Part 13
— No, no! Missis Eyre non c'entra, o c'entra solo indirettamente. Lei, è stato cattivo, cattivo! E sapendo, volendo esserlo. Sì! Sì! _Volendo esserlo!_ Capiva, sapeva che un simile affronto, ricevuto da lei, _proprio da lei_, doveva fare un gran male a Remigia per... moltissime ragioni, che si possono riassumere in una sola, la più tremenda, appunto per Remigia!
— Quale?...
Le gote della fanciulla si accendono d'improvviso, i suoi occhi supplichevoli sono pieni di fervore e di ansia; il seno è palpitante. Ella si avvicina a Giacomo congiungendo le mani. Non può quasi parlare, balbetta:
— Remigia... creda, signor D'Orea, è tanto... tanto buona! È un tesoro... un vero tesoro... di bontà, di soavità... di tenerezza!... Ride, scherza, giuoca... ma nelle cose serie, è già una vera e cara donnina! Certo che è piena di amor proprio, di orgoglio! Non sarà mai Remigia la prima a fare un passo, anche trattandosi della felicità di tutta la sua vita!... Per carità, signor D'Orea! Per carità... non me la faccia morire!
Mimì, così dicendo, si nasconde la faccia fra le mani e fugge via con un singulto di lacrime.
Giacomo rimane attonito a bocca aperta.
— Io?... Farla morire?... Ma diventano tutti matti alla _Tête-pointue?_ Il cuginetto! Totò! Mezzo milione di dote e si telegrafa a Totò!... Bisogna parlarne assolutamente con la duchessa Cristina: le chiederò un colloquio per stasera stessa, dopo il caffè.
Scende sotto l'atrio una buona mezz'ora prima del pranzo e aspetta. Passeggia, esce in giardino, rientra... si ferma qua e là salutando le poche conoscenze rimaste ancora a Villars... Finalmente, ecco la duchessa!... È sola, quel giorno, senza nemmeno l'ombra magna dello zio Rosalì!
Giacomo le corre incontro e subito cerca di rabbonirla, lusingandola con tutto il cerimoniale di corte, ripetendole la scena avuta con missis Eyre e profondendosi in nuove scuse.
Ma la madre, più che irritata, è accorata: un profondo accoramento, dignitoso e muto. Ella ascolta Giacomo, sempre guardandolo fisso, senza pronunziare una sola parola. Giacomo, che si aspettava rimproveri e scene, resta sconcertato. Lì per lì, non osa parlare del colloquio, non osa nominare Totò; ma non sa schivare il pericolo più grave: chiede alla duchessa le notizie della sua Idola.
— È un po' indisposta, mi ha detto la buona signorina Mimì?...
La duchessa raggrotta le ciglia nere e folte, ma non risponde che con una lunga e risonante soffiata di naso. Nient'altro: musica senza parole!
Giacomo non sa più che cosa dire, nè che cosa fare; piantarla non può. Guarda l'orologio.
— Oh! Oh! È tardi! Dovrebbe essere sonata anche la seconda campana per il pranzo.
Silenzio. Si guarda attorno:
— La stagione è proprio al termine! I forestieri, — le signore specialmente, — diradano ogni giorno!
Ancora silenzio: Giacomo, esaurito, finisce col rimanere muto a sua volta dinanzi a quella madre, immobile e muta, come la statua del dolore!
Sopraggiunge, se Dio vuole, lo zio Rosalì. Giacomo, vedendolo, si sente sollevare lo spirito e lo saluta sorridendo, con grande espansione... Ma il Sant'Enodio è più che mai viceregale nell'impettita prosopopea: stende, offre la mano con un gesto largo, solenne... e nemmeno una sillaba!
Gli occhi della madre tradiscono l'interna ansietà: le labbra hanno un tremito.
— E così? — non può a meno di domandare dopo qualche istante. — L'Idola?...
— Mah! — risponde l'oracolo, dietro la barba bianca, semovente. — Purchè non le venga la febbre! — E Mimì?...
— Resta di sopra.
Un'altra soffiata di naso della madre altrettanto lunga e sonora come la precedente: ma, questa volta, la musica delle lacrime colate accompagna le parole. — Purchè, Gesù mio, non le venga la febbre!
— Mah!...
— Mah! — sospira anche Giacomo, preso in quelle strette.
Restano ancora un pezzo tutti e tre fermi, ritti, senza aprir bocca dinanzi all'uscio a vetri della grande sala da pranzo verso la quale il principe Rosalino tien sempre rivolti gli occhi severi e gravi.
Passa via missis Eyre, che tutti fingono di non vedere: entra in sala subito, in fretta, sgusciando dietro alla duchessa e corre a sedersi al suo solito tavolino, sotto una finestra d'angolo. Sa d'averla fatta grossa e d'aver perduta l'amicizia dell'Eccellenza, non più Eccellenza! Apre il _Times_ e si tiene nascosta dietro il giornale.
Anche il signor Zaccarella è già sotto l'atrio e gira attorno ai padroni. Ha l'aria di un cane bastonato, dopo la bella ramanzina che gli è toccata. Nessuno lo chiama, e il capitano, perduto il coraggio e la spavalderia d'un tempo, gira e rigira senza osare di avvicinarsi.
Giacomo da qualche momento, vinto l'imbarazzo e passata anche la stizza, non ha più che un pensiero e un'inquietudine: Maria.
— Che Maria, come la contessina Mimì, non scenda a pranzo?
Guarda l'orologio dell'atrio; sta attento, con l'orecchio, ad ogni passo: d'un tratto sente un noto fruscio di vesti. Il suo occhio e il suo viso si ravvivano:
— È lei!
Donna Maria Grazia scende lentamente lo scalone, lentamente si avanza sotto l'atrio e si unisce al gruppo di famiglia.
— Si ha paura della febbre! — È il saluto della madre.
— Mah! — ripete lo zio Rosalì, e il sospiro si confonde con un mezzo sbadiglio. Il bell'antenato vivo, ha appetito e sta ruminando:
— Ormai ci siamo tutti! Che cosa si aspetta?... Di mangiare gli avanzi e di essere malserviti? — Si decide ed esprime il suo voto. — È già sonata anche la seconda campana. Io direi di andare. — Ha bisogno di un proverbio, non lo trova e lo inventa: — Il digiuno dei sani, pur troppo, non fa guarire gli ammalati.
Ciò detto, apre la marcia maestosamente, offrendo il braccio alla cara Cristina.
Giacomo offre il suo alla cognata e il signor Zaccarella si mette in coda... e con la coda fra le gambe.
— Ho ricevuto una lettera di Luciano che devi vedere anche tu! — mormora Maria, sdegnata, all'orecchio di Giacomo. — Dopo pranzo, vieni subito in giardino.
— Un'altra lettera? — Giacomo reprime l'inquietudine e la collera. — Ma... colui, a Parigi, non fa altro che scrivere?
Proprio così! Quando Fanfan non vuol ricevere Luciano, perchè ha le prove, o ha il maestro, — il celebre Coccardè, ex-tenore sfiatato, — o perchè aspetta mister Kennett che sta combinando con l'impresario per farle cantare la _Manon_ in America, Luciano, geloso, furioso, si chiude nella sua camera dell'_Hôtel Bristol_ e si sfoga, si vendica scrivendo lettere sopra lettere, alla moglie e al signor Zaccarella.
— Oh! l'ingratitudine umana, in ricambio della mia grande bontà! — È sempre questa, o press'a poco, la chiusa, tanto quando scrive alla moglie, come quando scrive al capitano.
Anche durante il pranzo, tutti silenzio! Soltanto quando il capo cameriere, in persona, presenta l'arrosto, — un bel fagiano rosolato e fumante, con la testa e la coda trafitte da una freccia d'argento, — lo zio Rosalì si sente commosso e dopo aver guardato il fagiano guarda la sorella del pari affettuosamente:
— Coraggio, Cristina mia! Facciamoci coraggio! Io sono sicuro! La febbre... non verrà!
La duchessa... un'altra soffiata di naso come per prendere commiato, uno sguardo a Giacomo, in cui c'è tutto il dolore e l'angoscia, insieme a un acerbo rimprovero, e via col passo delle pompe funebri.
— Mah!... Si serva, si serva, signor Zaccarella! Al principe, l'appetito viene mangiando e vedendo mangiare.
Anche Maria si alza quasi subito, appena uscita la madre: fissa Giacomo, come non ha fatto mai.
— Si soffoca, qui dentro! Andiamo!
Giacomo segue la cognata in giardino... e il signor Zaccarella respira due volte. Ritorna ad essere lui, e a sentirsi il capitano!
— Ah!... Finalmente, se Dio vuole!... Una breve tregua ai musi, alle malinconie e ai dolorosi sospiri! — Si china, allunga la piccola testa verso il principe e lancia la proposta: — Qui, tra di noi, facciamoci un brindisi alla nostra salute e al buon umore. — Senza aspettar risposta alza la voce e ordina:
— _Monsieur_ Célestin!... Venga lo _Champagne!_ Il solito! Extra secchissimo!
Rosalino di Sant'Enodio, il capo eretto sulla figura classica, nota in Roncisvalle, rimane imperturbabile. Soltanto gli occhi brillano vividi seguendo il passo quieto di _Monsieur_ Célestin... Poi, dalla fluente, candida barba che alita al soffio delle parole, esce grave la sentenza:
— Solo all'arrosto, giudica il cuoco. Eccellente quel fagiano!
VIII.
— Eccoti la lettera di... mio marito. Leggi.
Giacomo sembra esitare.
— Leggi; devi leggere!
Maria è più pallida del solito... e più bella. Il fascino di soavità, di malinconia, soffuso intorno a lei dal suo dolore mansueto e rassegnato, è sparito. La sua espressione è risoluta, fiera, il sorriso amaro e ironico... ma è più bella. Una strana luce le illumina il viso. È ciò che teneva nascosto in fondo al cuore che le brilla, che le risplende negli occhi e che vibra in tutto il suo essere con un fremito di vita, con un impeto di sdegno e di rivolta!
— Leggi; devi leggere! Ho potuto e voluto risparmiarti la lettura di molte altre lettere simili e peggiori; ma di questa no, perchè parla anche di Remigia... E poi... perchè tutto ha un limite per le creature e per le anime, anche la bontà, anche la pazienza, anche la pietà!... Sai? Mi faceva pietà! Ero tanto sciocca e stupida da credere che quell'uomo dovesse soffrire lui stesso per la sua grande cattiveria!... Adesso no, basta! Lui continua, ma io ho finito! Adesso non mi desta più che ribrezzo, e orrore, ribrezzo e odio! Sì, odio, odio, odio! Sarò cattiva anch'io, la mia parte, che importa? Dio che mi ha sempre veduta e che mi vede nel cuore, sa che non ero fatta per essere cattiva! Mi hanno ridotta gli altri così, per forza! Ormai, peggio per loro! A te. — Maria gli dà la lettera. — Vinci lo schifo, leggi e regolati.
Il cuore di Giacomo batte violentemente, ma egli vuol conservarsi calmo e sicuro. Leva dalla busta e spiega i vari foglietti della lettera, che comincia con uno stile amabilmente scherzoso:
«Paolo e Francesca!... Precisamente: i due cognati, amanti, sono tornati di moda per opera dei poeti e degli istrioni e, in casa mia, si segue la moda!»
E continua, con altrettanto felice umorismo:
«Paolo, per altro, l'antico, il guerriero, non doveva nulla a Lancillotto; mio fratello, invece, il Paolo moderno, uomo di Stato, deve _a me_, il rispetto, l'affezione e la fiducia piena e cieca, della quale gli sono sempre stato prodigo. Deve _a me_, alla mia generosa, disinteressata e forse eccessiva acquiescenza, se è ancora lui solo, il _solo_ e dispotico padrone della _roba nostra_. La prima delle Francesche, da cui proviene l'onesta discendenza, ha portato in dote a suo marito dominî e castella... Sono troppo delicato per mettere i punti sugli _i_. Dirò soltanto, per concludere, che il Paolo e la Francesca di mia magione, aggiungono a tutte le virtù e alle amorose gesta dei due famosi capiscola, anche la più bella e graziosa ingratitudine!»
Il confronto seguita ancora per un pezzo e sullo stesso tono, ma Giacomo, corre in fretta con l'occhio attraverso le pagine e incomincia a leggere attentamente dove vede ripetuto il suo nome:
«... perchè non c'è dubbio! Dopo il mio ultimo colloquio con Giacomo, dopo le mie spiegazioni così franche, leali e confidenziali, se Giacomo fosse davvero quell'uomo di carattere saggio e prudente che vorrebbero far credere i suoi giornali, partito io, sarebbe anche lui partito subito da Villars! La gelosia di un marito è la prova più manifesta del suo attaccamento e della sua affezione, e per ciò, anche quando per un caso diverso dall'attuale è forse ingiusta ed eccessiva, è tuttavia sempre rispettata dalle persone serie e schiette, come riesce sempre gradita e cara ad una buona moglie, veramente innamorata e fedele!»
«Ma invece di partire, invece di distruggere i sospetti, — ed ogni sospetto è legittimo e sacro quando si tratta della propria moglie e del proprio onore, — Giacomo che fa?... Prudente, saggio, e sopratutto molto delicato, non si muove più da Villars, nè dalla _Tête-pointue_. Con tanti uffici, con l'Italia da fare e l'Africa da disfare, l'uomo importante, il grande lavoratore. Sua Eccellenza, insomma, che aveva già dichiarato di non potersi fermare in Isvizzera più di una quindicina di giorni, senza pericolo per la compagine dello Stato e per l'assetto dell'Europa, è tuttora in villa, a far vacanza!»
«Chi sta bene non si muove!» sentenzierebbe quella cariatide piena di buon appetito dello zio Rosalì! E Giacomo ci sta bene e non si muove più da Villars, perchè tu sei una donna civetta e leggera... e a provarlo, basterebbe, fra cento altri, il solo fatto di Bex! Credi che io non abbia capito tutto? Mi fai anche l'onore di credermi un imbecille?... Ma quel falso tisico sentimentale, perchè è proprio partito... poche ore dopo che io sono arrivato?»
«Ricordati per altro, e ricordati bene: io posso tutto sopportare, ma il ridicolo, no! Spezzato il cuore, voglio che il mio onore resti intero e intatto. Costretto a partire improvvisamente per Parigi da affari gravi, che si potranno conoscere solo più tardi, farete tutti, al mio prossimo ritorno, quanto io giudicherò necessario, ispirato, come sempre, dai miei sentimenti morali e dalla rettitudine della mia coscienza, per la serietà e per la dignità del mio nome!»
«Vita nuova e bando alle commedie vecchie! Quella cara gioia di tua sorella Remigia offre in questi giorni un'altra prova della bella gratitudine dei tuoi parenti a mio riguardo, recitando da ingenua — oh, che santa ingenuità! — in una vostra commedia altrettanto vecchia quanto inverosimile! Fingere gli amoretti con la nubile, sino al punto, magari, di comprometterla e di perderla irrimediabilmente, per coprire gli amorazzi con la maritata! _Oh, connu le vieux jeu! Très connu, ma chère!_ Non è più nemmeno del vecchio Sardou! È del nonno Scribe!...»
E così via via, sempre nello stesso tenore, la lettera di Luciano, volgare e ingiuriosa, piena di boria e di alterigia, riempie sei pagine fitte.
Figurarsi! Quando egli l'aveva scritta era appena stato messo alla porta, per tutto un giorno, da Fanfan! Il re della glicerina, aveva condotta al _Bois mademoiselle_ Trécoeur, per farle ammirare il suo nuovo _four in hand_. Luciano, è vero, aveva detto e gridato «non voglio»; ma appunto per ciò, Fanfan Trécoeur gli aveva risposto tra due colpetti di tosse, non autentica:
— Non voglio?... Allora vado. Sai che il «non voglio» _in casa mia_, è fuori di corso!
Ed è andata! È andata al _Bois_ in un giorno di vento! E quel ciarlatano d'un dottore, pagato venti franchi per visita, lo ha permesso! E quella celebre mummia inverosimile del maestro Coccardè, coperto di biglietti di Banca e mantenuto a brodo di _Champagne_, non ha protestato! La salute, la voce, quando si tratta di _mister_ Kennet, sono a prova di bomba!
— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da nessuno, da nessuno!
Luciano corre a rinchiudersi nella sua stanza, disperato, furente e sfoga la rabbia e la gelosia contro _mister_ Kennet e Fanfan scrivendo a sua moglie.
— Ah, per Dio! Con mia moglie sposata senza un soldo, avrà corso il «non voglio!» e a dispetto di mio fratello!... Ah! Ah! Povera Eccellenza! A tu per tu con una donna deve essere più Giuseppe che Paolo! Ci vuol altro talento ed altro spirito per saper sedurre una donna!... Ma la simpatia, fra que' due, c'è... dunque, l'intenzione, ci sarebbe!... In famiglia! Tra cognati! Quanta immoralità! Che pervertimento!
Giacomo, quando ha finito di leggere la lettera, la ripone lentamente nella busta, poi la rende a Maria dicendole cupo, senza guardarla in faccia:
— Avevo già fissato di partire domattina da Villars.
Maria, a queste parole, è scossa da un tremito: la luce de' suoi occhi sembra spegnersi a un tratto.
— Domattina? — ella ripete con la voce rotta, alterata. — Avevi già fissato di partire domattina?
— Sì, — risponde Giacomo, sempre a testa bassa, sempre senza guardare Maria, ma con una viva espressione di dolore, con una grande e affettuosa tenerezza. — È necessario. Necessario per me, per te, per tutti. E dopo questa lettera...
— Questa lettera è una... infamità! Nient'altro! — Maria cerca di soffocare un singhiozzo disperato, premendosi le due mani alla gola.
— È un pugno di fango scagliato da un delinquente pazzo, ma che è caduto fra di noi, per separarci! — esclama Giacomo dolorosamente. A lui pure un singulto secco, senza lacrime, sembra rompere il petto. — Non posso più fermarmi qui, dove ci sei tu! Non dobbiamo più trovarci insieme.
Maria fa un passo istintivo, protende le mani come per trattenerlo... poi subito lascia ricadere le braccia, e si guarda intorno con gli occhi velati, smarriti, mentre le labbra smorte, agitate da un tremito convulso balbettano parole che non si possono afferrare.
Come sarà vuoto Villars e desolato... Come sarà vuota la sua vita... e desolata!
— Più! Mai più!
Che cosa «mai più?»... Ciò che a poco a poco, grado a grado, lentamente, ma ineluttabilmente, le aveva riempita l'anima, il cuore, la vita, senza che ella nemmeno se ne fosse accorta! Oh, adesso sì! E come se ne accorge, adesso! Come lo sente adesso, nel momento che questo suo bene immenso, che la sua felicità, l'estasi, il sogno, si cambiano in dolore!
— Più! Mai più! — balbetta ancora la povera donna, poi reclina il viso nelle mani e tace.
Restano lì, soli, lungamente, in quella parte deserta del giardino, senza parlare.
L'ombra degli alberi si fa densa e fredda; si appressa la sera; Maria, ad un tratto, alza il capo, come sorpresa e atterrita, fissa Giacomo a lungo con le pupille dilatate, poi si riscote rabbrividendo, alza il bavero, si avvolge nella mantiglia di pelliccia e si avvia per uno stretto sentierolo, che sale dolcemente la collina fra due siepi alte e folte. Giacomo le tien dietro, sempre a testa bassa.
Il silenzio è profondo. Si sente appena lo scricchiolare dei piedi sulle foglie secche e il leggero cinguettìo di due pettirossi che si rincorrono nella siepe in cerca del ramo su cui addormentarsi, vicini vicini.
— Oh, come sono liberi di volersi bene, que' due piccoli uccelletti! — pensano insieme Giacomo e Maria. — E noi, dobbiamo soffocare persino i nostri sospiri!
A un tratto Maria si ferma, risoluta a parlare e si volta: si ferma anche Giacomo: si guardano fissi; ma non osano dirsi ciò che hanno nel cuore.
_Cìo cìo! Cip cip!_ continuano intanto nella siepe i due pettirossi, vezzeggiandosi, inseguendosi, rispondendosi l'uno all'altro: _cìo cìo! Cip cip!_
Maria fa un atto doloroso col capo... si volta, comincia a salire. Il suo passo è più lento, più affaticato... Giacomo le tien dietro, gli occhi fissi sulla bella persona di lei, ansando, spasimando.
Non parlano, non si dicono una sola parola, ma Giacomo e Maria, in quel punto, rivolgono a sè stessi la medesima domanda: — Se fosse possibile, se il poterlo fare stesse in me, vorrei tornare come prima... e non soffrire più?...
Tutti e due, al cuore che fa la domanda, rispondono col cuore, che prorompe palpitando — no!
E tutti i pensieri dell'uno e dell'altra sono gli stessi; sono mute le labbra, ma le anime parlano fra di loro.
« — Così ignoti, prima, l'uno all'altro, come abbiamo fatto a conoscerci?... Così lontani, l'uno dall'altro, come abbiamo fatto ad avvicinarci?... _Quando è stato?_ Dopo la lettura di quella lettera? Dopo il loro colloquio di quella mattina stessa?... Fino da Bex?... Da Napoli?... Prima, prima! Ancora prima, fin dal primo giorno!... Ma quando fu _il primo giorno?_... Quando si sono conosciuti, appena si sono veduti e prima ancora, ancora!
L'ora presente, non è quella che fugge, è quella che resta nell'avvenire e che suscita nel passato colori e immagini.
Egli parte; non si vedranno, forse, mai più!...
Che importa?... Come in quell'ora e per quell'ora, si sentiranno sempre vicini, si sentiranno sempre uniti. Quando due anime si amano, il mondo non ha spazio abbastanza per tenerle tanto lontane... da non sentirsi più!
Finito il sentiero, Giacomo e Maria sono giunti sulla cima alta e rocciosa della collinetta, che spunta come uno scoglio tra il verde degli abeti.
Il sole, è appena tramontato. Sull'orizzonte, ancora una grande striscia rossa, di fuoco, la bocca accesa di un vulcano, rompe la nuvolaglia nerastra, che, a mano a mano illanguidisce, si restringe, sparisce dietro un immenso tendone nero. Il vento soffia d'improvviso e agita gli alberi sottostanti: una raffica diaccia spazza la cima sollevando un nugolo di polvere e di foglie secche. Poi la quiete profonda e di nuovo il silenzio. Più giù, in fondo alla valle, poi sul dorso delle colline, cominciano ad apparire, sparsi qua e là, i villaggi illuminati, come campi di lucciole immote. L'albergo vicino, con i vividi occhi delle sue cento finestre, sembra un'apparizione fantastica...
Maria, per la prima, rompe quel lunghissimo silenzio:
— Domani, a quest'ora, dove sarai?
— A Ginevra.
— E dopo?... A Bologna, o subito a Roma?
— A Bologna, per due giorni, poi a Roma.
— E con Remigia?... Con mammà?... Dopo quanto è successo oggi, come farai?
— Remigia, sarà contentissima di sposare Totò, e contenta l'Idola, sua madre sarà felice!
Maria fa un sospiro, riprende il sentiero e comincia la discesa: Giacomo la segue vicino vicino, più vicino: la sente, la respira, l'assorbe con l'anima e con i sensi!
Il vento ricomincia: muove le cime alte; fischia nelle siepi. I due pettirossi non si sentono più. Maria li ricorda... ci pensa. Giacomo non pensa che a Maria, non sente che Maria.
Fanno così tutta la lunga discesa senza mai fermarsi, senza mai voltarsi. Si fermano insieme, simultaneamente appena giunti al piano, in giardino; e insieme, con un moto simultaneo, si prendono, si stringono la mano convulsamente, disperatamente. Le due facce pallide, smorte, sono contratte, rigate di lacrime.
— Sempre?...
— Sempre.
Maria va difilata verso l'albergo. Giacomo s'indugia ancora nel giardino, nel bosco.
Si fa più buio; le ventate sono più frequenti e più forti.
Giacomo ha bisogno di camminare, di essere solo... e di camminare! Più che commosso, è agitato e stordito. Le lacrime non si sono ancora disseccate sulle sue guance, eppure in quel momento si sente felice e forte. Tutto il mondo è suo! Ha bisogno di essere solo, di camminare e di pensare... Di pensare, appunto, alla propria felicità.
— Com'è stato?...
Il cuore, l'amore, hanno preso in lui il sopravvento, così d'improvviso, inaspettatamente. Proprio come una forte ondata, un colpo di mare, che lo ha travolto, che lo ha portato con sè!
— Amo! Amo!... L'amo e sono amato!
Poi guarda verso l'albergo e ripete a Maria, col sorriso di un fanciullo innamorato, mentre i suoi occhi si riempiono ancora di lacrime, ma non di dolore, questa volta, lacrime di gioia e di infinita tenerezza:
— Ti voglio bene! Ti voglio bene! Cara, cara, cara!
... Si ferma sussultando: dal sogno alato, ripiomba nella realtà:
— Non la rivedrò forse più!
La lettera di Luciano gli corre tutta in mente:
— Devo partire! Non devo rivederla più!... Ma sono amato, sono amato e posso amarla!... Cara! Cara! Cara!
Oh, quella lettera, quella cattiva lettera!... Non può scacciarla dalla testa!
— Canaglia! Canaglia! È la lettera di un pazzo e di una canaglia!
Crolla il capo, dà un'alzata di spalle: non vuol vedere altro che luce, altro che Maria e la chiama ancora con tutta l'anima, con tutta la passione: — Maria! Maria! Maria! — Ma la lettera maledetta è sempre lì, dinanzi a' suoi occhi, sempre lì chiara, lampante, parola per parola!
— Paolo e Francesca!... Ebbene... Sì, è così; è vero! Paolo e Francesca! Al diavolo la lettera, mio fratello, la duchessa, tutto il mondo! Sì! Sì! Sì! Paolo e Francesca! È la mia vita, è la mia felicità!
Si volta, esce dal bosco, entra nel giardino e tra la furia del vento e un chiarore freddo e sinistro di bufera imminente, fa qualche passo verso l'albergo, cercando, tra le finestre illuminate, la finestra di Maria e guardandola, fissandola, con un desiderio che è smania, febbre, disperazione!