La moglie di Sua Eccellenza

Part 12

Chapter 123,701 wordsPublic domain

Ma più che tutto egli l'ha contro Remigia. Veramente, Remigia, non ha mai fatto altro che parlare, scherzare e ridere, quando lui aveva voglia di parlare, di scherzare e di ridere... Veramente, non è stata lei a cercar lui, ma è stato lui a cercar lei, per salvare le apparenze, per mettere al riparo Maria da ogni possibile cattiveria di Luciano. Ma ciò, che importa?... Più che contro gli altri, Giacomo è irritatissimo contro Remigia... Perchè... Ancora egli non sa, non vuol rendersene conto, ma sono proprio quegli occhi neri e cari ch'egli ha fissi in mente e in cuore, sono quegli occhi adorati in cui ha appena intravisto un lampo di gelosia fra un tremolio di lacrime che eccita la sua avversione, la sua collera, contro quella piccola monella che ride sempre, contro quella piccola... così piccola e bionda!

D'improvviso sente bussare all'uscio: _toc-toc!_...

— È lei! Remigia!... — borbotta Giacomo stizzito. Intanto le darò la prima lezione: le farò capire che non è affatto conveniente che una giovinetta, una ragazza, venga così sola a cercarmi nel mio studio...

— _Toc-toc!_...

— Avanti!

Si apre l'uscio; ma non è Remigia: è un cameriere del primo piano.

— Scusi, eccellenza: Missis Eyre domanda di poterle parlare un momento.

— Dov'è?

— Qui. Aspetta nel corridoio.

— Ditele di venire.

Il D'Orea avrebbe fatto a meno tanto volentieri di quella visita, tuttavia corre fin sull'uscio tenendolo aperto con la mano:

— Venga! Venga! Missis Eyre!

Si sente il passo pesante e marziale, poi la colonnellessa si presenta sulla soglia, corrusche le pupille, guerresco l'atteggiamento.

— Perdonate, onorevole, ma ogni _pacienza_ ha un limite!

— Entrate, missis. Accomodatevi!...

Giacomo chiude l'uscio e spinge una poltroncina dinanzi alla vecchia signora.

— Grazie! — Missis Eyre resta in piedi.

Giacomo la guarda: è più verde del solito; è fremente.

— A che devo l'onore, signora, di una vostra visita?

Missis Eyre non può parlare. Le sue labbra hanno un tremito... le tremano gli zigomi sporgenti e le rughe lunghe e fonde delle guance, le tremano la punta del naso e la bazza: è il pianto che non riesce del tutto a soffocare.

— Signora!... Ma signora!... Che cosa mai le è accaduto?...

Giacomo, ad onta de' suoi nervi e delle sue collere, ha soltanto paura che gli scappi da ridere. — Si calmi; s'accomodi! — L'obbliga a sedere. — Mi dica che cosa è successo. Qualche brutta notizia?

— Brutta... azione! — risponde la missis, appena può parlare. — Non brutte notizie, grazie a Dio!... Non si può più vivere! Non si può più reggere!... Credete, onorevole, anche a volere, non si può più aver la forza di star _cito!_

— Dunque parli, dica!...

— Ogni _ciorno_ una nuova invenzione. Ogni _ciorno_ si prepara un nuovo _cabalo_ contro...

— .... _Cabala?_...

— Un nuovo cabala contro di me! È una persecuzione e un'_inciustizia_. Voi, onorevole, siete _ciusto_. Oh, sì! Anche in Inghilterra si scrive questo! Parlate voi, oppure devo finire oggi stesso la mia _stacione_ di Villars, e sarebbe terribile! Mi hanno risposto da Villa d'Este, che Cernobbio tutti arrosto; caldissimo! I pesci _cocono_ in lago!

Giacomo non ha più paura che gli scappi da ridere; ha paura, invece, che gli cominci a scappare la pazienza.

— Spiegatevi, dunque, cara signora. Che devo fare? A chi devo parlare?

— Sapete che cosa, di nuovo, ha escogitato quella vostra giovane cognata, o giovine parente che mi ha _ciurato_ la morte?

— Chi?... la duchessina Remigia? — domanda Giacomo, vivamente.

— Sì, la duchessina Moncavallo, che ha preso a perseguitarmi fino dall'anno passato!

— La Piccola? Oh! Oh! — Giacomo fa un risolino più meditato che spontaneo. — Se la Piccola ha commesso mancanze, la metteremo in castigo!

