La moglie di Sua Eccellenza

Part 18

Chapter 183,731 wordsPublic domain

— _Téé! Téé! Téé!... Tuff! Tuff! Tuff!_

È un automobile. Si ferma dinanzi all'albergo.

— Chi è?... È Luciano!... Proprio Luciano!...

Remigia dà un grido di gioia.

— Mimì! Mimì! Luciano! È qui Luciano!

Remigia non è più sola! Con suo cognato, potrà girare tutta Roma, i teatri e divertirsi!

— Che bravo! Che bella improvvisata!

Remigia, di suo cognato, ne fa adesso tutto ciò che vuole; i loro rapporti sono cordialissimi. Luciano, è vero, è molto cattivo con sua moglie, che è poi la sorella di Remigia, ma questo a Remigia, poco preme. Egli ha relegato Maria a Fiumicino per la consueta gelosia ingenita e per poter risparmiare sulla moglie ciò che spreca, stupidamente, con l'amante; ma questo, a Remigia, che fa, che importa? Anzi, «la piccola peste» s'è messa a proteggere e a difendere il cognato contro la sorella: Maria è una esagerata, una donna troppo eccessiva e... opprimente.

— Ah, _mon Dieu!_ Che tragediografa!

In quanto a don Luciano, egli s'è messo a corteggiare la cognatina perchè, davvero, la trova molto _chic_ e poi... per ingelosire e far dispetto al fratello e alla moglie.

— Paolo e Francesca... Sta bene; ma un po' per uno. E con questa _Franceschina_ qui, forse... chi sa?

.... Remigia, è corsa incontro a Luciano fin nell'antisala: i cognati si abbracciano festevolmente e tornano insieme sul balcone.

— Restiamo qui; il mio appartamento è ancora sossopra.

— Perchè non sei venuta al _Grand hôtel?_

— Jack vien sempre al _Roma!_

— Ah, già, sicuro! — Luciano fa una smorfia da miliardario. — Per spendere meno. Sempre l'uomo di carattere: moderato in politica, moderato nelle spese! Del resto, lui poteva restare al _Roma_ e tu venire al _Grand hôtel_. Questo, adesso, si usa. È assai più comodo tanto per il marito, come per la moglie.

Luciano accende una sigaretta e fissa la cognatina con un ghignetto canzonatorio:

— Dunque, siamo... al potere?... Ministressa!

— Finalmente! Le fai sospirare le tue congratulazioni!

— Congratulazioni?... Io?... Per me scemi di grado. Ministressa? — Le prende una mano e gliela bacia. — Regina, _for ever!_

— Bravo! — Remigia è soddisfatta. — Con me te la sei cavata abbastanza bene. Ma, e con Jack?... Gli hai mandato, almeno, un telegramma?

I baffettini di Luciano si rizzano irti, per l'altezzoso disprezzo:

— Oh, mainò!... Sono disgrazie che capitano così all'individuo, come alla Nazione!

Remigia finge di non aver capito e si volta verso il salotto.

— Signor Zaccarella! Per favore! Faccia portare due sedie!

Il signor Zaccarella, le porta lui stesso, in persona.

Don Luciano lo squadra in cagnesco:

— E... come va la vitaccia, caro capitano?

— Benissimo!... Fosse andata sempre così! Mi comanda altro, duchessa?

— No, grazie. Quando tutto è finito, me lo faccia sapere.

Risponde Mimì, che ha già salutato Luciano, di passaggio nel salotto:

— Facciamo presto! Non dubitare!

— Come hai saputo che arrivavo stamattina?... — domanda Remigia a Luciano appena seduti.

— Oh, diavolo! Ormai, sei diventata una donna illustre... Pubblica! L'ho letto sul _Fracassa!_

— Sul _Fracassa?_ — Remigia diventa rossa dalla gioia. Che c'è sul _Fracassa?_ — Chiama di nuovo il signor Zaccarella. — Mandi a prendere il _Fracassa_ di stamattina! Subito!

— Non occorre! L'ho io! — Luciano leva la gazzetta di tasca e la porge alla cognata. — C'è un telegramma con la tua partenza da Bologna.

Remigia sfoglia ansiosa il giornale:

— Dove?

— In terza pagina...

— Ecco! Trovato! — Remigia legge a mezza voce: «Ieri sera, sotto la tettoia della stazione, alla partenza del _direttissimo_ per Roma, notavansi, in gruppo, le più cospicue personalità cittadine, nella politica, nelle lettere, nelle arti, nell'aristocrazia e nell'alta finanza. Era una eletta rappresentanza della nostra Bologna, memore e grata, convenuta per presentare gli ossequi del commiato a quella intellettuale signora che è la duchessa Remigia D'Orea Moncavallo, moglie di Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori Pubblici. Ella si reca alla Capitale, a raggiungere il marito, cui sarà di conforto, fra le gravi cure del suo dicastero l'aver presso di sè l'esimia donna, fida consigliera e compagna.

«L'alta società bolognese rimpiange la regina dello spirito e della eleganza che migra ai saloni della terza Roma, ove Ella saprà diffondere il fascino delle sue grazie e del suo ingegno, nell'aure sature di politica e di diplomazia». — Mimì! Mimì!

Invece di Mimì, si presenta ancora, nel vano della finestra, il signor Zaccarella.

— La contessina è andata con la Carolina a disfare i bauli. Devo chiamarla?

— No; prenda. — Gli dà il _Fracassa_. — Lo porti alla contessina Carfo. Le dica di leggere qui, — segna il punto con il dito, — questo dispaccio da Bologna.

Il signor Zaccarella se ne va col giornale leggendo la corrispondenza telegrafica pieno d'unzione rispettosa.

— Perchè non mi sei venuto incontro?

— Oh bella! Se ho letto la notizia mezz'ora fa? E poi, figurati! Immischiarmi con il mondo politico, ufficiale e... _forcaiolo?_... Peuh!

Donna Remigia lascia correre: non vuol far sapere al cognato che tutto il mondo politico ufficiale e forcaiolo, era rappresentato... dal signor Gaudenzio!

— Jack non t'ha detto ch'io sarei arrivata stamattina?

— Mio fratello... cerco di vederlo il meno possibile. È un metodo di cura preventiva, contro il mal di fegato.

Remigia ride, poi domanda:

— E mia sorella? È qui?

— Oh, no, per grazia di Dio e volontà di chi comanda! È a Fiumicino, a far la cura dell'aceto e a sobillare la zia Gioconda!... A metterla su contro me!

— La zia Gioconda? — Remigia è assai maravigliata.

— Fiumicino superiore e Fiumicino inferiore, sono ormai un Fiumicino solo!... Immagini tu, Maria, con la sua superbia e le sue ridicole schifiltosità, sempre insieme e in lega con la zia Gioconda?

L'Idola si fa seria: — Certo, certissimo! È per amore di Giacomo che quell'ipocrita lacrimosa di sua sorella ha voluto conquistare la zia Gioconda! — Ma resta pensierosa un attimo soltanto, rasserenandosi subito con una scrollatina di testa. — Facciano un po' quello che vogliono! Lei è a Roma per divertirsi!... E lei, e non sua sorella, è la moglie dell'onorevole D'Orea, del ministro!

Si china sulla seggiola sporgendo verso Luciano il visetto arguto:

— Tu, allora... si capisce! Sei qui per la divina arte canora!

Don Luciano arrossisce leggermente facendo un sorriso da fatuo, senza dire nè sì, nè no.

— Già, già, già! — continua la maliziosetta. — Teatro Costanzi: _La Manon!_... Oh, bella! Diventi rosso?... Ancora? Ma sì! Rosso! Rossissimo, sino alla radice dei capelli... che non hai!... Bravo cognatino! Perduto il pelo, ma conservato il pudore! — Poi soggiunge sottovoce, risolutamente: — Ricordati: questa volta, voglio proprio vederla!

— Vieni alla prima della _Manon_.

— Certissimo! — Riflette un istante, poi soggiunge con un'alzata di spalle, — Giacomo non lo saprà nemmeno.

— Allora bisognerà fissare un palco, oggi stesso. — Don Luciano assume un'aria di grande importanza. — È già venduto più di mezzo teatro!

In fatti Fanfan Trécoeur era stata preceduta a Roma dall'eco clamorosa del grande successo a Milano, al _Dal Verme_. Tre sere di trionfo e tre _piene_, costate a don Luciano, complessivamente, una cinquantina di mille lire. Ma la gloria... è cara; e per dare la scalata alla _Scala_, bisogna cominciare col _Dal Verme_ e passare dal _Costanzi_ e dalla _Pergola_. — Dunque intesi! Mi prendi un palco e andiamo insieme!

Il cognatino rimane esitante: l'altra capisce a volo.

— Sicuro! Quella sera, sarai impegnatissimo! Avrai da dirigere, da guidare la _claque_! Vuoi che per l'occasione ti ceda il capitano? Senza complimenti! — Remigia è indispettita. — Andrò al _Costanzi_ con Mimì!

— Perchè, con Mimì? — Luciano cerca di rasserenarla. — Ne troverai, qui, di amiche e di conoscenti, quante ne vuoi! Intanto, la marchesa della Gancia!

— Quanita? — esclama Remigia con gioia.

— Un'idea! Stamattina, visto che non sei ancora in ordine, t'invito io a colazione, e vado a invitarti anche i della Gancia.

— Al _Grand hôtel?_

— Al _Grand hôtel!_

— Accettato!

— Ma... — Luciano abbassa un po' la voce. — Se si potesse risparmiarci l'incomodo della signorina Mimì?

— Mimì?... Figurati! Ha dodici bauli da mettermi a posto!

— Ah! — Luciano fa un largo sospiro di sollievo. — In premio ti offro un giretto in automobile, per farti venire appetito!

A Remigia, la proposta sorride moltissimo: tuttavia rimane un po' dubbiosa.

— E poi?.. Jack?... Che cosa dirà?

— Ci sei stata altre volte con me, in automobile, a Bologna, a Milano e l'orso non ti ha graffiata!

— Va bene, ma... oggi è diverso! E... proprio a Roma!

— Oggi è diverso? — Luciano rifà il solito ghignetto. — Perchè sei diventata Sua Eccellenza la Ministressa?

Remigia si arrabbia:

— Non fare l'antipatico! Sai, che mi dà ai nervi!

— _Pardon_, signora Eccellenza! Ti farò soltanto osservare che la grande stagione della politica è agli sgoccioli, motivo per cui, puoi prenderti qualche piccolo svago anche essendo al Governo! Il Re, ieri sera dopo la presentazione e il giuramento dei ministri è partito per Venezia, e a Roma a rivederci a novembre! Oggi stesso, fatta la presentazione del nuovo gabinetto, o domani al più tardi, sarà chiusa anche la Camera. Non solo dunque puoi fare un giretto in automobile stamattina, ma dopo colazione, ti propongo una volata fino a Porto d'Anzio, con la della Gancia, per vedermi a nuotare.

— No! No! — Remigia scrolla il capo vivamente. — Oggi voglio proprio andarci alla Camera! Tanto più se si deve chiudere così subito! Che peccato! E poi? E Jack?... E mio marito? Pensa, non l'ho ancora veduto!

— Oh Dio! Quale orribile sventura!...

— No! No! Facciamo adesso un bel giretto, dicendo che si va al _Grand hôtel_ e, per oggi... basta, _tuff, tuff!_ — Si alza chiamando forte: — Mimì! Ti saluto! Luciano mi ha invitata a colazione! Carolì! Fa presto! Vieni a mettermi il cappello!

Fa per correr via, ma l'altro la ferma.

— Devo prima avvertirti... di una cosa.

— Quale? — Ella lo fissa attentamente. I baffettini all'insù, alla russa, il cognatino è di una serietà quasi solenne. — Che c'è?

— Ti avverto che io sono... socialista.

— Tu? — Remigia dà una grande risata. — Tu?

— Sì, io; persona prima. Sono socialista e _mi-li-tante_.

— Col permesso... di _Manon?_

— Ridi pure. È cosa lecita alle signore, quando hanno, come te, bellissimi denti!

Fa, scherzando, per darle un bacio; Remigia si tira indietro.

— L'Estrema con la Destra?... Che ibridissimo connubio!

— Ridi! Ridi! Ma quando lo saprà, a Camera nuova, se ne accorgerà e non riderà mio fratello!

— Quando saprà... che sei socialista?

— Che sono socialista.

Remigia lancia sul cognato un'altra occhiatina ironica.

La sovrana di Pontereno, con tutta la sua politica e con tutti i suoi giornali, in fatto di socialismo è ancora alle prime nozioni confuse e sbagliate. Ella crede dunque, che Giacomo debba essersene di già accorto, e molto, del socialismo del fratello, senza aspettare la Camera nuova, dai conti di cassa dell'amministrazione D'Orea. Ma di ciò, adesso... _cito_. Le fa troppo comodo la compagnia di suo cognato. Adesso non vuol leticare. Sarà per un'altra volta; per il primo giorno di lune! Oh, allora, senza voler entrare in certi argomenti, ma lo dovrà scontare il socialismo!.. Altrochè!

V.

Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente del Consiglio e con gli altri suoi colleghi tutte le disposizioni necessarie per le sedute della Camera e del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e fa una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua moglie.

Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo di compitezza e forse, chi sa?... anche di coscienza, tant'è vero che quando sente da Mimì che Remigia non c'è, prova un senso di sollievo.

— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata?

— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione al _Grand hôtel!_

Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del fratello, il signor D'Orea si rannuvola e si affretta a difendere l'amica.

— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con le camere sossopra, non aveva nemmeno un posto da sedere. Don Luciano, voleva condurla in automobile fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino arrabbiata! Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla, signor D'Orea!

Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia, quello di Giacomo, della duchessa Cristina, del principe di Sant'Enodio, di Maria Grazia sono tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto, sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente, si fermano sul ritratto di Maria.

La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte le bugie che ha detto, si avvicina a Giacomo, gli prende la mano e gliela stringe forte, replicatamente.

— Dunque, Eccellenza, posso anch'io congratularmi? Con tutto il cuore e con tutta l'ammirazione che sento per lei?...

Giacomo si scuote, balzando in piedi.

— Di grazia, contessina Mimì! Risparmi le felicitazioni e l'eccellenza! Mi dia invece dell'imbecille e mi faccia le condoglianze! — Si apre l'uscio; si volta: — Oh, bravo, il caffè!

Siede di nuovo sulla poltrona pallido, ansante per l'improvviso accesso d'irritazione, aspettando muto, gli occhi fissi, che il cameriere deponga il vassoio sopra un tavolino e se ne vada. Il caffè lo ha ordinato nel salire. Subito che Mimì glielo versa, ne ingoia due tazze, avidamente.

— Vede, buona e cara signorina?,.. Sto in piedi a forza di caffè e di tè. Ma sono... galvanizzazioni usuraie, come dice, ammonendomi, il dottor Davos!

Mimì, intanto, l'osserva con una stretta al cuore: è pallido, smunto, ma con gli zigomi accesi e con la fronte madida di sudore. Ha le occhiaie gonfie, con le borse; le tempie vuote.

— Come mi trova? — domanda vedendosi osservato. — Molto giù, non è vero?

— No! No! — La giovine, ha nuove vampe di rossore. — Si vede soltanto, che è molto stanco! Si capisce, del resto, col grande lavoro di questi giorni! Ma, fortunatamente, la Camera si chiude, non è vero? Ella potrà prendersi un po' di vacanza e si rimetterà presto. E poi, deve far bene anche sentirsi l'animo contento, avere il cuore pieno di soddisfazioni!

— Oh, contentissimo! E le mie soddisfazioni... — Giacomo s'interrompe con un sorriso amaro; — oh! le mie soddisfazioni sono addirittura straordinarie!

— Signor D'Orea! — replica Mimì vivamente. — Non dica così! Non sia tanto ingiusto con sè stesso e con gli altri! Non è una soddisfazione grandissima il vedere come tutti le vogliono bene e come tutti la stimano?

Giacomo scatta di nuovo alzandosi, pestando i piedi.

— Mi stimano un minchione!... — Oh, scusi, signorina, ma a brutte cose, brutte parole! — E la prova di essere ciò che sono, l'ho data io stesso, accettando un portafoglio, al quale neanche sono adatto, in questo momento, in queste condizioni e con questi uomini! — Giacomo finisce con l'alzar troppo la voce, diventando a mano a mano sempre più concitato e più nervoso. — Che cosa sono io?... Vuole che glielo dica?... Io sono l'uomo «che non sa più dir di no!» E non lo ero! Non sono nato imbecille!... Ero un uomo forte, tenace, persino testardo! Io avevo una volontà e arrivavo a qualunque costo dove volevo e dovevo arrivare! Sì, sì! Ero proprio così! Sembravo un timido, ma ero timido soltanto in società; con le signore!

— Si calmi!.. Si calmi!... — balbetta la Carfo inquieta, quasi impaurita. Non ha mai veduto il signor D'Orea infuriarsi, diventare così pallido e stravolto. Ma Giacomo non l'ascolta nemmeno. Continua a girare su e giù, a pestare i piedi, a gridare.

— Non ero timido con gli uomini, con i miei colleghi, con i miei avversari!... E con le canaglie, sono sempre stato forte, persino violento! Doveva sentirmi allora, signorina, alla Camera, negli Uffici, in Consiglio!... Allora sì, ho avuto la forza e il coraggio di piantare in asso il Governo e di mandare il Ministero a gambe all'aria piuttosto di cedere e di piegarmi a transazioni! Ma oggi... oggi sarà l'anemia, la nevrastenia, sarà il cuore che funziona male, oggi... sono un debole.

— Non dica così! — La contessina Carfo gli torna a prendere la mano, a stringerla fortemente. — Non dica così!

— Mi lasci sfogare!... Sto meglio dopo; mi fa bene! Lei, vede, lei signorina, mi ha conosciuto tardi, quando non ero più io, quando ero già diventato l'uomo «che non sa dir di no»!... A Villars? Si ricorda?... Non sapevo dir di no alla sua amica per il giuoco del _tennis_... e a Roma, non ho saputo dir di no al Quirinale!

Mimì chiude anche il secondo uscio del salotto e cala la portiera. Giacomo capisce di essersi lasciato trasportare e torna a buttarsi sulla poltrona avvilito e spossato.

— In questi giorni, quanti me ne hanno fatto ingoiare di bocconi amari!... Per ciò, l'irritazione che ho addosso! — Giacomo, così dicendo, si contorce dolorosamente, come se la sentisse serpeggiare e correre lungo la spina dorsale. — Quanti bocconi amari, infilati tutti sulla grande forchetta del bene indissolubile della Patria e delle Istituzioni!

— Lei ha dato un nobile esempio di abnegazione...

— Ho dato un esempio pessimo di mancanza di carattere!

— Ma non sa...

— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e vuol parlare! Sempre parlare!

Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla: Mimì indietreggia muta, tendendo le mani giunte, supplichevoli.

— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare come sotto segretario di Stato ai Lavori Pubblici?... L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo che ha ottenuto lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario addomesticato dallo stipendio, che della sua fede e dei suoi ideali non conserva più che un simbolo nel grande cappellone a cencio! Un carattere adamantino che mostra tutta la sua fermezza democratica e la sua energia radicale nel coraggio di non volersi mettere il frac... nemmeno a Corte!

Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può.

— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone, merita di essere chiamato Eccellenza! Costui, accetta di gran cuore felicitazioni ed omaggi. Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille che non sa più dir di no!

Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto, si ferma dinanzi a Mimì, seriissimo, torvo:

— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta a fare a Roma?... La ministressa? La donna politica, inframmettente?... Se lo levi dalla testa!

— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor D'Orea! Signor D'Orea, — balbetta la povera Mimì, con voce mezza di pianto e mezza di rimprovero.

Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si stringe la fronte, si preme gli occhi: dopo torna a fissare la giovine e riprende, parlando piano, ma risolutamente:

— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica di mia moglie, amica sincera e buona. Per la quiete di Remigia e per la mia, volendo evitare seccature e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro: io le lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma, quanto vuole. Giri tutti i teatri, frequenti la società che più le piace, sia la bianca oppure la nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche tutto il giorno in automobile con suo cognato, senza un pensiero, senza un riguardo, senza uno scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella, nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo, non si ricordi mai, _mai_, che, disgraziatamente, io sono ministro!

Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso: le sue labbra smorte, tremano convulse.

Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue nelle vene!

— A Pontereno... so che mia moglie giocava a fare la donna influente, la donna importante: qui, no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi, tranne questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti, di approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se l'avvocato Berlendis o un altro qualunque dei suoi devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi! Non una raccomandazione, non una sollecitazione! Se questo avesse a succedere, parola d'onore, signorina Mimì, l'uomo che non sa più dir di no, torna, per una volta, quello di prima: manda sua moglie _ipso facto_ a Pontereno o anche molto più in là!

... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di usci, un fruscio di vesti...

— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia che entra di furia nel salotto e si precipita al collo del marito. — Come sono contenta, felice, beata!

— Di che cosa?

Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa e insolita espansione.

— Di vederti! Sono felice, beata di vederti!

— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo!

Giacomo ha paura che sua moglie incominci con le felicitazioni e i complimenti; però, soggiunge, per cambiar discorso:

— Dunque, hai fatto colazione al _Grand hôtel_ con Luciano? Io ho avuto appena il tempo di bere un po' di tè e mi scuserai se non ti sono venuto incontro. Del resto, che io sarei stato molto occupato in questi giorni, lo sapevi già.

— E io non ti ho fatto nessun rimprovero. Ho trovata la cosa naturalissima; non è vero, Mimì?

— Certamente, naturalissima! — risponde l'eco sicura.

— Chi è al sommo... della cosa pubblica... Chi ha da reggere... il timone dello Stato...

Sua Maestà Remigia Iª avrebbe in animo di fare un bel discorsetto, ma Giacomo l'interrompe.

— Hai trovato qualche persona di conoscenza al _Grand hôtel?_

— Sì! C'erano moltissimi amici nostri.

Giacomo la fissa, scrollando il capo.

— No, no, amici nostri! Quando parli di moltissimi amici, devi dire _miei_, cioè _tuoi!_ Io ne ho avuti due soli, in vita. Uno è morto e l'altro è al Transvaal!

Mimì vede che Remigia comincia a spazientirsi e la tocca pianino nel gomito.

— Ho fatto colazione con Quanita.

— Quanita?... Chi è?

— La della Gancia.

— Ah! Ah! La dama d'onore della Regina. E c'era anche il marito fedele... ai Borboni?

— Sì.

La buona Carfo continua a guardarla, a supplicarla, e Remigia si fa forza.

— Oggi abbiamo combinato di andare alla Camera.

— Alla Camera?

— Quanita, per poter stare insieme, invece di andare nella tribuna di Corte verrà con me in quella del Corpo diplomatico.

— A che fare alla Camera?

— A sentirti parlare!

— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito.

— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta con impeto. Non ne può più! — Ma che hai? Che cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo? — Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro anche quelli di Mimì.

Giacomo prende in mano il cappello a cilindro, che ha messo sopra una seggiola, e comincia a lustrarlo con la manica.

— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi fatto?

— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e per strapazzarmi! Fai certi occhi, guardandomi, come se mi volessi mangiare! Vorrei almeno sapere che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono andata a colazione con Luciano?... Di' la verità: ti ha fatto dispiacere?

— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè piacere, nè dispiacere. È cosa, del resto, che tocca più te che me e le cose vanno prese... come si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo e risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e tu trovi la cosa indifferentissima! Anzi, Luciano ti diventa sempre più simpatico! Accetti i suoi inviti; dividi con lui le emozioni automobilistiche... Benissimo! Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente al tuo modo di sentire.

Il cappello è diventato lucido come uno specchio, ma Giacomo continua a fregarlo e a lustrarlo, mentre dagli occhi irati di Remigia spariscono le lacrime. Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla. Ella non ne vuol sapere:

— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli strappa il cappello di mano e lo butta sul canapè. — Ho capito! Si sa! Doveva entrarci mia sorella! Sempre mia sorella!

— Remigia! Remigia! — mormora sottovoce la Carfo spaventata. Ma Remigia non l'ascolta più e continua, ironica a sua volta:

— Del resto, mia sorella non è sola a Fiumicino! Ha la buona, ha la cara compagnia della zia Gioconda, con la quale se la intende... a meraviglia!