La moglie di Sua Eccellenza

Part 14

Chapter 143,766 wordsPublic domain

— Non vederti più?... Ma non dovrò vederti, proprio più?... Impossibile! Impossibile! È umanamente impossibile!

Così, il primo raggio di speranza penetra nel suo cuore e la grande sicurezza di prima, la forte, l'eroica risoluzione della coscienza cominciano a cedere.

— Chi sa... fra qualche anno?... Chi sa?... Chi può mai dire che cosa può accadere... magari domani stesso?...

La finestra di Maria è la penultima del primo piano. Ma dietro i vetri non c'è nessuno, nemmeno un'ombra...

Giacomo trae un sospiro e rientra nel bosco: c'è meno vento tra il folto degli alberi. Ritorna a pensare fra sè:

— Però Luciano, con tutta la sua cattiveria, ha indovinato tutto... Anche a proposito di Remigia. È proprio vero che io l'ho adoperata per coprire, per nascondere, persino a' miei occhi, il mio amore per Maria!

Rimane sorpreso, atterrito di sè stesso.

— Maria?... Ma è mia cognata!... È la moglie di mio fratello! Io?... Amare la moglie di mio fratello? Sperare?... Che cosa?... Sono pazzo! È la pazzia! Domani?... Che cosa può accadere, domani?... È mia cognata!... È la moglie di mio fratello!... Domani?... Come sempre! Non vederla più... e non amarla più! Vivere e morire galantuomo!

IX.

Giacomo D'Orea entra nell'albergo quando comincia a piovere dirottamente. Sotto l'atrio incontra Mimì Carfo che esce dalla sala di lettura con due grossi libroni.

— Remigia sta un pochino meglio!... Non è venuta la febbre, ringraziando Dio!...

Giacomo fissa la fanciulla con gli occhi ancora stralunati.

— Potrà alzarsi, dunque, domani?

— Si spera! Ma è assai nervosa. Non ha ancora chiuso occhio!... Sono venuta giù, apposta, a prendere questi libri di viaggio, per leggerle qualche cosa!

Mimì nota la faccia sconvolta del signor D'Orea; è assai distratto, preoccupato. Non l'ascolta nemmeno.

Giacomo, dopo un momento, sembra scuotersi:

— Mi faccia un favore: dica a Remigia, che io domani, nella mattinata, dovrei partire assolutamente; ma che non posso partire se prima non ho parlato con lei!

Ciò detto, pianta lì Mimì su due piedi e va in cerca del portiere.

— Dov'è l'orario? Ho bisogno di vedere l'orario!

Ma invece di trovare il portiere, s'incontra, faccia a faccia, con Marco Danova in abito da viaggio.

— Felicissimo, onorevole! Fortunatissimo di potervi salutare! — Marco Danova fa una smorfia che vuol essere un sorriso: gli occhietti stizzosi, biliosi, si incrociano più storti sul naso adunco. — Ho mandato in camera vostra, in questo momento, il mio biglietto di visita.

Giacomo ringrazia con un cenno del capo, senza aver ben capito.

— Il vostro... biglietto di visita?

— _Pour prendre congé!_ Sono arrivato col diluvio e parto con l'innondazione!... Gran bel divertimento la montagna!

— Già, piove! — borbotta il D'Orea quasi macchinalmente, guardando verso il portone dell'albergo. Poi soggiunge: — Ecco l'omnibus!

— Ma è ancora presto! Non è vero, uomo barometro? Uomo infallibile? — Il Danova si rivolge al signor Trüb che lo aspetta col segretario e col direttore sull'uscio del _bureau_ per accompagnarlo fino all'omnibus.

— Manca più di mezz'ora alla partenza! — risponde il signor Trüb, abbassando gli occhiali dalla fronte sul naso per guardare tre orologi in un istante: quello del _bureau_, quello dell'atrio e il suo che leva di tasca. — Il bagaglio è già stato consegnato! Ha tutto il tempo, signor barone, anche di lasciar sfogare questo nuvolo che passa!

— Andate al diavolo voi e le vostre nuvole che passano! Me ne avete servite abbastanza durante questa bella stagione!

Marco Danova sembra furibondo contro Villars e contro il signor Trüb.

Giacomo capisce di dover dire qualche cosa e di dover salutare il Danova, se vuol liberarsene.

— Allora, buon viaggio! E se tornate in Italia... a rivederci presto!

— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'_Hôtel de la Paix_, poi andrò sul lago di Como, gironzando! Sono arcistufo di questa maledettissima Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche brutto tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma non solo la faccia, ma anche il cocuzzolo a pera. — Appena piove, si gela, appena fa sole, si brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di strade ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo delle locomotive!... Ci sono più treni che fischiano che marmotte! Basta! Basta! Non è ormai altro che un panorama meccanico per il grosso pubblico delle scorribande domenicali!

— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per finirla. — Anch'io, partirò... prestissimo!

Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra smorfia stentata; il naso becco, morde.

— E... in buona compagnia!

— Parto solo; domani.

— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più dolci e più soavi! Là, là, là, fortunato mortale! Per voi la Svizzera è sempre bella e sempre quella: il paese dove fiorisce l'idillio, col _vergissmeinnicht!_

Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria; crede tutto quel discorso un'allusione a Maria.

Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso e il cerimonioso e gli stende la mano.

— Permettete, dunque?... Si può congratularsi?

— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la voce soffocata.

— Là, là, là! Non montate in collera, onorevole! Anche se la lieta novella non è ancora, diremo, ufficialissima, mi fu data ormai come sicura, e non c'è ragione di volerne fare un mistero per gli amici, come me, di antica data!

— Cioè? Che novella?... Che notizia?

— Qua la mano!... Qua la mano!... — Giacomo gli deve dare la mano per forza. — Con molta invidia, — perchè no? lo confesso. — Con molta invidia, ma senza rancore!... È una ragazza che anche a pagarla un Perù, c'è da esserne soddisfatti e la minchioneria che fate voi, — chi sa? — forse, l'avrei fatta anch'io!

Giacomo comincia adesso... quasi a capire; ma ha paura di dover capire.

— Che scherzi... vi saltano in mente?

L'altro, risponde con enfasi, in vena di espansioni e di sincerità:

— Ho detto «minchioneria» scusate, senza la più lontana intenzione di offendervi!... Tutt'altro!... È l'epiteto che usano gli sciocchi e gli sbarbatelli, quando si tratta di un matrimonio alla nostra età! Minchioneria vera, tutto all'opposto, è maritarsi da giovani, prima di aver goduto la vita, quando ancora si è forti in gambe e agguerriti per le grandi battaglie!... Ma quando si tocca... la china!... Tirare i remi in barca, è molto savio ed altrettanto igienico. Scegliersi una ragaz...zetta — l'egizio venezian batte il sostantivo schioccando la lingua contro il palato — quel demonietto lì, deve averli tutti i requisiti! — e farsene la propria moglie e il proprio regime. Per noi, è inutile sperare nel nuovo! Alla nostra età non possiamo più essere amati, altro che dalle ragazze oneste.

Che cosa brilla negli occhietti, di cui si vede più il bianco che il nero, di papà Faraone?... Una lacrima forse? Dà una sghignazzata per non vincersi e non mostrarsi commosso.

— Ed ora... non perdiamo la corsa! Felicitazioni, onorevole, e buona permanenza... a chi resta! E congratulazioni sincere da parte mia anche alla duchessina Remigia, quantunque — glielo direte! — me l'abbia fatta grossa!...

— Siete matto! V'ingannate!... — Giacomo cerca di trattenerlo: oh, sì! Il barone è già salito sul predellino dell'omnibus ossequiato dal signor Trüb, e da tutto il servidorame dell'albergo, che gli si prostra dinanzi e di dietro.

