla vanità. Cosa naturale: placata la fame, si comincia a soffrire la sete.
Le signore, anzi le _dame!_ Le vere, le gran dame! Quelle proprio di Roma, le classiche, i nomi storici, le prime del mondo!
— Che splendore! Che fascino! E che desiderio, che ansia di poter penetrare in quel tempio, sacro alla storia!
— Le principesse romane!... Che cosa grande!
Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia, le occhieggia da tanto tempo, e — ahimè! — sempre da lontano! Si può dire che egli è nato con quella voglia in corpo!
Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi repubblicane, scaraventando dalla _Bandiera_ bottiglie d'inchiostro rosso, di un bel rosso puro, prettamente plebeo, contro i favoriti e le Favorite, — con la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava pure alla _Bizantina_ gli «asterischi del contino Ipsilon» che scriveva di straforo, tingendo la penna nel più azzurro e araldico giulebbe e lardellando la sua nobile prosa di _eburnee spalle regali_, di _incessi sovrani_, di _maestà matronali_, di _crême_, di _fine-fleur_ e di _high-life_. Con gli anni, evolvendosi ed elevandosi, diventato a mano a mano direttore di giornali e di riviste, democratico in politica e aristocratico in letteratura, creato segretario o presidente di tutte le missioni e di tutte le Commissioni, nominato all'Università professore ordinario, per un caso straordinario e, finalmente, eletto deputato, il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran dame, quelle della vera _haute_ di Roma, un po' più a suo agio, alla Camera, ai Lincei, alla Palombella.
— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore della provincia, non sono che donnine e donnette in confronto della vera donna Romana! Saranno carine, eleganti, avranno il gusto, lo _chic_ parigino; ma la signorilità principesca delle romane?
— Tutto diverso!... Il modo di parlare, di guardare, di salutare, di sedersi in carrozza, di camminare! Tutto diverso! Cosa grande! È un'atmosfera diversa! Un profumo diverso!
Il suo naso, naso ex-repubblicano e ancora quasi radicale, non è mai stato veramente così vicino a nessuna principessa, da sentirne l'odore. Ma non importa! Lo intuisce e lo pregusta.
Salito al Potere e diventato Eccellenza, a quella prima ed ultima seduta della Camera, Leonida Staffa ha alzato l'occhio più sicuro e più fermo sulla tribuna della Corte e sulla tribuna del Corpo diplomatico. Sente parlare della D'Orea... — Una duchessa Moncavallo?... Se la fa indicare...
Mentre la fissa e l'osserva, comincia a ricordarsi di Toblach, di un gran barbone di lusso, che si chiamava principe Rosalino, di una gran dama molto superba che lo salutava appena con la testa, senza mai stringergli la mano...
— Bellina la biondinetta!... Oh! Oh! È con una dama d'onore! La cognata della principessa Capodimare!
Siede, si volta chinandosi all'orecchio del suo collega ai Lavori Pubblici:
— Ho avuto l'onore di conoscere la signora D'Orea a Toblach!... Era ancora una ragazzina! Ho conosciuto moltissimo la madre, la duchessa Moncavallo! Gran dama, veramente!... Anche il principe Rosalino!... Bellissimo uom... Bellissimo gentiluomo!
Lo stesso giorno, dopo la seduta, egli porta i biglietti di visita, borbottando con stizza nel piegarne gli angoli:
— Staremo a vedere se anche la signora D'Orea, spiegherà la burbanza di sua madre...
Sopra la moglie del ministro del quale egli è il sottosegretario di Stato, Sua Eccellenza Leonida Staffa sente di poter vantare tutti i diritti della colleganza politica.
— Staremo a vedere!
Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si mette in marcia alla conquista dell'_hôtel de Rome_, sospettoso, minaccioso, armato di tutta la sua fierezza ex-repubblicana e ancora... quasi radicale.
Sua Eccellenza domanda al portiere se la _signora_ D'Orea riceve con più burbanza, certo, di quello che avrebbe spiegato la stessa vecchia Moncavallo; ma aspettando la risposta nel salone terreno, lancia un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera spruzzata di fresco è olezzante; i baffi e il pizzo arricciati e rilucenti di _brillantina_.
— Staremo a vedere!
Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli lo accoglie di piè fermo, come l'araldo di una potenza nemica. Lo ascolta senza batter ciglio, imperterrito e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera, sempre senza una parola, gli consegna il cappellone. Ma lì, proprio lì, sul punto di varcare la soglia del salotto è colto da un senso stranissimo di timidezza. Per ciò, per vincersi, si presenta ancora più sostenuto, aggrottando la fronte luminosa... Ma quando esce, un'ora dopo, è inebriato, entusiasmato; è in estasi!... È vinto.
— Cosa grande!
Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma la Capodimare, — la principessa, — è stata addirittura incantevole! Quanta nobiltà! Quanta signorilità! Che grazia! Che finezza!
— Cosa grande!
Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di radiotelegrafia o di Cincino D'Ermoli. Non si parlò del ministero e nemmeno di politica. Ma invece di arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della conferenza per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da Kristian Höye, uno dei compagni di Nansen. Le signore ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi dietro le loro seggiole.
— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia all'amica, durante una pausa del conferenziere.
— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'_Iris?_
La _Manon_ era stata rimandata per una delle solite indisposizioni _réclame_, di Fanfan Trécoeur.
— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'_Iris_. — E così resta fissato.
Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha sentito tutto il discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi; domanda al camerino del teatro il numero del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea e trova il modo di avere una poltrona proprio sotto.
Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero: è quasi l'invito per una visita.
— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema che occupa per tutto il primo atto lo spirito di Leonida Staffa. Quando cala la tela si risolve, si alza.
— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono quelle stesse di ieri.
Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la democrazia, Sua Eccellenza Leonida Staffa si è vestito, quella sera, con una giacca che può passare per uno _smoking_, ovverosia con uno _smoking_ che può passare per una giacca. Dà un colpo forte al cappellone, lo schiaccia, lo tiene sotto il braccio come un gibus, entra pianino nel palchetto ed eccolo seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco alla principessa.
È lì, al Costanzi, mentre _Iris_ spiega le sue belle maglie rosa alla gran luce del Joshiwara, che la principessa raccomanda Cincino a Sua Eccellenza.
— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene sarei tanto, tanto, tanto riconoscente!
Che musica!... Non quella dell'_Iris_, che Leonida Staffa non ascolta nemmeno, ma la musica di quei «tanto tanto» modulati, sospirati al soffio leggero di un alito dolcissimo, profumato, voluttuoso.
Remigia unisce le sue raccomandazioni a quelle dell'amica e ne aggiunge un'altra particolare.
— Che mio marito non sappia niente, o manda tutto a monte! Ha certe idee!... — E le spiega.
Leonida Staffa non è dell'opinione del collega; tutt'altro!
— Ah no! Questo poi no! Le solite persone competenti? Le solite persone tecniche? Io diffido, per massima, dei tecnici e dei competenti! Vecchi sistemi e vieti pregiudizi! Rinnovare, bisogna! Rinnovare e ringiovanire! La maravigliosa invenzione di Marconi è l'invenzione di un giovane! La radiotelegrafia? L'elettromagnetismo? Il mistero delle onde hertziane? Scoperte giovani! Scienze giovani! Forze giovani, che appartengono di diritto... ai giovani!
IX.
— Dunque, siamo intesi! — esclama Remigia alzandosi e abbracciando Quanita. — Alle sette venite a pranzo da me e poi si va alla _Manon_, dove troveremo Guendalina e _forse_ — chi sa? — anche il cavalier Paparigopulos!
La marchesa non rileva lo scherzo. Ella teme soltanto che all'ultimo momento venga fuori la solita striscia verde con un altro _riposo_. Alla marchesa occorre sempre di sapere di sicuro, prima delle tre, se c'è teatro sì o no!
— Ci sarà poi, questa _Manon_, o non avremo un'altra indisposizione?
— Speriamo di no; sarebbe la quarta!... Il povero Luciano si dispera.
— Ma... è proprio innamorato sul serio o lo fa per moda?
— È innamorato sul serio perchè è di moda.
— E sua moglie?
— Mia sorella?...
— Non ne soffre?
— Credo che, viceversa, sia questa l'unica cosa di suo marito che ancora può soffrire.
— Luciano dev'essere noiosetto in famiglia?
— Noioso lui e noiosa lei. Tragedia e musica!
Le due signore continuano a chiacchierare e a ridere fin sulla soglia dell'anticamera, dove Quanita accompagna Remigia, e dove si abbracciano un'ultima volta.
Remigia parla sottovoce per non farsi udire dai due servitori che stanno presso l'uscio, impalati.
— Stasera posso venire anch'io alla prima della _Manon_ perchè Jack ha i sindaci della Basilicata a banchetto! Ma se fosse ancora rimandata e cadesse in una sera in cui lui resta in casa... impossibile!
— Perchè?... Tuo marito non è geloso; non ti secca mai!
— Quando si tratta di me. Con Fanfan di mezzo... si tratta di mia sorella!
Quanita legge negli occhietti furbi molte cose di cui sarebbe curiosissima di avere la spiegazione. Fa per trattenerla ancora, sull'uscio, tenendole una mano.
Remigia non può.
— Un altro giorno! Ho fatto anche troppo tardi! Lasciami andare! Ho due bolognesi simpaticoni che conoscerai oggi a pranzo e che mi aspettano all'_hôtel_.
— Due adoratori?
— Uno sì e l'altro... quasi!
— Allora non lo diremo a Sua Eccellenza!
— A mio marito?
— A Sua Eccellenza... D'Entracques! — La marchesa si tira Remigia più vicina mormorando, sempre sottovoce, assai maravigliata: — Diventi rossa?... Come, come, come?... Diventi rossa?
