Part 20
— Che _ma!_ Che _ma!_ Non ci sono _ma!_ — strilla il marchese, felicissimo per quella fortunata combinazione.
— E Jack?... Ha detto di voler passare la serata con me.
— E non passa la serata con te, anche pranzando da noi?
— Non gli ho detto nulla. Forse è stanco; forse sta poco bene. Sapessi! — Un lunghissimo sospiro. — Io non posso mai fissar niente a un'ora di distanza.
— Cerchiamo adesso di vederlo e di potergli parlare. Io ti voglio a pranzo ad ogni modo!
— E se vostro marito avrà sonno, lo manderemo a dormire! — Così dicendo, il marchese Pio stringe forte sotto il suo braccio il braccio di Remigia.
— E ricordati: vieni con Mimì. Ci farà tanto piacere!
— No, scusa; Mimì no! — risponde Remigia seccamente. — Non voglio cominciare fin dal primo giorno a tirarmela dietro ad ogni passo!
— Non so darvi torto, — afferma il marchese, premendole il braccio di nuovo. — Non bisogna mai che una cortesia, diventi una consuetudine. — Egli ha troppo paura di perdere il tu per tu, in carrozza, con la cara piccolina.
— Ecco il generale! Ecco D'Entracques! D'Entracques! — chiama forte la marchesa, vedendo Sua Eccellenza il ministro della Guerra, affacciarsi a un usciolino a vetri, a metà della scaletta. — Il D'Orea è con voi?
— No, marchesa!
— E dove sarà?... Gli vorrei tanto parlare! — Si volta subito verso Remigia: — Ti presento il conte Martino D'Entracques, generale, senatore, ministro, ma con le signore, sempre un amabilissimo capitano di cavalleria!
Il D'Entracques sorride e sospira.
— È troppo capitano?... Volete tenente?
— Non scherzate, marchesa! Ormai si passa di promozione in promozione, con una rapidità straordinaria... anche in tempo di pace.
Il generale stava proprio lì, in agguato, sul piccolo uscio a mezza scala, per poter vedere la D'Orea più da vicino. Remigia, che ha subito indovinata la mossa dell'abile stratega, diventa rossa rossa, mentre succedono le presentazioni.
È strano, ma è proprio vero: il giovane generale, che ha per amante la formosa e biondissima missis Britton, sta per vincere una battaglia!
Il D'Entracques si affretta a dare precise informazioni sul conto del collega.
— L'ho lasciato alle prese con due o tre deputati del Mezzogiorno! Ma adesso, lo troveremo, certissimo, in biblioteca!
Per l'uscio a vetri, dove stava di guardia, egli fa passare la comitiva in un oscuro corridoio, poi la fa risalire per un'altra scala, poi ancora un altro corridoio da attraversare e, finalmente, ecco le prime sale della biblioteca. Durante tutti questi giri e rigiri il marchese deve lasciare il braccio della duchessina e mettersi in coda. È il generale che si trova accanto a Remigia e, lungo com'è, deve chinarsi assai mentre le parla: Remigia, per ascoltarlo, si tira su, ritta, e alza verso di lui il viso colorito dalla corsa, dal caldo, dall'emozione. Ella si sente più gaia, più leggera; le sembra di volare!
— Posso dire di essere due volte collega di suo marito! L'onorevole D'Orea, la pensa come me ed è nelle stesse mie condizioni. In questo Ministero anche lui ci sta, perchè c'è comandato!
Cercano dappertutto, ma l'onorevole D'Orea non si trova. La marchesa Quanita dovendo aspettare, sembra sulle spine e però il D'Entracques manda alla ricerca due uscieri.
— Da qui, se c'è, dovrebbe passare di sicuro! Si tratta di pochi minuti! Dunque, — domanda il generale rivolgendosi di nuovo a Remigia, — della nostra Camera non è rimasta incantata?
— Incantata?... — Remigia fissa il giovane generale e giovanissimo senatore co' suoi occhietti lustri e frizzanti, mentre un sorriso arguto rende più fonde le due piccole fossettine agli angoli della bocca freschissima, fremente e fragrante. — Incantata?... Non è certo la parola adatta! Da lontano, quando si leggono i giornali... Ah, _Mon Dieu_, s'immagina con la fantasia tutt'altra cosa!
— Oggi, bisogna poi notare, è stata una seduta di pura formalità; senza nessuna battaglia. Oggi alla Camera, non c'era altro che un partito; quello delle vacanze.
— Sì, sì, sì... ma pure, da lontano... è proprio tutt'altra cosa! — Remigia vede che il _tutt'altra cosa_, e il modo come lo dice, piace molto al D'Entracques: lo ripete ancora, scrollando il capo graziosamente e poi soggiunge con enfasi, credendo di lusingarlo: — Sono stata invece parecchie volte in Senato! Oh, là sì!... Quanta grandiosità... Quanta solennità!
— Cioè quanta _sonnolennità!_
Ride Remigia, gustosamente, ride Quanita, il marchese, e ride egli stesso, il D'Entracques: ridono tutti, quando Giacomo D'Orea, con un grosso fascio di carte sotto il braccio si presenta sull'uscio, pure spalancato, dell'altra sala, e si avanza curvo, strascicando i piedi, affranto dal caldo e dalla fatica. Si ferma muto, ansante, con il cappello in mano dinanzi alla marchesa; guarda tutti con aria trasognata. Appena sente di che cosa gli vogliono parlare, cioè di un invito a pranzo per Remigia, il suo occhio si rianima, ed egli diventa persino espansivo.
— Sì, cara, sì, sì; io non posso venire e la nostra buona marchesa mi vorrà scusare, ma tu va, Remigia, va! Ne sono anzi contentissimo! Ti scrivevo adesso, figurati, per avvertirti che mi sopraggiunge l'inaspettato divertimento di due commissioni, una dietro l'altra, che non mi lasceranno quasi il tempo di pranzare e che mi porteranno via tutta la serata!
Remigia, è lietissima in cuor suo di questa circostanza, ma non lo fa capire...
— Devi pensare anche a te! Alla tua salute! Ti affatichi troppo, gioia, e io resto inquieta!
VII.
Remigia torna all'albergo allegrissima, con la testa montata dall'invito a pranzo e da Sua Eccellenza D'Entracques.
— Fanno un bel risalto i baffi neri, con i capelli bianchi. Rendono la fisonomia più giovane e più ardita. Quella missis Britton le fa dispetto.
— Innamorata ferocemente!
La trova troppo... genere americano. Niente finezza e troppo grassa.
— E poi è rossa, non è bionda!
Mimì Carfo, intanto, ha impiegate tutte quelle ore nell'aggiustare, nel mettere a posto anche la camera da letto di Remigia, lo spogliatoio, il gabinetto di toeletta. Mimì, ha posto ogni cura per togliere all'appartamento l'uggia dell'albergo e le fa ritrovare un po' del suo caro Pontereno, ch'ella crede, per tutti i sospiri e i brontolamenti di quella mattina, ancora desiderato e assai rimpianto. La buona figliuola c'è riuscita; a furia di picchiarsi le dita conficcando chiodi e chiodetti nelle pareti, le ha tappezzate di nuovo, con i _mezzari_, le stoffe, le stampe, con i mille gingilli, portati apposta da Bologna, e ha cambiato faccia a tutto.
Remigia, entrata di volo nella camera, senza nemmeno fermarsi nel salotto, si trova dinanzi agli occhi i ricordi, gli oggetti a cui è più affezionata, e ha lì sottomano tutto ciò che le occorre. Ma ella non grida al miracolo, e nemmeno si perde in ringraziamenti.
— Come siete state brave! — dice soltanto, comprendendo, in una sola approvazione, l'amica e la cameriera.
Subito annunzia l'invito a pranzo, ricevuto da Quanita, per quel giorno stesso e sedendosi sul _taburè_, ancora con in testa il grande cappellone di piume, raduna, d'urgenza, il Consiglio di stato:
— Che vestito devo mettermi per stasera?
— Quello celeste _à paillettes_!... — consiglia la cameriera.
— No! No! Quello bianco, _à point d'Alençon_, ricamato in oro!
L'Idola approva Mimì.
— Il bianco! Il bianco! E il trasparente rosa!... Sai, — dice alla Carfo appena rimangono sole, — Quanita, voleva invitare anche te; ma io ho risposto di no!... Me l'ha detto tardi e senza entusiasmo! E che vuoi? Avrò torto, ma quando si tratta di te, io divento fierissima...! Ho fatto male?
Remigia accompagna la domanda con un bacio e l'amorosa fanciulla la ringrazia, beata, commossa da quella straordinaria prova di affetto!
— Hai avuto ben ragione. Mimì cara, anche di non venire alla Camera!
