La moglie di Sua Eccellenza

Part 19

Chapter 193,682 wordsPublic domain

Giacomo fa un passo, lanciando contro la moglie un'occhiata terribile:

— E con ciò, che cosa vorresti dire?... Che cosa vorresti insinuare? Se mia cognata ha dell'affetto ed è piena di riguardi per nostra zia, tu, invece di... fare come fai, dovresti cercare d'imitarla!

— Già! Già! — ribatte Remigia più forte. — Il grande modello! Dovrei imitare il grande modello! Ma... come si fa?... Tutti non possono avere le doti, le virtù, la grazia, la soavità di una così perfettissima... perfezione!

— Senti, Remigia. — Le labbra umide di Giacomo battono convulsamente. — Io ho bisogno, almeno in casa mia, di tutta la quiete possibile. Spero... Voglio sperare che non sarai venuta a Roma per tormentarmi, per avvelenare anche i pochi momenti che posso avere di riposo... Sarebbe troppo! Ah, vivaddio, sarebbe troppo!

Remigia ha uno scoppio di pianto. Non per paura, nè per dolore; anche lei per dispetto e per ira.

Giacomo, alla vista delle lacrime, corre a prendere il cappello afferrandolo furiosamente per andarsene; poi torna vicino alla moglie squadrandola bieco. Mimì, sbigottita, cerca di frapporsi; egli l'allontana con la mano, mentre si curva su Remigia parlandole quasi all'orecchio:

— Ho sempre creduto poco alle tue lacrime. Oggi, non ci credo più. Puoi risparmiarle. Sarà tanto di guadagnato per tutti e due! Ti saluto! — Quando passa dinanzi a Mimì, le dice — buon giorno! — senza fermarsi e se ne va sbattendo l'uscio. Ma rimane assente solo pochi minuti. Ha capito di essersi lasciato trasportare, di aver avuto torto ed è pentito. Entra, e si ferma sulla soglia dell'uscio un po' confuso, guardando le due giovani signore e scrollando il capo con tristezza grande. Mimì continua ancora a singhiozzare. Remigia pallida, con gli occhi torvi, è tutta fremente e vibrante di collera.

Giacomo si avanza lento, passo passo, e si ferma dinanzi alla moglie, curvo, le braccia penzoloni, in atteggiamento umile, di scusa:

— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe volte; non so più quello che mi dica. È il lavorar troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre male che mi rende così nervoso e stizzoso. La più piccola contrarietà, il più piccolo urto... Basta una mosca che vola per eccitarmi, per farmi montare il sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di diventar matto! Scusami, Remigia, e non badare alle mie furie. Tutto passerà; speriamo. Bisogna per altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos e sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di un calmante, bromuro, cloralio, qualche rimedio che mi faccia dormire. Le mie notti sono terribili; non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... — Si rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina, che io non dormo più... più! Vado a letto la sera stanco, spossato, e al mattino, dopo un'insonnia irrequieta, smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi, mi trovo ancora più stanco di quando sono andato a letto, mi sento pesto, ammaccato, estenuato! — Giacomo si stringe nelle spalle, crolla ancora la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va avanti!

Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima, le escandescenze di Giacomo. Ella è rimasta colpita da quell'accento così sincero e doloroso. Approva e insiste perchè chiami subito il dottore.

— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni. Basta ch'ella si attenga davvero a tutte le prescrizioni del medico e al regime di vita che le verrà raccomandato.

— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto sorriso che gli sfiora appena le labbra. Poi stende la mano a Remigia mormorando con la voce rotta da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia dalla quale spira una dolcezza affettuosa, indulgente, più da babbo che da marito: — Scusami, cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un rimedio contro la mia... cattiveria!

Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì che con gli occhi e con i gesti le fa segno di cedere, di perdonare... e finisce col rasserenarsi. Non ha l'animo disposto e non è giorno opportuno per le tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto ciò ch'era stato combinato a colazione con i della Gancia. Si asciuga un momentino gli occhi, poi si butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta.

— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera, con Quanita?

— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che sarà un grande divertimento!

VI.

— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Quante teste pelate!

È l'esclamazione di donna Remigia appena si sporge dal parapetto della tribuna diplomatica, e gira gli occhi in fondo all'aula di Montecitorio.

— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Com'è brutto qui! — Si era immaginata la Camera dei Deputati, assai più grande, più bella e più sfarzosa.

La marchesa della Gancia la guarda sorridendo:

— Ma come?... Non c'eri mai stata?

— Mai! Quando dico a Jack di condurmi in qualche posto, o non può, o se può... sta poco bene! Ma adesso ho preso il mio partito: andrò dappertutto senza di lui!

— E farai benissimo!

Approva anche il marchese Pio della Gancia, il marito di Quanita.

Remigia torna a sporgere il capo e a guardar giù. L'aula va sempre più affollandosi. Alcuni onorevoli, non teste pelate, ma arruffate, in piedi o sdraiati dietro i lor banchi, parlano fra di loro, gesticolando animatamente. Remigia, sta un po' osservandoli, poi domanda, con aria scandalizzata, facendoli notare anche al marchese:

— Come mai?... Tutti i deputati non sono in abito nero?

Il della Gancia allunga il collo, guardando lui pure giù «nella bolgia» come la chiama, piacevolmente. Ma poi, in fretta, si tira indietro, e sporge le labbra nauseato:

— Ah! Ah! Quelli sono i _Rabbagasse_ dell'Estrema Sinistra! — Il marchese, che parla con uno spiccato accento napoletano, pronunzia _Rabbagasse_ con due _bi_ e facendo sentire la _e_.

— È una mancanza di rispetto al Parlamento! Il frac dovrebbe essere di rigore!

— Dovrebbe essere! Invece... — Il marchese Pio fa un gemito che sembra quasi un muggito. — Ma! Se l'abito non fa il monaco, fa il democratico! Non è vero, Quanita?

— Già... appunto!

La marchesa è distratta e irrequieta. Si volta di qua, di là, risponde chinando il capo con la vivacità meridionale, alle profonde riverenze che le rivolgono, dai loro banchi, alcuni onorevoli di destra e del centro, ricambia sorrisi e saluti con le signore della tribuna di Corte, ma intanto continua con l'occhialetto a guardare in giro ansiosamente e a cercare, a cercare... qualcheduno che non c'è. A un tratto, l'occhialetto si ferma, puntato diritto alla tribuna della stampa. Vi è appena giunto, rimanendo fermo, in piedi, proprio nel mezzo, un bel giovinotto alto, segaligno, con la barbetta rossiccia, la cravatta sgargiante e l'aria spavalda. Anche il bel giovinotto punta subito gli occhi verso la tribuna della diplomazia, poi, scambiato con la marchesa un cenno quasi impercettibile, va in cerca di un posto per sedere.

La marchesa chiude l'occhialetto quietamente e si rivolge con un sorriso al marito che continua a far la predica: lo ascolta e lo approva del capo.

— La democrazia monta e quando si dice democrazia intendi furfanteria e soprattutto volgarità!... Ormai, tornare indietro non si può! Bisogna andare fatalmente fino alla rivoluzione, per poter poi tornare indietro... dopo. Ma dopo, questo è il male, saremo in pochi... i rimasti, i superstiti!

Il marchese, cupamente preoccupato, chiude le palpebre per non vedersi dinanzi la propria effige penzoloni a una lanterna. — Mah!

Anche le due signore, restano lì, per un momento, soprapensiero. Poi Remigia torna a guardar giù, nell'aula, per vedere se i deputati cominciano a guardar su, e Quanita gira intorno gli occhi avendo sempre di mira la tribuna della stampa.

Il marchese della Gancia, tenuto al fonte battesimale da Ferdinando II, ne ricorda il figlio, stranamente, — l'ex re Francesco, — nel fisico e nel morale: nel viso giallognolo, dal grande naso aquilino e dai baffi spioventi; nel tipo da bacchettone, nell'indole da lasagnone. Del resto, a parte la spaghite di dover passare un'altra volta per la ghigliottina, egli è inconcusso nella sua fede. L'Italia attuale, non è per lui altro che un affastellamento di nordici e di _meridioni_, affatto precario. In fondo al suo cuore, ed è per questo che non li aborre, ma li compiange simpaticamente, è ben convinto che i Sovrani piemontesi sono a Roma per forza e ci rimangono di contraggenio, sospirando il momento di ritornare a Torino e, magari, addirittura in Sardegna. Quando sua moglie è stata prescelta come dama d'onore della Regina, conseguenza logica dell'essere stata sua madre dama d'onore della seconda moglie di Re Ferdinando e sua nonna della prima, il marchese Pio, non ha detto sì, non ha detto no. Ha chiuso gli occhi... dopo, per altro, di aver avuto l'assicurazione da suo cognato, Esente della Guardia Nobile, che avrebbero chiusi gli occhi anche in Vaticano.