Remigia che si sente bruciar davvero fa una grande risata per rimettersi, mentre alzandosi in punta di piedi bisbiglia all'orecchio dell'amica:
— _Retour de jeunesse et retour d'Amerique?_... Ah no, mia cara! Quale scusa potrei avere per mio marito? — Scioglie la mano e scappa via, infilando lo scalone.
L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara aspettano la duchessa Remigia da oltre un'ora. L'avvocato intanto, — lestezza e pulizia, — si leva la polvere e il nero del carbone dalle scarpe, dall'abito e dalla faccia, con lo stesso fazzoletto; e il contino Gambara guaisce con Mimì Carfo.
— Ma sì! Ma sì! La nostra duchessa Remigia non ci vuol più bene! Cattivina, cattivona, cattivaccia! Ma sì, ma sì, santo Guìo! Aspettare e non venire! Lei, invece, è un angelo, contessina! Proprio così!
— Remigia! Remigia! — La Carfo sente battere con gioia il _tic tac_ dei passettini veloci. Ella è in pena per quel ritardo che può far sembrare la sovrana di Pontereno poco premurosa verso i suoi buoni amici di Bologna.
Remigia entra sorridendo.
— Eccomi! A voi! E tutta vostra, finalmente! — Così dicendo stende le due mani che il Berlendis ed il Gambara si affrettano ad afferrare, una per ciascuno, e a baciare replicatamente.
— L'ho detto io che sarebbe venuta subito! — esclama Mimì dandole un bacio nel levarle il cappellino.
— Subito, subitissimo... dopo un'ora! — Il Gambara abbassa il bel nasone fino a premerlo quasi contro il petto, mentre raggrotta la fronte e fa il verso d'un bambino imbronciato. — Oh, vergogna, vergogna!
Cavour mette pace:
— Impazienza legittima, dato il legittimo desiderio di rivedere la nostra bella, la nostra cara duchessa!
Remigia sospira, geme, sbuffa.
— Sapeste, quanto da fare! Non esagero, Berlendis: ho da fare più io di mio marito!
Il bianco nasone vola per aria facendo le grandi maraviglie, ma l'avvocato trova la cosa affatto naturale.
— Al marito il dicastero, alla moglie la rappresentanza!
— Tutte... le rappresentanze! Il mio Jack non si muove mai, e chi è sempre in giro sono io!... Di qua, di là, esposizioni, inaugurazioni, conferenze, comitati...
— Gli asili, le scuole, le visite! — aggiunge Mimì.
— I ricevimenti ufficiali e non ufficiali! Credetelo, sogno, oh, come sogno un po' del mio delizioso Pontereno! Pensate che qui a Roma, per poter dedicarvi un'oretta e per poter disporre della serata, ho dovuto fare... miracoli!... Mimì lo sa, ma intanto... Adesso, si sta un po' insieme, si pranza insieme e si sta insieme anche dopo. Siete contenti?
L'avvocato è contento; il conte Gambara niente affatto. A Roma, aveva sperato... tutt'altra cosa! E aveva fatto il viaggio con quell'ansia e quel bruciore addosso. Invece la cattivona, glielo fa capir subito, senza complimenti: a Roma... niente di niente, anzi, ancora meno di Pontereno!
Ha un impeto di dispetto e di collera. Si volta di colpo, prende, stringe la mano della Carfo, la bacia e la ribacia furiosamente: — A Roma vi trovo ancora più deliziosa, deliziosissima!...
Remigia, per calmarlo, geme più forte: — Non ho potuto avere un giorno libero, nemmeno per la mia mammà! E sospiro l'ora, il minuto di vederla, di poterle telegrafare: vieni a Roma! Oh, mammà, la mia mammà, gioia, tesöro!
— Ma sì! Ma sì! Deliziosissima! — continua a ripetere il conte Narciso sempre rivolto, ostinatamente, a Mimì Carfo e passando, con gorgheggi e falsetti dalle note di petto alle note di testa. Poi si guarda nello specchio, — oh, santo Guìo! — Si trova orribile, orrendo! — Corro, volo a far toeletta!
È un pretesto. Vuol punire la crudele, che abborre, con l'immediato abbandono! Fa un bell'inchino, piegando il collo con un attuccio vezzoso e premendosi la paglietta sul petto con tutta la mano aperta, se ne va scivolando a passo di valtzer, senza nemmeno rispondere a donna Remigia che gli grida dietro con affettuosa insistenza:
— Alle sette precise!... Si ricordi!... Anche prima.
Infila le scale, infila il portone dell'albergo; passa una carrozza vuota, ci salta dentro gridando al cocchiere:
— _Hôtel Milan!_ — Poi pensa fra sè: — Torno a Bologna, certo, certissimo, con la prima corsa!... Niente pranzo, alle sette! Scrivo due righe asciutte e non ci vado. No, no, e poi no! Faccio proprio così!
Per suo maggior tormento, a Roma, donna Remigia gli sembra molto più bella!... Bellissima! Mostro!