— Meno male che non alludeva a Maria! Se Dio vuole, non si sono fatte chiacchiere! — Ma il respiro di Giacomo, si ferma a metà. — Se ne son fatte, per altro, — e come! — sul conto... di Remigia! Congratulazioni per il mio matrimonio, addirittura!... — Giacomo pensa, non sa che cosa fare: — Corrergli dietro per smentire la notizia?... Non c'è tempo di spiegarsi e non è serio!... Domani sono anch'io a Ginevra, all'_Hôtel de la Paix_... gli dirò domani, che non è vero, che è matto!... Matto?... No, se lo ha sentito a dire, se tutti lo dicono!...

Sospira; si preme forte la fronte con il palmo della mano:

— Matto, sono io! Mi par proprio di diventar matto!... È quella lettera!... È la lettera di mio fratello che mi perseguita!... Anche a proposito di Remigia, la cattiveria di Luciano ha colpito nel segno. Io, per coprire la maritata, ho compromessa, ho perduta irrimediabilmente la nubile!... Marco Danova sarà, più meno, come la fama lo dipinge; ma so io, positivamente che cosa è? Posso dire soltanto che è otto o dieci volte milionario, che avrebbe sposata Remigia e che «la minchioneria» non la fa più perchè io l'ho troppo compromessa! Vivaddio! — torna a premersi la fronte. — C'è proprio da diventar pazzo!

Monta lentamente le scale, entra in camera sua, ma non va a letto.

— Impossibile dormire!... Anzi, bisogna cercare di distrarsi! — Passa nel salottino che gli serve da studio. Ci sono da raccogliere, da mettere in ordine tutte le carte, tutte le lettere. Dovendo partire domattina, questo bisogna farlo subito!

— Se posso veder presto Remigia, parlare di Totò... mettere il mio cuore in pace, parto ancora alle undici!

Siede alla scrivania, guarda tra le carte, fa passare le lettere, mette da parte quelle alle quali farà rispondere dal suo segretario.

L'albergo è ormai tutto sepolto nel sonno. La luce elettrica si è fatta vivissima. Il vento ha ripreso impetuoso: fischia e mugghia tra gli alberi e soffia contro i vetri. Giacomo è scosso da un brivido di freddo.

— E dire che Maria è qui, a due passi da me... e non la rivedrò più, mai più!

Spiega un foglio, — che cos'è? — La richiesta di un gruppo di elettori per ottenere una tettoia e la fermata del diretto alla stazione di Borgo-salice.

A metà della lettura si ferma perplesso; diventa inquieto.

— E se anche Totò, per colpa mia, non la volesse più sposare?

Incrocia le braccia sul petto; abbassa il capo: gli occhi incontrano, per caso, il ritratto di sua madre.

Oh, la semplice donnina! Quanti pensieri e quanti rimorsi, suscita in quell'ora, nell'animo di Giacomo.

— Sempre i fiori di Remigia!

Gli fanno dispetto.

Che differenza, che contrasto! La sua povera madre così timida! Che rifuggiva dalla gente, da ogni parvenza di lusso; virtuosa fino agli scrupoli, pia come la zia Gioconda, più della zia Gioconda! Che contrasto il ritratto di sua madre, coi fiori di una duchessina, in mezzo allo sfarzo di quell'albergo sontuoso «da signoroni» nel quale, sua madre, viva, non sarebbe entrata nemmeno per forza! E in mezzo a tutti quei... vicerè, come sarebbe diventata rossa la buona donna cresciuta, allevata dietro il banco, in una oscura bottegaccia di droghiere... Come non ne avrebbe voluto sapere di quei nobili, di quelle usanze, di quella boria! Sarebbe scappata più lontano della zia Gioconda! Più in là di Fiumicino!

Anche lui, per altro, un tempo, non ne voleva sapere! Non voleva sentirne parlare! Oh, la lettera, — sempre la lettera! — aveva ragione anche in questo!... Come si era opposto, persino brutalmente, al matrimonio di Luciano!

Poi, a mano a mano, lui pure è stato preso dagli usi, dai gusti, dalle seduzioni di quel mondo corrotto, falso nelle sue stesse apparenze di signorilità, falso e infido persino nei rapporti, negli affetti famigliari... A mano a mano, lui pure ha cominciato a diventare un perdigiorni, un ozioso leggero, che compromette le ragazze, e ha finito con l'innamorarsi della moglie di suo fratello!