Remigia si leva un guanto e con la bellissima mano ingemmata aggiusta e rimette a posto alcuni fili di capelli biondi: l'aula è gremita ed ella ci tiene a far colpo. L'Estrema Sinistra, la Sinistra e i Centri sono affollati. Soltanto nei settori di Destra c'è del vuoto. La tribuna degli ex deputati, la tribuna della Real Corte e della Presidenza, sono rigurgitanti di signore, tutte vestite di chiaro, sfarzosamente, tutte circonfuse dallo sventolìo incessante, affannoso dei ventagli. Perchè lassù, sotto le vetrate, il calore e l'afa, nel cuore del pomeriggio romano, diventano insopportabili.

— Duchessa Remigia!

Il marchese la chiama, toccandola appena, leggermente, sul braccio. Si offre per indicarle tutte le più spiccate notabilità della Camera.

— Sì! sì!... Bravo!

Remigia è contenta: gli si fa più vicina per sentire. Il marchese sta fermo, assapora quell'odore di biondo, lui che ha la moglie nera come l'inchiostro, e gongola. Ha una grande simpatia per Remigia. Prima di tutto, per quanto costretta dalle conseguenze... della rivoluzione, a doversi imborghesare morganaticamente con un D'Orea, è sempre una duchessa Moncavallo; e in quanto al fisico, — oh, madonna del Carmine benedetta! — è sempre stata la sua passione il genere magrolino, tenerino; il tipo infantile, acerbo, che ha ancora... del _guaglioncello!_

— Vede, donna Remigia, nella tribuna della Real Corte, quella vecchia signora con quell'enorme tuppè di capelli bianchi? È una delle più intriganti collaresse...

Ma donna Remigia non gli bada. Non ha tempo di occuparsi delle vecchie signore. Sbircia con la coda dell'occhio molte teste pelate di onorevoli che si agitano indicandola l'uno all'altro.

— Domani mattina, presto, bisogna mandare il signor Zaccarella a prendere il _Fracassa!_

Continua con la bellissima mano a lisciarsi i capelli e a guardar giù, senza averne l'aria, fingendo di star attenta ai discorsi del marchese che si fa sempre più accosto, ed ansima.

Ah! ah!.. Non soltanto le teste pelate, anche le arruffate cominciano a voltarsi in su.

— C'è del fermento tra i _Rabbagasse!_ — pensa Remigia sorridendo e sporgendosi alla tribuna per farsi meglio vedere.

— Carina! Carina assai!... Chi è quella bella signora bionda con quel grande cappellone a piume bianche nella tribuna del corpo diplomatico?

— È la D'Orea!

— Oh, oh! La moglie di Sua Eccellenza?

— Sicuro! La moglie del ministro dei Lavori Pubblici!

— Accidenti! Preferirei ottenere il portafoglio dei suoi lavori privati!

— E l'altra?...

— Quale?

— L'altra signora, vicino alla D'Orea! Quella vestita di nero!

L'interrogato si pulisce in fretta le lenti col fazzoletto, se le inforca di nuovo sul naso e torna a guardar su.

— Non so il nome; ma dev'essere una dama d'onore della Regina.

— Simpatica brunotta, per quanto un po' stagionatella!

— Stagionatella sia pure! Ma ha una bocca saporosa assai! Con quei baffettini neri!

— E che occhi! Che carboni grigi! Brillano più dei diamanti che ha nelle orecchie!

— Concludendo, bella la bionda e magnifica la bruna!

Le due signore, in fatti, stanno benissimo insieme, risaltando, per il contrasto, anche maggiormente. La della Gancia, nella soda e fiorente maturità della quarantina, è un tipo di bellezza affatto opposto a quello delicato e capriccioso di Remigia D'Orea, e a quello vagheggiato e tutto innocenza, da suo marito. Anche la marchesa vede, sente di piacere, di essere ammirata e, come un cavallo pien d'ardore, non sa più tenersi in freno, continua a muoversi, a salutare, a ridere e volge più spesso verso la tribuna della stampa la bella faccia bruna, mobilissima, nella quale sfavillano gli occhi grigi e luccicano i denti bianchi.

Il bel giovinotto dalla barba rossiccia è seduto solo, appartato, in un angolo. Lì, fra quelli della stampa, egli non è conosciuto da nessuno.

Tutti lo guardano per la cravatta, e per quell'aria di letichino prepotente, che non può passare inosservata.

— Chi è?

— Mah!...

— Sarà un qualche avventizio della provincia!

— Un ponza-novelle domenicale!

— Giornalista no, di sicuro! Si sarebbe fatto conoscere!

— Basta! _El tegnaremm d'œcc!_ — esclama, sforzando la pronunzia, un ammiratore di Ferravilla.

— _Fogo in manega, lustrissimo!_ — E nessuno ci bada più. Brontolano, invece, contro il Governo incivile che si fa troppo aspettare.

— Il Ministero deve presentarsi prima al Senato!

— Ma che Senato! — Tutti insorgono, protestando in difesa delle proprie prerogative. — Prima la Camera!

— Taci, ufficioso venduto!

— Servo della greppia!... Il tuo Governo di decrepiti istrioni aspetta che l'aula sia _au complet_ per l'applauso di sortita.

Mentre si ride, un altro giornalista giovanissimo, che si tien giù, basso, lungo disteso sopra una delle panche, si mette a urlare con quanto fiato ha in corpo: — Fuori!... _Musicaa!_... Fuori i lumi!

— Ecco, duchessina! — esclama il marchese, accarezzando Remigia con gli occhi e col diminutivo e tirandosi, cacciandosi ancora più sotto al cappellone, all'ombra profumata delle piume bianche. — Ecco il ministro della Pubblica Istruzione!

Remigia segue con le lenti l'indicazione del marchese e vede un omettino tondo, grassotto, col cranio rosso, congestionato, avvicinarsi al banco del Governo dispensando sorrisi, saluti, strette di mano, con tutti deferente, supplice quasi, con l'aria più di chiedere protezione che di accordarla.

— È un frate sfratato!... Lui e sua moglie dicono di no e si arrabbiano, ma c'è chi giura di averlo visto, prima del settanta, con la tonsura!

Remigia ripone le lenti, aggrottando le ciglia: — Accettare nel Ministero, persino un frate! — Lì per lì le corrono in mente tutti i torti e tutti gli odiosi difetti di suo marito: la nessuna nobiltà, la nessuna sostenutezza, la sfuriata di poco prima, e con i baffi del signor Gaudenzio persino un barlume di pizzicheria!... — Si dà una scrollatina di testa per non diventare di cattivo umore e domanda al della Gancia:

— Ma il mio Jack, tesöro, perchè non si vede ancora!

Quel _tesöro_ serpeggia nelle vene per quanto un po' sclerotiche, del marchese Pio:

— Pazienza, un po' di pazienza, bella duchessina cara, come a teatro! Le prime parti, si fanno sempre aspettare! Manca ancora il Presidente della Camera, il Presidente del Consiglio, il ministro degli Interni, quello del Tesöro! — E anche il marchese allunga la o fissando il bel collino delicato e la nuca ricciutella.

— Fatemi vedere il ministro degli esteri!

— Non c'è!

— Come non c'è?...

— Il presidente del Consiglio ha assunto anche l'_interim_ del ministero degli Esteri!

— Ah, sì! Sì! — esclama Remigia dopo averci pensato un momento. — Sicuro!

Quanita ride.

— Una Ministressa?.. Dimenticare gli _interim_ del Presidente del Consiglio?... È grossa, assai!

Il marchese lancia una frecciata ironica, piena di gelosia:

— Con tutta la politica fatta a Pontereno... col conte Gambara!

— Oh! povero Gambara!... Anche lui, come dell'_interim_! Sparito dal pensiero e dal cuore!... — Donna Remigia, dice così scherzando, per far piacere al marchese Pio; ma forse, può essere anche vero.

— Fatemi vedere il sottosegretario di mio marito.

— Il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Il _Rabbagasse_ dal cappellone?... Ancora non si vede.

— E il ministro della Guerra?

— Eccolo!... Eccolo là! — rispondono quasi insieme Quanita e il marito. — Entra adesso dal corridoio di sinistra, col ministro della Marina! — La marchesa, lo saluta assai cordialmente con i cenni vivissimi del capo.

Il conte Martino D'Entracques, è ancora giovanissimo per essere senatore e ministro. Alto, secco, rivela sotto l'elegante soprabito nero la figura svelta e snella dell'ufficiale di cavalleria. Ha una bella testa espressiva con i capelli folti e crespi, quasi bianchi e i baffi neri diritti, in punta. Appena entrato nell'aula leva una lente dal taschino della sottoveste e se la ficca nell'occhio, come il bell'Apollo di Villars, guardando verso la tribuna del corpo diplomatico e rispondendo del pari vivamente ai saluti della marchesa.

Invece il ministro della Marina, esile, traballante, si avvicina al suo posto e siede subito come affranto, sulla poltrona, buttandosi dinanzi, sul banco, il grosso portafogli nero, gonfio di carte. È così sparuto e giallo in viso, come se avesse passato quarant'anni in un paese di malaria, anzichè sul mare, arrivando da cadetto, al grado di contrammiraglio.

Le piume bianche, i capelli biondi, il fresco visetto di Remigia hanno dato nell'occhio al ministro della Guerra. Vuol subito sapere chi è.

— È una vostra collega! — risponde un deputato che sta discorrendo col ministro dell'Istruzione. — È la moglie di Sua Eccellenza D'Orea.

Il generale D'Entracques, torna a ficcarsi la lente nell'occhio e a fissare in alto.

Remigia nota, capisce che al banco dei Ministri si parla di lei; osserva le occhiate di sua Eccellenza D'Entracques; lo guarda a sua volta, poi rizzandosi bene sulla vita e piegando vezzosamente la testina ricomincia a lisciare i capelli e ad attorcigliare i fili d'oro dietro la nuca.

Intanto il marchese e la marchesa raccontano vita e miracoli del generale, che Remigia conoscerà quel giorno stesso a pranzo.

— È un nostro amico carissimo!

— Assai simpatico!

— È già la seconda volta che è ministro!

— Dice lui stesso di essere condannato... ai ministeri forzati!

— _Ci sto... perchè ci sono comandato!_

Questa, in fatti, è la frase solita del generale d'Entracques, ed il volersene sempre andare è la sua vera forza di resistenza come ministro.

Per Sua Eccellenza D'Entracques, ministero di Destra o ministero di Sinistra, ministero Liberale o ministero Conservatore, è tutto «un servizio».

— Sono di picchetto e ci sto, fermo al fuoco, perchè ci sono comandato!

C'è un movimento nell'aula, si sente un mormorio confuso: entrano quasi contemporaneamente, ma da opposti lati, il Presidente della Camera, seguito da due o tre deputati, e il Presidente del Consiglio con gli altri ministri e i sottosegretarii.

— Ecco il mio Jack! — esclama Remigia. Sorride con un cenno al marito e intanto lancia un'altra occhiatina al ministro della Guerra.

La marchesa le ha appena indicato nella tribuna vicina una signora americana, missis Britton, che se non è più al suo primo mattino rappresenta tuttavia un fulgido meriggio.

— Ha fatto pazzie per il D'Entracques ed è sempre innamorata di lui, ferocemente!

— Il cappellone! Il cappellone! — bisbiglia plano il marchese Pio, premendo il braccio a Remigia e parlandole così vicino, da sfiorarle quasi l'orecchio.

— Dov'è?...

— Guardate, quella zazzera, con quel pizzo da tenore, che parla appunto con vostro marito!

— Oh! Oh! Curiosa!... — Esclama, ridendo, la marchesa Quanita. — Il potere gli ha fatto allungare la giacca!... Può passare per una mezza _radingotte!_

— _Ssst!_ — corre nell'aula un vociare più forte, al quale segue un bisbiglio sommesso. — _Ssst!_

Il Presidente della Camera, in piedi, dall'alto del seggio, dice alcune parole che non arrivano fin su, alle tribune, poi siede di nuovo e quasi subito il Presidente del Consiglio, si alza.

Degli altri ministri, alcuni restano sdraiati nella poltrona con gli occhi socchiusi, altri si curvano su fasci di carte e cominciano in fretta a buttar giù firme.

Il Presidente del Consiglio rimane un istante fermo, impettito. Il suo viso è impassibile, lo sguardo freddo, senza espressione. Un risolino, tra il cortese e l'ironico, sfiora i baffi bigi, tagliati corti.

Si fa silenzio. Dall'alto piove una luce scialba, rossastra: l'aria è accesa, piena di ronzii.

La Camera, attentissima, diventa imponente. Alcuni deputati, in ritardo, si affrettano a raggiungere in punta di piedi, i loro scanni. Il Presidente aspetta ancora qualche secondo guardando a destra, a sinistra... Con la sua voce chiara, metallica, incisiva egli dice:

— Mi onoro... — Il silenzio si fa ancora più profondo. — Mi onoro di partecipare alla Camera che Sua Maestà il Re, mi ha affidato l'alto mandato di comporre il Ministero e che ad esso ho potuto corrispondere mercè il buon volere e lo spirito di abnegazione degli Onorevoli Colleghi... — qui legge sottovoce e confusamente una filza di nomi... — ai quali mi sono rivolto consigliato dalle necessità amministrative e politiche del momento.

I ministri, che tengono chiusi gli occhi, li aprono e stanno attenti; quelli che scrivono, si fermano ed alzano il capo: nessun applauso... e nemmeno alla fine del discorso. La Camera accoglie le «comunicazioni» con un atteggiamento quasi ostile. Si attendono i commenti. Questi seguono brevissimi, abili, cauti, insignificanti e finiscono in un mormorio eloquente, ma cauto del pari, che si alza dai vari settori. Dopo un momento risuona dall'Estrema Sinistra una sghignazzatina tosto repressa: si guarda, ed anche da altri punti si ride.

— La patria è salva, ed anche Menelich! — grida una voce dalla tribuna della stampa. — Fuori i lumi!

Il Presidente della Camera si scote nell'alto seggiolone e stralunando gli occhi aggravati dall'ora afosa, afferra macchinalmente il campanello.

— _Ssst!_

Di nuovo s'impone il silenzio, ma senza ottenerlo, e tra le proteste, i _bravo!_ e le risate, si alza, dal primo settore di Sinistra, uno dei più eleganti e giovani deputati, legislatore autorevolissimo fra gli _sportsmen_. — Peccato! Non si vede di lui che la bellissima, perfetta pettinatura. Presa la parola, e impappinandosi frequentemente, egli tien sempre il capo basso e gli occhi rivolti verso un paio di cartelle che ha spiegate sul banco. L'oratore — «di fronte alla situazione parlamentare creata dagli ultimi eventi, di fronte alla palese inopportunità di procedere nelle condizioni del momento alla discussione dei progetti di legge che... furono... abbiamo... sono alle viste, propone» — si ferma, si fa coraggio — «propone che la Camera anticipi le vacanze e venga riunita a novembre.»

Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei ministri, si alza subito a sua volta per dichiararsi d'accordo con l'onorevole preopinante: raddoppiano gli urli che fluiscono in un'omerica risata su tutti i banchi.

— Compare! Compare!

— Musicaa!

Ma la proposta, più che approvata, è messa in pratica: tutti si alzano e si affrettano alle uscite, ridendo, gesticolando e buffoneggiando.

Su, nella tribuna del corpo diplomatico, anche la marchesa della Gancia si alza, con gli altri, per uscire. Ma ella rimane un istante ritta in piedi, vicino al parapetto, e fissa gli occhi un'ultima volta verso la tribuna della stampa: Barbetta-rossa è in piedi, attento. Ella apre e chiude il ventaglio due volte, lentamente, poi lo batte con un piccolo colpo della mano.

— È ancora presto! — dice subito a Remigia, avviandosi verso l'uscio della scala e parlando forte, con la sua bella voce rotonda, risonante. — Faccio una visita, e passerò anche da mia madre, che non vedo da due giorni. Dove vuoi che ti accompagni con la carrozza?

— All'_hôtel_. Ho anch'io da scrivere a mammà!

— Pio verrà a prenderti per il pranzo, o anche prima, se vuoi; siamo intesi.

— Ma... — Remigia si mostra titubante.

— Che _ma?_...