La moglie di Sua Eccellenza

Part 11

Chapter 113,624 wordsPublic domain

— La Piccola carina, la Pïccola simpatica, è in collera con chi vorrebbe diventare il suo vice-papà?..

— Non dite che sono carina e soprattutto non dite che vi sono simpatica! Non è vero!

La voce non è irata; è tenera con un velo di lacrime... È la stessa voce di Maria!

Giacomo chiude un istante gli occhi, per illudersi e, irresistibilmente, stringe sotto il suo il braccio della fanciulla.

— ..... Si fa la pace?

Remigia volge su di lui gli occhi lucenti:

— Siete stato cattivo, cattivo! Tänto cattivo!

— E voi, forse, non siete stata altrettanto crudele, — Giacomo per burlare Remigia fa pure una lunghissima dieresi, — tanto crudële con la povera missis Eyre?

— Ma, in compenso, ha la vostra protezione! È nelle vostre buone grazie! È un onore che la rende più insolente e prepotente!

— Con missis Eyre, io non sono altro che... educato! Quando mi parla, rispondo.

— Con un'effusione! Con un'amorevolezza!...

Giacomo scoppia in una risata perchè vede che alla Piccola cominciano a spuntare le lacrime.

Remigia si ferma dinanzi a Giacomo, faccia a faccia, e afferrandogli una mano, gliela stringe supplicandolo:

— Cessate i vostri lunghi e teneri colloqui con quella bruttissima donna! Prego! Prego!... Vi prego!

— E voi, in compenso?...

— Prometto: inviolato il _Times_, incontrastato il possesso della sua poltrona, indisturbata la siesta e i pisoletti...

— E _Din_ e _Don?_

— Più _ciostra_ al terzo piano! Prometto e giuro!

Il D'Orea sorride mormorando:

— Piccola birichina! Idola... guastata!

Incomincia, tra il serio e il faceto, a fare la sua brava paternale, avviandosi, sempre passo passo, verso la parte più ombrosa del giardino, che si unisce al bosco e dove c'è un piccolo capanno alla rustica, nascosto fra gli abeti. Il sole che rompe la nuvolaglia spessa è scottante; l'aria pesantissima.

— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ Con questo caldo, sentir la predica per gli omaggi dovuti a missis Eyre! Almeno andiamo all'ombra!

— Andiamo pure all'ombra e sarà bene; ma dovete ascoltare la mia predica, ispirata da carità del prossimo. Pensate che la vostra vittima è una povera vecchia, sola, senza difesa, ridicola quanto volete...

— Antipatica! — interrompe Remigia. — Odiosissima!

— Antipatica sia pure!... Ma perchè, anche odiosissima?

— Perchè, perchè, perchè?... — Un lungo sospiro e un abbassar d'occhi peritoso. — Si può, forse, comandare ai sentimenti del proprio cuore? — La fanciulla, con una scrollata di testa che spande una ondata di profumo e dà un barbaglio di luce bionda, si fa forte e scaccia i pensieri che la turbano. — Entriamo un minuto a riposare? — Indica la capannuccia all'ombra degli abeti.

— Vuol piovere, per quanto il signor Trüb dica di no! — Giacomo segue Remigia tra gli abeti, entra nel chiosco dietro di lei e le siede accanto traendo un respiro.

— Ah! Si rivive!... Si riposa un po' anche la vista!

_Din_ e _Don_ arrivano di corsa, schivando appena, sfiorando, il fusto degli abeti, e si lascian cadere di peso lungo distesi dinanzi al piccolo usciolo, ansimando in fretta, con la lingua fuori, penzoloni.

— Povere bestie! — esclama il D'Orea. — Hanno fatto il chiasso come due monelli!... Non ne possono più!

Remigia non risponde. Osserva un rozzo e curioso geroglifico inciso sul troncone di cerro che sostiene, nel mezzo, il tetto della capanna: due cuori trafitti da una freccia e sotto un'iscrizione:

«_C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._».

Remigia legge lo scritto, a mezza voce, poi si rivolge a Giacomo:

— Che cosa vuol dire?