— Volevo prepararti l'improvvisata di questa trasformazione...
— Che! La trasformazione poteva prepararla la Carolì!... Ti saresti seccata a morte! — Comincia a svestirsi. — Non puoi credere, mio Dio, come sono noiosi i nostri legislatori! Levami il cappello... Ti raccomando, gioia, di spettinarmi il meno possibile!
Mimì trattiene persino il fiato, poi, levato il cappello, torna a respirare.
— Hai conosciuto alla Camera qualche personaggio importante?
— No!... Cioè, sì! Uno solo! Ho conosciuto il ministro della Guerra. Ben inteso, non me l'ha presentato Jack! Lui, non ha tempo per queste cose! Anzi, quando si tratta di me, non ha mai tempo per nessuna cosa!... Scusa, Mimì cara, slacciami il nastro di questa scarpetta, io non ci riesco, — uff! — e divento nervosa!
Mimì prova e si rompe un'unghia. S'inginocchia per terra, e mentre Remigia continua ad arrabbiarsi e a pestare l'altro piede furiosamente, finisce a sciogliere il nodo aiutandosi un po' anche con i denti.
La Carolina entra intanto col vestito bianco e portandolo sollevato, alto da terra, lo distende sul letto.
— È simpatico?...
— Simpatico, chi?
— Il ministro della Guerra!
— Abbastanza! Ben inteso, per quanto può esserlo un senatore! Lungo lungo, è più magro di don Quisciotte, con i capelli tutti bianchi!
La Carolina prepara l'acqua nel gabinetto di toeletta e Remigia seduta, mentre Mimì le cambia le calzette, continua a canterellare sottovoce:
Eccellenza! troppo onor; Io non merto un senator!
Il marchese Pio ha detto alla duchessina che sarebbe passato dall'_hôtel_ con la carrozza, prima delle sette; ma già prima delle sei ella è pronta col piccolo cappellino di sera, sfavillante di miche e di lustrini, tra la gloria dei capelli biondi.
— E adesso che si fa?... Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Mi sono vestita troppo presto!
Va sul balcone e guarda giù: il corso delle carrozze è poco animato: soprattutto poco elegante. Non ci sono nè belle signore, nè bei cavalli.
— Oh! il mio _Febo_ e il mio _Desir_! Tesori!... Chi sa se mi ricordano?
Dopo un momento rientra nel salotto. Si secca e comincia a imbronciarsi.
— Hai telegrafato a mammà? — domanda la Carfo per offrirle un'occupazione.
— No! — Il bel visetto si ravviva. — Giacchè ho tutto il tempo, invece di telegrafare, le scrivo. Gioia, dammi la mia cartella!
— Eccola! — La Carfo è raggiante; anche questa volta ha dissipate le nubi che si avanzavano.
— Mammà! Mammà! La mia bella mammà, tesöro!
Si leva i guanti, e seduta a mezzo sopra un panchettino, per non sciupare le pieghe del vestito bianco _à point d'Alençon_, si mette a scrivere alla madre cominciando con uno sfogo di tenerezze, di carezze, di moine straordinario, e continuando facendosi compiangere per il capriccio di Jack, di volerla a Roma, con quel caldo! — «Poteva lasciarmi tranquilla e in pace nel mio Pontereno caro!» — Finalmente, ed è questo il motivo occulto, ma determinante della lettera, le scrive con bel modo, per scongiurare il pericolo di una intempestiva improvvisata. Napoli è tanto vicina a Roma! In quel momento, un probabile arrivo della carovana, la spaventa: tutto il giorno con mammà? Tutto il giorno con lo zio Rosalì a far la raccolta dei proverbi?... Grazie del divertimento!
«....... Sono appena arrivata e ho voluto scriverti subito, ancora sossopra e stanca stanca. Vedessi il disordine delle mie camere! Ti farebbe spavento, perchè io faccio cambiar tutto, persino i mobili! Sai come detesto lo stile uniforme, _art-nouveau_ e oleografia, delle camere d'albergo! Jack sta benissimo di salute, per quanto più che mai abbia la fissazione — è il suo _tic_ — di voler essere _giù di corda_. Sarà un po' di stanchezza? Saranno gli affari di Stato?... Attraversiamo, — mi pare, — un periodo di luna crescente, con molte tenerezze per la zia Gioconda! Ed io, intanto, che non ne ho nessuna voglia, rimango con la graziosa prospettiva di dovermi seccare in tutti questi giorni facendo visite sopra visite alle rispettive _signore_ dei funzionari alti e bassi! Ma, appena a posto, appena esauriti i miei incumbenti... burocratici e appena sorgerà il sole, dove adesso la luna brilla, ti scriverò e tu verrai subito subito a Roma per un paio di giorni...! Pensa, la tua Idola, come ti sospira!»
«Tanti baci per lo zio Rosalì, bello e caro, e tu ricordati che la tua piccola Idola adorata, non adora che la sua Mammà!...»
«P. S.»
«Totò vuol andare al Cairo? A che cosa fare? A perseguire Re Faraone?»
Chiusa la lettera, scritto l'indirizzo con la calligrafia di moda, alta, in piedi, ad angoli diritti, fa chiamare il signor Zaccarella:
— Mi raccomando! È una lettera per Mammà! Alla posta grande!
— Non dubiti, signora duchessa!
Quando Giacomo non è presente è sempre il «Signora duchessa» che corre, anche in famiglia.
— E Giovanni...? Ha scritto per farlo venire?
— Aspettavo che la signora duchessa, mi confermasse l'ordine...
— Scriva, scriva! E che quell'antipatico Gaudenzio non si faccia più vedere!
A Roma, la marchesa della Gancia, non dà feste e pranzi splendidi, come usa a Napoli, nel suo palazzo. A Roma, nel piccolo appartamento di via della Mercede, bello, simpatico, ma ristretto assai, — il suo _pied-à-terre_, — com'ella stessa lo chiama, non riceve altro che gli amici, proprio i più intimi, e non può riceverne che pochi alla volta: a pranzo, tra padroni di casa e convitati, non si deve mai oltrepassare il numero di otto.
Quel giorno, oltre a donna Remigia D'Orea, non c'è di signore altro che la principessa Guendalina Capodimare, — la sorella del marchese Pio, — e sola, senza il marito, di servizio ai Vaticano. Di uomini, Sua Eccellenza il conte D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos, figlio di papà... Paparigopulos, il più grosso Nabab, tra i banchieri greci, quotato alle Borse di Trieste e di Vienna, per cento milioni di fiorini!
Al pranzo, dalla marchesa Quanita, mancano due commensali, che dovevano appunto formare il prescritto numero otto e che si sono scusati all'ultimo momento: don Luciano D'Orea per un'improvvisa indisposizione, dichiarata dalla marchesa, ai suoi invitati, una _manonlite_ acuta, e il conte Cincino d'Ermoli, fratello minore del marchese Pio, a motivo di un convegno con il direttore della casa Edison-Schmid di Stuttgart.
— Ma verrà più tardi, certamente! — assicura la Capodimare, rivolgendosi a Remigia. — Mi ha detto tanto che desidera salutarvi!
Il della Gancia è abbastanza ricco per il maggiorasco e per l'eredità di uno zio, ma Cincino d'Ermoli ne ha sempre avuti pochini e ne ha sempre spesi assai, fin da quando era studente a Milano, al Politecnico. Da un anno, sollecitato, spinto dalla famiglia, ha preso il diploma di ingegnere elettricista, e comincia anche ad esercitare la professione, un giorno sì e l'altro no, fra una partita al club, e una giornata di corse.
Il pranzo, appunto perchè ristretto ed intimo, comincia senza freddezze e sussieghi e procede animatissimo. La Capodimare e la D'Orea, si sono date subito del tu, fino dal primo incontro. Non si erano ancora mai trovate insieme, sebbene fra le rispettive famiglie, oltre all'amicizia ci fosse persino un po' di lontana parentela.
— Che combinazione!
— Proprio una stranezza! Ma quand'ero ragazza, con mammà, ci sono stata pochissimo a Roma e pochissimo anche a Napoli. In campagna, oppure — e Remigia pronunzia la parola lunghissima e difficile facendo le più graziose boccucce e strizzando gli occhi — oppure, in continua _locomobilizzazione_. Ah, _mon Dieu_! Quanti monti, quanto mare e quanti laghi, nei ricordi della mia tenera infanzia!
Fra le due giovani signore, nasce subitanea la più gioconda e viva simpatia. Proprio davvero: anche la simpatia di Remigia per la Capodimare è vivissima e sincera.
— Che cara gioia!... E com'è bella!
Donna Remigia, fatto appena il suo ingresso nel grazioso salottino in via della Mercede, si sente come oppressa e depressa. Sono le magnifiche spalle, è tutta la fiorente e aulente esposizione del seno superbo di Quanita, che la soffocano, la umiliano e le fanno dispetto, tanto più col D'Entracques, lì presente, e che ammira con la caramella fissa nell'occhio.
— Dio, che maturanza! Se fossi costretta, nella mia vecchiaia ad espormi così, ai quattro venti, morirei di vergogna!
In quel punto il servitore annunzia la principessa Guendalina Capodimare. Remigia si volta...
— Ah, che respiro! Che sollievo!
La Capodimare è molto, ma molto più magra di lei; non è una donna, è un sospiro, un soffio, un'illusione di donna.
Remigia le va incontro, gaia, sorridente, dicendole già con gli occhi, prima ancora che con le parole:
— Oh, cara gioia!... Come sei bella!
In fatti la Capodimare sembra ancora più alta, tanto è snella, sottile, con un vitino da stringersi e, _trac_, da potersi anche spezzare con due dita. Molto più giovane di suo fratello, il marchese Pio, non gli somiglia affatto. È invece il ritratto parlante del conte d'Ermoli, persino nella singolarità dei capelli bianchi. La Capodimare ha varcato appena la trentina, ed è tutta bianca da sembrare incipriata! E ciò, non le nuoce; anzi, le accresce finezza e freschezza, mentre i grandi occhi bruni e le folte sopracciglia nere, spargendovi ombre e trasparenze, danno pensiero e danno poesia a quel suo visino ovale, d'avorio, così liscio e così levigato.
— Che meraviglia! Che splendore!
Ma ciò che più colpisce Remigia piacevolmente, non sono nè gli occhi, nè i capelli. È la verecondia che non ha nulla da temere. Anche Guendalina è scollata altrettanto e forse più di Quanita, ma sotto sei fila di grosse perle, tra le più belle di Roma, si nasconde e si scopre il petto liscio, levigato di un grazioso giovinetto magro, di quindici anni.
— Com'è bella Guendalina! — Remigia e il generale parlano insieme, sottovoce, tra il susurrio brioso della tavola. — È un'apparizione! Un sogno!
— Già! Un'apparizione... inafferrabile! — risponde il D'Entracques, ridendo.
Remigia nota che per quanto generale e senatore ha ancora dei bellissimi denti ed esclama con un lungo sospiro tra il serio e il comico:
— Ah, _mon Dieu_, come sono... cretina!
— Lei?... Duchessa?...
— Io, precisamente. Ho dimenticato che Vostra Eccellenza non è un serafico preraffaellita, ma un grande amatore della scuola di Rubens. Colore e forma. Forma, soprattutto: esuberante, straripante!
Si guardano sorridendo. Senza essere pronunziato, passa un nome fra loro due: quello di missis Britton.
— Sappiamo, sappiamo, caro D'Entracques! — mormora Remigia con un filo di voce.
Il generale si ficca la caramella nell'occhio. Vuol arrivare a leggerle proprio in fondo all'anima.
— Sappiamo... Sappiamo... — il musetto roseo e biondo, così birichino, pizzica forte il generale.
— Vuole, duchessa?...
— Che cosa?
— Vuol proprio conoscere i miei gusti... in arte? La bellezza che più ammiro?...
— In arte?... Sentiamo.
— In arte e in... E fuori dell'arte? È la sua!
— La mia?... _Ah, mon Dieu_! Se ho la sventura di essere... ancora meno afferrabile di Guendalina?
Il generale, che ha preso fuoco, divampa.
— Ma lei è un bellissimo fiore delicato, profumato, fragrante!... Quell'altra è una spiga lunga e vuota!
Remigia non può frenarsi, scoppia in una risata. Il D'Entracques le fa un rapido cenno con l'occhio indicandole il Paparigopulos seduto quasi in faccia.
Il giovane banchiere, colpito dalla risata improvvisa e, forse, dal nome della principessa, guata di sbieco la signora D'Orea alzando e rigirando, come un baco da seta, il grosso testone calvo e giallo, dalla lunga barba nerissima.
— Cambiamo discorso! — bisbiglia il generale. — Il figlio di Nabab è in sospetto.
— Papa... rigopulos? — Gli occhietti lustri e sfavillanti si fermano attoniti e interrogativi.
— Appunto! Che è quel greco che guarda e... _sospira_.
Negli occhietti lustri della duchessina sfavilla un sorriso furbissimo.
— Papa... rigopulos?... Capito e _cito!_
Non parlano più sottovoce tra di loro, ma si uniscono alla conversazione generale. Il Paparigopulos, sempre muto e con lo sguardo obliquo che sfugge l'occhio altrui, torna a sorridere deferente, ossequioso, approvando sempre, approvando tutti con i continui profondi inchini del grosso testone che sembra premere sopra l'esile corpiciattolo senza sagoma, che riempie di angoli il frac.
— Capito e _cito!_ — Capito... che cosa?... — Che il figlio di Nabab guarda e sospira innamoratissimo dell'aerea principessa. Capito questo, ma... alto là: innamoratissimo lui. In quanto a lei, la principessa, irreprensibile e monda come l'ermellino!
Così almeno, anche se non ci si crede, è detto e fermamente sostenuto da quelle dieci o dodici, — fra principesse e duchesse, — sempre unite e tra di loro solidali nella difesa e nell'offesa, che costituiscono la cerchia più ristretta, più alta e inaccessibile dell'autentica aristocrazia romana. Padronissime poi, _quelle altre_ che non contano, d'inventare che il piccolo Paparigopulos è insieme, l'amante e il banchiere e anche, magari, che le grosse, magnifiche perle della Capodimare, sono di provenienza greca e non romana. Che importa di _quelle altre_? Fresca nobiltà venuta di fuori, fastosa borghesia risalita di dentro, con la Capitale... Chi ci crede, chi ci bada e da chi sono ricevute?...
Remigia, quella sera, vuol piacere, vuol farsi adorare e ci riesce. È affettuosa con Quanita ed ha vivi accenti di ammirazione per Guendalina.
— Lascia che ti veda, gioia! Sei tanto bella! Sento che ti voglio già bene!
Là, in quel piccolo Olimpo dai posti numerati e riservati, ella si guarda bene dall'assumere la prosopopea di Remigia Iª regina di Pontereno: è così avveduta e scaltra, da ritornare in sull'attimo, la duchessina, semplicemente, «la piccola» di Villars.
Sparite le prime nubi addensate dalla florida e accesa bellezza di Quanita, ella è allegra, briosa, amabile con tutti... anche col rugiadoso, ma temerario marchese Pio, al quale poco prima, in carrozza, ha fatto perdere il colore e il fiato, con la punta del piedino e con due parole sole, ma secche secche!
Con lo _Champagne_, crescono d'un tono, le voci e le risa. Portando il bicchiere alle labbra, Remigia guarda a lungo il D'Entracques, come sa lei, in fondo agli occhi, mormorando pianino:
— Alla salute di chi governa!
La marchesa si alza con un cenno gentile del capo; si alzano tutti. Si va in un altro salottino, più fresco, — ha un grande balcone aperto che dà sulla strada, — a prendere il caffè. Passando la soglia, il giovane senatore che si curva assai per poter parlare sottovoce a donna Remigia, la sfiora un attimo, perde il passo, e le pesta lo strascico.
— _Pardon!_
Ella alza gli occhi, lo guarda, sorride. È rossa rossa... Perchè?
È lo _Champagne_?... È il D'Entracques?... Sono... tutt'e due?
Lì, attorno al tavolino del caffè, i commensali si raggruppano. L'intimità si fa più cordiale e più espansiva. Soltanto il timido Paparigopulos, al quale la principessa Capodimare non rivolge quasi mai la parola, altro che per contradirlo o per strapazzarlo, «sen va bighellonando» solo solo, attorno al salotto guardando, toccando, voltando le figurine di Saxe nei palchettini, osservando i quadri appesi alle pareti e che da un pezzo sa a memoria.
Remigia ha abbracciato due volte Guendalina; adesso va in estasi per le sue perle:
— Che splendore!... Che meraviglia! — Le guarda, le tocca, ne solleva i fili e si accerta con compiacenza che sotto quelle gioie, non ci sono altre gioie più vive.
— _George!_
Paparigopulos, alla voce che lo chiama, si precipita scivolando di sghembo fra le poltroncine e i tavolini, portando il suo barbone dinanzi alla principessa.
— _Donnez moi une cigarette!_... Tu fumi, Remigia?
— Stasera sì! Una anche a me!
— Le sigarette di Paparigopulos, — esclama Quanita dal balcone, — sono deliziose!
— _Je crois bien; vous ne les trouverez nulle part. C'est du tabac des mes propriétés._