Part 2
I due piccoli barboncini neri, sempre legati insieme con la catenella d'argento, si chiamano così: l'uno _Din_ e l'altro _Don_: _Din-Don_.
— Si poteva... all'albergo... dar da bere ai cani! — borbotta lo Zaccarella, abbastanza forte per essere inteso.
— Idola! Idola mia! Fa presto!
— Andiamo Pïccola! Da brava! Non farti sempre aspettare!
— Va pure, — mammà! Andate pure a Bex!... — strilla un voce dal caffè. — Io resto qui!
— Come, resti qui? — La duchessa è inquieta e sorpresa.
— Non far capricci! — insiste donna Maria. — Non vedi? Lo zio Rosalì è da mezz'ora che sta prendendo l'acqua per te!
— Andate pure! Ho detto di an-daa-re! — ripete cantarellando la duchessina che si affaccia sotto la tettoia. — Io resto qui!
_Din_ e _Don_, sempre legati insieme, s'intende, sbucano, intanto, tra le casse e i bauli e si mettono a correre dall'una all'altra delle due carrozze, mugolando, scodinzolando e diguazzando nella mota, facendo salti e capriole per poter salire.
— Pasquale! Prendete queste due bestiacce!... Su! Cacciatele sull'omnibus!
Il signor Zaccarella è furibondo. Ha tutto l'abito insudiciato da _Din_ e _Don_.
— Questo poi no! Niente affatto signor... capitano! I miei tesori restano con me!
La duchessina Remigia, l'Idola della Moncavallo, la Piccola di Maria Grazia, esce dal caffè e si avanza passo passo sotto la tettoia, sbocconcellando un grosso pane da una mano, e una larga fetta di prosciutto che tiene sollevata con l'altra, fra due ditini soli, delicatamente.
Nell'abito blù, corto, d'alpinista, con un grande panama puntato un po' di traverso sulla massa avviluppata e spettinata dei capelli biondi e con un _alpenstok_ lunghissimo, che avendo le mani impedite stringe sotto il braccio e strascica per terra, la giovinetta così ardita e ostinata, più assai che della «signora duchessina» ha della bimba e del monello. Le tien dietro, a poca distanza, facendo risonare gli scarponi ferrati, una specie di montanaro curvo e barbuto, che porta un paio d'occhiali neri infilati sul cappello fra una ghirlandetta di _edelweis_ e di roselline delle Alpi. È una vecchia guida dei dintorni.
— Idola mia, sii buona! Vieni con noi! E non mangiare adesso! Non avrai più appetito a colazione!
— Ho detto di no! Di no! Ho detto di no!... Io vado a vedere l'innondazione del Rodano! Vado con questa guida, che mi farà da nocchiero! Ma pensa, bella mammà, invece delle noiosissime montagne, trovare in Isvizzera un po' di mare! «In mare luccica, l'astro d'argento!» Pensa che gioia! È tutto sott'acqua! Case, contrade, villaggi interi!... Tutto sott'acqua! È una bellezza da vedere!... Mimì! Mimì! Vieni, sì o no?
— Eccomi! Eccomi! — risponde dalla sala d'aspetto la contessina Mimì Carfo. Sta frugando con una cameriera, tra le valigie e i _plaids_, in cerca degli impermeabili e delle calosce.
— E Totò? Vieni anche tu con noi, Totò?
Totò non risponde. Egli ha per principio che gli inglesi veri, non usano rispondere. Ma leva di tasca e accende la pipa, il che vuol dire che prende parte all'impresa.
_Mademoiselle_ è già smontata dalla carrozza, è già andata lei pure a cercare impermeabile e soprascarpe.
— E così?... Noi adesso che facciamo, signori miei?... Si parte per Bex o non si parte? — Il signor Zaccarella sta prendendo tutta l'acqua e ha i piedi nella mota.
Ma la povera duchessa non può rassegnarsi:
— Sii ragionevole, Idola cara! Non pigliar freddo! E poi? Se c'è pericolo!
— Pericolo di che? Nessun pericolo! — ribatte lo Zaccarella per farla finita.
— Stia sicura, di buon animo, duchessa, e andiamo a Bex, che si fa tardi. Farò accompagnare la duchessina da Pasquale, e Pasquale è un uomo prudente. C'è da fidarsi. Su, su! Signor principe! Chiuda l'ombrello! In carrozza e andiamo!
La Moncavallo, anche quando la carrozza si muove, continua a sospirare, a gemere, a fare raccomandazioni alla figliuola. Donna Maria e il principe Rosalino si guardano solo negli occhi, scrollando il capo: — quella piccola è tutto un capriccio!
In quanto a Totò, a Mimì e a _mademoiselle_, qualsiasi raccomandazione è perfettamente inutile. Sempre ligi agli ordini e ai ghiribizzi di Remigia. A loro non è permesso di dire _la piccola_. Non è permesso nessun diminutivo, nessun vezzeggiativo. Molto per amore e un po' per forza, ella sa tenerli legati alla catena come _Din_ e _Don_. Per amore la Mimì: adora Remigia. Per amore, — in segreto, — anche Totò; per forza, _mademoiselle_. Sapeva che già erano state cambiate tre governanti: la prima era troppo vecchia, la seconda troppo brutta, la terza... antipatica. _Mademoiselle_ Jenny, per non perdere il posto... sommissione e sempre in ammirazione!
— Addio, mammà! Addio, gioia! Addio zio Rosalì!
— E badiamo, duchessina Remigia, di non farsi aspettare! — ammonisce lo Zaccarella col suo tono di padronanza. — Bisogna essere di ritorno prima delle tre. Non si vorrebbe perdere la corsa per lei, possibilmente!
— Non dubiti, capitano! Alle due e tre quarti, pronti al comando, capitano!
Quel demonietto di donnina saluta mettendosi ritta, in posizione militare, con l'_alpenstok_ a mo' di fucile e la mano al cappello.
— Maledetta piccola! — borbotta il signor Zaccarella, sdraiandosi nella carrozza dov'è rimasto solo, e che parte al trotto, seguendo il landò della duchessa. — Maledetta piccola! — Non la può soffrire perchè lo chiama capitano, per pigliarlo in giro, e perchè ella se ne infischia allegramente di ogni sua autorità. Nessuno, del resto, incute a Remigia soggezione e rispetto. Nessuno; nemmeno sua madre. La duchessa Cristina, che era sempre stata ed è tutt'ora assai severa, fin meticolosa verso donna Maria, non avrebbe mai osato di fare la minima osservazione all'Idola, che, del resto, è proprio il suo idolo! E nemmeno don Luciano! Don Luciano, quanto è largo di quattrini con sua moglie e con tutti i parenti di sua moglie, altrettanto è facile agli sgarbi, alle scenate, agli atti di prepotenza: ma contro la cognatina, non c'è verso di poterla spuntare!
— Maledetta piccola! — borbottava Luciano con il fido Zaccarella. — Ci vorrebbe un altro sistema di educazione! Il sistema adottato per _Din_ e _Don_: zucchero e... frusta! — Ma la frusta resta, naturalmente, una figura rettorica e così la piccola finisce per avere anche da «quell'odiosissimo» di suo cognato, soltanto lo zucchero!
— Se credi di farmi piangere come mia sorella, ti sbagli, sai! — aveva detto Remigia a don Luciano, la prima volta che si erano accapigliati. — A me non fai paura, perchè ti conosco bene!
Gli occhietti dell'Idolo non ridevano più, azzurri e sfavillanti: lo fissavano impavidi, con una durezza, con una freddezza d'acciaio. L'altro sentì scendere nell'animo cattivo quell'occhiata cattiva. Ne rimase sconcertato e voltò la cosa in ridere.
— Chi dovrà godersela costei starà fresco!... Meglio, molto meglio sua sorella, con tutte le sue nenie! Con sua sorella, con mia moglie, comando io! Che diversità dall'una all'altra!... Come tra una bottiglia d'inchiostro... e un bicchiere di _champagne!_
— Don Luciano ha ragione!
Remigia è bionda e piccola, rosea e magrolina; è tutta un sorriso e un argento vivo. Maria Grazia, alta, forse troppo alta della persona flessuosa e gentile, ma di un'eleganza armonica, ha i capelli neri bruniti, lucenti; e gli occhi nerissimi, i begli occhi nerissimi e profondi, sono pieni di pensieri e di malinconia. C'è più di un'anima in quegli occhi; c'è la poesia del dolore.
La D'Orea non ha ancora ventisette anni e ne dimostra trenta; l'Idola ne ha venti e in certi giorni di maggior vivacità e turbolenza ne dimostra quindici!
Insomma il contrasto tra le due sorelle è così vivo e così strano, che i pochi fedeli adoratori i quali assolutamente non permetterebbero un dubbio sulla rigida virtù della duchessa Moncavallo spiegano il prodigio assicurando che donna Maria Grazia assomiglia alla madre, quanto Remigia assomiglia al padre... morto, da vari anni, di paralisi progressiva, ma che, per altro, non era mai stato, in vita sua, nè piccolo, nè biondo, nè prepotente.