L'altro osserva a sua volta l'incisione e l'epigrafe:

— Vuol dire... l'amore! È chiaro! Due cuori attraversati da una freccia! Amore! Amore! — Poi, per mitigare la vivacità delle sue parole, e in omaggio al candore della fanciulla, si crede in obbligo di soggiungere, prudentemente: — È il ricordo di una passeggiata poetica di due giovani sposi.

Remigia, rimasta pensierosa, rilegge l'iscrizione con un tono più lento e più languido.

— _C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._ — Conclude ripetendo con un lungo sospiro e una lunga dieresi la grande parola: — Amöre!

Intanto, gli occhi e il pensiero di Giacomo, involontariamente escono dalla capanna e cercano fra i tronchi e i rami la bella figura bianca, alta e gentile...

— Ah _mon Dieu!_ — esclama Remigia a un tratto spaventata, correndo a nascondersi, a rannicchiarsi nell'angolo più buio della capanna: — Re Faraone!

— Perchè vi spaventate e perchè vi nascondete? — osserva il D'Orea, pur chinandosi a sua volta, con un moto istintivo.

— Se ci vede?... Se ci vede nella capanna?... Noi due insieme?... Soli?...

— Anche se ci vede, che importa? — ribatte Giacomo vivamente.

Ma Remigia, invece di calmarsi, è sempre più spaventata:

— Ci ha visti! Ci ha visti! Sono sicura! — Si tiene giù, acquattata, per terra.

L'altro comincia a seccarsi di tutta quella paura sciocca.

— Che importa, ripeto, anche se ci vede?... Che male c'è?

Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo sentiero che attraversa il bosco, si avvicina alla capanna, diritto e duro.

In quel punto non c'è altra strada, per tornare alla _Tête-pointue!_ E anche _Din_ e _Don_, sempre festevoli e mansueti, si mettono, proprio quel giorno, a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa dinanzi all'uscio, guardando con evidente sforzo da un'altra parte, si rizzano ringhiando: quando è passato, gli corrono dietro alle calcagno, abbaiando. Ma il Danova continua a camminare diritto, duro, senza voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno.

— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso, mentre Remigia ripete costernata: — Ci ha visti! Ci ha visti!.

— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi! Ecco tutto!

Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del Danova, dallo spavento di Remigia, da tutta quella scena. Esce dalla capanna, chiama _Din_ e _Don_ con quanto fiato ha in corpo: _Din_ e _Don_ ritornano, frullando il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre senza voltarsi.

— Che balordo!... E che villano!

Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di non voltarsi, di non voler vedere?... Non voler vedere che cosa?... E che cosa possono mai supporre... di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, che può essere sua figlia? Che considera come sua figlia?...

— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_

— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche contro il Danova, si sfoga con Remigia sola, per tutti e due. — Finitela di fingere spaventi ridicoli, che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze possono servire di pretesto... alla cattiveria! Su, alzatevi! Venite fuori; legate i vostri cani e torniamo subito all'albergo! Facciamo presto!

Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il guinzaglio che s'era avvolto attorno alla vita e lega _Din_ e _Don_ che fiutano la burrasca e interrogano la padroncina con gli occhi inquieti.

— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!...

Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero tra gli alberi folti, tenendo al guinzaglio _Din_ e _Don_. Giacomo la segue, sempre brontolando, e pensando all'impressione che avrebbe potuto ricevere Maria vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a passare in quel modo!

Ritorna a sfogarsi contro Remigia:

— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece di tanto spavento, bisognava chiamare il Danova, costringerlo a voltarsi e farlo entrare!

Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende il guinzaglio con le due mani, tanto _Din_ e _Don_ tirano forte per trascinarla verso l'albergo.

— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche voi? Perchè non siete uscito voi, a chiamarlo e a salutarlo?...

Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dalla giustezza dell'osservazione; ma appunto, perchè non sa che cosa rispondere e perchè sente d'aver torto, s'irrita ancor di più, internamente, e si mostra ancor più nervoso.

— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un gran balordo e un grande villano!

_Din_ e _Don_ danno una forte strappata al guinzaglio facendo voltare Remigia: ella passo passo, si lascia trascinare dai due cani, allungando, stirando le braccia.

— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un sorrisetto compassionevole.

Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto sentieruolo.