— Maria, però, com'è diversa da tutti i suoi!... L'espressione sola de' suoi occhi!... Quanta bontà! Quanta sincerità! Che incanto in quegli occhi!... Nell'affettuosa malinconia di quegli occhi!

Il cuore gli batte violentemente, dolorosamente: — È lì! Così vicina!... E non vederla più!...

— Ma non dovrò vederla mai più?...

Prende il ritratto, lo fissa, come implorando un aiuto, un conforto... Ma l'immagine rimane estranea al suo dolore... fredda, severa.

Il vento fa scrollare i vetri con impeto ed urla nella valle.

Egli ha un fremito: vicino a lui nella camera deserta, gli sembra udire la voce di sua madre, negli ultimi giorni, e quel debole filo di voce gli ripete continuamente, insistentemente:

— Non devi vederla più! Non devi amarla più! Ritorna un galantuomo come tuo padre!... Sii sempre un galantuomo come tuo padre!...

X.

Giacomo è rimasto tutta notte nel suo studio. A forza di volere è riuscito a imporsi una relativa calma e a lavorare.

Ha fatto lo spoglio di tutte le sue lettere: ha corretto qualche brano della sua relazione. Insomma egli può dire di aver ripreso, fino da quella notte, la sua vita attiva di lavoro, gli affari e la politica.

— Gli affari e la politica! Mi darò ad essi anima e corpo in modo da non aver tempo di pensare al resto!... E se vorranno i miei amici nominarmi ministro un'altra volta, accetterò!... Tutti i medici, con le loro prescrizioni di assoluto riposo per l'organismo logoro, per il cuore, tutti al diavolo! Tanto meglio se creperò presto!

Si volge verso il ritratto della madre e mormora affermando anche col capo:

— Ma creperò... galantuomo!

Con la prima luce scialba del giorno comincia a sentirsi stanco, spossato. Si butta sul letto così vestito, e si addormenta subito, pesantemente. Si sveglia dopo un'ora o due, di soprassalto, con un grido soffocato:

— Non la vedrò più!

Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare il servitore. Lo chiama più tardi e gli dà ordine di fare i bauli, mentre egli ritorna nel salottino, presso la scrivania, con la piccola valigetta solita, che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali, libri, tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli serve per scrivere in viaggio. A un tratto sente bussare leggermente:

— Avanti!

È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle appoggiate all'uscio.

— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque guarita? — Si avvicina e l'osserva: ha il viso fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa: il nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli biondi, e il vestito un po' corto di zeffir, dal quale spuntano i piedini nelle scarpette nere, verniciate. — Sì! sì! Siete proprio guarita! — Le stende la mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo sorride:

— Sono tanto contento! Sono contento, prima per voi... Poi anche per me! Ero... e sono tuttora pieno di rimorsi. Vi siete sentita poco bene, non è vero?... Vi siete inquietata per colpa mia?

Remigia non risponde: lo guarda restando sempre ferma, le mani dietro la vita, appoggiata contro l'uscio.

Giacomo passa un istante nella sua camera; manda via il servitore con un pretesto e torna subito. Remigia non s'è mossa. Egli torna ad avvicinarsi.

— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi ha detto che volevate partire stamattina e che prima avevate assolutamente bisogno di parlarmi. Eccomi qui; vi ascolto.

Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano allontanandola a forza dall'uscio e la conduce nel mezzo del salottino, dinanzi al canapè.

— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo discorso... e seriissimo!

Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e torna a fissarlo muta, aspettando che incominci a parlare.

Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania.

— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi, meglio ancora, diciamo così: io sarò... il papà e voi la mia figliuola!

Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi; raggrotta le ciglia.

— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non siete più in collera con me, per la mia sfuriata intempestiva di ieri e per la... goffaggine di quella vecchiaccia stupida?

— No.

— Mi avete perdonato?

— Sì.

— Proprio, proprio?

— Ho detto di sì.

Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella guarda Giacomo, sempre fissamente e Giacomo, sotto quegli occhi non più limpidi e giocondi, ma freddi e foschi e attentissimi, non sa come incominciare a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la stessa Remigia! È diventata un'altra! Dov'è tutto l'argento vivo? Dov'è l'allegra e chiassosa maestrina del _tennis?_... Dov'è andata la... — Oh, come gli risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa di Maria! Come sente ripetere, in cuor suo «la piccola! la piccola!» No! No! Egli non chiamerà più così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente e così viva, torna a prendere la mano della fanciulla fra le sue e l'accarezza lievemente:

— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di un nostro giovine amico... assente?

Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di Totò? — Fa un'allegra risatina, poi si contiene, alza gli occhi al cielo e sospira malinconicamente: — Povero Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina del _tennis_ che riappare.

Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la mano:

— E se... lo facessimo tornare?

— Per me, come volete!... Ma credo che ormai, anche mammà, non resterà molto tempo a Villars!

Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo.

— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi, a Totò, sì o no?

— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di Totò, il brittanno, in fondo, se ne fa ciò che si vuole! È così buono! Tesoro! Caro! Un caro tesöro!

Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse di _Din_ e _Don!_

— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che Totò voglia ancora più bene a voi, che non voi a Totò!

— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia balza in piedi con uno de' suoi scatti improvvisi e corre alla finestra, a vedere se il tempo si rischiara: — Pare di no! Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Come sono menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede sopra un'altra poltrona più alta e torna a fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini che strisciano per terra, anche un profilo, un barlume di calzetta nera. Il discorso di Totò non è attraente.

Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce.

— Totò... è innamorato.

— Di me?

— Di voi!

— Bella novità! Sono sempre stata la sua fissazione! Deve aver trovato qualche cosa di simile, una miss con i miei connotati, in un romanzo inglese! — Dopo aver riso un attimo, si mostra seccata: — Non sarà di Totò, spero, che volevate parlarmi assolutamente, stamattina, prima di partire, come mi ha detto Mimì?...

— Invece sì! Volevo parlarvi proprio di Totò... e di voi. Della felicità di Totò e della vostra. Egli vi ama e voi gli volete bene; è buono, è giovane, è anche un bel giovane...

— Basta così! — Remigia balza in piedi di nuovo, ma questa volta con un atto di dispetto e diventando rossa. — Ciò che dite voi, non sarà mai! L'ho dichiarato risolutamente anche a mammà, anche allo zio Rosalì, e per questo, per evitar scene, lo hanno mandato in Italia. Sono stata io, — proprio io, — sì, sì, sì!... Mi seccava co' suoi dispetti, co' suoi rimproveri, con la sua gelosia! Gli voglio bene, ma non lo amerò mai; e la differenza è grandissima! Gli voglio bene, ma non lo sposerò mai! Amico sì, marito no e basta; non se ne parli più! Eccellenza, fate buon viaggio!

Remigia corre verso l'uscio; Giacomo riesce a fermarla.

— Ascoltate...

— No, lasciatemi stare! — La fanciulla, crucciata, corre a rifugiarsi nel vano della finestra, e appoggia la fronte contro i vetri.

— Ebbene... — Giacomo perde, un momento, la pazienza... — Se non mi volete lasciar parlare, non se ne parli più! Ma avete torto.

Remigia non risponde, non si muove. Giacomo si sfoga camminando, pestando i piedi e pensa fra sè:

— _Non lo amerò mai! Non lo sposerò mai!_... Perchè crede, certo, di doverlo sposare così... lui, senza un soldo e lei... anche! Ma, d'altra parte, come spiegarle le mie idee, le mie intenzioni, senza offendere la sua permalosità, il suo amor proprio, il suo orgoglio? Non posso dirle... su due piedi: — prima di rispondere che non lo amerete mai, che non lo sposerete mai, aspettate di sapere che voi, avrete mezzo milione di dote e Totò, un buon impiego, senza far niente, in Casa D'Orea! È certo che se potesse immaginare tante belle cose, direbbe subito di sì!... Forse avrei fatto meglio a parlarne prima con la madre! — Gli passano nella mente le occhiate e i sospiri della duchessa, in que' giorni, e insieme i dubbi di Maria, le felicitazioni di Marco Danova... e la lettera, quella lettera di Luciano. Tutto ciò accresce la sua irritazione. — Se può entrare nelle viste della madre il farlo credere e se anche Maria, per il bene che mi vuole, può trovar la cosa verosimile, io... non avrò mai di questi timori!... Se, invece, fosse vero?... Una simpatia?... Un'affezione? — Dà un'alzata di spalle. — Ma che! Ma che! — Si avvicina alla finestra dov'è sempre la fanciulla con la fronte appoggiata ai vetri, e le parla più franco, risolutamente:

— Spieghiamoci chiaro: che c'è d'andar tanto in collera?... Potreste aver ragione, se vostro cugino vi fosse antipatico; questo non è, tutt'altro; confessate anzi, voi stessa, di volergli bene! In quanto poi al... al positivo... Io sono vecchio, potrei essere abbondantemente vostro padre e nel matrimonio... guardo anche al di là, o al di qua, della poesia. Parlando appunto di ciò, con vostra sorella...

Remigia, si volta con un impeto d'ira:

— Non voglio nulla e non accetterò mai nulla da mia sorella. Ricordatelo bene voi e lei, tutti e due... _voi due!_

Giacomo rimane sorpreso dal modo con cui Remigia ha detto _voi due_; non può reggere a quello sguardo diritto come una lama: devia un attimo gli occhi pensando fra sè con un brivido: — Ha forse indovinato?....

Remigia continua pallida, bieca:

— Mia sorella... so io, perchè vorrebbe farmi sposare Totò!... È lei, che vi ha messo in mente di farmi sposare Totò! Lei, lei, è sempre lei, la cara gioia della sorellina mia... perchè... So io perchè!

Giacomo, temendo per Maria, si fa forte e riprende con calma:

— Allora, se lo sapete voi, vorreste farlo conoscere a me pure, questo recondito perchè? Ne ho un pochino il diritto! Sono stato io a mettervi, a trascinarvi, per forza, su questo punto del discorso.

— A voi?... _Proprio a voi_, non lo dirò mai!

— A me?... _Proprio a me_, non lo direte mai?... E non potrò nemmeno sapere a che devo attribuire, proprio, io specialmente, questo vostro rifiuto e la vostra collera? — Giacomo è nervosissimo; non sa più oltre dissimulare. Si mette risoluto in faccia a Remigia; alza la voce:

— Io non sono l'uomo degli equivoci, nè dei sottintesi. Li detesto, e abborro chi ne usa. Vi ho già detto: spieghiamoci chiaro. Ve ne prego ancora; anzi, adesso ve lo impongo!

Remigia, risoluta a sua volta, alza pure la voce, velata da un leggero tremito:

— _Impongo?_... Imporre a me, voi?... Con qual diritto?... Io non vi faccio colpa di niente e non vi domando niente.

— Farmi colpa di che cosa? — risponde Giacomo, più sottovoce.

Remigia non s'interrompe, continua con uno scoppio violento:

— Basta che sappiate ciò, _voi!_ Io non sposerò nè mio cugino, nè nessuno! Questo è parlar chiaro? Io voglio subito ritornare a Napoli e da Napoli, subito in campagna mia! Voglio restar là, sempre, chiusa, sepolta! Voglio morir là, sola, senza più vedere anima viva, soltanto mammà! E questo, vi pare o no parlar chiaro?

.... Comincia ad essere troppo chiaro per Giacomo, per la coscienza di Giacomo! Egli si sente più inquieto, sempre più turbato. Pensa, si rode, si sgomenta, spera ancora: — È impossibile! Non è possibile! Fosse anche, non può essere altro che un capriccio, una ragazzata!... Poi, di nuovo, trema per Maria. — Se Remigia capricciosa, impetuosa, dubitasse davvero di qualche cosa, tra me e sua sorella?...

Un lungo silenzio... poi Giacomo riprende con voce non ben sicura, interrompendosi spesso, come chi cerca non solo le parole, ma anche la via del discorso: