La moglie di Sua Eccellenza

Part 15

Chapter 153,823 wordsPublic domain

— Sentite, Remigia: siate ragionevole e ascoltatemi, con amicizia, con bontà, senza irritarvi e soprattutto volendovi ben persuadere... che io sono diventato vecchio rimanendo un ingenuo e che perciò non dico mai altro che la verità, proprio la verità più semplice e... più vera! Vi ho detto di considerarvi come una mia figliuola, e sento che potrei proprio volervi bene... come a una figliuola! Pensate: ho ventidue o ventitrè anni più di voi: quasi un quarto di secolo!... E sono ancora più vecchio della mia età, perchè sono molto ammalato e molto stanco. La mia vita, senza gioie, senza allettamenti, va spegnendosi nel freddo, nel buio... La vostra, invece, comincia adesso, proprio come una rosa sbocciata all'alba e che si apre al sole!... Ascoltatemi!... Ascoltatemi, per amor di Dio!... Per un capriccio, per un'ostinazione, per un'illusione, non fabbricatevi voi stessa... con la vostra ignoranza delle cose, del mondo, della vita il romanzo della vostra infelicità!... Ma che! Parlare voi di sepoltura e di morte!... Amore! Amore, figliuola mia!... L'amore di un giovane che vi adora... E sappiatelo e ricordatelo perchè è proprio così: l'amore non è felicità che quando è giovinezza...

Remigia esita mettendosi le due mani sul cuore che palpita, poi prorompe a un tratto:

— E voi? Che ne sapete voi? Chi non dice a voi... che... io... — È spaventata di ciò che sta per dire. — No! No! No! Voi non mi avete capita, non mi capite e non mi capirete mai!

— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile, strana, pazza! — Giacomo è fuori di sè.

La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi occhi si riempiono di lacrime.

— A voi, — balbetta chinando il capo, — non preme altro... che la felicità di Totò!

— E la vostra!

— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a maritarmi in qualunque modo... per liberarvi di me... A darmi uno stato... perchè sono la sorella di mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete se ho ragione?... Tacete!... Non sapete trovare le parole... — Si volta, nascondendosi la faccia con un braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola!

Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata ai vetri, cerca con la mano che ha libera il fazzoletto dentro alla cintura e se lo porta agli occhi.

— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una seggiola e rimane lì a guardarla muto, fisso, con gli occhi esterrefatti. Non osa più interrogarla, non osa più dir niente: ha paura di parlare, come ha paura di quelle lacrime.

Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto dei singhiozzi scuote le spallucce esili, scioglie uno dei nastri rosa, i capelli biondi si snodano, e a grado a grado che i singhiozzi si fanno frequenti, le cadono giù, lungo la vita...

— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto; poi tace di nuovo. Che cosa dirle?... Non può già dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo alle tue lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua madre!... — E se non fosse una commedia?... Se quelle lacrime... quel dolore... fossero sinceri... Per colpa sua!

Remigia continua a piangere; i capelli biondi le coprono le spalle, la vita e sussultano come una massa d'oro.

Sembra ancora più piccina, più gracile a vederla piangere così, disperatamente! Fa pietà!... Gli occhi di Giacomo s'inumidiscono.

Oh! Le pene del cuore!... Egli sa per prova quanto sono dolorose. Pure, quella bimba innocente, ha diritto, è padrona di quelle sue lacrime... e lui no.

— Signorina!... Signorina Remigia...

Remigia non risponde: piange sempre e non lo sente. Giacomo non ha più coraggio di chiamarla...

— Così allegra, così viva, così bambina!... Se io dovessi essere proprio la sua infelicità?

In quel momento si ode un rumore di passi nel corridoio, poi si sente la voce della duchessa che chiama forte. Sembra irritata e inquieta:

— Idola! Idola dove sei!... Dov'è andata!

— Dio! Mammà! — esclama Remigia voltandosi spaventata, ancora tutta in lacrime... — Guai se mammà sapesse che io sono qui!

— Ci siete stata ancora e vostra madre lo sapeva!

— Me lo ha proibito quando siamo ritornati insieme dal bosco! Mi ha tanto sgridata! Dio! Dio! Che scena! — Remigia si rannicchia istintivamente, tanta è la paura che mammà la sappia lì, nel vano della finestra, dietro le tende.

La duchessa intanto, continua a chiamare nel corridoio:

— Dov'è andata?... Vorrei proprio sapere dov'è andata!... Mimì! Oh Mimì! Sai tu dove s'è cacciata Remigia? Al _tennis_ non c'è! Nelle sale non c'è!

— Sarà andata a Gryon!... Col principe Rosalino! — risponde Mimì, dal terrazzo.

— Brava! — mormora Remigia. — Cara gioia!... Mi hai salvata in questo momento!

Giacomo fissa bene Remigia senza parlare: è uno sguardo scrutatore e diffidente. Remigia se ne accorge, ma aspetta che sua madre si sia allontanata, che sia tutto quieto nel corridoio.

— Addio! Scendo dalla scala di servizio, esco dalla piccola porta; in cinque minuti sono sul ponte di Gryon prima di mammà. — I suoi occhi sono ancora pieni di lacrime, pure si fa forza, e sorride. — Addio! — ripete ancora, ma con un'espressione ben triste e dolorosa. — Ho avuto tanta paura di mammà; non per me, sapete, oh, no, cara mammà, gioia! Ho avuto paura per voi. Non voglio che voi abbiate seccature per colpa mia! Partite... ve ne prego anch'io, adesso! E non pensate a quello che vi ho detto. Se il mio ricordo può turbarvi... dimenticatemi. E se vi fa piacere, se vi può tranquillare, pensate... che dimenticherò anch'io. — Grossi goccioloni le rigano le guance, ma continua a sforzarsi, a sorridere. — Guarirò! Vi fa piacere che dica così? Partirete tranquillo?... Senza nessuna inquietudine? Guarirò... ve lo prometto!... o almeno, farò tutto il possibile, ve lo giuro! Corre sull'uscio, si volta: protende il viso... Le labbra spirano un addio, un sospiro, un bacio... e sparisce.

Giacomo D'Orea parte subito per Ginevra: ma due giorni dopo, ancora da Ginevra, ritorna il suo servitore con una lettera assai voluminosa, che deve consegnare nelle proprie mani, segretamente, a donna Maria Grazia.

Maria, prima di aprirla, si chiude sola nella sua camera... e aspetta ad aprirla, di averne il coraggio. Poi, leggendola, diventa pallida più che una morta.

_«Abbrucia subito questo mio sfogo pazzo, disperato, questo mio delirio di amore, di dolore, di rimorsi. Te ne prego, te ne scongiuro. Senti ancora la mia voce?... Te lo impongo._

_«Maria! Maria! Oh, Maria!...»_

Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di Giacomo.

Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come mossa da uno spirito di sommissione e di devozione, abbrucia lentamente, al fornellino d'argento della specchiera, tutti que' vari foglietti sottili, trasparenti, dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li guarda sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare intorno, disperdersi... sparire.

— Più!... Mai più!

Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra: un biglietto di poche righe, ugualmente dirette a Maria e che Maria doveva conservare per mostrare a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto, pregava la cognata di chiedere per lui, alla duchessa, la mano di Remigia.

PARTE TERZA.

I.

Il signor Zaccarella, cambiando di padrone, cioè entrando al servizio particolare di donna Remigia, se ha perduto il titolo di capitano, non ha perduto il potere; anzi, tutto al contrario! Adesso, potrebbe venir chiamato governatore! Governatore di Pontereno, la grande, magnifica villa che apparteneva in origine ai Conti Bernabei. Andata a mano a mano in rovina, mentre andavano in rovina anche i suoi nobili proprietari, era stata comperata all'asta dal capostipite dei D'Orea, — il padre di Sua Eccellenza e di don Luciano, — il signor Vitale, in quel tempo in pieno furore di mortadella e lontano le mille miglia dal D'Orea con l'apostrofe!

Il bravo signor Vitale, si era affezionato a Pontereno perchè, acquistandolo, aveva fatto un eccellente affare. Diceva sempre, compiacendosene:

— L'ho avuto per una presa di tabacco! Tutti i fondi con i diritti in piena regola di acque e di decime, con le cascine, i rustici, e con la villa per soprappiù!... Una villa?... Un palazzone!... Una reggia!

E quella reggia, smantellata dai venti, sfasciata, sgretolata egli cominciò a puntellarla qua e là, a rattopparne il tetto con qualche scriminatura di tegoli nuovi, a rinzaffare alla meglio qualche tratto di muro, ma sempre senza voler spendere, anno per anno. Più tardi, però, dopo morto il signor Vitale, Giacomo D'Orea demolisce tutto Pontereno, la parte ancora in rovina, e la rimpellata, lo rifabbrica, e lo ricostruisce com'era _ab antiquo_ fin nei più piccoli fregi, compiendo una vera opera d'arte.

Pontereno diviene in tal modo quasi la capitale del regno di casa D'Orea, finchè salita al trono la duchessina Remigia Moncavallo, questa la sceglie come residenza e ne fa, in breve, con il suo fine accorgimento e il buon gusto di razza, la propria Versailles.

Da Pontereno si è subito a Bologna: in men di un'ora, in carrozza, e con il tram, in venti minuti. È come se Remigia fosse in città, per le visite e i pranzi, per le feste e per i teatri, mentre per tutto ciò che le può occorrere, manda innanzi e indietro il signor Zaccarella. E c'è questo grande vantaggio, che la distanza, per quanto breve, tiene a distanza i sudditi e anche la folla dei cortigiani, dalla reggia; accresce l'autorità, l'influenza e concede maggior libertà ai sovrani, anzi alla sovrana. Giacomo, per via della Camera quando è aperta e per i suoi affari quando la Camera è chiusa, non può mai fermarsi a Pontereno, dacchè è ammogliato, più di due o tre giorni di seguito.

Pontereno, fuori dall'ombra di San Petronio, vive così, in piena luce; riempie tutta Bologna del suo sfarzo e dei suoi ricevimenti. A Bologna col dire: — Io vado a Pontereno — io sono invitato a Pontereno — si distinguono i nobili e loro affini, il _buon genere_, insomma, ed il _bon ton_ dall'intruglio cittadino. Il signor Zaccarella, quando gira in fretta e in furia per le botteghe, sotto i portici del Pavaglione, seguito sempre da _Din_ e _Don_, riceve continui ossequi e riverenze come se quei buoni mercanti fossero stati a Villars, a prendere lezione di sgambetti e di saltetti, dal signor Trüb! Le dame e i cavalieri che sono in tale dimestichezza con Pontereno da poter fermare il signor Zaccarella per accarezzare i barboncini e per chiedere ad alta voce le notizie di donna Remigia, hanno quasi l'aria di voler dire all'altra gente: «Tiratevi in là, ch'io son uno della _crème!_» E lo stesso capitano, impettito coi plebei, asciutto coi nobilucci, dignitoso con tutti, fa sentire, anche da lontano, che la Versailles bolognese, per quanto fresca fresca, non è punto democratica.

La regina della nuova monarchia, Remigia Iª, vuol essere assoluta e sola nell'impero e ci riesce: Maria non si fa più vedere. Vive sempre ritirata nella villa di Fiumicino-Superiore, distante due o tre chilometri da Fiumicino-Inferiore, dov'è la casetta della signora Gioconda. Con la scusa di non voler accollare i propri parenti a Jack, — _mon Dieu! mon Dieu!_ com'è odioso quel nome di Giacomo! — Remigia si libera di mammà, — gioia cara! — e dello zio Rosalì, — tesöro! — costringendo i suoi due vecchi, di cui è l'idolo e l'orgoglio, a seppellirsi, davvero, loro, in una campagna del napoletano, soli soli e senza più neppur l'ombra del vicereame!... Con la scusa degli scrupoli e dei riguardi a cagione della piccola passioncella _ante nuptias_, ella ha fatto proibire a Totò, assolutissimamente, di varcare i confini dell'Emilia.

Oh, ne ha avuto abbastanza da ragazza di quella vita in carovana! Ha sofferto abbastanza da ragazza, la mortificazione e l'umiliazione di far vedere a tutto il mondo che i Moncavallo vivevano alle spalle dei D'Orea!

— Basta! Adesso basta!... Non voglio essere stupida, per il gusto di far la martire, come mia sorella!

— Più parenti, più seccature! Della gente di una volta, soltanto Mimì Carfo... e il signor Zaccarella!

A Mimì, forse forse, e a modo suo beninteso, l'Idola è anche un pochino affezionata.

Come no?

Mimì Carfo, è sempre la stessa di una volta: la Mimì che piange quando Remigia ha le lune e che ride quando Remigia è di buon umore. Remigia, per Mimì, è sempre tutta una perfezione di bellezza, anima e corpo; è sempre la più geniale e la più cara, la più pura e la più santa delle creature della terra... anzi del cielo!

Donna Remigia se ne compiace; ella ormai ha l'abitudine, ha il bisogno di questo calore, di questo fervore, di questa ammirazione cieca, illimitata.

— Mimì sì, che mi vuol bene! — esclama la sovrana di Pontereno; e questo bene, tanto straordinario, le serve come di confronto per misurare, per vagliare il bene degli altri. Quello, specialmente, «senza slanci, insulso» di sua sorella.

Col dire, — Mimì sì, che mi vuol bene — esprime certe volte: Mimì sì che ha cuore, gli altri no!

Poi c'è questo, ed è forse il più, per tener Mimì a Versailles: come dama d'onore la contessina Carfo ha tutte le qualità oltre la bella e signorile presenza.

In quanto allo Zaccarella, donna Remigia ha voluto averlo sotto i propri ordini, perchè, modificate le prime impressioni, ha capito e capisce ogni giorno, che un altro servitore così servitore come quel despota di un capitano, non sarebbe facile trovarlo; e lo ha voluto sotto di sè anche per il gusto di poter comandare lei — e lei sola! — al burbero condottiero, che aveva fatto da padrone, per tanto tempo, a tutta la carovana... compresa sua sorella!

Il capitano, appena combinato il matrimonio di Giacomo D'Orea con Remigia Moncavallo, era stato subito destituito e messo alla porta dal suo principale. Don Luciano, in primo luogo, era furiosissimo contro lo Zaccarella, per non essere stato avvertito in tempo da poter impedire quella madornale bestialità: — la turlupinatura di un rammollito, — come aveva sentenziato Fanfan. In secondo luogo, questo fatto, veniva naturalmente a porre un certo limite alla facoltà de' suoi atti... di amministrazione! Bisognava, insomma, spendere meno; e non volendo affatto restringere le spese per Fanfan, Don Luciano aveva ridotte, fino alla tirchieria, le spese per la casa e per la moglie. Ogni giorno licenziava servitori e vendeva cavalli; chiamava, strepitando, ladra la sarta di Maria.

Giacomo, del capitano, non avrebbe voluto saperne; ma, — come si fa? — Anche questa volta ha finito per cedere. Giacomo — Jack, è usato soltanto da Remigia e quando il marito non è presente, — Giacomo cede sempre a sua moglie. Cede, ben inteso, in ciò che ha importanza... soltanto per sua moglie! E non è la sua, la debolezza di un marito tenero e cieco; è piuttosto la fretta di un padre affaccendato che non ha tempo da perdere in chiacchiere per combattere e vincere i piccoli capricci della figliola.

In fatti era un marito... così sempre di passaggio!

Più che la duchessina Moncavallo, pare abbia sposata la ferrovia!

Sua Maestà Remigia Iª constatando il fatto con la sua damigella d'onore, non se ne lagna niente affatto. Ella riassume così, sinteticamente, le più varie espressioni del suo affetto coniugale:

— Vicino lontano, io, a mio marito, voglio sempre bene lo stesso!

Ed è la verità: tanto più che «lo stesso bene» non vuol dire «molto bene».

Anche vicino, — è vero, — Giacomo fa sentire pochissimo la sua presenza alla moglie; ma Remigia, tanto e tanto, si sente più sollevata, più liberamente di buon umore, quando Jack non c'è!

— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — sospira con Mimì. — Jack, lo riconosco, sembra proprio fatto apposta per me! Un marito, meno di così, non è possibile!... Ma Pontereno, senza Jack... Ah! Mi pare più bello, più grande, più mio!

Mimì, cerca di difendere il signor D'Orea: — È tanto buono, tanto accondiscendente...

— Ma tanto brutto! Gli occhi, ricordati, Mimì, sono la via del cuore! Se tu fossi brutta, non vorrei bene, — giuro, — nemmeno a te! Impossibile! Del resto, poco più poco meno, rammenti che cosa ti dicevo, i nostri discorsi a proposito del re del Nubian?... Per me, l'uomo è il più brutto animale della creazione! Vuoi mettere, per esempio, quanto è più bello un bel cavallo?...

Queste confidenze, ben inteso, sono particolari e riservate a Mimì, sola solissima! Con tutti gli altri?.. Figurarsi! Di mogli tenere, affettuose, non c'è che lei! Quando poi si tratta di mettersi lei in confronto di sua sorella, come moglie modello, allora si professa addirittura innamoratissima di suo marito.

— Oh, il mio Jack! — Non può vivere senza il suo Jack, a parole, e sfoga tutto l'amore in telegrammi, — almeno uno al giorno, — sempre firmato tua, senz'altro: _tua_.

Il bisogno di vederlo, di andarlo a trovare, lo sente qualche volta, quando suo marito è a Roma, e ci sono feste. Allora sì!

— Il mio Jack! Tesöro! Caro! — Parte per Roma con un monte di bauli e almeno dodici cappellini.

A Roma, del resto, le piacerebbe di passare tutto l'inverno; ma non all'albergo, in quattro stanze; in casa sua; coi suoi cavalli!

Adesso che può averne quanti ne vuole, Remigia ha una passione pazza per i cavalli. Ne ha sedici in scuderia di tutte le razze e tutti di razza.

— Bellissima Roma, con un villino al Maccao e i suoi cavalli!... Almeno _Febo_ e _Desir!_

_Febo_ e _Desir_, assai più inglesi veri del povero Totò, hanno preso il posto di _Din_ e _Don_, nel cuore di Remigia. I barboncini, non più profumati all'acqua di Colonia, sono abbandonati oramai — amöre! due amöri! — alle sole cure del signor Zaccarella.

— Bellissima Roma!... Poter essere un po' padrona di Roma!... Che gioia!

Ma finchè non si butta giù l'attuale Ministero, impossibile! Jack, — questo si sa, — non può accettare un portafoglio altro che da gente del suo colore!

— Ah, _mon Dieu!_... Che cosa aspettano a buttarlo giù? E un ministero decrepito, che dura già da un anno!

... Regina a Pontereno e ministressa a Roma!... Ecco la vita!

II.

Sua Maestà Remigia Iª vuol regnare sola, ma non le piace regnare in solitudine. Pontereno è sempre pieno di gente: tutto il bel mondo della media e della bassa Italia!

Per gli uomini, nessuna scelta: porta aperta. Basta che il frac non abbia macchie. Per le signore si agita il vaglio con circospezione oculatissima: non deve aver macchie la virtù.

Donna Remigia, sul punto della fedeltà coniugale, è di fronte al proprio sesso, di manica strettissima. E si capisce! Non può sopportare nemmeno un uomo solo, purificato dalla Chiesa, autorizzato dal sindaco; in qual concetto può mai avere quelle... tali che sono capaci non solo, di sopportarne, ma di amarne due, magari nello stesso giorno?...

— Che orrore!...

E tanto più, quanto più sono belle e ammirate. Certe signore, in voce di aver buon cuore, non solo non possono oltrepassare la cancellata della Versailles bolognese, ma sono colpite, da donna Remigia D'Orea con certi decreti di proscrizione che hanno vigore in Bologna, in Firenze e più in là.

Pure, anche tra il genere mascolino, se si fa una sola distinzione assai superficiale di forme e di sartoria, ci sono le specie preferite e favorite: la specie _sport_ e la politica. Politica ortodossa, s'intende!

Donna Remigia, piena di salute, tutta nervi e senza nemmeno una fibrilla di adipe, ha bisogno, per star bene, di ridursi alla sera stanca morta a furia di divertirsi. La sua vitalità, il suo fervore di donna giovine e forte devono stemperarsi in sudore, dunque i cavalli, dunque le caccie, il tennis, il ballo... Dunque avanti, a Versailles, a corte, tutti gli _sportsmen_ autentici e ben qualificati, o ancora semplici aspiranti alle glorie del _turf_.

Donna Remigia, mira al portafogli: e per questo sono assai ricercati e accarezzati a Pontereno tutti coloro che, secondo lei, possono spianare la via del Campidoglio!

Chi sa?... Il gran giorno è forse vicino!

«Il ministero non può reggere!... Il ministero ha ormai i giorni contati!... Alla prima votazione il ministero è spacciato!» Ecco l'ultimo bollettino politico degli amici, dei clienti di Pontereno.

Le votazioni si seguono, il ministero è sempre in maggioranza, ma ciò non altera le «recentissime» dei Machiavelli di casa D'Orea. E i più autorevoli personaggi, compreso il signor Zaccarella, precisano anche la data, in cui il morituro morirà.

Donna Remigia vuol parer calma, se non indifferente, ma è sempre in giro con la carrozza, sempre in visite e più espansiva, amabile, più alla mano con tutti. Gli _sportsmen_, intanto, passano in seconda linea, e gli uomini politici hanno il sopravvento.

— Presto, dunque... a Roma? — è il saluto che vien rivolto, in generale, alla Sovrana di Versailles. Dacchè, secondo le sue gazzette, il Ministero pencola, donna Remigia va più spesso a Bologna a confessarsi, e a Bologna il saluto e l'augurio: — Presto, dunque... a Roma? — glielo fa anche l'arcivescovo, di cui è la penitente, sebbene con una leggera punta d'ironia, per non compromettere il _non expedit_. — Dunque a Roma, donna Remigia, illustrissima! Alla famosa capitale! — grida con il suo bel vocione da _Tedeum_, quando s'incontrano dopo la messa, l'arciprete di Pontereno, di cui ella è la generosa protettrice.

L'avvocato Ciro Berlendis, consigliere comunale, consigliere provinciale, grande elettore, grande fondatore di giornali con i danari degli altri, è invitato a pranzo a Versailles, non soltanto la domenica, ma adesso anche il giovedì.

— A Giugno, sicurissimo, si fa casa nova! — esclama soffiando, gonfiandosi le gote, prima di mettersi a tavola. — Questa volta, duchessa Remigia, tocca a lei: se l'onorevole D'Orea, volesse fare ancora l'ostinato, da brava, una tiratina d'orecchi!

E il conte Narciso Gambara, vice-presidente del circolo monarchico, innamorato un giorno sì e l'altro no, a vicenda, della regina e della dama d'onore, e il cavalier Marco Bragotto portabandiera dei Nuovi Veterani di S. M., e autore di versi patriottici a rime obbligate, che parole mormorano, sospirando, tenendole stretta la mano?... — Queste:

— Ah!... Siamo alla vigilia di perderla, duchessa Remigia!

Persino il colonnello Baldassare De' Taddei!.... Messo da un anno e mezzo a riposo, con la scusa dei limiti d'età, mentre si sente ancora così giovane e forte... di stomaco, da divorare l'Italia in un boccone, tanto è il suo dispetto di averla fatta per uso e consumo di quei camorristi dello Stato Maggiore, lo stesso colonnello Baldassare De' Taddei, che giura e spergiura di non aprir più bocca a proposito di politica, perchè quella che si fa da un anno e mezzo in Italia, è una schifezza, esclama digrignando gli occhi, — denti non ne ha più:

— È ora di finirla!... _Allons! Marche_, la camorra!... Piazza pulita!

Il Maggio infocato più del Giugno da un sole che brucia fino alle nove di sera, volge intanto alla fine con una nitida e immota serenità di cielo... Ma è laggiù, nelle Puglie, che si addensano grossi nuvoloni di scioperi e mugge il temporale. A buttar giù davvero il Ministero, a Roma, a Montecitorio, non ci pensa ancora nessuno. È proprio lo stesso Ministero che si butta giù da sè... per voler stare troppo ben su!

Scoppiati i primi disordini, cerca barcamenarsi tra i partiti: appoggiandosi di qua, appoggiandosi di là, troppo debole prima, poi troppo forte, perde l'equilibrio e va con le gambe all'aria!

Remigia lo sa per la prima, quando ancora non lo si sa nemmeno a Bologna, da un telegramma di suo marito:

«Ministero battuto. Sollecitato amici devo assolutamente fermarmi Roma. Crisi prevedesi lunga, laboriosa. — Abbraccioti saluti Mimì.

«GIACOMO.»

Remigia è con la Carolina, proprio sul punto di abbigliarsi per il pranzo, quando riceve il telegramma: appena letto, dà un grido di gioia e fa subito chiamare il signor Zaccarella.

— Il ministero è battuto! — esclama appena lo vede comparire sull'uscio del gabinetto.

— Ah! Se Dio vuole!... Questa volta Sua Eccellenza non potrà...

Remigia non lo lascia finire:

— Lei deve andare a Bologna, subito subito!

— Ma il tram?...