A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia, uscendo dal bosco, entra nel giardino dell'albergo, si ode la voce della duchessa Cristina, che, scorta la figliuola da lontano, le muove incontro, chiamandola:

— Idola!... Idola cara!

— Addio, mammà!

— Finalmente!... _Mademoiselle_, lo zio Rosalì, ti cercano!... Dove sei stata tutto questo tempo?... Ero inquietissima!

— Sono stata nel bosco, mammà, con _Din_ e _Don_ a cercare i fiori di genziana! Non ne ho trovato nemmeno uno!

— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta l'Idola, l'abbraccia con trasporto, come se ritornasse da un viaggio o dall'aver corso un grande pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia! Perchè sei andata così lontano?... Sola soletta?...

La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quel punto, esce dal bosco e si avvicina lentamente, tenendo nelle mani l'ombrellino e il ventaglio che Remigia aveva dimenticato nella capanna.

La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una parola, non lo saluta nemmeno: rimane interdetta, esterrefatta... Lo guarda, lo fissa pallida, muta, imponente: ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera, il dolore, il rimprovero di una madre... e di una tal madre!

Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella si lascia sfuggire _Din_ e _Don_ che prendono di nuovo la corsa, legati insieme, e girano, continuano a girare vorticosamente, in mezzo al prato.

— Mammà?... Sei in collera?... Oh, mammà!...

La duchessa accoglie la figliuola fra le sue braccia, ma non risponde a quel grido disperato. Le dice soltanto con severa maestà, lanciando al D'Orea un ultimo, terribile sguardo:

— Ritorniamo all'albergo. Ne parleremo poi. Ora è troppo tardi. Bisogna che tutta la gente dell'_hôtel_ ci vedano insieme a colazione. Andiamo.

Madre e figlia si avviano verso la _Tête-pointue_.

— Ma... — Giacomo vorrebbe fermarle, spiegarsi, giustificarsi. — Ma... Spiegare che cosa? Giustificarmi di che cosa? — Resta lì, su due piedi, impacciato e seccato — assai seccato — a pensare, a riflettere. — Niente... di niente. Non ho niente da spiegare, non ho niente da giustificare!... Sono andato a spasso come tutte le altre mattine con la Piccola e con i cani. Che cosa c'è?... Che male c'è? Perchè la vecchia ha fatto quella faccia? Perchè mi ha fissato con quegli occhi?... E il Danova? Perchè quel balordo del Danova ha finto di non vederci?...

VI.

L'ora della colazione, passa tutt'altro che rapida e lieta. L'Idola è afflitta e mortificata: occhi bassi e sospironi. Ha perduto, improvvisamente, la vivacità e l'appetito. La duchessa madre è addolorata e offesa: occhi fieri e continue frecciate. Barbabianca, grande sussiego e severi responsi, mentre Mimì Carfo, per amore di Remigia, ingoia più lacrime che bocconi.

Giacomo comincia a diventare nervoso, pesta i piedi sotto la tavola e si frena soltanto per Maria... Ma anche Maria, quella mattina, sebbene sempre silenziosa, sempre pacata e composta, tradisce, sogguardando il cognato alla sfuggita, l'ansia di sapere e l'inquietudine.

Giacomo, per mostrarsi indifferente e tranquillo, si sforza e mangia e parla più del solito. Ha già cercato vari argomenti di alpinismo e di meteorologia, ma non gli è riuscito di attaccar discorso. Ha tentato con Mimì Carfo il tema preferito della pittura e del paesaggio... Ha lodato gli acquarelli dell'Idola... Niente! Anzi, a questi elogi, i musi sembrano allungarsi e anche la Mimì non risponde altro che: — Onorevole, sì: Onorevole, no.

Giacomo, esasperato, dondola sulla sedia, sbuffa dal caldo e si fa vento guardandosi attorno nella sala. Si mette a discorrere con _monsieur_ Célestin, il capo cameriere, di vini e di sigari d'Avana. Si calma di nuovo, e di nuovo si rivolge alla duchessa Cristina, facendole una domanda, ch'egli ritiene la più semplice del mondo:

— E Totò? Il nostro Totò?... Come mai oggi, a colazione, non si vede il nostro buon Totò?...

