Part 17
Remigia è felice, radiosa; strillando, si tappa le orecchie con le bianche mani ingemmate quando scoppiano i fuochi artificiali e finge di spaventarsi. A forza di dover rispondere ai brindisi, è anche lei un po' accesa; le sue parole, i suoi gesti, le sue risate sono più vivaci del solito. La sovrana assoluta è diventata una reginetta un po' più liberale, chè, lei felice, vorrebbe rendere felice anche tutto il suo reame.
Al colonnello De' Taddei, promette che parlerà subito al ministro della Guerra perchè ripari le ingiustizie e gli procuri un buon posticino... sedentario. All'arciprete fa balenare il regalo di tutti i paramenti nuovi e i tendoni per il _Corpus Domini_; assicura l'avvocato, a proposito del _Vespertino_, e tra due cedri del Libano, fuori dal raggio della luce elettrica, riceve un bacetto dal conte Narciso, ma soltanto sulla guancia, di volo.
Lo _Champagne_, _Mumm extra dry_, che lo Zaccarella fa distribuire soltanto a chi vuol lui, lo ha fatto diventare birichino, birichino.
Remigia, ride, scherza, corre di qua e di là, ma non dimentica gli affari. Ogni tanto, ferma la Carfo:
— Non dimenticarti i miei tre cappelli grandi, con le penne! Le _toques_, con i fiori!
Oppure:
— Ricorda alla Carolina il vestito _tailleur_ di _drap_ bianco!
Un'altra volta pianta lì il povero Marco Bragotto mentre le confida le sue pene poetiche e le recita que' due primi versi che gli son venuti così bene e così subito: — «A te signora in questo dì solenne — Devoto il mio pensier volge le penne», — per correre in gran fretta a dire a Mimì:
— Tutti i miei _bijoux_ e anche tutti i miei ombrellini e i miei ventagli! Non ti pare?... Si sa mai!
La mattina dopo, verso le dieci, Remigia dorme ancora placidamente e sogna di dare il suo primo gran ballo intimo a Roma, a tutte le mogli degli ambasciatori: Mimì, invece, con la Carolina è già da due ore in faccende per la roba e i bauli, quando portano un dispaccio. Mimì e la cameriera si consultano in silenzio fissandosi negli occhi: il dispaccio viene da Roma, non può essere altro che del signor D'Orea. Il caso è troppo importante: l'Idola non ha ancora sonato... ma anche se dorme bisogna svegliarla!
La Carfo, leggera come un'ombra, entra nella camera buia in cui si sente un respiro lieve e quieto di bambino e un forte profumo d'ireos... Apre le finestre... Remigia si sveglia di soprassalto.
— Chi è?... Perchè? Non ho ancora sonato!
— È arrivato adesso un dispaccio...
— Un dispaccio?... Sarà _il suo!_ Dammelo!
Remigia si alza a sedere sul letto: la camicia scivola da una parte, ma i capelli cadendo addosso, la coprono tutta.
— _Ah, Mon dieu! Mon dieu!_ Con questi capelli!
Mimì glieli prende lei, delicatamente, con le due mani, per liberarle la faccia.
Remigia apre il dispaccio e legge:
«Ti consiglio, per ora, restare Bologna. Giorni di gravi preoccupazioni non di esultanza. Spero ancora non accettandosi mie ultime condizioni restarmene fuori saluti affettuosissimi ringrazioti.
«GIACOMO.»
— Ecco! — esclama Remigia, diventando bianca dalla collera. — Ecco! il vero tira-molla incontentabile! Ma sai che quest'uomo ha proprio fissato di farmi diventar matta?
— No, cara, pensa invece...
— Non difenderlo! Te lo proibisco! — Remigia dà un balzo sul letto come una furia. — Tu vuoi sempre difendere tutti quelli che mi fanno dispetto, che mi odiano!
Mimì pallida, impietrita, non osa più dire una parola; non sa più scusare nemmeno sè stessa.
L'Idola, a poco a poco si calma. Torna a cercare di liberarsi dai capelli, non può. Mimì glieli avvolge, glieli torce sul capo fermandoli con gli spilloni.