III.
Al _Grand hôtel_ di Bex, la colazione, ordinata per le dodici, non è ancora pronta alle dodici e mezzo. Si comincia con un brodetto cosparso di qualche lacrima insipida; un altro quarto d'ora d'aspetto, e finalmente, accolto con viva gioia, ecco l'apparizione di un bel rosbiffe, rosolato e fumante.
Ma, subito, un nuovo incidente e un nuovo ritardo. Il principe di Sant'Enodio e il signor Zaccarella hanno appena il tempo di emettere un lungo — ah! — di soddisfazione, che già echeggia nel corridoio un festante latrato, e _Din_ e _Don_, come due saette, sciolti dalla catenella e inzuppati d'acqua e di mota, precipitano nella sala, saltano sulle ginocchia, sulle sedie, persino sulla tavola, ormai fatti indocili e indomabili dalla fame e dall'odore del bove arrosto.
L'Idola è di ritorno con tutta la sua corte. Grande gioia della madre, gioia più tranquilla dello zio, un sorriso di Maria Grazia e fremiti d'ira a stento frenati dal povero Zaccarella, che deve alzarsi, cambiar di seggiola, fare cerimonie, dare nuovi ordini, e quindi sospendere il pasto, proprio nel momento di incominciarlo!
— I cani!... Giù! Giù! Fuori i cani! Fuori!
Il signor Zaccarella non può sfogarsi nemmeno contro i cani! La contessina Mimì ha preso _Din_ per il collarino, _mademoiselle_ ha pigliato _Don_, le cameriere portano spugne, asciugamani, spazzole, pettini, acqua di Colonia e incomincia la toeletta.
— Zio Rosalì, amore, dammi una fetta di rosbiff! Anzi, due grandi! — Remigia è già seduta a tavola.
— Prima una tazza di _consumé!_... Prendi una tazza di _consumé_, Idola!
— Ma che! Ma che! Figurati! Ho fame di rosbiffe!... Mi dà le patate signor Zaccarella? Maria, gioia, dammi la senape! — Tutti la servono e l'Idola divora. — Ho una fame, mammà! Una fame! Una fame!
— Brava!... Così, vedi, mi fai contenta, felice!... Per altro, anche una tazza di brodo ben caldo!... — Ogni boccone che ingolla la figliuola è un raggio di gioia negli occhi materni!
— Squisito!... Eccellente, questo rosbiffe! Non è vero, Totò?
Totò, che pure non ha perduto tempo, è seduto accanto a papà, e dinanzi a quel roastbeef si sente inglese più che mai. Annuisce con un cenno dignitoso del capo.
— Bravo Totò, il britanno! Signor Zaccarella, ancora patatine! Mimì! _Mademoiselle!_ Asciugate bene bene e fregate forte forte! Povero _Din_ e povero _Don_!... Che non prendano la tosse!... Tesöri!... O mammà! Che bellezza vederli a nuotare!
— Adagio, mangia adagio, non così in fretta, cara! Sei stata buona a ritornar presto! Non hai preso freddo, spero. Non ti sei bagnata?
— Ma che! È un'innondazione artificiale!... Tutto in Isvizzera si fa artificialmente! L'innondazione, come il ghiaccio del Rodano con la grotta azzurra! Pur di mungere le borse al misero viandante! Esempio: io, Mimì, Totò, non abbiamo più un soldo! Signor Zaccarella gentile e buono, ancora un po' di senape! Grazie.
— Come? Non ti sei divertita, Idola mia? — La madre è adesso inquieta per un altro verso.
— No. Non c'era niente di bello da vedere! Un mare?... Che! Un lago morto; non è vero, Totò? Un lago caffè-latte, dal quale non spuntavano qua e là, altro che le cime di qualche alberello, e più giù, mezzo campanile! Zio Rosalì, amore, leggi il menù, con alta e chiara voce!
— _Poulard de Bress aux champignons_.
— Benissimo! Bravo! Evviva i _champignons!_ Sai, mammà? Un'innondazione senza innondati! A nuoto, soltanto _Din_ e _Don_!... Brutta gentaglia sudicia; certi visi sparuti che frignano miseria per spillare quattrini! Ha finito _mademoiselle_? Allora faccia il favore, metta a _Din_ il nastro giallo, e a _Don_ il rosso!
Il signor Zaccarella, che ormai s'è calmato avendo calmato anche l'appetito, pensa lui perchè ci sia ancora da far colazione per la contessina Mimì Carfo, per _mademoiselle Jenny_, e anche per le due insopportabili bestiacce.
— Con tanto amore per i suoi tesori, duchessina Remigia, ella pensa alla loro toeletta, all'acqua di Colonia, al nastro giallo e al nastro rosso, ma se non ci fossi io... creperebbero di fame!
— Magnanimo capitano, grazie! Mi raccomando: zuppa soltanto, pochina e niente carne! Non posso soffrire che _Din_ e _Don_ diventino grassi! Odio la gente grassa!
Il signor Zaccarella, oltre ad avere la faccetta secca, gialla, da giovine vecchio, senza nemmeno un'ombra di peluria, è magro, più di un angolo in croce. Egli interpreta l'odio della duchessina contro i grassi, come un complimento a lui diretto e questa volta le perdona l'ironia del capitano.
— Sa fare, la piccola!
Il ritardo prima di mettersi a tavola, l'interruzione per l'improvvisa comparsa della duchessina, il caffè, il kirsch, poi di nuovo il thè... è venuta l'ora della partenza. In fatti i due soliti landò e l'omnibus aspettano già pronti dinanzi all'albergo, quando entra in sala il portiere con un telegramma.
— Luciano! — mormora sottovoce donna Maria prendendo il dispaccio. — Grazie.
Ella lo apre senza il più lieve sussulto, senza nemmeno un atto di curiosità. È sicura che non ci può essere per lei nessuna notizia gradevole e alle noie e alle contrarietà, ormai c'è tanto avvezza!
Legge, poi si rivolge alla madre:
— Andate voi soli a Villars. Io aspetto Luciano a Bex. — Dà il telegramma aperto al signor Zaccarella che, a sua volta, lo legge prima piano, poi ad alta voce.
— «Preso automobile». — La scusa della sua partenza improvvisa da Lucerna per Parigi, questa volta, era stata l'acquisto di un'automobile. — «Presa automobile. Una Mercedes-Janko. Tu aspettami a Bex col signor Zaccarella. Tua madre, famiglia, proseguano Villars. Saluti».
È chiaro che arrivando a Bex, Luciano D'Orea, vuol trovarsi solo con sua moglie. È chiaro, esplicito, e per la famiglia riesce tutt'altro che spiacevole quell'ordine. Quando ritorna da Parigi il caro Luciano, non è punto divertente! Musi e spostature. O non guarda nemmeno in faccia, o strapazza tutti.
Però, in quel momento, nessuno fiata: non c'è nè una parola di protesta, nè una manifestazione qualunque di dispiacere. Le carrozze aspettano sempre: le signore devono vestirsi, mettersi il cappellino e far presto per non perdere la corsa.
Il principe Rosalì è già pronto. Egli sta ammirandosi nello specchio grande che occupa una parete e continua ad ammirarsi.
— Con quella barba magnifica ha proprio una bella testa da cavaliere antico! E la persona alta, — erano tutti alti, maestosi i Sant'Enodio, — come si conserva elegante e ben formata! Eppure... i sessanta erano sonati, ma così leggermente che nessuno se n'è accorto e lui, meno di tutti.
— Buon viaggio, zio Rosalì! Arrivederci a Villars!
Il principe sorride ancora baciando in fronte con l'usata galanteria, la «pallidona sensitiva» e il sorriso, prima di compiacenza, adesso diventa arguto, maliziosetto: è lo spirito di Voltaire che rivive nell'uomo del gran mondo.
— A Parigi, hanno fatto prestissimo, questa volta, a comperare l'automobile! C'è da congratularsi... con l'Italia!... Ricordati, o soave Maria, _gratia plena_: a marito che torna, ponti d'oro!
Sopraggiunge la madre: sta un momento sopra pensiero, poi si decide. Si fa prestare dalla cara Maria la sua mantelletta di lontra, per le spallucce dell'Idola.
— Tu qui, puoi goderti ancora un po' di caldo! Lassù, a milletrecento metri e con questo ventaccio, ho in mente che troveremo la Siberia! — Poi diventa seria. Anche la duchessa accompagna le raccomandazioni alle affettuose tenerezze. — Salutami Luciano. Ricordati che puoi farne sempre ciò che vuoi! Basta non contradirlo! Eh, sicuro che qualche volta il caratterino è difficiletto! Ma come si fa? Il buon Dio ha dato a tutti la nostra croce da portare e io mi conforto pensando che la mia, — non per dir male di tuo padre, poveraccio, quand'era vivo, — ma è stata molto più pesante della tua. E così, sempre sia! — Le dà due baci forti, che scoccano, uno per guancia. Vede che gli occhi della figliuola sono addolorati, pieni di lacrime; allora la stringe al cuore, sospira pateticamente e se ne va, presto presto, per non sentirsi troppo commossa, fermandosi solo un momento, prima di salire in landò per cercare nella piccola borsetta, appesa alla cintura, se non ha dimenticato l'astuccino delle pastiglie.
— Addio, gioia! Addio! — Remigia saluta la sorella da lontano, in fondo alla discesa. È corsa innanzi, a piedi, con Totò e con Mimì Carfo; è corsa dietro a _Din_ e a _Don_, — i ghiottoni tanto disubbidienti! — Hanno subito trovato l'usta della cucina e delle ossa e adesso non si lasciano prendere per paura del castigo!
— Addio, gioia! Vieni presto a Villars!... _Din!_.. _Diin!_... _Doon!_... Qui! Subito qui!
Maria Grazia rimane sola, sul grande portone dell'albergo, a vederli partire. Anche il signor Zaccarella è andato alla stazione per i biglietti, per tutto quello che c'è da fare. Quando non vede più le due carrozze seguite dall'omnibus, ella rimane ancora lungamente ritta, immobile, gli occhi pensosi a guardare lungo la strada solitaria.
Che vuoto! Che vuoto! Dio! Dio! Che vuoto intorno a lei!
Il cielo è ancora fosco, tutto coperto; ma la pioggia è quasi cessata. Maria fa qualche passo macchinalmente: non piove più. Ella continua a camminare a caso, adagio adagio, assorta, distratta. Vede una chiesuola in fondo a un prato verde, circondato da un muricciuolo... è aperta; entra. La chiesa è deserta. Un solo lumicino acceso a' piè d'una Madonna posta sul piccolo altar maggiore, nudo, con il dorsale della tovaglietta ripiegato.
La giovane signora osserva quella Madonna scolpita goffamente nel legno e goffamente dipinta: eppure ne sente il mistico fascino e la soave poesia. La guarda... siede sulla prima panca, in fondo alla chiesa, e continua a guardarla... così, senza pregare.
Pregare? Che cosa avrebbe potuto chiedere? Nulla. Che cosa avrebbe potuto sperare? Nulla.
Maria continua a guardare, a fissare la rozza immagine della Madonna, sola con lei, in quel giorno, sola come lei, nella chiesa deserta; come lei, in quel momento, abbandonata da tutti.
— Povera e cara Madonnina di Bex! Povera, sì, molto povera quella Madonnina... e brutta!
Il manto azzurro e il vestito rosso di seta, sono miseri e stinti... Non ha corona quella regina dei cieli, non ha gioielli, non ha ornamenti...
Maria sospira: sente che si dilegua anche quel po' di conforto che le era penetrato nel cuore. Le sembra, che persino la rozza immagine di legno, ripeta a lei, così bella e così ricca, quelle parole fredde, terribili, che tutti le dicono, che tutti le sussurrano in famiglia, nel mondo, come un rimprovero e come un ammonimento, quelle parole che le tolgono persino il diritto di soffrire, e di piangere:
— Di che ti lamenti?.. No, tu non puoi lamentarti! Hai la ricchezza, il lusso, lo sfarzo; hai la gioventù e la bellezza. Basta una parola tua e ottieni tutto quello che vuoi. I milioni di tuo marito sono inesauribili e la sua cassa è sempre aperta! Se non ti basta e ti credi infelice, sei ingiusta e sei ingrata! Asciuga, asciuga le tue lacrime!
.... Sente, dietro di lei, un lieve suono di passi, il rumore di una seggiola appena smossa.
Ella non si volta nemmeno. Sa benissimo chi è entrato in chiesa. È il signor Zaccarella il quale ha l'ordine preciso, dal padrone, di non lasciarla mai, di sorvegliarla sempre, di riferire tutto ciò che fa.
IV.
Don Luciano, dopo il telegramma che annunzia il suo arrivo a Bex, non dà più segno di vita.
Passano vari giorni, Maria è sempre sola e aspetta rassegnata, inerte.
Il signor Zaccarella è assai più inquieto di lei.
Con donna Maria si mostra impassibile, impenetrabile e più che mai ligio agli ordini ricevuti, ma in cuor suo disapprova la condotta del padrone.