— Totò?... — La madre, batte le palpebre e sgrana gli occhi.

— Totò? — ripetè il principe Rosalino con la voce che sembra uscire da uno speco.

— Soltanto adesso, caro Giacomo, — prosegue la madre, passando dall'ira all'ironia, — vi accorgete che... Totò non c'è?

— Sì, soltanto adesso! — Il D'Orea perde la pazienza. — Oh, in fine!... Importa tanto, a lui, di Totò e di tutte quelle facce enigmatiche!

Ma Remigia diventa ancora più rossa, le labbra della madre più pallide e stirate, Mimì più inquieta.

— Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto? — Giacomo interroga Maria con gli occhi, ma ella appare intimidita, confusa, abbassa il capo... — Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto?...

Un grande sospirone della madre:

— Mah!... Così è! Abbiamo presa la scusa di _Mademoiselle_ per allontanare Totò. Voi... non vi siete accorto nemmeno che anche _Mademoiselle_ non c'è a colazione?

Giacomo guarda in giro:

— Sicuro... Non c'è nemmeno _Mademoiselle!_

— Abbiamo preso la scusa della signorina Jenny. Ella ha espresso il desiderio di vedere sua madre, ammalata, a Firenze, e noi abbiamo imposto a Totò di ritornare in Italia, per accompagnarla.

Sempre con aria grave e solenne, la duchessa tace, fissando Giacomo.

Ella aspetta una domanda, un'esclamazione di maraviglia: niente!

Giacomo, prudentissimo, sta muto come un pesce.

— Precisamente! — prosegue la duchessa, ergendosi con più fiero cipiglio. — Questa misura era più che mai necessaria. Non è vero, Rosalì?

Rosalì gira il capo e gli occhi in cerca del piatto dolce:

— Verissimo!

— Totò cominciava a perdere la testa!... E quando c'è di mezzo una ragazza, guai! Con la riputazione di una ragazza, non si scherza!

— Hai agito prudentissimamente! Brava Cristina! Caso previsto, mezzo provvisto! Il viso del Sant'Enodio si rischiara: egli vede avvicinarsi un magnifico pezzo gelato tricolore. — Caso previsto, mezzo provvisto!... Questo _parfait à l'ananas_ dev'essere proprio... perfetto! Facciamo un evviva al signor Trüb e concludiamo: a Villars, all'ora del pranzo, fa _bon tempo_... anche quando piove! Non è vero, signor Zaccarella?

Ma il signor Zaccarella, invitato a ridere, non ride. Sta attento soltanto a Sua Eccellenza, pronto con la senape o con la _Worcestérs sauce_, con la bottiglia d'Yvorne o con l'acqua di Montreux.

Mimì Carfo, mentre la duchessa si serve del pezzo gelato, si china all'orecchio del D'Orea, mormorando:

— Povera Remigia! Ha pianto tanto!... Com'è pallida! Com'è bella! È ancora più bella! — Non può resistere, le manda un bacio e s'indispettisce contro la freddezza di Giacomo: — È un uomo... senza entusiasmo!

La povera Mimì, tra Sua Eccellenza Molinella che manca di calore, e il Re Faraone che dal suo tavolino in faccia, di tutto il pranzo, ciò che mangia di più è Remigia con gli occhi, trema per la sorte della sua amica:

— Dovesse proprio finire in quelle brutte mani!

Cerca, tuttavia, di attizzare il fuoco e soffia, soffia per farlo ardere:

— Povero Totò! — esclama con uno schianto sentimentale. — Villars gli è proprio stato funesto!... Oh, come aveva ragione di temere il numero tredici, e Marco Danova! Altro che jettatura, povero Totò!

— Jettatura arriva ove disgrazia corre!

Dopo questa grave sentenza dello zio Rosalì, il pranzo finisce in silenzio. Preso il pezzo gelato, tutti si alzano senza aspettare le frutta. Mimì corre a dare un bacio a Remigia e le due ragazze escono insieme dalla sala da pranzo. Quel giorno non si va sul terrazzo. Per ordine preciso della madre, il pasto di _Din_ e _Don_ ha luogo negli appartamenti superiori.

Giacomo non si ferma sotto l'atrio a prendere il caffè, già ordinato dal signor Zaccarella. È stufo di tutta quella gente! Scambia qualche parola con missis Eyre, guarda il barometro, poi, passo passo, raggiunge Maria in giardino. Ella è sola, con un libro, seduta al solito posto.

Per una volta, se Dio vuole, potrà fermarsi con sua cognata, senza destar sospetti:

— Sai, Maria, che... io non capisco tua madre!

Maria alza gli occhi dal libro e lo guarda a lungo: Giacomo si sente avvolgere da un'onda affettuosa, amorosa. Sorride, si calma, torna in pace con tutti.

— Chi sa, quella nostra buona duchessa Cristina che cosa mai s'è messa in testa!

Sorride anche Maria, ma con tristezza.

— Tu non capisci la mamma?... Ed io, scusa, non capisco te!

— Come?... Vuoi dire?...

— Ma sì!... Stai sempre con Remigia; non parli altro che con Remigia; scherzi tutto il giorno e tutta sera con Remigia... Se hai fatto nascere speranze, c'è di che!

— Speranze?... Che speranze?

Maria risponde con vivacità, arrossendo un poco, e riscaldandosi:

— Le più legittime e le più naturali, in una madre che non pensa ad altro, e giustamente, che a maritare la propria figliuola. Le più legittime e le più naturali in una figliuola che ha passato i vent'anni, e che non pensa ad altro, e giustamente, che a trovarsi un marito!

— La Piccola? — Il D'Orea si mette a ridere.

— Sì, Remigia!

— Io?... Marito?... Della Piccola?

— Di mia sorella!

Maria non scherza. Anche Giacomo diventa un momento serio, poi scoppia a ridere di nuovo, con un'alzata di spalle:

— Ma che!...

— Saresti troppo... innocente, scusa, se non ti fossi accorto di nulla!

— Mi sono sempre accorto intanto e so... che potrei essere suo padre!

— Questo è un modo di dire!... È una frase banale! Potresti esserlo, ma non lo sei e non puoi diventarlo, mentre, invece, puoi diventare suo marito! Tanto è vero che a Villars tutti lo credono, e che in casa mia tutti lo sperano!

— Proprio così?

— Proprio così!

Nel «proprio così» di Giacomo non c'è che maraviglia, una viva e grande maraviglia. Nel «proprio così!» di Maria Grazia, c'è un'espressione insolita di energia e di fermezza.

Giacomo, fa un atto di stizza, di collera.

— Non avrei mai sospettato, nemmeno lontanamente, che si potesse concepire una simile... enormità!

Maria alza ancora gli occhi dal libro che tiene aperto sulle ginocchia e di cui sta tagliando le ultime pagine.

Ella accenna col capo lentamente:

— E Totò?...

— Appunto! Perchè lo hanno imballato e rimandato in Italia?

— È innamoratissimo di Remigia! Per evitare scene, disperazioni, all'annunzio del fidanzamento di Remigia... con te!

— Non ci sarà questo pericolo! Ho sempre pensato al modo di poter combinare, invece, il matrimonio di Totò con Remigia, e ci penso ancora! Anzi... oggi più di ieri!

— E Remigia?... Non ha mai voluto dire di sì a suo cugino: oggi, sono certissima, direbbe di no!

— Ed io sono certissimo che dirà di sì... quando saprà che tutti e due potranno vivere bene, signorilmente, senza pensieri! Il primo amore non muore mai e fa presto a risorgere!

Maria torna a chinare il capo sul libro e finisce di tagliare le pagine.

Giacomo è seduto lui pure sulla panchina, accanto alla poltrona di Maria: si curva, strappa un rametto di mortella e lo sfoglia nervosamente:

— Anche tu sei contro di me?

— Io ti dico questo soltanto, per la verità: se non avevi nessuna intenzione hai agito un po' troppo... leggermente con Remigia!

Giacomo balza in piedi, poi torna a frenarsi e a sedersi.

— Non inquietarti! — ripiglia Maria con la consueta dolcezza e rimettendo a posto tutte le dieresi. — È proprio così! Le lezioni di tennis, le passeggiate romantiche, e in ultimo persino... le lezioni di ballo!