— Ma sì!.. _Restarmene fuori!_... Per far ridere tutte le mie care amiche e nemiche di Bologna. _Ultime condizioni!_ Ma che cosa crede di essere, per farsi tanto pregare? Gli Esteri, già, non glieli hanno mica voluti dare perchè non si fidano. Ma parla! Rispondi! Non far la mummia! — Remigia torna ad arrabbiarsi. — Hai proprio fissato anche tu, di farmi star male? Di farmi piangere?
Mimì copre l'amica di baci, sui capelli, sulle mani: c'è tanto amore, tanta sommissione e tanta umiltà nelle sue carezze!
— Io... vado a Roma lo stesso!
— Però lo avverti, prima, che vai!
Remigia riprende il dispaccio che ha stracciato e buttato sul letto. Unisce i due pezzi e lo rilegge attentamente.
... «Ti consiglio, per ora, di restare Bologna. — Giorni di gravi preoccupazioni, non di esultanza — Spero ancora — non accettandosi mie ultime condizioni — starmene fuori — saluti affettuosissimi — ringrazioti» — Non dice, _non voglio_; dice: _ti consiglio per ora_. Che te ne pare?...
— Manda subito, al signor D'Orea, un bel telegramma affettuoso...
— E gli dico che vado. In fin dei conti è o non è mio marito? Dove c'è lui, ho diritto di starci anch'io, perchè... voglio essere una buona moglie.
— In questo hai ragione.
— E perchè non devo essere libera di vedere mio marito quando voglio?... Non l'ho mica sposato per star sempre sola! Lui, a Roma, ed io relegata in questo brutto, noioso, antipaticissimo Pontereno! Sono stufa delle gioie agresti! Sono stufa, stufa, stufa di avere sempre nelle orecchie, giorno e notte, l'inno delle cicale e delle rane al Messidoro! Sentile: _quà, quà, quà!_ Hanno già cominciato! Dammi da scrivere!
Mimì va a prendere la cartella col calamaio sul tavolino, la porta sul letto e l'apre. Remigia pensa, poi scrive:
«Certissima bene supremo nostra cara patria finirai cedere insistenti preghiere amici desiderosissima vederti abbracciarti parto lo stesso.
«Tua.»
— Va bene?
La Carfo legge il dispaccio attentamente. Non trova altro che una piccola correzione da fare:
— Invece di _parto_, dovresti scrivere _partirei_ domani sera.
Remigia accetta e fa la correzione. Due ore dopo, arriva la risposta di Giacomo:
«Vieni pure domani sera ma conduci teco signorina Mimì. Prevedo temo avrò poco tempo disponibile farti compagnia. Saluti affettuosi.»
«GIACOMO.»
Remigia nel dare il dispaccio da leggere alla Carfo salta dalla gioia e l'abbraccia ripetutamente:
— Sono felice! Sono felice! Sono felice!
Mimì ha gli occhi pieni di lacrime, tanta è la gioia di non dover lasciare l'amica.
— Vedi com'è buono?... È tanto buono il signor D'Orea!
— Buonissimo! — risponde Remigia con entusiasmo. — E poi, così, c'è più tempo per tutto!... Anche di scrivere a Milano per la mia mantelletta di _chinchillà_ e il _renard_ bianco. A Villa Borghese e al Pincio farà fresco, qualche sera!
IV.
La partenza di donna Remigia da Pontereno e da Bologna è una doppia festa trionfale. A Pontereno il sindaco ha fatto suonare la banda civica in onor suo, e l'arciprete, le campane; a Bologna, alla stazione, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici, è ossequiata dalle autorità e salutata dagli amici, per l'occasione più che mai numerosi ed espansivi. C'è tutta la politica, ma il signor Zaccarella nota con soddisfazione che c'è anche tutto lo sport.
Mentre con Mimì Carfo, Remigia attraversa i binari, sotto la tettoia ben illuminata, per raggiungere il _vagone-salon_, si forma una folla di curiosi che la seguono, la circondano, urtandosi, spingendosi per poterla vedere:
— Qual'è delle due bionde, la ministressa?... La più alta?
— No! È la più piccola!
— Carina assai anche la piccola!
— Questo è davvero un bel Gabinetto!
— Vorrei entrarci anch'io!
— Evviva le bionde al potere!
— Evviva!
Qualcheduno comincia anche a battere le mani.
Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori con Mimì, sul terrazzino, rischiarato da un fascio di luce elettrica, per farsi vedere e per ricevere i complimenti. Veste un abito grigio chiaro, attillatissimo, con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo, parlando con tutti animatamente. Ha gli occhi scintillanti e il viso acceso; è felice, raggiante, è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata, desiderata da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini.
Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a Bologna!... E i Bolognesi? Simpaticöni!
Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino del carrozzone, sdilinquisce in tenerezza per la contessina Carfo, comprendendo bene come, in quel momento, gli sarebbe stato impossibile di attirare l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito di fiori il _vagone-salon_ per la Regina e di dolci e di pasticcini per la dama d'onore; e se sospira e geme, a cagione di quella partenza con la sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine! Cattivone!» abbracciandole in ispirito, tutte e due.
L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul treno, sbuffando ed asciugandosi la pappagorgia col moccichino, seguita a fare presentazioni. Presenta alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla contessina Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, un capo-traffico, un ispettore, poi il capo-stazione, poi il capitano dei carabinieri, poi, uno dietro l'altro tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli salire da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi alle signore, — un bell'inchino, — e scendere dall'altra.
Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano e un complimento. In quel suo gran da fare non dimentica nessuno, nemmeno Narciso Gambara che, quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così languida che lo fa saltare dal predellino più basso al predellino più alto.
— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio così!... Voglio un posticino al Ministero! Vicinissimo a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da brava!... Anche senza stipendio!
I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo alla folla: passa il prefetto.
L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un sorriso amicale e si sporge dalla scaletta con la mano tesa e il moccichino spremuto, per aiutarlo a salire.
Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in guardia, per non compromettere il Ministero, serbando le distanze da superiora a inferiora.
Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole delle autorità è il signor Zaccarella che si avanza, pieno di boria, accigliato e minaccioso. Il Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati e con le guardie. Tutti si scusano umilmente e gli porgono omaggio: lui, non saluta nemmeno. Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via!
— Indietro, signori!... Partenza!
Il conte Gambara salta dal predellino, rimanendo in bilico sulla punta del piede destro; si rinnovano, con maggiore animazione saluti e auguri e il treno parte.
Remigia, stanca, si lascia cadere sopra una poltroncina:
— Chi sa, a Roma!
— Chi sa! — ripete Mimì, immaginandosi pure accoglienze e feste straordinarie.
— Basta che non arrivi troppo spettinata!
Remigia, così dicendo, appoggia il capo alla poltrona e resta lì tutta notte, seduta scomoda e senza quasi poter dormire, per non arrivare a Roma con i capelli scompigliati.
Invece a Roma... È una bella delusione!
Il treno non si è ancora fermato e già Remigia sporge il capo dal finestrino sicurissima di scorgere Jack — tesöro! — sotto la tettoia, in compagnia de' suoi colleghi... Già le sembra di udire, lontano, un _tararan_, _tararan_ di marcia reale... Invece, nessuno! Fra tanta gente, nessuna conoscenza!
— Mimì!... Giacomo non c'è!
— Impossibile!...
Anche Mimì guarda fuori: i forestieri, scesi dai vari scompartimenti si allontanano a frotte, con i facchini. Dinanzi al loro vagone non c'è che la Carolina appoggiata alla sacca delle ombrelle, vicino a un grande scatolone posato per terra.
È uno dei tanti cappellini di Remigia arrivato da Milano all'ultimo momento.
— Dov'è andato il signor Zaccarella? — domanda la Carfo alla cameriera.
— A fissare le carrozze e a cercare i facchini!... Si chiamano e non si degnano nemmeno di rispondere! — La Carolina è di malumore; ancora tutta piena di sonno, ha la paglietta storta e la faccia nera di polvere.
Remigia rientra nel vagone: non può credere a sè stessa.
— Forse Giacomo si sarà sbagliato! Crederà che io arrivi con un'altra corsa!
Mimì resta un istante pensierosa:
— No, non può essere; non c'è che questo treno diretto, che arriva a Roma da Bologna, alla mattina.
— E allora?... Gli hai telegrafato ben chiaro?
— Chiarissimo!
«_Parto fra un'ora felice, beata — pensando potrò finalmente abbracciarti domattina — tenerezze infinite. — Tua_».