— Ha inventato, adesso, per farmi diventar matta, i bubbolini, e i bubboloni!.. Ha fatto venire espressamente da Aigle per i suoi cani due sonagliere, una acuta, squillante, l'altra bassa e fessa: _din-din-din: don-don-don!_ Io non ho più quiete, non ho più riposo! Sono ammalata di emicrania e di nevrastenia! Il mio corridoio, non è più un corridoio, è la strada pubblica di Cernobbio, di Carate! Tutto il _ciorno_, tutta sera: _din-din-din: don-don-don!_ Un continuo corso di carrozze!

Giacomo, contentissimo di cogliere quest'occasione per poter mostrare a tutti com'egli consideri Remigia ancora una bambina, più che una ragazza, e come la tratti ancora da vera monelluccia stordita e cattivella, esclama allegramente, stringendo la mano a missis Eyre per calmarla e per rassicurarla:

— Subito, ve lo prometto; i cani non avranno più bubbolini, nè bubboloni!

— Dite voi, che questo è _proibitissimo_ in un _hôtel!_ Voi siete un vero gentiluomo, perfetto e _ciusto!_ Invece il signor Trüb è un esoso ingordo di tedesco villano, che pensa soltanto a far pagare!

Il D'Orea continua a ridere.

— La duchessina Remigia, io non la chiamo mai altro che la Piccola, perchè ha sempre dieci anni! Non è cattiva, ma è un demonietto viziato dalla mamma! Oh le _idole_, sempre così... Ma non dubitate, il troppo è troppo e voi avete ragione: basta _din-din_, basta _don-don_. Questa volta la faremo stare a dovere!

La colonnellessa è gongolante; la sua faccia cambia di colore: diventa quasi rosea.

— Oh, il _Times_ ha detto bene! Siete un ideale di _ciustizia!_ Grazie anche a nome di Mister Eyre!

Giacomo suona: si presenta il solito cameriere.

— Chiamate uno dei servitori, o meglio la cameriera della duchessina, o il maggiordomo! Insomma, qualcheduno di sopra! Subito!

Il cameriere è appena uscito, quando si presenta un nuovo personaggio:

È il capitano Zaccarella in persona. Ma dinanzi a Sua Eccellenza — e specialmente in quei giorni per la prolungata assenza del padrone e il relativo vuoto di cassa — egli non è più l'uomo del comando e del meneimpipo; diventa anche il capitano, come un altro qualunque signor Trüb, l'uomo delle riverenze. Ossequi al signor commendatore, ossequi a missis Eyre, poi, sempre ossequiosissimo, spiega la sua venuta:

— Il maggiordomo è andato a Bex con la Carolì; al momento, non c'è nessuno di sopra. Vengo io a vedere, se mai posso servire in qualche cosa il signor commendatore...

— Bravo! Lei! Proprio lei! — Giacomo non ha mai avuto in grande simpatia il signor Zaccarella, ma non lo può addirittura soffrire quando diventa umile e strisciante. — Proprio lei! Mi faccia il favore di eseguire questo mio ordine preciso: faccia levare, subito, il collare con la sonagliera ai due cani della duchessina; e se mai la duchessina si opponesse, per chiasso o per davvero, le dica che io, proprio io, desidero così, perchè l'undecimo comandamento dice: non seccare il prossimo, cioè la gente che vive nella tua stessa locanda.

— Non dubiti Eccel... — il capitano si corregge a tempo. — Non dubiti signor commendatore.

— Le _idole_ sono la gioia, ma anche il tormento delle famiglie! — ripete Giacomo in tono di scherzo, per mitigare l'asprezza delle sue parole.

Ma nessuno più l'ascolta. Il signor Zaccarella è già sparito: quando c'è un ordine di Sua Eccellenza, egli vola come il vento; in questo caso poi è stato anche più veloce, perchè gli preme di riferire a Remigia quanto è successo. Dacchè ha potuto subodorare in lei una possibile futura ministressa, il capitano, soffocata l'antipatia e dimenticati gli affronti, si è subito schierato fra i servitori più devoti e più zelanti della piccola padroncina! E missis Eyre... Missis Eyre pure è uscita in fretta, è corsa sui passi del signor Zaccarella, dimenticando persino di rinnovare i ringraziamenti all'uomo _ciusto_.

Ella vuol divertirsi, vuol godersi la scena. Vuol assistere, tenendosi nascosta dietro l'uscio della sua camera, al dispetto e alla rabbia della sua nemica.

— Ah! Ah! Vien per ciascuno il suo _ciorno!_ È venuto, finalmente, anche per quella peste, per quella _diavolo!_

VII.

Giacomo, rimasto solo, torna serio e triste. Si preme forte con le due mani alle tempie; inghiotte un bicchier d'acqua nel quale ha sciolto due cucchiaini colmi di bicarbonato.

— Appena un'inezia mi agita, m'inquieta, subito la testa e lo stomaco si fanno sentire!... Maledetti crampi!

Si guarda attorno nel salotto, sospirando con un senso di rimpianto:

— Stavo così bene! Non mi sono mai sentito tanto bene come in questi giorni!

Si avvicina lentamente alla scrivania: quanta roba vi si è ammucchiata!... E quanto tempo che non lavora più! Che non fa più niente!

Egli guarda quasi con ispavento tra quel monte di libri, di fascicoli, di lettere...

— Quante lettere! Mi ci vorrà una settimana soltanto per rispondere a tutte queste lettere!

Non ha più lavorato, non ha più fatto niente!... Altro che il _tennis_, le passeggiate, giocare, scherzare come un ragazzo!... Anche la relazione da presentare alla Camera dorme da un pezzo!

— Vivaddio! Bisogna ricominciare a far qualche cosa e bisogna ritornare un uomo serio! Ha ragione Maria! Io non ho fatto altro che perdere il mio tempo, e arrischiare magari di perdere anche un po' la mia riputazione... di uomo di Stato, facendo lo stordito con la... Piccola!

Pronunzia «la Pïccola» non pensando più a Remigia, pensando, invece, a Maria: vedendo Maria, gli occhi e il viso di Maria quando parla e quando sorride... Quando sorride con le due piccole fossettine agli angoli della bocca...

— Lavoriamo! Lavoriamo! Bisogna rimettersi a lavorare!

Siede alla scrivania, prende una lettera, la prima che gli capita sotto mano, comincia a leggerla, poi, quando sta per voltare il foglio, si ferma:

— Chi sa Remigia come risponderà alla grave ingiunzione del signor Zaccarella... Forse sono stato un po' troppo deciso... Mi sono lasciato trasportare dalla collera... Sia pure! Tanto meglio! Così avrò messo più chiaramente le cose a posto e ciò servirà di lezione per la figlia e per la madre!... Tutto questo dev'essere un giuoco della madre!... Remigia, penserà forse anche a me, come penserà forse a Totò, al bell'Apollo, a Marco Danova, come ad un marito qualunque! Remigia non pensa che a maritarsi e ha ragione! Per quanto non lo si direbbe a vederla, ha già passato i vent'anni e se ha fretta, lei, come lei, non ha torto! Ma io, come io, per altro, sono stato tirato in ballo, proprio fuori di proposito! Il cuginetto! Il cuginetto! Faremo ritornar subito a Villars, il buon Totò!

Finisce di leggere la lettera, sta per aprirne un'altra... ma si ferma guardando verso l'uscio; sente avvicinarsi il _tic-tac_ di passettini leggeri...

La Piccola che viene infuriata a protestare?

No. Il leggero _tic-tac_ si allontana e si perde nel corridoio.

— Forse col mio ordine perentorio al signor Zaccarella, sono stato troppo energico! Avrei forse dovuto parlar io, direttamente, pregare Remigia con le buone. Se ho sbagliato, poco male; farò le mie scuse. Per una volta tanto dev'essere perdonato a tutti un atto anche un po' impetuoso! Chi è che non perde mai la pazienza a questo mondo?... Lavorare! Lavorare! Cerchiamo di lavorare senza più pensare ad altro!

Ma lavorare... non può. I crampi si fanno sempre più forti! S'allunga sulla poltrona e intanto pensa fra sè:

— Anche la duchessa madre, con la sua grande idolatria, che madre balorda! Purchè ci siano quattrini, aguzza ansiosamente i suoi occhi di suocera, tanto su Marco Danova, emerito imbroglione, quanto su di me, un uomo quasi vecchio e malandato in salute. — E Remigia? Anch'ella, forse, o l'uno o l'altro, indifferentemente, purchè uno ci sia! Ma Remigia, chi sa? Non ha ancora un'idea netta, precisa del matrimonio. Intelligente e assai vivace, ma in certe cose io la credo ancora... pochissimo edotta! Se così non fosse, sarebbe più cauta, più guardinga e non giuocherebbe al matrimonio a occhi chiusi!

Alza il capo, passa la mano sulla fronte: è un po' inquieto.

— Chi sa che cosa avrà risposto al signor Zaccarella?.. Io l'ho proprio mandato al fuoco, il capitano!... È vero che ambasciator non porta pena! L'ira della figlia e quella della madre, specialmente, si scateneranno sopra di me! La madre, stasera: quella non si scomoda mai, nemmeno per montare in furia, e aspetterà l'ora del pranzo per assalirmi!... Ma la Piccola?... Certo! Piomberà qui come una saetta!

Giacomo continua a stare attento e a tener fissi gli occhi sull'uscio, come se dovesse spalancarsi da un momento all'altro! Invece, niente. Passa più di un'ora... niente. Nessun rumore di voci o di passi nel corridoio.

Giacomo suona, e fa venire il signor Zaccarella.

— Così?...

— Eseguito l'ordine appuntino, onorevole signor commendatore!

— Mi dica soltanto signor D'Orea! Si guadagna tempo tutti e due! La duchessina Remigia è andata in collera?

— Oh! Tutt'altro! Appena ho espresso il desiderio di vostra... signoria... Ubbidientissima, docilissima, ha levato ella stessa le sonagliere a _Din_ e a _Don_. Soltanto devo aggiungere, per la verità, che missis Eyre ha voluto abusare della vittoria e ha avuto torto.

— In che modo?

— Ha detto forte dall'uscio della sua stanza ad una delle cameriere dell'albergo, e in modo di essere udita anche dalla signora duchessina: — ho parlato io con il padrone della carovana e d'ora in poi, cani e gente, cuccia lì, e tutti _cito!_

Giacomo s'alza di scatto:

— Vecchia stupida, villana! E la duchessina Remigia?

— Niente! Non ha risposto niente! È diventata pallidissima, è corsa subito in camera sua, senza pronunziare nemmeno una sillaba! Ma poi, dopo...

— S'è sfogata con sua madre?

— S'è messa a piangere. Ho visto adesso la contessina Carfo: — Remigia, — m'ha detto, — continua a piangere!

— Farò io le scuse alla duchessina Remigia, anche per quella vecchia insopportabile!

Giacomo, più ancora che addolorato è mortificato; sente il bisogno di giustificarsi persino col signor Zaccarella. — Ha visto anche lei! L'avevo qui da mezz'ora a farmi la testa come un cestone di ciarle, di lamentele! Io ho perso la pazienza e capisco di aver oltrepassata la misura! Ho dato... ordini, che non avevo alcun diritto di dare! — Stende la mano al signor Zaccarella. — Anche lei, scusi la mia... troppo imperiosa vivacità.

Il signor Zaccarella non osa stringere quella mano che tiene in pugno tanti milioni: la tocca, appena con due dita, religiosamente. Poi guarda Sua Eccellenza con la coda dell'occhio, riflettendo, esitando... È forse giunto il momento opportuno di dirgli ciò che gli sta in cuore da un pezzo?... Fino da... Da quando, insomma, ha visto che la barca di Don Luciano, cominciava a far acqua!

— Vorrebbe ascoltarmi, signor commendatore, un momentino?... Ecco qua: missis Eyre è stata imprudentissima verso la signora duchessina; ma anche la signora duchessina, sa distinguere benissimo le persone e i loro atti: lei rimane nel suo giudizio e nel suo cuore, quello che è, luminosamente! La signora duchessina ha per lei una grande ammirazione e un'affezione troppo ben radicata! In quanto a me, _de minimis_... diremo, ma io ho sempre considerato il signor commendatore come... il superiore... come il mio vero padrone e ho sempre ambito l'onore di poterla servire direttamente! Quante volte prima di eseguire certi ordini perentori, avrei voluto interrogarla, avvertirla, signor commendatore, se non altro, per scarico mio! Stamattina stessa, per esempio, io ho ricevuto una lettera da... Parigi... — Si ferma, aspetta per proseguire una parola d'incoraggiamento; ma il signor D'Orea, che ha accolto lo sfogo del capitano con molta freddezza, lo guarda... e non fiata, suonando il tamburello sulla scrivania, col tagliacarte.

Il signor Zaccarella si passa una mano sui capelli a spazzola... fa un grosso sospiro per mostrare la propria esitazione: l'altro, niente. Con la faccia sempre immobile e muta, continua a suonare il tamburello...

— Per esempio, con la posta di stamattina, io ho ricevuto una lettera di don Luciano...

— Oh! Oh! Scrive?... Mio fratello ha imparato a scrivere?... Una volta non sapeva altro che telegrafare!

— Telegrafa sempre, ha telegrafato anche ieri, quando si tratta di affari, di danari. Quando, invece, si tratta di cose delicate, cose di famiglia, riguardanti specialmente donna Maria, allora scrive...

Giacomo sussulta; diventa rosso in viso.

— E che scrive?

Il capitano, sparato il colpo, si ritira un passo indietro:

— Io non so poi... Faccio bene o male a parlare? In ogni modo, se il signor commendatore mi autorizza a farlo....

— Ah, no! — Giacomo s'è subito rimesso. — Questa autorizzazione ella non può averla da me, ma dalla sua coscienza! È la sua coscienza, soltanto, che deve imporle di parlare o di tacere!

— Allora parlo! — risponde pronto lo Zaccarella che dinanzi a tanta diplomazia non vuol perdere l'occasione. — La mia coscienza, mi dice di parlare! Sarà di me quel che sarà! Perderò la stima del signor commendatore, perderò la fiducia e la protezione di don Luciano, perderò il pane, ma il signor commendatore sarà stato avvertito di tutto, e in tempo.

Giacomo rimane impassibile, ma il suo cuore batte violentemente.

— Il _Credito Lionese_, ha versato a Don Luciano, in queste ultime settimane soltanto a Parigi, la somma di cento e settantamila franchi, e si chiedono nuovi fondi.

— Bisogna provvedere.

— Con l'autorizzazione del signor commendatore?

— Sì.

— E senza limiti di cifra?

— Senza limiti, per ora. Soltanto ella mi terrà informato di ogni nuova richiesta!

— Sarà fatto, scrupolosamente!

Se non fosse increanza, il capitano si darebbe una fregatina di mani sotto gli occhi stessi di Sua Eccellenza! In fatti con quell'ordine esplicito «mi terrete informato di ogni nuova richiesta» egli fa il primo passo: si mette sotto gli ordini di Sua Eccellenza, buttando a mare don Luciano!

— E d'altro, che c'è?... Che c'è di... delicato, che riguarda la famiglia? — È questo che preme di sapere a Giacomo; non gli affari del _Credito Lionese!_

— C'è, signor commendatore, che stando agli ordini di don Luciano io gli dovrei sempre riferire giornalmente e minutamente tutto ciò che succede... a Villars.

— Perchè non lo fa?

Il signor Zaccarella lancia un'occhiata a Sua Eccellenza.

— Non mi sarò spiegato bene. In una parola, io dovrei fare la spia a tutti... e di tutto! Alla signora duchessa, alla duchessina, a donna Maria, a lei...

— Oh! Oh! Anche a me?...

— A lei, specialmente, e a donna Maria.

Giacomo sta in guardia; si frena e soggiunge freddamente, ironicamente:

— Ella sarà molto impacciato, credo, nel disimpegno di questo... ufficio di polizia. Come trovare... argomenti interessanti, su cui poter riferire?

— Appunto! — Il capitano increspa con un ghignetto il viso giallo, sbarbato. — Io riassumo quotidianamente il mio servizio d'informazioni in due parole: niente di nuovo! Ed è per ciò che don Luciano, comincia a sospettare anche di me!

— Sospettare?... Se ha sospetti, perchè non viene lui stesso a Villars, — e sarebbe ora, — a sincerarsi?

— Mi scrive, appunto, di volerlo fare, _ma quando nessuno se lo aspetterà_.

— Bravissimo! E comincia, intanto, per tener la cosa segreta, col dirlo a lei!

— Vorrebbe, — si figuri, — che io gli scrivessi perchè il signor commendatore ha prolungato, per tutto questo tempo, il suo soggiorno in Isvizzera!... Che cosa ne posso saper io?

— Oh, bella! — esclama Giacomo. — Per riposare e per godere il fresco!

— Ecco precisamente! Io ho risposto e rispondo sempre così; ma don Luciano non mi crede!... D'altra parte, per fargli piacere, io non posso inventare quello che non c'è... o sapere quello che non so! Egli vede, in ogni falsa nuova, magari anche in aperta contraddizione co' suoi sospetti, una finzione e una simulazione! Immagina inganni e raggiri così artificiosi e strani, che sono difficilissimi persino da raccontare! Ma ho appunto qui, con me, l'ultima lettera di don Luciano... Vuol vederla, per capacitarsi?

— Le serva di regola: le lettere del suo padrone, non devono mai uscire dalle sue mani.

— Il signor commendatore mi ha detto di ascoltare la mia coscienza, e la mia coscienza...

Giacomo lo interrompe:

— Basta così! La sua coscienza le deve imporre una cosa sola: scrivere a mio fratello di ritornare davvero e subito a Villars e d'ora in poi, di vivere sempre vicino a sua... alla sua famiglia. Così non avrebbe sospetti e farebbe meno debiti! Ho da lavorare. Buon giorno, signor Zaccarella!

Il capitano, bruscamente licenziato, se ne va mogio mogio, ruminando tra sè:

— Ho fatto bene?... Ho fatto male?... Forse sarebbe stato meglio dir lutto, anche ciò che pensa don Luciano, riguardo alla duchessina e al matrimonio. Ma come si fa?... Mi ha chiusa la bocca!... Sarà, come dicono, una gran testa, ma quanto a carattere, anche costui... ha un gran brutto carattere!

Giacomo non ha voluto vedere la lettera, ma ne ha indovinato, o press'a poco, il contenuto.

— Come ho fatto bene a stare in guardia e a evitare di trovarmi con Maria! Meglio, molto meglio andare incontro a qualche seccatura per via della Piccola. A questi pettegolezzi, più o meno innocenti e interessati, posso rimediare provvedendo alla dote e combinando il matrimonio con Totò. In fine Remigia è la sorella di Maria, è la cognata di mio fratello, appartiene alla nostra famiglia... Dunque, più che naturale, è doveroso il provvedere per metterla a posto!

Si alza e va alla finestra.

— Che bella giornata! Ha ragione il signor Trüb! Il settembre è proprio il mese migliore per Villars! Chi sa, laggiù a Bologna, che forno e che soffoco!

Rimane lì, a lungo, pensieroso, guardando i _Diablerets_, il _Gran Muveran_, _les Dents du Midi_ e sospirando: Addio Villars!

— Chi sa che cosa ci sarà veramente nella lettera di Luciano?... Quanta cattiveria e quanta bassezza! Mettere a parte un estraneo, quasi un servitore, di certi sospetti assurdi... iniqui...

Guarda ancora la valle ampia e popolata:

— Che bel verde limpido!... Mah!... Tutto ben ponderato, cattiveria da una parte, leggerezza e pettegolezzi dall'altra, bisogna proprio risolversi... Bel Villars, addio! Andiamo a fare le nostre scuse alla duchessina, sollecitiamo il ritorno di Totò, e poi, partenza per l'Italia! Torniamo al caldo, alle noie, al lavoro, per buscarci dell'asino e magari anche del ladro dagli avversari!... Oh quella politica!... Quella Camera!... I giornali!... Poter vivere, morire, sempre in campagna, in montagna, lontano, su su, a duemila metri da Bologna e da Roma!

L'ex ministro si sente infelice come un collegiale, l'ultimo giorno delle vacanze. Ma non è Villars, non è la bella conca verde e fiorita che egli rimpiange. Sono quegli occhi dolcissimi e profondi che lo hanno fissato sorridendo, dietro un velo di lacrime!

— Addio Villars! — dicevano le sue labbra. — Addio, Maria! — diceva il gemito del suo cuore angosciato.

Quando Giacomo D'Orea esce di camera per andare in cerca di Remigia, s'incontra nel corridoio con Mimì Carfo.

— Scusi, contessina!... Dove potrei vedere la sua piccola e dolce amica? Vorrei farle le mie scuse per essermi abbandonato — non so come — ad un impeto di eccessiva vivacità. Ma, si figuri, duchessina! Da mezz'ora io ero la vittima di missis Eyre e quella vecchia sciocca e balorda...

Giacomo s'interrompe, vedendo la faccia di Mimì, pallida, stravolta.

— Che ha?... Che c'è?

La giovane è riservatissima e timida, ma trattandosi di salvare l'amica dalle unghiacce di Re Faraone, prende tutto il suo coraggio a due mani:

— L'ho... contro di lei!

— Contro di me?

— È stato cattivo con Remigia! Molto cattivo!

Giacomo crede che Mimì si riferisca soltanto all'incidente delle sonagliere e torna a giustificarsi.

— Le dissi già che quella vecchia m'aveva fatto uscir de' gangheri! So anch'io di aver avuto torto! Andiamo da Remigia, e anche lei, da brava, invece di essere in collera mi aiuti a farmi far la pace!

— Remigia è a letto!

— È a letto?

— È stata malissimo. Basta, Dio mio, che non le venga la febbre!

Giacomo si spaventa:

— Io non ho colpa se quella vecchia... è pazza!

Mimì crolla il capo, dolorosamente: