La moglie di Sua Eccellenza

Part 16

Chapter 163,666 wordsPublic domain

— Se non c'è il tram, prenda la carrozza. Mi porti tutti i giornali della sera e dica al conte Narciso Gambara e all'avvocato Berlendis che li aspetto!

— Speriamo che questa volta Sua Eccellenza non sarà quello degli scrupoli, ma...

— Faccia presto! Mi mandi la contessina Carfo!

Lo Zaccarella con mezza la sua proposizione ancora in gola, corre in fretta a far attaccare e manda in cerca della contessina. Ma la Mimì, che ha visto dalla finestra arrivare un telegramma a quell'ora insolita, è già da Remigia.

— Buone notizie?

— Splendide! Il Ministero è battuto. Leggi. — Le dà il telegramma. — Io, adesso, rispondo subito a Jack quello che mi ha detto l'avvocato Berlendis: non fare, come al solito, l'incontentabile tira-molla.

Mimì legge seria il telegramma, e lo ripone sulla toeletta.

— Per dispaccio?... No...

— Perchè, no?

— Perchè non ti conviene, cara, arrischiare consigli col signor D'Orea e di questo genere. Un uomo serio, scrupoloso...

Remigia allunga i labbruzzi comicamente:

— Me-ti-co-loso!

— Potrebbe aversene per male!

— E allora... rispondo? Che cosa?

Sul visino fresco e roseo passa una nube.

Remigia, aiutata dalla Carolina, s'è levato il vestito. È dinanzi allo specchio grande dello spogliatoio: si guarda... Tal'e quale come a Villars!... Capelli, molti capelli, magnifici capelli; ma nient'altro che capelli!

— Ah! _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — Nello specchio si riflette anche, dietro di lei, la bella persona alta, elegante, in fiore, della contessina Carfo. — Come fa poi quella lì a diventar grassa tutti i giorni? Mah! — Dunque?... — ripiglia forte, un po' nervosetta... — Sentiamo, donna di consiglio! Che cosa si telegrafa?

Mimì risponde in inglese e la conversazione continua in inglese per via della cameriera.

— Io gli manderei subito un telegramma affettuoso: _Addoloratissima tuo ritardo_...

— _Addoloratissima_, no!... Non l'ho abituato ai superlativi!

— _Addolorata tuo ritardo, affretto ora_...

Remigia interrompe Mimì con un'alzata di spalle:

— ... _e il minuto tuo ritorno. Caso contrario, verrò io stessa a Roma_. Uff!... come non mi sento fatta per le corrispondenze coniugali! Fa tu un bel telegramma e mandalo subito dopo pranzo. Ricordati di chiudere così: «_tenerezze — tua_». Poi gli scriverò io di non fare sciocchezze, che non ci devono essere puntigli di _Centro_, di _Estrema_ nel momento in cui il Paese e il Re hanno bisogno di uomini... precisamente come mio marito!

— Scrivere, risponde sempre seria Mimì, puoi scrivere ciò che vuoi. Però, senti prima anche l'avvocato Berlendis. Verrà stasera?

— Certissimo! Ho mandato apposta il signor Zaccarella a Bologna, a cercarlo! E anche il giovane e bollente crociato che ti adora: Narciso Gambara.

Mimì ride:

— _Mi_ adora?... _Ci_ adora!

— Sì! sì! Tutt'e due! Un po' per uno, non fa male a nessuno!

Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di gioia sulla seggiola. È tornata di buonissimo umore. Nel bianco accappatoio, con tutti i capelli biondi, sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una bellezza, uno splendore, un amore. Sempre saltando sulla seggiola si mette a cantare:

— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato battuto! — Ritorna seria a un tratto: — Mimì, devi pregare tanto per me. Ascolta una messa di più e prega secondo la mia intenzione.

— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa del suo grande fervore.

— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se gli danno gli Esteri, io sono felice! — Torna a saltare sulla seggiolina: — Felice! Felice! Completamente felice!

L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara, arrivano tutti e due, in punto per il caffè. Remigia e Mimì Carfo sono in giardino: hanno appena finito di pranzare.

— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi un posto nella sua carrozza; posso dire con esattezza: son venuto volando.

L'avvocato, sempre stile _régence_ con le signore, bacia prima la mano alla duchessa Remigia, poi stringe lungamente quella della contessina Carfo, accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato un superbo mazzo di fiori, che divide fra le due signore.

Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno bene insieme, tanto sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato, piccolo, tombolotto, con un faccione tondo, rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento e gli occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po' a Cavour, e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito di nero, sempre con la cravattina bianca di sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota. Il conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco secco, ha un nasone enorme, aquilino, che gli taglia mezza la faccia, dalla radice della scriminatura fonda, fra due ali lucenti di corvo e i baffetti irti. Guardata davanti, di profilo e anche di dietro, di questa testa non si vede che il naso: di questo bel giovane e fremente monarchico, non resta impresso che il naso.

— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato.

— Battutissimo! — strilla il conte Narciso.

Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica, all'avvocato, tutti i giornali portati da Bologna dal signor Zaccarella sfogliati e buttati, ancora aperti, sulle seggiole, sul tavolino, per terra.

— Ho cercato... Ancora non c'è niente!

— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato, per distruggere la leggera nube. — Nel venir qui ci siamo fermati un momento all'ufficio del _Vespertino_. — È il suo ultimo nato. — Avevano appena appena ricevuto il telegramma da Roma e andavano in macchina: Novantotto voti sopra circa quattrocento votanti: una catastrofe!

— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte Narciso ha una bella vocina che avrebbe mandato in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa! Sédan!

L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il grave momento. Si leva un piccolo fazzoletto bianco sudicio dalle tasche dei calzoni e tenendolo stretto, raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa più volte in giro sulla faccia gocciolante.

— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia!

— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Precisamente a lei! — Il conte Narciso puntando forte un piede per terra, solleva un po' la seggiola da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina? Non le pare, contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio così! Adesso tocca a donna Remigia!

— Lei deve persuadere suo marito che oramai... non è più padrone di sè. Non può più schermirsi, nè tergiversare! — L'avvocato suda più di prima; si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il dorso della mano. — Come i suoi amici, il partito, il paese, hanno diritto di fare sicuro assegnamento sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua esperienza, sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile di non mancare alla chiamata!

— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di riposo, la salute...

— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta Remigia. — Non è mai stato tanto bene!

— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate, nè verso... le idee, nè verso i colleghi. E sopratutto bando, — permette donna Remigia che io parli chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento nel quale il partito dell'ordine non deve espellere, ma assorbire!

— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il conte Narciso diventa più tenero, le modulazioni della sua voce, più improvviso. — Dica, parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina, cattivona?!...

Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso non fa la corte nè a donna Remigia, nè alla contessina Mimì. Non è tempo di sdilinquirsi in complimenti. La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben altro da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa Remigia deve scrivere a Giacomo: il momento è solenne; il Jack, non usa più. Remigia, docile, assai remissiva, ascolta con il bel visino attento, serio serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le osservazioni e le raccomandazioni, sempre opportune e giudiziose di Mimì, le approvazioni e le disapprovazioni, i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!» del conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche il conte Gambara ha diritto di dir la sua!

La parte della lettera che viene elaborata e discussa è, s'intende, la parte sostanziale, quella che riflette le condizioni politiche e gli obblighi dell'uomo di Stato.

— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato Berlendis con un sorrisetto salace che gli accende ancor di più il viso lustro, e sgranando gli occhiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto, tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che persuadono, che commuovono, che... conquidono, che... promettono... Tocca a lei!

Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va in solluchero. — Chi sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina, Cattivona!

Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni, c'è pure il bene loro, altrettanto inseparabile, che spinge lo zelo politico dell'avvocato Berlendis e del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea, Ciro Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per il _Vespertino_, di cui è stato il fondatore, ma rimane il gerente e l'amministratore invisibile; ed è sicurissimo, per parte di donna Remigia, di poter ficcare lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il proprio studio di avvocato e spadroneggiare su Bologna. Il conte Gambara, con donna Remigia ministressa, non dubita nemmeno di non dover essere alle prime elezioni il candidato del Governo a Regolina, il suo collegio, come dice lui «nativo di padre in figlio e di competenza». Con donna Remigia ministressa, a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo politico e nel mondo elegante. Sente già un piacevole ronzìo nelle orecchie:

— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?... È... _sst_... l'amico intimo della moglie di Sua Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una volta raggiunto il potere lei... — in una grande città, lungi dagli occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla in suo potere, lui!

— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche la Mimì Carfo, però però!.. Anzi, più appetitosa assai e più resistente per il consumo quotidiano! Ma, ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via del matrimonio; al matrimonio non si arriva che per via della dote... Come si fa, santo Guìo! Come si fa?

La lettera di donna Remigia è già partita per Roma; si attende la risposta d'ora in ora, con ansia; niente. Giacomo lascia passare due o tre giorni, senza mandare nemmeno il solito telegramma. Il fatto, per altro, non desta inquietudini nell'animo dell'avvocato, e, per conseguenza, nemmeno in Narciso Gambara. Tutti e due cercano di tranquillare donna Remigia:

— Durante la crisi, a Roma?... Un uomo come l'onorevole D'Orea? Chi sa che baraonda, che trambusto! D'altra parte, prima di rispondere, vorrà poter mandare qualche notizia sicura!

— Ma sì! Ma sì! Proprio così, donna Remigia!

Invece Mimì è inquieta, e quando è sola con l'amica esprime i suoi dubbi:

— Forse quella lettera aveva troppa l'aria di volergli fare la lezione...

— La colpa è dell'avvocato! Dirò a Giacomo che io ho scritto senza sapere tutto quello che l'avvocato... mi ha fatto scrivere quasi per forza!

III.

Remigia, ormai, non ha più altro in mente che Roma e il Ministero. La sua vanità e il suo orgoglio, la sua smania di prevalere e di dominare, sono attizzati in lei dal corso stesso degli avvenimenti, più ancora che dall'eloquenza e dall'abilità di Ciro Berlendis. «Ottenere ciò che più si desidera e desiderare ciò che è più difficile ottenere» potrebbe essere la sua divisa. Certo, il raggiungere l'impossibile è sempre stata la sua mira. Ma, d'altra parte, ha ormai capito che nelle cose serie, il voler indurre suo marito a fare a modo degli altri è impossibile... e resta impossibile per tutti e anche per lei... Specialmente per lei! Da ciò, incertezze, timori, che nel caso presente rendono più vivo e sfrenato il suo desiderio di andare a Roma ministressa. Fin da quando Mimì a Villars, le ha fatto balenare la prima idea di diventare la moglie di Sua Eccellenza, ella si è subito veduta a Roma, a Corte, moglie di un uomo che è ministro e potente perchè lei possa fare, disfare, a diritto, a rovescio, elargire favori, grazie e... segnare condanne. Appena sposa, appena padrona di sè, libera e ricca, il nuovo regno, la Versailles di Pontereno, l'hanno soddisfatta, lusingata. Ma tutto ciò non l'ha allontanata, anzi l'ha condotta a mezza strada da Roma. Finchè il Ministero aveva navigato in acque tranquille e non c'erano state crisi in prospettiva, nessuno pensava a diventar ministro... e nemmeno lei! Ma adesso che non si parla d'altro, adesso che tutto scompare, che i giornali sono pieni di ministri probabili e improbabili, adesso che tutti gli occhi sono rivolti a Roma, adesso che tutti la preconizzano ministressa, — comincia persino a giungere qualche supplica, — adesso, lì, proprio lì, nel suo regno di Pontereno, che cosa sarebbe diventata se Giacomo non avesse avuto un portafoglio?... Addio primato, addio influenza su Bologna, addio Versailles!... Altro che regina! Le sembrerebbe d'essere diventata la mogliera... del sindaco!

— _Ah! mon Dieu! Mon Dieu!_ — Continua a far pregare Mimì, secondo la sua intenzione.