Col pretesto degli affari, guardandosi bene dal dirlo a donna Maria, egli ha già telegrafato a don Luciano, all'_hôtel Bristol_: niente, nessuna risposta.
— Che il padrone non sia più a Parigi?
Il signor Zaccarella, borbotta fra sè, scotendo il capo:
— Perchè mò condannare donna Maria in questo forno, a servire di pasto alle mosche o alle zanzare? Con poca fatica, soltanto con un altro telegramma, potrebbe mandarla a Villars a raggiungere sua madre e gli altri! E lui, messa a posto la moglie, padronissimo di fermarsi dietro strada a studiare il bel canto!
Certe volte il fido Zaccarella non ha il coraggio di guardare in faccia la signora. Si vergogna lui per don Luciano. Tuttavia, con gli altri, tien duro e lo difende a spada tratta, specie con la Nunziatina, che l'ha a morte con il padrone.
La Nunziatina, rimasta a Bex, non fa altro che brontolare tutto il giorno. Brontola per il caldo, brontola per le mosche.
In questi brontolamenti ha la sua parte anche la lontananza di Eduardiello, il bel servitorino di Totò.
— Che si fa, signora? Come si fa? Non c'è più roba, non c'è più biancheria! Se crede, io potrei fare una corsa fino a Villars? Prendo un paio di vestiti e tutto il resto che occorre!
— Aspettiamo... Aspettiamo ancora un giorno... Poi si vedrà.
Questa è la sola risposta che dà sempre donna Maria col suo tono dolcissimo, malinconico e la lenta cadenza musicale.
Anche su, a Villars, ci sono mosche; ma a Villars fa fresco e alla _Tête-pointue_ i giorni volano allegramente. L'Idola si diverte, tutta la sua corte, quindi, si diverte e la madre è raggiante. Il principe Rosalino trova ottimo il cuoco, buono l'albergo e il clima delizioso. — Chi sta bene, dunque, non si muova! — E quella gente beata ha soltanto paura di muoversi! Però, sono tutti d'accordo in questo: nel fare sfoggio di grande saggezza per ripararvi sotto la cura gelosa del loro benessere e delle loro comodità. Cercano e trovano sempre in qualche proverbio, non solo la giustificazione, ma anzi il conforto dell'antico buon senso a non muoversi, a non disturbarsi. Il proverbio che corre in questi giorni a Villars-Ollon è prudentissimo: «Fra moglie e marito non ci va messo un dito». Non si telefona, dunque, non si telegrafa, non si scrive a Bex, altro che «saluti e tenerezze». Mai nessuna domanda intorno a Luciano, mai nessuna maraviglia, nessun commento, nessun rimprovero per quello strano procedere, mai nessuna parola che esprima a Maria il rammarico per la forzata lontananza, il dispiacere di saperla sola, laggiù, e sola in quel modo.
— _Driiin!_
È la madre che telefona.
— .... Sei tu Maria?... Come stai?... — Anche noi benino! L'Idola si diverte! Piace assai!.. — Anche a Bex fa caldo?... — Il signor Trüb assicura che adesso avremo bel tempo per tutto il mese! Addio, cara! Saluti e tenerezze, anche dallo zio Rosalì.
Un altro — _Driiin!_ — e basta.
Ormai è più di una settimana che Maria è ferma a Bex, aspettando il marito; passa i giorni girando attorno all'albergo, sempre in vista dell'albergo. Luciano potrebbe capitare da un'ora all'altra e se sua moglie, per caso, non fosse lì pronta a riceverlo, guai, cascherebbe il mondo!
Il signor Zaccarella non ha più parole; la Nunziatina strepita.
Aspetta, aspetta, sono già due settimane che lo si aspetta... finalmente una sera, dopo le dieci, quando proprio nessuno ci pensa — _téé-téé-téé — tuff-tuff-tuff_ — è don Luciano che arriva con la macchina sconquassata perchè vicino ad Aigle ha urtato contro un paracarro.
Don Luciano è furibondo. Appena messo piede a terra, nello sprazzo di luce elettrica, tutto bianco di polvere, con l'ampio _regland_ di pelle e l'enorme berrettone, gesticolando, la voce rauca, sembra un orribile mostro della notte. Prima ancora di entrare nell'albergo, prima di salutare Maria, grida col povero _chauffeur_, che non ha nessuna colpa dell'accaduto e, sempre per la macchina, impartisce ordini sopra ordini, allo spaurito Zaccarella.
— Canaglia!
Con chi l'ha don Luciano?...