Remigia passa dall'avvilimento alla collera.
— Gli hai telegrafato proprio così?... Con tanta espansione?.... E non si muove nemmeno per venirmi incontro?...
— Certo... ci sarà stato qualche grave impedimento!
— Se non poteva venire, doveva mandare! Oh, se si fosse trattato di mia sorella...
Remigia è interrotta dalla Carolina che si mette a gridare:
— Ecco! Ecco!
— Chi?...
— Il signor Gaudenzio!
Ma la comparsa del signor Gaudenzio, se ha fatto emettere un grido di allegrezza alla cameriera, rende la padrona addirittura furibonda.
— Andiamo, Mimì! Scendiamo!
— Aspetta, Idola, che ti aggiusti la veletta!
L'Idola, seccata, l'allontana con una spinta:
— Anche tu! Lasciami stare!
Strappa la veletta dal cappello dispettosamente e la caccia nella borsettina rossa.
Valeva proprio la pena, per essere ricevuta a Roma dal signor Gaudenzio di non dormire tutta notte e di fare un'ora di toeletta dopo Orbetello!
Questo signor Gaudenzio, è un vecchietto con i baffi, la cravattina colorata e con un piccolo bastoncino sempre fra le mani. Ha l'aria più di un sensale che di un servitore. Donna Remigia non lo può soffrire: sa di pizzicheria! In fatti, egli è da più di trentanni in casa D'Orea. Ha cominciato facchino di studio, poi fattorino, e al presente, mezzo servitore e mezzo segretario, è il vero factotum di Sua Eccellenza!
Il signor Gaudenzio è sempre faceto, anche alla mattina presto, e si mette subito a raccontare ridendo, alla signorina Remigia, l'avventura che gli è toccata:
— È tutto un viavai di treni, lunghi come contrade, in questa stazione! E io, mi ci perdo!... Anche stamattina, invece di prendere la strada di Bologna, ho preso quella di Napoli!... Aspetta, aspetta, aspetta!... Credo, io, che non le vedevo arrivare!
— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia è tanto più irritata perchè quella stupida della Carolì si mette a ridere.
— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai, nè per dormire, nè per mangiare, nè per tirare il fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando potrà; ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione! Glielo dica anche lei, signora Remigia! Con la salute che ha e con quel temperamento è stato un gran minchione a lasciarsi fare ministro!
Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come gli urta i nervi quel «signor Giacomo» quella «signora Remigia!» Per tutto il tempo non lo guarda più in faccia.
Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge, continua a scherzare con la Carolina, finchè donna Remigia comanda alla cameriera di andare innanzi all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta.
— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone!
Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno, monta in _botte_ accanto alla ragazza.
— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo lì, io non lo voglio mai vedere, assolutamente!
— Non dubiti, signora duchessa!
— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà venir subito Giovanni, da Pontereno!
Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del landò, ma donna Remigia vuol prendere prima il caffè al ristorante della stazione.
— Vieni, Mimì.
Mentre prendono il caffè, Remigia continua a brontolare:
— Spero che questa volta, almeno, non avrai il _tuppè_ di voler sempre difendere quel tuo — ci pensa, poi trova la parola — quel tuo _apata_ così bene educato!... Dovrei proprio convincermi che lo fai apposta... perchè mi odî!
Gli occhi della fanciulla si riempiono di lacrime e per questo Remigia si arrabbia ancora di più.
— Sei diventata impossibile!... Bisognerà che ti nasconda anche i miei dispiaceri...
— No... Scusa!... — Mimì è disperata.
— Sì, invece!... Del resto questa volta, è tutta colpa tua!
— Colpa mia?
— Non farmi quella faccia trasognata, da stupida, per amor del cielo! Tua, tua, colpa tua! Dovevi dirmelo di non venire a Roma così a precipizio! Ma già, è inutile; sei fatta... come le tedesche! Famosissima per predicare, e poi, all'atto pratico, incapace di un buon consiglio!
Appena all'albergo, _aut aut!_
— O mi date l'appartamento col balcone grande che dà sul Corso, o vado all'_Hôtel de Russie!_
— Ma è stato Sua Eccellenza...
— In queste camere di Sua Eccellenza, non ci sto nemmeno dipinta!
Ha l'appartamento, ha il balcone grande che dà sul Corso; ha tutto ciò che vuole, ma non è contenta.
— Ah, il mio Pontereno caro, caro!... Sono così soddisfatta di trovarmi a Roma, che non vedo l'ora di essere di ritorno a Bologna!
E alla sua Bologna, al suo Pontereno, al suo Paradiso pensa ancora con trasporto e con rimpianto mentre si tuffa nell'acqua tepida e lattea del bagno d'amido, alla violetta.
— Ah!... Deliziosa la mia Bologna! E i miei Bolognesi... Simpaticöni! Vi voglio un gran bene! — Per vendicarsi di Jack e dei Romani che non erano andati alla stazione, imprime un bacio, forte forte, sulla punta delle dita e lo manda con un soffio: — Prendi! — To'! a un bolognese qualunque: magari all'avvocato Berlendis, od anche al Prefetto.
Con la piccola mano trasparente fa scorrere l'acqua color perla, profumata, in tremule onde circolari e ripensa a quel bel momento trionfale della sua partenza da Bologna, ripensa alla folla, al saluto così espansivo. Li rivede ancora, messi in fila, agitare i cappelli mentre il treno si muove... Rivede tutti, l'avvocato Ciro Berlendis, il colonnello De' Taddei, Marco Bragotto... e rivede Narciso Gambara...
Sorride pensando al giovane crociato, e fa scorrere l'acqua con la mano, più lentamente.
— Oh, fosse stato lui ministro, invece di quel... _apata_. Fosse stato anche il Presidente dei Ministri, lui avrebbe piantato lì qualunque affare di Stato, per venirmi incontro alla stazione, chi sa con quanti fiori e con quanta gente!... Gli scriverò oggi stesso... — alza l'acqua nel cavo della mano e la rovescia a goccia a goccia — ... una _lunghissima_ lettera!... E voglio telegrafare a mammà di venir subito a Roma, con lo zio Rosalì... e con Totò! Sì, anche il mio Totò, che vuol andare al Cairo lui... a morir di passione!
Si allunga scivolando nella vasca di marmo, si tuffa, si risospinge a fior d'acqua e di nuovo si lascia andar giù sprofondandosi dolcemente, chiudendo gli occhi e mormorando con un languore tenerissimo:
— Mammà! La mia mammà! Cara! Tesöro!... Amöre! Ah, che delizia un buon bagno tiepido dopo tutta una notte passata in ferrovia!... Ah, che piacere!... Non c'è al mondo un piacere... una più grande... voluttà...
Dopo il bagno, fatto toeletta e preso il caffè e latte donna Remigia va sul balcone a respirare, mentre Mimì, il signor Zaccarella e persino il segretario dell'albergo, sono tutti in moto con i facchini, per mettere in ordine il salotto, come vuol lei.
— Via! via! Quella Beatrice Cenci! — grida dal balcone. — E anche quell'orribile Colosseo!... Sembra dipinto da un cuoco famoso per i croccanti!
Tutti ridono: Mimì è beata vedendo le nubi sparire a poco a poco.
Remigia guarda in istrada; quelli che passano si voltano in su: c'è da far passare il tempo.
— È allegro il Corso, alla mattina!
Viene Mimì sul balcone, con una lettera.
— L'ha portata Gaudenzio. Domanda se c'è risposta.
— Ricordatevi! Non voglio vederlo! Se ci sarà risposta, manderò il signor Zaccarella!
La contessina sparisce in un lampo. Remigia, appoggiata in piedi al balcone voltando le spalle alla strada, ma continuando a sbirciare, a destra e a sinistra, quelli che passano e guardano in su, rompe la busta e legge:
— Che c'è?... Un bigliettino di Giacomo?... Una lettera di mammà?...
Legge prima il bigliettino, perchè è più corto.
«Scusa, cara; non posso venire nemmeno a colazione! Verrò _certissimo_ a pranzo e cercherò il modo, se sarà possibile, di poter aver libera la serata. Intanto, per farti piacere, ti mando con i miei più affettuosi saluti, una letterina molto gentile e buona, che ricevo in questo punto dalla tua mamma.
«GIACOMO».
— Ah, _mon Dieu!_... Stasera sarà stanco, e con la scusa dell'emicrania, la solita callotta di piombo, si resterà in casa a far venire le dieci, per andare a letto! E questa benedetta mammà, tanto farmi girare per maritarmi!... Che bel divertimento! Basta, leggiamo che cosa c'è di gentile e di buono.
La duchessa Cristina si congratula impiegando quattro paginette fitte fitte, per l'assunzione al potere del «genero amatissimo», del «figliuolo dilettissimo», sciorinando elogi e complimenti con la più colorita e calda espansione.
«.... Voglio, sento il bisogno di dirlo e di ripeterlo a te e a tutti, figlio mio: la tua grande modestia non potrà mai soffocare il mio orgoglio legittimo, di madre. In quest'ora difficilissima, la Patria ha bisogno de' suoi uomini migliori e tu non potevi ritirarti, non potevi esitare. Ma io che ti conosco, io comprendo benissimo tutto il tuo grande sacrificio e perciò ti lodo e ti ammiro sempre di più. Io sono fiera per te e sono felice per la mia Idola. Tu lo sai bene, carissimo Giacomo; Remigia è sempre stata la mia gioia prediletta. Con lei, ti sei preso il mio cuore. Ella è la mia superba compiacenza, è la consolazione, il conforto de' miei capelli bianchi...»
Remigia sorride. Sono quasi le stesse parole che prima del suo matrimonio con Giacomo D'Orea, mammà scriveva... a Luciano. Era lui, allora, Luciano, anche senza salvare la patria, anche senza essere ministro, il genero amatissimo, il figliuolo dilettissimo, il suo legittimo orgoglio. E se lei Remigia, è sempre stata davvero l'Idolo prediletto per il cuore materno, è però altrettanto vero che nelle lettere di mammà a Luciano, era allora Maria Grazia, la superba compiacenza, la consolazione e il conforto dei capelli bianchi!
Remigia continua a sorridere terminando di leggere la lettera e riponendola nella busta.
— Che cambiamento, ha fatto mammà!
E Giacomo?... Prima di diventare «il genero amatissimo» non era ascritto certamente fra gli uomini migliori della patria!...
— _Bum!_
Eccellenza Molinella, o anche peggio, Eccellenza Mortadella, egli era, invece, secondo l'opinione di mammà e dello zio Rosalì, uno degli uomini famosi... per egoismo e per tirchieria! E quando Luciano dava semplicemente dell'asino al fratello Giacomo tutta la famiglia approvava e lo zio Rosalì faceva eco, mormorando: — Mah!.. La croce non fa il cavaliere... e nemmeno la commenda!
— Adesso, invece? Adesso l'orso, l'istrice, l'asino, e ogni altra bestia più bestia, è mio cognato Luciano!
Remigia, ripensandoci, sbotta a ridere.
— Subito, subito!... Il giorno stesso che Giacomo ha domandato la mia mano!... Che cambiamento di scena! Povero Luciano! Detronizzato come il doge Francesco Foscari! E quando è capitato a Villars con la cattiva idea di opporsi al mio matrimonio?... Le furie di mammà!... «Mi avete messa in croce una figliuola, vorreste farmi morire anche l'altra?...» E il profondo disprezzo dello zio Rosalì?... «Chi pazzo è nato, muore matto!...» Persino il voltafaccia, il relativo _pronunciamento_ del capitano, e per colmo di sventura, mia sorella a letto, ammalata!... Non poteva nemmeno gridare e sfogarsi sopra di lei!... Soltanto l'umilissimo e ossequiosissimo signor Trüb!... — A Remigia sfugge un'altra risata. — Com'era buffo quel signor Trüb co' suoi scodinzolii e co' suoi occhiali in mezzo alla fronte! Pareva una foca!
Il pensiero della giovane signora si allontana nel passato: i ricordi succedono ai ricordi.
— La _Tête-pointue!_... Villars! Che bel paese!... Incantevole!... Simpaticone assai, il bell'Apollo!... E come ballava bene! Altro che Narciso Gambara!
Rivede gli occhi languidi e la pancetta in sussulto di Re Faraone innamorato... Rivede gli occhiacci di missis Eyre furibondi contro _Din_ e _Don_... Poi, a un tratto, si scuote, si volta, e guarda giù in istrada: