La moglie di Sua Eccellenza

Part 21

Chapter 213,721 wordsPublic domain

Remigia si adagia sopra un panchettino ai piedi della poltrona di Guendalina, ponendo il capo sulle ginocchia sottili e puntute dell'amica. Ma il gioco dei labbruzzi rosa e dei bei dentini bianchi nel far uscire il fumo a spirale è dedicato a Sua Eccellenza d'Entracques che è sempre vicino a Remigia, che non guarda che Remigia e che ormai, con gli occhi accesi e le fiamme alle guance, vede tutto biondo!

— Ecco Cincino! — esclama la marchesa Quanita di cui si vede, sul balcone, la sigaretta accesa.

Il conte D'Ermoli, calmo e sorridente, dopo i saluti e le strette di mano, reca placidamente una notizia che suscita lo scompiglio e la tempesta in quell'ambiente così omogeneo, e fino allora, così sereno.

— Il prefetto e il questore, con la solita scusa dell'ordine pubblico, l'hanno data vinta alla piazza e alla massoneria: hanno fatta chiudere la chiesa della Madonna a Ponte di Ripetta!

Le signore s'infuriano, il marchese Pio soffia, sbuffa, poi passando dalla collera alla disperazione geme piagnucolando, mentre il Paparigopulos, approvando a collo storto, guarda di sottecchi la Capodimare per ben capire quale dev'essere la sua opinione.

Proprio in quei giorni, in una piccola chiesa vicina al ponte di Ripetta, una Madonna, ch'era sempre stata tranquilla e giudiziosa sul suo altare, si era messa improvvisamente, a girar gli occhi. — Miracolo! Miracolo! — comincia a gridare il popolino. La folla, donne, uomini, ragazzi, si pigia nella chiesa e in tutta la piazzetta circostante, dall'alba alla sera. La Madonna, intanto, preso gusto a far miracoli, non si ferma al primo: ne fa di nuovi tutti i giorni. Ridà la vista a un cieco, ridà la forza e l'uso delle gambe a un paralitico, e ad una povera donna, venuta apposta fin da Cava Salara, cambia un cattivo tumore in una buona gravidanza.

Si fa un gran parlare della Madonna, del miracolo, della fede... della mistificazione e della superstizione. Dalla cronaca del _Messaggero_, la notizia si diffonde negli altri giornali di Roma, anche i più gravi. Chi discute il _fenomeno_, chi tira in ballo il misticismo, l'ipnotismo e chi la bestia umana. Poi si comincia a gridare, a strepitare pro e contro. La folla lascia dire, sbraitare, scrivere, e continua ad addensarsi sempre più fitta, più infervorata nella chiesa, nella piazzetta, tutt'intorno, quando una sera, tre quattro anticlericali del circolo «Arnaldo» si cacciano in quella fiumana, fischiano, sghignazzano, urlano: — Se la Madonna muove gli occhi è perchè i preti tirano i fili!

Dietro i fischi segue qualche pugno, qualche sassata, poi giù, botte da orbi, finchè arrivano i carabinieri, le nappine azzurre e dopo i tre squilli soliti, e che al solito si odono e non si odono, tra i più scalmanati vengono acciuffati sette o otto e dentro, in _guardina_! — Il giorno dopo sono rimessi tutti in libertà, e chi non ha avuto la testa troppo rotta, se la riporta a casa. Ma poi, la sera, si torna da capo: fischi, botte, squilli e arresti.

Intanto nei circoli clericali e anticlericali, cominciano le assemblee, gli ordini del giorno, le proteste e per la domenica prossima sono indetti due grandi comizi, uno degli anticlericali, contro _la superstizione che agli albori del secolo ventesimo, reca offesa a Roma intangibile_; l'altro dei clericali _contro i nemici della Religione e della libertà della Chiesa nella Roma cattolica_.

Le scene, le dimostrazioni continuano. Siamo al sabato sera. Prefetto e questore, visto che la Madonna si ostina a far d'occhietti, per «misura d'ordine pubblico» fanno chiudere la chiesa e mettono un cordone di carabinieri e di guardie, per impedire l'accesso alla piazzetta.

— È un'indegnità! È un darla vinta ai nostri nemici, che sono poi anche i vostri! I nemici della Religione, sono i nemici delle Istituzioni! — strilla la marchesa Quanita con tutta la potenza delle sue belle note di petto, e con tutta la foga e l'impeto meridionali.

La Capodimare cambia faccia, colore, cambia l'espressione degli occhi e cambia la voce. Tutt'e due, le signore, sono infuriate contro Sua Eccellenza, il generale D'Entracques, il quale, in mezzo a due fuochi, resta fermo, a cavallo, tra la galanteria e la politica. Tranquillo, sorridente, non getta a mare il Prefetto e il Questore e nemmeno li difende. Egli cerca, con qualche mezza parola, di far intendere la ragione, non alla marchesa, nè alla principessa, — cosa impossibile, — ma a donna Remigia.

Remigia, in fatti, sente in questo momento la _responsabilità_ della donna al Potere, della Ministressa. Si tiene, con tatto e con prudenza, al di fuori della mischia, e mentre il marchese Pio continua a mormorare con la voce strozzata dalla bile, — _Rabbagasse! Rabbagasse!_ — ella fa un po' come il Paparigopulos, che senza mai guardare in faccia nessuno, continua a spalancar la bocca maravigliata e a far profondi inchini di consenso e alle signore che accusano e al generale che si difende.

— Dite che è una delle solite prepotenze che vi vengono imposte da chi vi ha presa la mano e finiamola! — grida la Capodimare.

— No, principessa! — risponde il generale con un arguto risolino che ha per obiettivo Remigia. — È semplicemente una misura d'ordine, che ci è stata imposta dalla necessità!

— E la religione? E il diritto dei cattolici?

— E il Governo... che deve pur governare, marchesa mia? E il diritto dei cittadini alla tranquillità e alla sicurezza?

— Tutto dipende perchè, anche voi, non volete capire una cosa, caro D'Entracques!

— Quale?...

— Che Roma non si cambia, non si trasforma. Sarà sempre la capitale della Fede, del Cattolicismo!

— Mille perdoni, principessa Guendalina, ma per il momento, è anche un po' la capitale del Regno d'Italia!

— Per il momento, speriamo! — afferma la principessa.

— Speriamo! — ripete il principe Pio giungendo le palme devotamente e sfidando un'occhiata ammonitrice della moglie.

— Queste, _pardon!_ — il generale scatta in piedi seccato, — sono esagerazioni!

— Queste sono verità!

— Ssst!... Silenzio! — Cincino D'Ermoli, si avanza dal balcone nel salotto. — Se continuate così, vi farete sentire anche in istrada!

Bisogna calmarsi, bisogna cambiar discorso, anche perchè entrano i servitori che portano il tavolino del tè e quello delle ghiacciate.

VIII.

I gelati e il tè, rimettono la calma nel mare procelloso.

La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo il caldo, ritorna sul balcone a fumare sigarette, a sventolarsi e a ridere saporitamente, con certe risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più pittoresco, in pretto romano, fa un accurato inventario di tutte le bellezze esposte e mal nascoste.

A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire una carrozzella in fondo alla strada, manda in fretta Cincino in cerca del fazzoletto: nella carrozzella che passa di corsa si scorge mezzo in ombra e mezzo illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel giovanotto dalla barbetta rossa che guarda in su, verso il balcone, sorride e non saluta...

— Grazie, Cincino!

Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia, tra l'annoiato e l'insolente, a dire «spiritose sconcezze» alla cognata, mentre nel salottino i rimasti, tra la conversazione che langue e le occhiate che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono a due a due, secondo l'attrazione. Ma... sono in cinque: la principessa e il Paparigopulos; Remigia e il D'Entracques... Al povero marchese, per appartarsi in buona compagnia, non resta che l'_Italie_.

La conversazione tra la Capodimare e il cavalier Paparigopulos, procede in un modo curioso: qualche parola forte, il nome d'un romanzo recente, di un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano» e tutto il resto del discorso bisbigliato pianissimo.

Remigia, parlando con il generale, sorride, rossa, animata: il generale, invece, diventa sempre più pallido, e mentre donna Remigia alza il tono della voce, egli lo abbassa.

Il marchese Pio, che non si cura della sorella, e tanto meno della moglie, tien d'occhio la duchessina, guardando di sopra, guardando di sotto all'_Italie_. Pensando all'atto ardito con il quale egli ha fatto fiasco in carrozza, più che geloso, si sente invidioso del D'Entracques.

— Vecchio fauno!... Come fa quel vecchio fauno a darla ancora ad intendere alle donnine?

Invece, tutto il contrario; è Remigia che la dà «ad intendere» al generale. Questi, comincia davvero a perdere la testa; Remigia, adopera la sua molto bene.