E Giacomo?... Giacomo persiste a non rispondere, o risponde soltanto per ricambiare i saluti. Remigia scrive, riscrive, premurosa, affettuosa, tenera... ma non può ottenere nessuna notizia precisa. Dipenderà dal colore del Ministero. Dipenderà dalla sua salute.

— Sempre la salute e sta sempre benone!

La smania di Remigia diventa febbre e cresce ogni giorno di grado. Con tutti gli altri, persino con l'avvocato Berlendis e con Narciso Gambara riesce ancora a contenersi abbastanza, ma sola con Mimì, dà in escandescenze:

— Lo fa apposta, quel... Giacomo, per farmi rabbia! Scommetto che c'è sotto mia sorella!

— Che ti salta in mente! — Mimì, è sconvolta, affannata per l'amica sua. — Che ti salta in mente?

— Sì! Sì! Non mi scrive nulla per farmi dispetto e c'è sotto mia sorella! Oppure, prima di decidersi in qualche cosa, invece di scrivere a me, scriverà a lei per consigliarsi e anche quell'ipocrita tirerà in ballo la salute!

— No, no! Remigia! non è possibile!

Mimì, non trattiene più le lacrime: le versa abbondantemente.

— Possibilissimo! Va là! Va là!... Io ne so più di tutti!... «L'acqua cheta rompe i ponti» direbbe lo zio Rosalì! E mammà, cara gioia, risponderebbe: «Acqua minuta, bagna e non è creduta!» Per fortuna, però, io, adesso, tengo Luciano nelle mie mani!

Ma ben presto Donna Maria Grazia è dimenticata e le ire contro di lei svanite. Anche se Giacomo non risponde a sua moglie per rassicurarla, questa è sicura, ormai, ch'egli sarà ministro. È stato chiamato anche Giacomo D'Orea al Quirinale per essere interrogato intorno alla crisi e al modo migliore e più costituzionale per risolverla, e i giornali, amici e avversari, gli attribuiscono una di quelle frasi che dicono molto, e per tutti i gusti, appunto perchè non dicono nulla: _È il momento per gli uomini di buona volontà, di averne una._ L'onorevole D'Orea sarà ministro. Adesso le inquietudini di donna Remigia sono soltanto per il portafoglio.

Quale sarà?

Ogni giorno le «ultime notizie» recano una nuova ricomposizone del Ministero; il nome dell'onorevole D'Orea c'è sempre, in tutte le liste, e ci rimane; soltanto, ogni giorno cambia di posto. Lo mandano dalle _Finanze_ al _Tesoro_, dal _Tesoro_ ai _Lavori Pubblici_, all'_Agricoltura_, _Industria e Commercio_, per rimandarlo da capo al _Tesoro_ o alle _Finanze_.

— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — sospira Remigia con la Mimì. Purchè non si vada all'_Istruzione Pubblica_! — Per gli _Esteri_, ella ha capito che non ci sono speranze. — Un ministro dell'Istruzione, sempre con tutti que' maestri, ha troppo del professore... e sua moglie, della professora. No, no! Piuttosto, accetto le _Poste e Telegrafi_!

In queste sere Pontereno è più affollato del solito e di una folla assai più rumorosa e gesticolante. Il tè, lo _sherry-cobbler_, sono stati sostituiti dal vino bianco, gramolate e paste. Tutti discutono, tutti gridano, propongono nuove leggi, fanno e rifanno il Ministero che non è ancor fatto; ristabiliscono l'ordine anche dove non c'è disordine, salvano le finanze dello Stato e lo Stato dalle finanze! Sembra di essere in un piccolo Montecitorio, dove tutti gridano di più per farsi intendere che sono della stessa opinione e dove il signor Zaccarella, usciere della Presidenza, guida con un'occhiata vassoi e servitori, sta attento alla luce elettrica e passa dalle sale in giardino e dal giardino rientra nelle sale, sempre attento ai cenni di Donna Remigia, sempre sostenuto e impettito.

Fra quella gentaglia si sente fuori di posto. Tranne il conte Gambara, il colonnello De' Taddei, l'avvocato Berlendis e un po' l'arciprete, del resto _non ci tiene_ conoscenze. Il suo mondo naturale è quello degli _sportsmen_.

Il povero capitano, oramai, non solo può dire che s'è trovato al foco, ma può vantarsi di essere stato messo da donna Remigia a prova di bomba!

— Ma!... Con donna Maria Grazia, sarebbe tutt'altra cosa!... Questa maledetta piccola è proprio fatta per andar d'accordo con quel cane di don Luciano!

In una, appunto, di queste sere, arriva la grande notizia ufficiale: è il portafoglio dei _Lavori Pubblici_. In fatti, da un paio di giorni, il nome di Giacomo D'Orea è nelle varie liste del nuovo ministero, sempre allo stesso posto: ai _Lavori Pubblici_.

Giacomo D'Orea, dovendosi adattare, anche per insistenze venute dall'alto, ad entrare in quel Gabinetto riuscito incolore per averci tutti i colori, avrebbe preferito di andare ancora alle _Finanze_ o al _Tesoro_; ma alle _Finanze_ bisognava mettere un lombardo, al _Tesoro_ un piemontese, per via dell'equilibrio regionale: non c'è proprio che i _Lavori Pubblici_. Giacomo esprime ancora qualche incertezza, mette nuove condizioni, poi finisce con l'accettare... o quasi.

Gli costa assai il dover proprio dire quel _sì!_

Anche il suo dottore, — il dottor Davos, — che cosa non gli ha detto e predetto?

Ma questo poco male; anzi!

Perchè affannarsi e seccarsi per tirare innanzi? Perchè e per chi?... Non ha nessuno al mondo; più nessun affetto e nessuna idealità. Lavorare, servire il Paese, a che scopo, con che gusto?... Non c'è più onestà, non c'è più fierezza. È il momento di chi è più buffone, più ciarlatano e più prepotente!... Che cosa ci sta a fare lui, a Roma?... E al mondo?... Che cosa ci fa?

È l'avvocato Berlendis che porta il dispaccio ufficiale a Donna Remigia. L'avvocato lo ha avuto alla redazione del _Vespertino_.

— I _Lavori Pubblici_? — Remigia resta pensierosa un istante... poi pensa che gli poteva capitare l'_Istruzione_, che ormai... — non c'è più dubbio, — ministressa lo è e a Roma ci va: ha uno scoppio improvviso, nervoso, per Jack, per Giacomo, per suo marito — tesöro — e gli vuol telegrafare immediatamente.

Tutti approvano l'idea: la folla, battendo le mani rumorosamente, l'avvocato e Narciso Gambara coi cenni del capo. Il signor Zaccarella porta in persona l'occorrente per iscrivere e lo presenta a donna Remigia con un fare così burocratico e spedito, come se lui, ai _Lavori Pubblici_, ci fosse da un mese!

Ognuno dei presenti, ha la sua brava frase da suggerire: ma poi, Ciro Berlendis, dopo essersi asciugato il sudore col piccolo tovagliolino del gelato, in piedi, una mano sulla spalliera della seggiola e l'altra sul fianco, principia a dettare:

«Nostro Berlendis... recami ora notizia ufficiale... tua nomina _Lavori Pubblici_... comunicata redazione _Vespertino_. Impressione favorevolissima... intera cittadinanza. Amici esultanti...»

L'avvocato si ferma, guarda Remigia, che continua a scrivere, dicendo forte le parole:

«... commossa abbraccioti, desiderosa vederti, esserti vicina, arriverò... domani sera a Roma.»

«Tenerezze.

«Tua.»

Un nuovo scoppio d'applausi più fragoroso del primo. Il signor Zaccarella prende il dispaccio e scompare.

— E i bauli? — Donna Remigia diventa seria a un tratto, fissando Mimì. — E tutti i bauli?

— Ci penso io! — risponde Mimì abbracciando l'amica stretta, stretta, già presa dall'affanno per doverla lasciare.

Il signor Zaccarella ritorna subito: da bravo capitano ordina i primi spari dello _Champagne_.

I visi si accendono e i discorsi. Soltanto l'avvocato Berlendis, sdraiato sopra un canapè, beve gelati, beve _Champagne_, e torna a bere gelati. Soffia, sbuffa, cola sudore da tutte le parti, ma lo lascia colare e tace.

Quando c'è folla, il Cavour di Pontereno risparmia la propria facondia. Tanto quella gente lo sa che è un grande uomo e che donna Remigia non move passo senza consultarlo. E anche il conte Gambara, non vuol confondersi. Solo solo, ritto in piedi accanto all'uscio che mette in giardino, ingolla cognac, fuma sigarette e fa l'occhio di triglia, come capita capita, a Remigia o alla Mimì.

L'arciprete tutto in ghingheri con la larga fascia di seta moarè e lo zucchetto di raso, doni di Sua Maestà la Regina di Pontereno, diventa espansivo. Anche lui ha contribuito a quel fausto giorno!... Anche lui ha preparato — e come! — l'avvento di donna Remigia al potere!... Ma non si arrischia di dire tutto ciò esplicitamente. Si sa che un prete non deve immischiarsi con la politica: ma lo fa capire con strizzatine d'occhio eloquenti, con abili reticenze: — Per diana! — Se lui a votare non ci va, è lui che manda a votare gli altri!

Il colonnello Baldassare De' Taddei, rosso di collera, ferma a un tratto donna Remigia, facendole un'intimazione:

— Si guardi dai Boeri! Simpatie per i Boeri? Guai! Si ricordi, a Roma, che l'Inghilterra sarà sempre l'Inghilterra!

Fervono i brindisi al nuovo ministro dei _Lavori Pubblici_, al nuovo Gabinetto, all'Italia, alle loro Maestà, ma i più entusiastici e i più frequenti sono rivolti a donna Remigia «alla nostra duchessa Remigia; alla più bella delle ministresse!»

L'avvocato si tira su in tre tempi, puntando il braccio:

— Alla moglie di Sua Eccellenza... a Roma!... Ma sempre alla nostra Regina... a Pontereno!

Beve un altro bicchiere fra un subisso di applausi, poi ricasca di peso, gocciolante, sul canapè.

— Auf! Che caldo!

Anche Narciso Gambara fa un brindisi a Remigia sotto voce, alzando appena verso di lei la coppa spumeggiante, con un'espressione piena di sottintesi, di rimproveri e di carezze:

— Cattivina! Cattivona!

Remigia lo consola con gli occhi vivaci, pieni di promesse... assai lontane:

— Verrà anche lei a Roma!

Narciso s'inquieta:

— Ma sì! Ma sì! Ma intanto no!... Sono sempre tutti lì, con gli occhi aperti! Come si fa, santo Guìo! Come si fa? — Rialza di nuovo il bicchiere per giustificare il troppo lungo discorso a bassa voce: — E a Roma, anche a Roma sarà sempre così... — la vocina ha un improvviso salto di chiave... — così cattivona?...

In questa circostanza, chi mai lo avrebbe preveduto? L'inesauribile, il più fecondo improvvisatore di brindisi di tutto il reame di Pontereno e stati limitrofi, Marco Bragotto, ha dato negli scogli. Ha già fatto un brindisi, bellissimo, a Sua Eccellenza, sulle rime date dall'arciprete: Italia — Religione — Battaglia — Conciliazione; ed è stato applauditissimo. Adesso vuol farne un altro per donna Remigia, ma pensato con rime sue, e non ci riesce:

A te Signora, in questo dì solenne Devoto il mio pensier volge le penne A te di Ponteren... alma... regina...

No. Il concetto c'è; anche la rima «inchina», ma il verso non va. Il cavaliere Marco Bragotto si rode, si arrabbia, non beve più, non parla più: tutta la serata gli è andata di traverso e non si scuote nemmeno agli spari dei petardi lanciati in aria dal capitano Zaccarella, che mormora sdegnosamente all'orecchio del colonnello:

— Ci vuole di questa roba, per i villani!