La moglie di Sua Eccellenza

Part 10

Chapter 103,661 wordsPublic domain

— Che ci devo fare, se non mi piace? — No! No! — E vi prego: non ditelo a mammà e tanto meno allo zio Rosalì! Ci sperano tutt'e due! Ma come si fa? Ah, _mon Dieu!_ Come mi potrebbe piacere nel senso che intendete voi? L'ho sempre visto! Siamo venuti su insieme! E poi, via, per me, è troppo ragazzo!

— Allora... Marco Danova! Quello non è più un ragazzo!

— Quello... è un antenato! L'antenato dell'_Aida_!

Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo di marcia e sonando la trombetta con la mano alla bocca: — _Teè, tè, teretetèe, tetè!_... È un antenato e un Tintoretto!

La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare la marcia dell'_Aida_.

— Allora... il grande campione del Maloja! Sir Wood, l'irresistibile!

Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo. Non ride più; si arrabbia:

— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania di maritarmi! Siete peggio di mammà! Io secco voi?.. No, vero?... Dunque, lasciatemi in pace!

Giacomo si scusa:

— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto, la simpatia, il bene che realmente vi voglio. Io non desidero che la vostra felicità, e vorrei renderla possibile, anche per quanto sta in me, secondando il vostro cuore, i vostri desideri.

— Volete secondare i miei desideri? Proprio?... Fate una cosa sola: discorsi di matrimonio, più! E _capitemi_, cioè — si corregge subito, quasi spaventata — _credetemi_; credetemi quando vi dico questo: — la fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io non darò mai, _mai_ a mammà la grande consolazione di vedermi impalmata! — Ciò detto, un'altra risata, e si rimette in marcia. — _Tereteteè, tetè!_ — Andiamo; al _tennis_!

Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia si ferma di nuovo.

— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto.

— Volentieri, ma a Bologna, o a Roma. Qui non l'ho.

— Mi avete tanto divertita ieri sera con le originalità della zia Gioconda! Che brava donna, per altro! Piena di talento e di bontà!... Quanta rettitudine e insieme quanto spirito!

Il D'Orea sorride di compiacenza:

— Forse, tutta la sua originalità non è altro che bontà; e tutto il suo talento e il suo spirito consistono... nell'essere sempre rimasta quello che è sempre stata!... — Andiamo al _tennis_, signorina Pïccola!

Remigia alza le spalle con un attuccio dispettosetto:

— Non ditemi più piccola, con tanti i!

— Perchè?

— Avete sempre l'aria di ridere di me, di scherzare, di non prendermi sul serio!

Giacomo le stringe una mano affettuosamente:

— Non rido di voi: tutt'altro! Vi dico piccola, invece, perchè a Villars ho cominciato a conoscervi e a volervi bene: proprio così. Vi dico piccola, come vi direi cara. Come un babbo direbbe cära, con il vostro bell'accento musicale, alla sua figliuola...

Remigia lo guarda: gli occhi cerulei diventano dolcissimi.

— Vi piace dirmi piccola?

— Sì; tanto!

Ella continua a guardarlo e a sorridere:

— Allora così sia!... Ditemi pïccola quanto volete!

Il pubblico, alle prime lezioni di _tennis_, date dalla duchessina Moncavallo a Sua Eccellenza D'Orea, è piuttosto scarso. Anzi, oltre i giuocatori, c'è solo, puntualissimo, Marco Danova, il quale fa la corte nello stesso tempo e quasi nello stesso modo, a Giacomo per interesse e a Remigia per amore; e c'è il signor Trüb!... Trattandosi di rendere omaggio al primo ministro del regno d'Italia, il «bettoliere lustrascarpe» guida lui stesso trafelato e sudante, in abito nero e con gli occhiali sulla fronte, il servizio dei raccattapalle.

Poco numeroso, ma, in compenso, pubblico entusiasta! Se al D'Orea curvo, non bene in gambe — tiene la racchetta come un tamburello, — riesce una volta di pigliare la palla e di ribatterla facendo fallo, il barone e l'albergatore battono le mani strepitosamente.

— Evviva, onorevole!... Bravissimo!

— Benissimo, Eccellenza!

— La palla è caduta nella rete, ma non importa. È stata una disgrazia!

— Il colpo era straordinario! Fate progressi!

— La bella maestrina, — il barone, intanto, strizza l'occhio maliziosamente a Remigia, — deve essere molto fiera del suo allievo!

— Se vostra Eccellenza si ferma a Villars tutto il settembre, — esclama il signor Trüb, — vostra Eccellenza diventa un giuocatore di prima forza! Il campione della _Tête-pointue!_

Giacomo, ansante, stanco, asciugandosi i goccioloni dalla fronte, ha appena il fiato da poter rispondere:

— Vi ho detto cento volte, signor Trüb, di non chiamarmi eccellenza!... Non sono più eccellenza per la grazia di Dio e per volontà della Nazione!

La bella duchessina italiana è sempre una grande attrattiva; l'onorevole D'Orea è affabile, alla mano: i giovinetti e i giovinotti si fanno coraggio e di giorno in giorno il pubblico aumenta.

Sir Wood è invitato da Remigia stessa:

— Venga al _tennis_, domattina! Venga a vedere, la prego! Mi dirà se so insegnare secondo le precise regole! È tanto un giuocatore famoso, lei! Verrà? Sì?... Allora domattina alle nove... Si ricordi!... Se ne ricorderà?

Altro che ricordarsene! La mattina dopo, allo scoccare delle nove, l'elegante e vigoroso sir Wood, si appressa alla conquista del _tennis_ col suo passo misurato e sicuro.

Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini e sbuffa, mormorando all'orecchio del baröne simpaticöne:

— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_... Anche il bell'Apollo! Non si può più vivere un momento soli, in pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una persecuzione feröce!

Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide e folte, si acqueta e si consola. Ma poi, la mattina dopo si torna da capo:

— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_ — Ecco _monsieur_ Malot con la scorta dei fiori alpestri, ecco Lothar Schmidt, con la raccolta delle poesie tedesche e, a mano a mano, — _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — ecco prender posto sulle panchine verdi e affollarsi attorno alla rete del _tennis_ tutto il rumoroso coro dei giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e impomatati.

Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li prende in canzonella a uno a uno e si diverte un mondo! Con uno sguardo languidetto a sir Wood, con un furbo sorrisetto a _monsieur_ Malot, un complimento lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia minacciosa a Totò e, finalmente, lasciandosi stringere quando capita e anche pizzicare da papà Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare, tutti in riga come moccoli e tutti accesi.

E sta sempre in guardia, preparata per qualunque evento. Un bel giorno — che è? che non è? — un principio di ammutinamento. I corteggiatori della duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro, ma tutti insieme sono gelosi di Sua Eccellenza.

Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia. Cambiamento di tattica. Il suo occhio diventa serio, profondo, pieno di misteri.

— Non avete ancora capito? Non avete capito niente?... Possibile?...

Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è imposto da sua sorella!

— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!... Ma basta! _Cito! Cito!_ — Remigia alza gli occhi al cielo e chiude la bocca fresca e rosea, con la manina innocente.

Anche la madre, ogni mattina, a braccio del fratello Rosalì, fa il suo giro di ispezione attorno alla rete.

— Ti diverti, Idola?

Remigia risponde continuando a giocare:

— Tanto, tanto, mammà!

— Non prendere troppo sole, cara! Non stancarti troppo!

Lo zio Rosalì, fa eco alle ammonizioni materne:

— Ogni cosa, vuol misura!

Poi la coppia vicereale passa lentamente e se ne va fra gli ossequi e le scappellate più rispettose.

— E dunque, Rosalì?

— Si va piano, ma si va bene.

— La stagione è troppo inoltrata! la gente comincia a partire!... — La duchessa sospira. — Se dovremo partire anche noi... Uno di qua, uno di là, l'incanto è rotto!

Il principe di Sant'Enodio, continua a trovarsi bene a Villars; la cucina, oltre ad essere buona, è anche abbastanza variata. Egli non ha nessun desiderio di andarsene.

— C'è tempo!... Non siamo ancora in settembre e il signor Trüb assicura che le due settimane più deliziose di Villars sono le due prime settimane di ottobre!

— Sì, ma... e quell'altro?... Il guastamestieri? Se Luciano ritornasse improvvisamente o ci telegrafasse di scendere?

— Non telegrafa altro che al signor Zaccarella, per aver danaro. — Un risolino arguto corre fra la bella barba bianca. — Speriamo, Cristina, che a Parigi continui a trovarsi... molto bene!

Si avvicinano, sempre passo passo, all'albergo. La duchessa guarda con l'occhialino: è proprio Totò che è seduto di fuori, accanto alla porta, con in bocca la pipa spenta. Totò, da due giorni, non vuol più giocare al _tennis_.

Cristina stringe il braccio del fratello sotto il suo:

— Senti, Rosalì; un'idea.

— Quale?

Cristina, prima di rispondere, chiude l'occhialino e lo infila nella cintura della veste.

— Sarebbe forse prudente di allontanare Totò, per qualche giorno. Ma con che scusa?

Rosalino pensa, ci pensa molto, poi trova il pretesto:

— _Mademoiselle_. Dovrà accompagnare _Mademoiselle_ da... una parente.

— Già; faremo così! — Cristina cambia subito discorso. — Al nostro Giacomo ha fatto benissimo la montagna! Diventa ogni giorno più vegeto e più giovane. A vederlo vicino alla mia Idola, una grande sproporzione non c'è!

— Non c'è. E poi, gli uomini hanno gli anni che sentono! Sono le donne che hanno quelli che dimostrano!

Giacomo, fa progressi davvero. Se non al tennis, nella salute e nella forza.

Il suo viso, non è più così smunto, sparuto, anzi, col sole, comincia un po' a rosolarsi. Dopo aver giocato non sente più dolori alle braccia, alle gambe, cammina per ore, senza stancarsi. In quanto al _tennis_, certo, non imparerà mai a giocare, nè ci tiene, ma non traballa più, tiene in mano la racchetta secondo le regole e qualche volta gli riesce, non solo di pigliare la palla, ma di ribattere, facendo un buon colpo.

Sì, gli fa molto bene quell'esercizio all'aria aperta e sotto il sole! È la sua salute! Soltanto, certe volte, mentre giuoca, è preso da una strana inquietudine: quando la figura bianca, alta e sottile, con il grande ombrellone rosso, gira attorno, nel giardino. Ha timore che si avvicini alla rete, per assistere alla partita. Non vuol mostrarsi a sua cognata in quel giuoco in cui si richiedono gioventù, forza, destrezza, — gioventù soprattutto, — goffo e impacciato!

Maria Grazia, sembra quasi indovinare le segrete angosce: ogni mattina, gira attorno o siede, leggendo in vista del _tennis_, ma alla rete non si avvicina mai.

Remigia, di tutto ciò, qualche cosa indovina, intuisce.

— Appena mia sorella spunta sull'orizzonte, non c'è verso! — fa notare a Mimì Carfo e a quel geloso di Re Faraone, — più geloso e più furbo degli altri. — Sua Eccellenza Molinella, non piglia più nemmeno le palle!

Un giorno per provare che è vero, appena vede Maria, la chiama ad alta voce:

— Maria Grazia!... Gioia! Vieni a vedere tuo cognato, che diventa famosissimo!

— No! Non seccate! — esclama Giacomo con un tono e con una violenza insolite. — Avete sempre la smania di far venir qui tutta la gente per rendermi ridicolo!

Remigia, dopo un'occhiata al Danova, gongolante persino con la pancetta, si difende e si scusa:

— Perdonate, Giacomo!... Siete ingiusto! Si tratta di mia sorella! Di vostra cognata! — Torna a chiamare, più forte: — Maria! Maria!

— No! No! C'è troppo sole! — risponde Maria allontanandosi tranquillamente.

— Addio, gioia!

— Addio, Pïccola!

Il pericolo è passato; Giacomo ritorna a giocare e a fare fallo, allegramente. Egli non sente più che il piacere, il fascino di quell'«addio Pïccola» che riempie di amore e di soavità tutto il giardino e non dubita un momento della malizia di Remigia.

V.

Una mattina, si presenta al _tennis_ un nuovo e importante personaggio, che leva il campo a rumore. Il personaggio siede solo, imbronciato, sopra una panchina lontana dalla gente. Non guarda in faccia a nessuno; si degna, appena, di salutare Giacomo D'Orea, durante l'_alt_.

— Buon _ciorno_, onorevole!

— Buon giorno, missis Eyre!

È proprio quella strega verde, ruminante di missis Eyre!

— Continui progressi, onorevole!.. Oh, molto bene!

Giacomo fa un cenno per scusarsi un momento co' suoi competitori e corre ad ossequiare l'angolosa missis con evidente soddisfazione di lei, e con grandissimo divertimento della duchessina Remigia. Ella guarda i due sottecchi, e fa ammirare e godere la scenetta al Danova, a sir Wood e a Totò, ripetendo sottovoce:

— La colonnellessa Facanapia!... È innamoratissima di Sua Eccellenza Molinella!

Nessuno ci vuol credere! È uno scherzo! Remigia assicura, giura, con gli occhietti birichini che scintillano, gonfiando le gote per trattenere le risa:

— Sì! Sì! È proprio vero! È un pezzo che me ne sono accorta! Vi dico di sì! — Poi pesta i piedini per dar più forza all'asserzione: — Innamoratissima! Furiosa!... Ma sì!

Tutte calunnie! Missis Eyre è fedele e resterà sempre fedele anche se i venti giorni di continua distanza dal legittimo consorte, diventassero quaranta! Soltanto riconosce, per debito di pura sincerità, che di tutta quella baraonda italiana — padroni, servitori e cani, — l'unica persona di un qualche riguardo è il deputato, l'onorevole D'Orea!

Lo annunzia, un giorno, anche al signor Trüb, guardandolo dall'alto, con un tono superbo e minaccioso, dopo un paio di settimane e più dacchè non si degnava nemmeno di lasciarsi salutare da quel putrido taverniere esoso e villano:

— Sapete, signor Trüb? — Lo affronta e lo ferma sull'uscio del bureau per farsi sentire anche da quel tirapiedi del segretario... — Il vostro famoso ministro, che non è più ministro niente affatto, ma soltanto deputato, mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato! Appunto!

Missis Eyre alza ancora di più la voce e il capo.

— Mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato, da quel vostro barone fallito a Venezia, prima di diventare milionario al Cairo! Il vostro ministro, che non è ministro, è per altro una persona educata. Me ne intendo e posso dirlo con cognizione: di tutta la baraonda italiana, — padroni, servitori e cani,-è l'unica persona di riguardo! — Capito, caro signor Trüb?

È verissimo il fatto della presentazione; pure è stata lei stessa, missis Eyre, a muovere il primo passo, per i suoi fini particolari. Un giorno legge sul _Times_ — proprio sul _Times!_ — una «nota estera» assai lusinghiera per l'ex Ministro D'Orea, come finanziere e industriale, come uomo di Stato e come uomo privato. Missis Eyre può ridere, e magari anche arrabbiarsi degli elogi sperticati e venali prodigati dal signor Trüb; ma non può certo rimanere indifferente alle lodi del _Times_... proprio del _Times!_

— Ah, oh! Molini e mortadella, ma ci vuol anche talento!... «grande e probo lavoratore, spirito elevato e moderno, l'onorevole D'Orea non esitò un istante ad abbandonare il potere e a perdere il favor popolare, pur di seguire, intemerato e coerente un suo ideale di giustizia...» _Ciustizia?_ — La vecchia, interrompe la lettura della «nota estera» e aggrotta le ciglia per meglio riflettere al proprio caso... Bisogna cercare di conoscere il deputato D'Orea. Bisogna entrare prima in buoni rapporti amichevoli e, a tempo opportuno, chiedere _ciustizia_ contro quella ragazza pestifera, contro i suoi cani e contro la _ciostra_ a tutte le ore! _Peuh!_ Vergogna! In tutti gli _hôtels_ di riguardo, proibitissimo!

Trovata la convenienza, missis Eyre trova subito anche l'espediente per entrare in relazione. Prende il _Times_, segna col lapis la «nota estera», e lo manda, con un suo biglietto da visita, all'onorevole D'Orea. Giacomo, trattandosi di una signora, e di una vecchia signora, si fa subito presentare per ringraziarla direttamente dell'atto gentile. Così si iniziano quei buoni rapporti di amicizia che missis Eyre tien vivi e cerca di rendere più stretti a modo suo; cioè, chiedendo ad ogni momento all'autorevole deputato italiano, informazioni e raccomandazioni e sfogandosi con lui contro il pessimo trattamento della _Tête-pointue_... «diventata oramai una locanda di terz'ordine, tranne nel farsi pagare!».

— Onorevole, scusate!... Una parola!

— Eccomi, missis Eyre!

— Avete sentito anche voi?

— Che cosa?

— Il pesce, stamattina, a colazione? Quelle conchiglie di trota cadaverica, alla maionese! Che puzzo! _Peuh!_ Ci vorrebbe una legge, una commissione igienica! Dovrebbe essere proibitissimo!

Oppure:

— Datemi una precisa informazione, caro onorevole. Vi garantisco discrezione a tutta prova! Io ho conosciuto a Villa d'Este la contessa Alinelli, appunto di Bologna. È vedova, proprio davvero?...

E un altro giorno:

— Caro commendatore, io ho assoluto bisogno di una vostra raccomandazione per il capo traffico della Mediterranea. Da otto _ciorni_ mi è stata spedita una scatola di _pik-nik_ da San Remo e non l'ho ancora ricevuta!

Mentre parla con l'onorevole e lo tiene fermo sotto l'atrio, fra lei e il muro, missis Eyre che sente crescere da quei lunghi colloqui la propria importanza, guarda in giro, soddisfatta, gli ospiti della _Tête-pointue_ e, insieme, lancia occhiate di sprezzo al bettoliere e a quella ragazza così pestifera con l'aria di voler ben significare all'uno e all'altra:

— Con questo signore qui, che ormai tengo in mio potere, vi farò mettere _ciudizio!_

Il signor Trüb, qualche inchino di più, qualche notizia meteorologica, passando via senza fermarsi, per timore di rimaner preso, e del resto se ne infischia. Remigia, prima ne ride con Mimì, con _Mademoiselle_, con Totò, e con tutta la sua corte, poi di colpo s'impermalisce, si arrabbia, piglia Giacomo a quattr'occhi, e si fa sentire:

— Onorevole, commendatore, eccellenza! D'ora in poi, sempre eccellenza!... O Grand'ufficiale!

— Cos'è successo di nuovo?

Giacomo capisce, ma finge di non capire.

— Perchè, tanti titoli?...

— Perchè fate il cascamorto con la Sbirlingonia!

— Cascamorto, no!... — Giacomo sorride più che per le parole, per la fiera collera che esprime il bel musetto profumato e fresco, proprio come una rosa. — Sono gentile, come devo esserlo e niente di più!

Remigia batte i piedini, furiosa:

— Di più! Di più! Assai di più!

— È una signora...

— No, invece! È una brutta donna!

— È una signora vecchia!...

— È una brutta donna, antipatica!

Negli occhietti vivi, l'ira lampeggia tra le lacrime. Giacomo, per calmarla, cerca di mettere la cosa in ischerzo:

— Piccola cattiva!... Cattivissima!

— Non vi permetto più di dirmi piccola! Mai più! Capite? — Fa una smorfia e parla nel naso, per imitare missis Eyre. — Proibitissimo! _Defendu!_ _Werboten_... e _Forbidded!_

Giacomo vuol trattenerla, ma Remigia se ne va, voltandogli le spalle furiosamente:

— Antipaticissimo, Grand'ufficiale!

Il D'Orea continua a scherzare, a far la burletta, ma, assolutamente, non vuol cedere all'antipatia, al capriccio di Remigia. Anzi, vedendo missis Eyre fatta segno con maggiore accanimento ai dispetti e al ridicolo dalla duchessina e dai suoi amici, si sente lui in obbligo di mostrarsi, con la vecchia signora, sempre più amabile e rispettoso.

La duchessina, così viziata dalla madre e dalla sua corte, al sentirsi per la prima volta contrariata, s'impunta sul serio, e sul serio e non per ischerzo, finisce con l'odiare «la vecchia strega antipaticissima!» — tanto più, poi, che missis Eyre, a sua volta vendicativa e imprudente, abusa della vittoria con l'esagerare le arie d'importanza quando parla troppo ad alta voce col suo «caro onorevole» e le occhiate di sfida e di disprezzo.

L'Idola freme. Freme da sola e freme in mezzo a' suoi sudditi, ch'ella chiama a raccolta per sfogarsi, dicendone di cotte e di crude contro Sua Eccellenza, non più Molinella, ma peggio, Eccellenza Mortadella!

È rabbia, è dispetto, ed è, insieme, amarezza e dolore. Non è solo per missis Eyre che Remigia soffre e vorrebbe spuntarla; è per tutto il resto... assai più importante! Ella comincia a temere di aver perduto tutto con Giacomo, anche la speranza di un don Luciano secondo!

Certo! Certissimo! S'ella non riesce ad avere il D'Orea dalla sua, nemmeno di fronte a una qualunque vecchia stracciona, è chiaro che tutta la sua tattica, — e le lezioni di _tennis_ compreso — hanno fatto fiasco!

— Mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia innamorato, sul serio, di mia sorella?... In tal caso, addio! Abbasso Sua Eccellenza! Evviva Totò!

— Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_... Tornar da capo a girare i mari, i monti, i laghi!

E Re Faraone?...

Marco Danova si sfoga, adesso, con Mimì Carfo. — La vostra amica è cattiva, leggera, civetta... — Anche il barone la chiama civetta... proprio come il buon Totò! Ma il barone, per altro, è sempre lì, fermo: ringhia, ma aspetta. Minaccia tutte le mattine di voler partire la sera e viceversa, ma non si muove! Sir Wood se n'è già andato con le sue racchette, Lothar Schmidt col suo album, _monsieur_ Malot col suo mazzolino di _edelweiss_, tutti e tre sorridendo a denti stretti e indirizzando alla duchessina «futura ministressa» congratulazioni e felicitazioni ironiche... Ma il barone non si muove. Resta a Villars bestemmiando contro i barometri falsificati quando piove, e strapazzando il signor Trüb per il freddo quando fa bel tempo!

— Se proprio proprio fosse un bel fiasco? — pensa Remigia fra sè. Ad ogni modo da cosa nasce cosa e bisogna venire ad una spiegazione con Sua Eccellenza prima che anche Re Faraone batta in ritirata!... — Con le cattive non si riesce a vincere la Sbirlingonia?... Tentiamo con le buone!

Vincere, questo è l'importante! Remigia sente che in quella piccola scaramuccia contro missis Eyre ella ha già ingaggiata anche la sua grande battaglia contro Maria.

— Contro mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia proprio innamorato di Maria?...

Giacomo, da qualche giorno, assiste solo, con Remigia e col signor Trüb, ai pasti di _Din_ e _Don_. Oltre al Bell'Apollo, a _monsieur_ Malot e a Lothar Schmidt, molti altri giovinotti e giovinetti, hanno ormai abbandonato Villars; e i pochi rimasti, seguono l'esempio del barone Danova: per vendicarsi della duchessina italiana, che sta sempre col deputato e che non si occupa più di nessuno, altro che del deputato, fanno tutti una grande corte a Mimì Carfo... e, persino, a _Mademoiselle!_

Soltanto il povero Totò, diventando più pallido ogni giorno, e più stravolto, rimane fedele anche vedendosi trascurato e dubitando di essere tradito. Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune, su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia, non beve, e con la pipa, sempre stretta fra i denti, non fuma.

Mentre _Din_ e _Don slappano_ allegramente, il signor Trüb vanta il clima di Villars e non più il fresco delizioso, ma il tepore ricreante della miglior epoca della stagione, dal quindici di settembre al quindici di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e Remigia conducono i due cani a fare il solito giro in giardino.

Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina adagio, a testa bassa e sospira.

— Partiremo presto da Villars? — domanda a un tratto, con un fil di voce, senza alzare il capo.

— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa vivo! Il signor Zaccarella gli ha scritto apposta per domandargli in proposito le sue istruzioni e potersi regolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e niente altro.

Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un nuovo sospiro.

— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars.

— Perchè?...

— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si ferma su due piedi, guardando lontano _Din_ e _Don_, che si rincorrono a salti e fanno le capriole nell'erba alta e folta.

— Perchè _così?_ — insiste Giacomo. — Che cosa volete dire?

Remigia dà un'altra alzata di spalle e aggrotta le ciglia, continuando a guardare _Din_ e _Don_. Ha un'espressione tanto graziosa e birichina, quando vuol tenere il broncio!... Giacomo, la piglia lui sotto braccio:

— Si fa la pace?...

Riprendono a camminare passo passo attorno alle aiuole del giardino, lui guardandola sorridendo, lei sempre a capo chino e seguendo con gli occhi obliqui la corsa disperata di _Din_ e _Don_.