Il generale a lei piace... e piace assai. Ma è una simpatia, se non ispirata, certo confortata e mossa dal ragionamento.

— Ci sto, perchè ci sono comandato! — è la divisa di quel generale-ministro. E quando avesse comandato lei, da sovrana, quel ministro-generale non sarebbe sempre stato a' suoi ordini?

Questo, per il morale della cosa. Per il resto... che desìo, poterla far tenere a quelle antipatiche grassone, così superbe e sbuffanti!

— Invece sì, generale! Chi sa quante volte ella mi ha incontrata, vista, m'è passato vicino... senza accorgersene.

— Non è possibile!

— Ma se ci sono stata tante volte a Roma, con mio marito!

— Eppure, l'ho vista oggi alla Camera, per la prima volta.

— Cioè, oggi, alla Camera, per la prima volta, ha badato a me!... È così, vero?

Martino D'Entracques, per quanto sia lì lì per cominciare a innamorarsi, non è uno stupido e fissa Remigia:

— È proprio ingenuità o è civetteria consumata?

— Vede, Eccellenza?... Ho ragione io!... Chi tace, conferma!

— Chi tace, non dice niente di ciò che pensa, perchè...

— Perchè?... — Gli occhietti si fanno intensi e acuti, quasi armati per pungere.

— Perchè ha paura di dire ciò che sente; la verità.

— Un generale?... Paura? — La Piccola è tutta furberia e insieme tutto candore. — Paura?... Il ministro della Guerra?... Ah, povera Patria italiana!

La marchesa Quanita e Cicino D'Ermoli rientrano insieme dal balcone:

— E domani, Remigetta bella, quando ci vediamo?

— Quando vuoi!

— E che cosa si farà?

— Ciò che volete! Di' tu, Guendalina!

— È inutile voler fissare adesso, per domani! — In tutto quel tempo, non ha quasi mai parlato altro che il Paparigopulos, ma anche alla Capodimare è rimasta la voce un po' velata. Tossisce per renderla chiara: — Troviamoci qui da mia cognata e abbandoniamoci alle sorprese dell'ignoto.

Tutti approvano, anche il Paparigopulos; ma costui, tenendo le spalle voltate alla conversazione. Ricomparsa Quanita, egli si è subito alzato e allontanato dalla principessa, ricominciando a guardare i quadri e ad allineare le figurine di porcellana.

— A che ora, mi trovo da te? — domanda Remigia a Quanita.

— Verso le quattro.

Il generale alle quattro non può.

— E il Ministero?... E il Governo?... Verrò più tardi!

Remigia torce il bel musetto indispettita, mentre le altre due signore si divertono a strapazzarlo furiosamente.

— Il Governo? Il Ministero? Tutti pretesti!

— Ben altri... doveri!

Non si fa il nome, ma si allude a missis Britton. Poi, la Capodimare domanda ad un tratto:

— E la prima della _Manon_?... Quando sarà?

— A giorni, si crede! Ma per più sicure e precise informazioni bisognerebbe rivolgersi a chi è in istretti rapporti... con l'impresario.

Il Paparigopulos si volta di colpo, attonito, rimanendo a bocca aperta. C'è un momento d'inquietudine per quell'impertinente di Cincino; ma poi Remigia, dopo essersi invano sforzata di restar seria, scoppia in una risata.

— Precisamente, ancora non si sa, ma _abbiamo_ già venduto più di mezzo teatro! — Si stringe fra Guendalina e Quanita, abbracciandole per la vita e soggiunge a bassa voce: — Sarò colpevolissima, ma io muoio dalla smania di conoscere questa Fanfan!

— E allora vieni al Costanzi, con noi, alla prima della _Manon_!

— E dopo? Se ho dispiaceri in... famiglia?

— Vieni con noi! Per non farti vedere resterai in fondo al palco!

— Uhm!... Temo di far male...

— Perchè?

— Parliamoci chiaro: tua sorella, intanto, non lo saprà!

— Lo sapesse anche, non è a Roma!

— E poi si tratta del Costanzi, e di una stagione senza etichetta e senza formalità.

Remigia non vuol altro che farsi un po' pregare e lasciarsi persuadere; trova ottime per ciò tutte le ragioni e mentre il marchese Pio continua a bisbigliare come se recitasse una giaculatoria, «non si fa male che a far del male», ella rivolge al D'Entracques un sorrisetto tenero e un'occhiata espressiva:

— Ma... _cito_, mi raccomando, col suo collega dei Lavori Pubblici!

La Capodimare, che libri e teatri vuol sempre goderli _gratis_, lascia a Remigia anche la cura di prendere il palco.

Grandi abbracciamenti, nuove espansioni, tenerezze. Remigia, che comincia a sentirsi stanca, trova la scusa solita di Giacomo.

— Forse è già a letto!... Forse invece m'aspetta!... Ah, _mon Dieu!_ Caro generale! Sapesse come il suo collega è difficile da indovinare!

Guendalina offre la sua carrozza.

— Ti accompagno io, Remigetta. E avviso agli aspiranti: ho la vittoria e non ci sono altri posti disponibili; nè per voi, generale, nè per Cincino.

Il cavalier Paparigopulos se n'è già andato. Egli ha la prudente abitudine di arrivare e di ritirarsi sempre per il primo.

Appena in carrozza, la Capodimare, diventa seria.

— Ho voluto che fossimo un momentino sole, perchè ho da parlarti. Si tratta di un favore grandissimo, che vorrei da te.

— Dimmi, gioia! — Remigia le prende e le stringe una mano.

— Sta ben attenta, — la Capodimare sorride, — perchè entriamo nel difficile! Devi sapere che il ministero dei Lavori Pubblici, d'accordo con quello delle Poste e Telegrafi, ha deciso l'invio di una Commissione tecnica agli Stati Uniti per gli studi relativi e l'impianto delle future stazioni della telegrafia senza fili!

— La scoperta di Marconi?

— Appunto! E si tratta anche di fissare tutti gli accordi d'indole scientifica con quel governo. Mio fratello...

— Cincino D'Ermoli?...

— Cincino, avrebbe il desiderio, la smania di essere prescelto dal governo italiano fra i tre o quattro ingegneri che verranno eletti a questa commissione...

— Ho capito.

— Hai capito?

— Sì. Penso io.

— Basterebbe una sola parola di tuo marito...

— Non dubitare; penso io.

Guendalina continua con voce tenera e lamentosa:

— Cincino, comincia appena a mettere giudizio. Ma fin che si trova a Roma, povero ragazzo, che cosa può fare?

— Troppe distrazioni!

— Tuo marito, farebbe una vera opera buona!

— Parlo con Jack, domattina, subito. È la prima cosa che gli domando dacchè sono sua moglie: voglio vedere se mi dirà di no! — Negli occhi dell'Idola, che non ridono più, passa un lampo di minaccia.

I cavalli si arrestano dinanzi al portone dell'albergo.

— Di già!

Si abbracciano di nuovo, poi la D'Orea salta a terra.

— Addio, Remigia!

— Addio, cara! A domani, dunque! Alle quattro!

— Alle quattro?... Ora che ci penso! Domani è giovedì e ho anche le figliuole! Se non vado a trovarle in collegio si disperano!

— Figliuole?... _Tue?_ — Ella guarda, osserva l'amica assai meravigliata.

— Mie!... Pur troppo! — Guendalina si stende mollemente nella carrozza. Sembra ancora stanca e seccata dalle fatiche del parto. — Ne ho due. Una di dieci e l'altra di otto anni. E tu?... Niente per ora?

— Per ora e per sempre! No! No! No!

Guendalina approva.

— Anch'io dopo Lillì, la mia seconda, ho detto basta! E anche questa, ti giuro... inaspettata!

— Per me... non corro pericoli. L'esercizio della maternità mi spaventa, prima, durante, dopo; no, no, no! — Scappa via ridendo.

— Ricordati di Cincino! Ti raccomando!

— _Adieu! Adieu!_

Nel corridoio incontra la Carolina, immusita, con la faccia pallida, piena di sonno.

— La contessina Mimì è ancora in piedi?

— Certo! È stanca morta anche lei, ma non ha voluto andar a letto per aspettarla. C'è anche Sua Eccellenza.

— Giacomo?... — Remigia fa un piccolo grido di gioia. — Che bravo! — Gli avrebbe fatto subito la raccomandazione per Cincino. Si precipita nel salotto e gli si butta al collo: — Che bravo! Tesoro! — È tutta per il marito in quel momento, niente per la Carfo. — È un po' che sei qui?

— No, no!

— Sono proprio seccatissima!... Un caldo!... Una noia!... Non ne potevo più! Ma ho dovuto aspettare Guendalina per farmi accompagnare.

— Guendalina?... Chi è?

Anche Mimì, — sta ricamando appoggiata al tavolo, — alza dal piccolo telaio gli occhi interrogativi.

— È un amore! Una bellezza! — risponde Remigia sempre rivolta a Giacomo e senza degnare Mimì di uno sguardo. — Così buona! Intelligentissima! Ci vogliamo un gran bene!

— Perbacco!... Un gran bene? È proprio una simpatia... fulminea! — Giacomo non è ironico ma è pieno di affabilità bonaria. Sente ancora rimorso e amarezza per la scena di quella mattina: non vuol arrabbiarsi con sua moglie, non vuol più diventare nervoso. Tant'è, ci vuol calma e pazienza. Le cose... sono come sono e non si possono cambiare! — Io, per esempio, — soggiunge accarezzando la mano della moglie, — questa così straordinaria signora Guendalina non l'ho mai sentita nominare.

— Siamo persino parenti. È cugina mia e perciò anche tua.

— Grazie dell'improvvisata!

A Mimì scappa da ridere: in quel momento Remigia la detesta.

— Guendalina nasce della Gancia. È cognata di Quanita ed ha sposato il principe Capodimare. Per questo è nostra parente strettissima.

Anche Giacomo non può a meno di ridere.

— Insomma... la famiglia è cresciuta.

Remigia, con le belle ditine affusolate, liscia la barba del marito, poi gli aggiusta il nodo della cravatta.

— Sei di buon umore? Ti senti proprio bene? Oh, che beatitudine! Come sono felice! — Vede sul tavolo il servizio del tè, una bottiglia di Marsala e un piatto di tartine. — Oh! Oh! che trattamento! Mi servo, sebbene non invitata!

Prende una tartina, la guarda, comincia a mangiarla adagio, delicatamente:

— Uhm! Che bontà!

— Oggi non ho pranzato affatto. Ho preso un tè alle dieci, con un biscotto.

Mimì si sente serrar la gola. — Remigia l'ha proprio su contro di lei! Si sforza tuttavia di parlare per ottenere una risposta, uno sguardo.

— Ho tanto insistito col signor D'Orea perchè si facesse portare almeno un'ala di pollo, una tazza di consumè! Non c'è stato verso!

— Hai fatto benissimo! — esclama la piccola dispettosa, sempre rivolgendosi a Giacomo soltanto. — Mangiare e poi andar subito a dormire? Ohibò! — Vicino alla teiera c'è un altro vassoio d'argento. — Biglietti da visita? — domanda. — Ve ne sono quattro, piegati a due a due. — Per me?

— Sì: li hanno portati... — Alla povera Mimì si spezza la voce, — ... prima di pranzo! — Ella spinge il vassoio dinanzi all'Idola con la piccola mano tenera e bianca agitata da un tremito.

Remigia prende i primi due, a caso, e legge a mezza voce:

— Il conte Martino D'Entracques. — Li lascia cadere di nuovo, con grande indifferenza, nel vassoio. — Sai, Giacomo, tesöro, che è ben ridicolo questo tuo collega della Guerra?

— Ridicolo?... Perchè?

— Ma sì! È brutto come Don Chisciotte! È vecchio, ed è ancora pieno di pasticci con le donne!... Con un'americana, mi ha detto Quanita!

Giacomo si mette a ridere.

— Se ha pasticci con le americane, fa male... e gli faranno male! Ma... vecchio? Adagio; ha la mia età!

Remigia, stupefatta, batte forte le mani palma a palma:

— Possibile? Sembra quasi il tuo papà! — Raddrizza il canto piegato e legge il nome degli altri biglietti: — _Avvocato Leonida Staffa, Deputato al Parlamento, Sottosegretario di Stato al Ministero dei Lavori Pubblici._ — Un grido di sorpresa allegrissimo: — Il Leonida dal cappellone?

Giacomo D'Orea si fa serio.

— Il Leonida dal cappellone?... — ripete Remigia, ma, adesso, con un accento sdegnoso e irritato. — Che cos'è venuto a fare da me? perchè mi ha portato i biglietti?

Giacomo è pure seccato, ma come si fa?... Ormai è un suo collega e bisogna rassegnarsi.

— Mi ha detto oggi alla Camera, di averti conosciuta a Toblach e di aver ballato con te!

— A Toblach?... Ci sono stata... dieci anni fa. Ero ancora una bimba!

— Insomma, dice di conoscerti e vuol venirti a salutare.

— _Rabbagasse?_

— Proprio... Tutto lui! Dopo essere stato a Corte gli è venuta la smania di frequentare le signore dell'alta società. D'altra parte è un mio collega, è con me ai Lavori Pubblici, non gli si può chiudere l'uscio in faccia! Anzi, ti prego, quando lo vedrai, fa di tutto per essere gentile. Sono gli incerti del mestiere!... Porta pazienza, cara mia: sarà per pochi mesi, e ritorneremo liberi cittadini in libera... casa nostra!

— Passi dunque anche Leonida e il suo cappellone! — Se Giacomo, con questo discorso, ha perduto un po' del suo buon umore, non l'ha perduto Remigia. Anzi, è diventata ancora più allegra, più espansiva e giuoca facendo le treccine con la barba brizzolata del marito. — Io sarò gentilissima con _Rabbagasse_, te lo prometto, ma anche tu, non devi dirmi di no...

Giacomo lancia un'occhiata a Mimì.

— Non devo dirti di no?... A che proposito?

— Di un grandissimo favore che mi devi fare!

— Sentiamo.

— Prima giura.

— Che cosa?

— Di non dirmi di no.

— Giurare?... Alla cieca? — abbozza un sorriso. — È troppo pretendere dalla mia coscienza, per quanto elastica!

Remigia lascia stare la barba, e gli torna a mettere le braccia al collo.

— È un piacere, grande grande, che fai a me e a Guendalina! Pensa: si tratta di ottenere che suo fratello Cincino D'Ermoli, metta giudizio, ma proprio per sempre!

— In tutto questo, scusa, che c'entro io?...

— C'entri, perchè a fare il miracolo basta una tua parola!

Remigia, più o meno esattamente, ripete tutto il discorso fattole dalla Capodimare: la commissione tecnica, la telegrafia senza fili, l'impianto delle future stazioni, la nomina ambita da Cincino D'Ermoli e conclude:

— Questo favore piccolo piccolo, è il primo che ti domando da che siamo marito e moglie; non puoi proprio dirmi di no!

La povera Mimì non fa che diventar rossa e pallida, passando da un'inquietudine a un'altra e non le riesce di fare una gugliata senza aggrovigliare il filo o pungersi le dita. Ma il signor D'Orea ha promesso a sè stesso fermamente di non volersi inquietare e ci riesce.

— Senti, cara: proprio stamattina, io ho detto alla tua buona Mimì che odio le raccomandazioni. Per me, ogni raccomandazione è un sinonimo d'ingiustizia e non ottiene che un effetto negativo. Invece di prendere il raccomandato in considerazione io lo prendo in sospetto.

Remigia, quasi, comincia lei ad arrabbiarsi:

— Raccomandazioni? Mai più! È un favore che tu fai a me e a nessun altro!

— Brava! Sicuro! — esclama Giacomo scherzando. — Ha sentito, signorina Mimì?... La differenza... è enorme! Dimmi, intanto, questo Cincino D'Ermoli, che roba è?

— È il fratello di Guendalina.

— E che cosa ha fatto?

— Niente. E siccome desidera appunto di mettersi a fare qualche cosa, vorrebbe approfittare di quest'occasione, per andare lontano da Roma, dagli amici, da tutte le tentazioni!

— Bravo! Bravo ragazzo! Ma tu, per altro, non sai che questa commissione, non sarà molto numerosa. Quattro o cinque ingegneri al più. E... non giovanotti che devono essere incoraggiati... a mettere giudizio! Alte personalità competenti in materia! Uomini... maturi, che già fanno parte del Ministero dei Lavori Pubblici o del Ministero delle Poste e Telegrafi e che da un pezzo lavorano, fanno onore a sè e al paese, hanno già dato prove, scritto studi e memorie in argomento. Il tuo... come si chiama?

— Ingegnere Cincino D'Ermoli.

— Il tuo ingegnere Cincino D'Ermoli, merita lode per i suoi buoni proponimenti, ma non è giusto che gli altri perdano per cagion sua una nomina, un onore, cui hanno diritto. Ti pare?

— Allora... Fate così! — Remigia ci pensa un momento, poi esprime la sua idea. — Invece di mandare quattro o cinque ingegneri soltanto, mandatene addirittura sei; Cincino D'Ermoli in più. Così non commetti ingiustizie e mi fai tanto contenta!

Mimì non può resistere a una così deliziosa ingenuità; si alza e corre a baciare l'amica:

— Cara! Non sei in collera con me?

— Perchè?... Diventi matta? — Remigia, risponde seccamente.