— Quando mancava il numero per i _lanciers!_

— Ma tu stesso hai dichiarato di non aver mai ballato in vita tua!... È vero sì o no?... Capirai, tutto ciò, e appunto perchè si tratta di un uomo — e di un uomo della tua intelligenza, del tuo valore, di un uomo importante e celebre — fa impressione e lusinga assai una ragazza!... Io stessa, te lo confesso...

— Tu... Che cosa hai creduto? — Giacomo si volta e fissa Maria attentamente.

I begli occhi neri e profondi lo guardano con indulgenza, ma con tanta malinconia.

— Io non ho creduto nulla! Soltanto... non ti capivo più!

Giacomo avrebbe potuto rispondere: — eppure io non ho mai pensato che a te e alla tua pace. Remigia non era che il ripiego per Luciano, il mio stratagemma per salvare le apparenze. — Ma questa, che è pure la verità vera e che lo giustificherebbe agli occhi di Maria, egli non la dice e non osa dirla. Risponde, invece, alzandosi di nuovo e strappando un altro ramo di mortella:

— Bene, bene! Le speranze nutrite a ragione o a torto, concepite più o meno spontaneamente, le farò svanire subito, sul momento, e del tutto. Tua sorella, io non l'ho mai considerata altro che come «la Piccola!» Un divertimento! Un giocattolo, nè più nè meno, con tutte le sue monellerie e i suoi capricci! Ho avuto torto, sì, ne convengo; ma questo è stato il solo mio torto! Mi pareva, appunto per la mia vita, per la mia condizione, per la mia età e per la mia serietà, di poter parlare, ridere e scherzare con la piccola sorella di mia cognata, come con una figliuola, come... con _Din_ e _Don!_ Precisamente! Senza destare sospetti e senza creare illusioni. Ho sbagliato, ma riparerò all'errore commesso. Parlerò chiaro; meglio ancora, difenderò la causa e i diritti del povero Totò e farò di tutto perchè possa raggiungere la sua felicità. E se per Totò ci son troppi ostacoli, Marco Danova.

— No, Giacomo! Quell'uomo, quel vecchio, disonesto e ributtante!... — Maria diventa rossa per sua sorella. — No, no! È indegno di te, questo che dici!

— Ebbene il cuginetto! Sia dunque il cuginetto! Faremo, ad ogni costo, la felicità del buon Totò!

— E la felicità di Remigia?... Se Remigia, davvero, e per colpa un po' tua, si fosse proprio innamorata di te?

Gli occhi di Giacomo e di Maria s'incontrano: in quelli di Maria passa improvviso un luccichio di lacrime.

Giacomo abbassa il capo. Il suo cuore non ha mai battuto con tanta violenza!

In quel punto, la duchessa esce dall'albergo seguita dal Sant'Enodio che le porta, sempre con dignitoso e nobile sussiego, lo sgabellino di vimini per i piedi.

Maria si rimette a leggere, mormorando sottovoce, con gli occhi sul libro:

— Viene la mamma! Va via! È meglio che non ti veda così... con la faccia in collera! Se vorrà sapere di che cosa si parlava... per questa volta dirò una bugia!

Giacomo si allontana fingendo di guardare i fiori del prato, di ammirare le montagne e facendo un lungo giro per non incontrare la duchessa, entra nell'albergo dalla parte del terrazzo.

Quando è nel suo piccolo salotto, continua a passeggiare su e giù, borbottando:

— Parlerò chiaro, chiarissimo e subito!... Se intanto mandassi a chiamare e mostrassi un po' i denti a quel burattino da corona del principe fratello? Che razza di gente! È un'altra razza dalla nostra! Riunisce tutte le superbie a tutte le umiliazioni! Anche quella Mimì Carfo! Romantica, sentimentale, bigotta e pudibonda come la luna! Anche lei tutti i quarti e non un soldo, e anche lei, capisco adesso, perchè mi fa ammirare la sua amica, pezzo per pezzo, e perchè viene a baciucchiarmela sotto il naso! Per spacciare l'articolo! Che gente! Che razza!... Proprio la razza... decaduta!