La messa di nozze; Un sogno; La bella morte

Chapter 5

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Il capo, sopravvenuto, faceva scostare i curiosi con aspra voce di comando; Bertini dovette obbedire in preda ad un nuovo cruccio, quasi ricacciato più lontano da Rosanna, quasi impedito di affrettare con la tensione della volontà e l'impeto del desiderio la liberazione del carro. Sotto la tettoia crocchi di viaggiatori si scambiavano le notizie, commentandole aspramente; alcuni stranieri volgevano intorno sguardi incerti e sospettosi; visi inquieti di donne si vedevano spiare dai finestrini del treno immobile; il Caffè era invaso, tutti i tavolini occupati da gente rumorosa e contrariata; solo i due giovani sposi, l'uomo sempre al braccio della donna, si sorridevano, fermi dinanzi al banco, scegliendo nei quadri mobili delle cartoline illustrate quelle con le vedute di Castelmaggiore: liberato il braccio della moglie, il marito le offriva una penna col serbatoio, ed ella riempiva i cartoncini uno dopo l'altro, curva sopra un angolo del banco, passandoli poi al compagno che vi aggiungeva la propria firma.

Un moto d'irritazione cacciò Bertini lontano dallo spettacolo di quella felicità. Riavvicinandosi alla piattaforma, vide le luci muoversi e una colonna di candido vapore sprigionarsi dal fumaiuolo della macchina, mentre un fischio breve ed acuto lacerava l'aria: il carro, finalmente liberato, era trainato verso il luogo del bisogno. Allora, come trascinato anch'egli da quella forza bruta, come attratto da un potere occulto, s'avviò lungo i binarî deserti diramantisi a ventaglio gli uni dagli altri. Non sapeva fin dove sarebbe andato, ma si sentiva sospinto nella direzione del convoglio immobile in mezzo alla campagna deserta.

Secondo che avanzava, oltre gli edifizî e le cabine e i castelli idraulici, il ventaglio si restringeva, le stecche d'acciaio rientravano una nell'altra, riducendosi al doppio binario di corsa. Fitte siepi lo fiancheggiavano, una bassa e intricata vegetazione di robinie, dalla quale emergevano i fusti frondosi degli eucalitti; tratto tratto un cancelletto vi si apriva, oltre il quale si vedeva la campagna bagnata dal lume della luna vicina al tramonto: un chiarore scialbo ed umido avvolgente i filari dei gelsi e dei salici, qua e là riverberato da pozze d'acqua. Non una bava di vento, non una voce nel silenzio grave dell'alta notte; solo l'arpeggio eolio dei fili telegrafici, in prossimità dei pali risonanti come casse di strumenti armonici. Le rotaie d'acciaio si distendevano rigide e diritte, sempre più lontano; parevano rincorrersi a perdita di vista, verso l'infinito, verso l'inarrivabile. Bertini procedeva per la solitudine, con gli occhi, gli orecchi, tutti i sensi aperti ed intenti a cogliere segni di vita, credendo di udire l'eco dei fischi della locomotiva di soccorso, di scorgere il chiarore delle fiaccole rischiaranti il lavoro dei manovali; ma nulla si scorgeva ancora, nulla si udiva.

La vista della stazione e dei fabbricati che l'attorniavano era anch'essa perduta nella lontananza: solo una punta di vivo fuoco rosseggiava in cima a un disco. Fremente, febbricitante, egli andava, andava, col proposito, col bisogno di raggiungere il bivio del Saliceto, di sapere qualche cosa di preciso; ma più s'inoltrava, più l'inquietudine, l'ansia, la paura gli facevano tremare il cuore. Quantunque la via ferrata fosse una guida infallibile, gli pareva di non poter più trovare quel bivio, d'essersi avviato sopra un altro binario, d'aver lasciato la buona strada. Perduta la nozione del tempo, credeva d'aver percorso chilometri e chilometri, d'essersi dilungato enormemente, d'aver marciato da ore: l'orologio, che aveva dimenticato di rimontare, non andava più. La linea non doveva esser libera, ormai? Il convoglio non stava per sopravvenire, precipitoso, inarrestabile, portandosi via la creatura amata, lasciandolo solo in mezzo alla campagna muta ed oscura? La prudenza consigliava di tornare indietro, di raggiungere la stazione, di aspettare lì, tranquillamente, come gli altri viaggiatori, come i due sposi in viaggio di nozze; ma allora, rivedendo con la mente quella coppia felice, egli sentiva più acuta, più tormentosa, più intollerabile tutta la propria pena. Spasimava da due mesi, dal giorno in cui era giunto l'avviso dell'arrivo del marito, ma non mai come ora. Se per un istante, al pensiero dell'imminente incontro con la diletta, aveva potuto illudersi sperando nel ritorno dei giorni felici, ora, nelle tenebre addensate col tramonto della falce lunare, nel sonno silenzioso della terra, nella solitudine inanimata di quegli ignoti luoghi, l'inganno riusciva evidente. Che vita era questa che lo sbalestrava fuori della sua casa, fuori del suo paese, che lo faceva errare a quell'ora per la campagna, aspettando un treno arrestato da un improvviso pericolo? Superato quello, quali altri, quanti altri sarebbero sorti? Rosanna andava a raggiungere ancora una volta il marito: dove, come, quando, per quanto tempo l'avrebbe rivista? Quell'uomo sarebbe ripartito, forse, ma per ritornare; il tempo della sua lontananza se ne sarebbe volato via, come se n'era volato tant'altro. La serena fiducia, la certezza del possesso assoluto, della comunione perfetta non era possibile senza l'unione che egli aveva dichiarato di non voler contrarre neppure ipoteticamente, e che sempre, prima di quell'amore, aveva giudicata odiosa e repugnante. Allora tutta la sua vita sentimentale, dai primi albori, dagli ingenui amori dell'adolescenza alle fiamme della giovinezza, gli passò per la memoria: quante prove fallaci, quante illusioni perdute, ritrovate, riperdute ancora, fino a quest'ultima! Stanco, vecchio, morto, il suo cuore aveva palpitato ancora una volta grazie alla creatura miracolosa; egli aveva gioito, sofferto, vissuto per lei; comprendeva che dopo di lei non avrebbe potuto più ricominciare, e che, quand'anche, mai più avrebbe trovato un'anima simile a quella; sentiva che tutti questi motivi lo spingevano ad afferrarsi a lei, disperatamente; ed a quell'ora, con quell'ansia nel cuore, ecco, finalmente riconosceva che il legame solenne, sancito, benedetto, era il solo che potesse umanamente garantire il possesso; e nulla gli pareva più desiderabile e degno che prendersi Rosanna, unirsi a lei per la vita e per la morte, dare al mondo lo spettacolo della loro felicità come lo davano quegli sposi in viaggio di nozze, sorridenti della contrarietà sopravvenuta, noncuranti di giungere un poco più presto o un poco più tardi, certi di portare con sè tutto il proprio bene. Perchè non era ella libera? Che cosa occorreva perchè si liberasse?... Allora, come al bagliore di lampi interiori, i recessi più tenebrosi del suo pensiero si illuminavano, quelli dove appariscono le possibilità più chimeriche, dove sorgono le tentazioni inconfessabili....

Un chiarore lontano, incerto, sorto dal fondo della linea, fermò ad un tratto la sua attenzione. Un uomo con una lanterna in mano si veniva avanzando; la lanterna, pendente dal braccio disteso lungo il fianco, lasciava in ombra il viso del sopravveniente, bagnandogli i piedi di luce.

--Venite dal bivio di Saliceto?--domandò Bertini quando colui, un cantoniere, gli giunse dinanzi e alzò la lanterna per guardarlo in faccia.

--Nossignore, vengo dal casello 374.

--Dove è stato fermato il direttissimo?

--Al passaggio a livello del Fossone.

--Quanto manca perchè la linea si sgombri?

--La linea è sgombra; vado a....

--È sgombra?...

Egli non udì altro, voltò le spalle al guardiano, corse verso la stazione, con la folle paura di non giungervi a tempo. Sull'angusto passaggio dove s'era avanzato agevolmente a brevi passi, riusciva malagevole correre; più volte fu sul punto di perdere l'equilibrio, più volte distese le braccia per ripararsi dall'imminente caduta. Con le orecchie fischianti, gli pareva di udire il lontano rombo del treno in moto, si rivoltava un istante a guardare indietro, poi riprendeva la corsa, rassicurato per poco. Al pensiero che la notizia non era ancora giunta alla stazione, moderò l'andatura; riprese a correre col timore che le disposizioni per ricevere il convoglio fossero state trasmesse per telegrafo o per telefono. Una voce, sul punto che passava dinanzi a un casello, gridò:

--Ferma!... Chi è?...

Non rispose, non si fermò, spronato dalla vista del riverbero diffuso lontanamente dai lumi della stazione. Quando vi giunse, trafelato, ansante, il campanello annunziante che il disco era aperto cominciava a squillare; i viaggiatori rimasti a terra riprendevano i loro posti sull'accelerato, si udivano voci di richiamo, gli sportelli sbattere con colpi secchi:

--In vettura!... In vettura!...

Non c'erano più facchini; egli si rivolse al cameriere del Caffè perchè gli portasse le valigie. E finalmente i fanali del treno, i grossi occhi roventi apparvero nella distanza, s'ingrossarono sulla metallica fronte della locomotiva spinta a tutta forza, vomitante dense volute di nero fumo squarciate dal candido vapore del fischio lungo, insistente, interminabile. Figure di uomini e di donne in piedi si profilarono nei vani luminosi delle finestre, nessuno nella carrozza coi letti, tutta chiusa, come deserta. Un dubbio attraversò il pensiero di Bertini: se Rosanna non c'era? Se non era partita, per un contrattempo, per un caso imprevedibile?

--Il signore ha la cabina 7 e 8?--gli domandò il conduttore aiutandolo a montare sul terrazzino.

--Sì. Da che parte?

--Favorisca....

--Avete saputo dell'accidente?

--E come!... Siamo rimasti più di tre ore fermi in aperta campagna!... Ecco la sua cabina. Desidera che le prepari il letto?

Gli rispose di sì dopo un istante di esitazione, pensando che il breve indugio lo avrebbe liberato per sempre da quell'uomo. Cercò di sporgersi da un finestrino per vedere l'ora all'orologio della stazione e regolare il suo: tutti i vetri erano rialzati e fermati.

--L'ora, per piacere?

--È la una meno un quarto.

Già la macchina, dopo la rapida sosta, lanciava un nuovo fischio: la carrozza si scosse, cominciò la corsa. E non appena il conduttore lo lasciò solo, egli aprì l'uscio del gabinetto di toletta. Vedendo apparire una figura maschile, trasalì indietreggiando per istinto; poi riconobbe sè stesso nel giuoco degli specchi. Portò la mano ancora tremante alla maniglia dell'altro uscio, lo aperse. Vide gli occhi di Rosanna cercare i suoi. Era seduta sul lettuccio, col velo rialzato sulla fronte, le mani nude congiunte in grembo. Le cadde in ginocchio dinanzi, le prese le mani, se le strinse al petto. Soffocato dal tempestoso pulsare delle arterie, non potè nel primo istante articolare una parola; poi balbettò:

--Sei tu?... Sei tu?...

--Che è stato? Siamo in ritardo?

--Come?... Non sai?... Quattro ore, quattro ore che aspetto, tremando, fremendo al pensiero del tuo pericolo.... Non ti sei accorta di nulla?... Dormivi?...

--Ho dormito, sì: ero tanto stanca. Ma tra veglia e sonno m'accorgevo che il treno era immobile, udivo rumore di passi, voci di sconosciuti.... Che è stato?

--La linea ingombra, ostruita da un treno merci.... Ma che importa? Tanto meglio, se non hai saputo.... Sei tu? Sei tu? Sei tu?... Lasciati guardare.... Lo sai da quanto tempo non ti vedo?... Che luce fioca mandano queste lampade!... Lo sai da quanto tempo ti aspetto? Lo sai che ti credevo perduta? Lo sai che non ti vo' perdere?

Anch'ella alzò lo sguardo luminoso al grappolo delle lampadine elettriche.

La cabina, con la levigatezza del suo mogano, con la lucentezza dei suoi ottoni, aveva l'aspetto di un mobile, di un grande armadio rotolante. Quantunque nel fracasso della corsa vertiginosa nessuno potesse udire dal prossimo scompartimento, egli abbassò ancora la voce, le domandò quasi all'orecchio:

--Sei tu? E sei mia? Sei mia, di'?...

Rivoltatasi verso di lui, passandogli una mano sulla fronte, ella rispose:

--Non vedi che cosa faccio per te?

Allora tutta la sua passione soffocata, umiliata, disconosciuta, traboccò. Scotendo la testa, con voce amara, egli protestò:

--Che fai? Sei rimasta sola, non so quanto, mentre quell'uomo era a Londra, e mi chiami ora soltanto, ora che vai ad incontrarlo un'altra volta!

Ella non rispose.

--Mentre una sola cosa confortava il mio dolore, l'idea che non fossi libera, che ti torturassi come me per non potermi vedere, per non potermi dir nulla, tu eri padrona di te stessa, e non mi chiamavi, non mi scrivevi!... E ora ti stupisci dei miei dubbî!... Non sai dunque, non capisci, non intuisci quel che ho sofferto, quel che soffro, dal giorno che ti lasciai dinanzi al «Senegal», da quando ti vidi al fianco di quell'uomo, ricongiunta a lui, baciata da lui?

All'evocazione del ricordo, la gioia di averla ritrovata, di sentirsela vicina, cadde repentinamente; il dolore, la gelosia, il corruccio, tutte le immagini esasperanti e tutti i pensieri maligni tornarono a invaderlo.

--Che hai fatto? Dove sei stato?--domandò ella, dolcemente, prendendogli una mano, come per placarlo.

--Non lo so, che cosa ho fatto; non lo so ridire, come ho vissuto. Sono stato a Promonte, ma prima a Firenze, per tentar di vederti.... Rimproverami, anche!--esclamò con più forza, vedendola accigliarsi.--I torti sono miei, anche! Io dovevo starmene tranquillo, dovevo sentirmi sicuro e felice, dopo averti vista laggiù, sulla banchina, tutta occupata di quell'uomo e dei vostri figli, senza un saluto, un cenno, uno sguardo per me; dopo essermi nascosto da voi, da te, come una spia, come un ladro! Non so, non so; senza l'amico che mi stava accanto, non so come, non so dove avrei trovato la forza di padroneggiarmi.

--Era Perez?

Non le rispose a voce, assentì con un breve moto del capo, incalzando:

--Mi passasti accanto, dinanzi al cancello, e non mi guardasti neppure; non t'accorgesti neppure allora di me che fremevo e spasimavo, tutta infervorata non so da che, non so perchè!

--Ti vidi.

--Che gli dicevi?

--Non mi rammento.

--Non ti rammenti! Ma mi rammento io, io che ti vidi sparire in quel carrozzone d'albergo, io che mi sentii a un tratto divenuto estraneo a te, solo, abbandonato, perduto, senza saper che fare della mia vita, con la folle tentazione di seguirti ancora, di raggiungerti per afferrarti e portarti via, sotto i suoi occhi, sotto gli occhi dei tuoi figli, dinanzi a tutti; poi col bisogno di fuggire, di non restare più un solo istante in quei luoghi, quella sera, quella notte, la notte della contaminazione....

Con voce grave, guardandolo negli occhi, ella disse:

--Fosti tu che volesti seguirmi. Non ti pregai di rinunziare a quest'idea? Che vi hai guadagnato?

Egli rispose duramente:

--Avrei sofferto peggio se non vi avessi visti. E mi pento di non aver preso una stanza in quell'albergo! Avrei meglio misurato tutta la tua capacità di fingere!

E lasciò la sua mano, la respinse, si ritrasse.

--Perchè?

Ella era calma, serena, sicura di sè stessa; il tono della sua voce nel muovere la domanda rivelava una curiosità che non teneva molto ad essere appagata.

Egli la guardò un tratto senza dir nulla.

Il convoglio precipitava la sua corsa, si sprofondava nelle tenebre, rombando e strepitando, come quello che lo aveva portato via la notte della contaminazione. Egli non fuggiva questa volta, come allora; si vedeva anzi al fianco la donna che aveva allora lasciata ad un altro; ma il ricordo dell'incubo risorse nella sua memoria. Si rivide con la fronte ardente al gelido vetro, con gli occhi sbarrati nelle tenebre fuggenti, o fisi all'orologio, per calcolare il momento nel quale la coppia sarebbe rimasta sola: «Alle dieci.... o forse alle undici.... fra un'ora.... fra mezz'ora.... Ora!...» Una pesantezza plumbea lo aveva abbattuto sul sedile, moti di nausea gli erano saliti dalle viscere alla gola nei tempestosi scotimenti di quella corsa pazza, traendolo dallo stuporoso assopimento. Poche altre notti erano tanto durate nella sua vita; nessuna luce egli aveva tanto spiata come quella del nuovo giorno, con la quale ella sarebbe finalmente uscita dalle braccia di quell'uomo; ma nè il nuovo giorno, nè i tanti altri che erano seguiti, nè tutti quelli che seguirebbero potevano dissipare interamente l'incubo e ridargli la fede perduta. Ecco: Rosanna era lì, accanto a lui, sola con lui nella carrozza lanciata attraverso lo spazio, ma egli sentiva di non averla per sè.

Ella diceva, tranquillamente:

--Che cosa pretendevi? Volevi che non mi occupassi di mio marito per badare a te? Volevi che mi sottraessi al suo abbraccio, ai suoi baci, che non li ricambiassi? Per qual motivo? Con quale pretesto?

Egli stese le braccia, alzò il viso, proruppe con voce tremante di tenerezza amara, di timido rimprovero, di passione umiliata:

--Perchè sei mia, perchè sei l'amor mio, la donna mia....

--Non è vero.

--Non è vero?

Ella fece per replicare con altrettanta vivacità; poi parve farsi forza, stringendosi una mano nell'altra. Dopo una pausa, tranquillamente, lentamente, spiegò:

--Lo sai, qual'è la verità, e non dovrei aver bisogno di ripeterla, ora. Per il mondo, per la legge, per i miei figli, io sono di mio marito. La fatalità mi ti sospinse dinanzi un giorno, quando ero sola, quando cercavo un amico. Cercavo un amico, ed ho preso un amante.... Ma no, non credere che io vada mendicando attenuanti. Ti avrei preso anche se non fossi stata sola. Mi turbasti troppo, mi piacesti troppo: anche questa è verità. Forse altre avrebbero resistito alla tentazione; io provai, ma non vi riuscii. Pago la mia debolezza, sai! O credi d'essere il solo a soffrire, con la tua gelosia? Io soffro della falsità in cui vivo, delle menzogne che dico, degli inganni che ordisco. Tu ti senti ingannato, ed hai ragione, sì; perchè se ti amassi come nei romanzi o sul teatro, avvelenerei mio marito, piuttosto che sottopormi alle sue carezze! Ti senti ingannato, ne soffri, e nel tuo dolore non pensi all'altro inganno che io infliggo, al tradimento che commetto, infinitamente più grave.

--No, perchè egli non sa. Chi non sa non soffre.

--Hai ragione, perchè io non conto. Che importa se soffro io?

Vi era tanto rimprovero nella calma apparente della sua risposta, che Lodovico chinò la fronte, con l'atteggiamento di chi sente il proprio torto senza potere o volere confessarlo. Dopo un breve silenzio le riprese la mano, appoggiò la fronte sulla sua spalla, mormorando:

--Mi perdoni, Rosanna?

--Di che?--fece ella, scotendo il capo, con un sorriso ironico e indulgente insieme.

--Di che? Di volermi bene?

--Lo capisci, lo sai, lo senti che se dico queste cose, se soffro questi tormenti, è perchè ti voglio bene?--A voce più bassa, ma più fervida, più appassionata, soggiunse:--Te ne voglio più che non credessi, sai! Non te ne ho voluto mai tanto. Ora, ora soltanto conosco e misuro quanto te ne voglio.

Appressatosi a lei, spinto addosso a lei dagli sbattimenti del treno serpeggiante precipitosamente per vie curve, si sentì tutto aderire al suo fianco soave. La cinse con le braccia, le ricercò con la bocca la bocca.

Ella si ritrasse, sciolse il nodo delle mani intrecciatesi alla sua vita:

--No, lasciami.

La sua voce era sommessa e dolce, ma ferma e risoluta. Egli obbedì, tacitamente.

--Tu misuri ora soltanto--riprese ella--il bene che mi vuoi, io misuro ora soltanto la colpa che ho commessa. Quando mi vincesti, quando mi diedi a te, la prima volta, non provai nulla del rimorso che avrebbe dovuto invadermi. Ti rammenti che te lo dissi, ti rammenti, di'?

--Sì.

--Guardai dentro di me, dissi a me stessa: «Ho tradito la fede giurata, sono adultera, _adultera_». Ma queste parole non ebbero nulla del loro senso. E non già perchè mi fossi assuefatta all'idea della caduta. Mi conosci. Te lo direi. Mi ero anzi creduta padrona di me stessa, mi pareva moralmente e materialmente impossibile tradire mio marito. Perchè lo avrei tradito? Perchè era lontano? Per appagare un appetito, allora?... Ma quando ti conobbi, quando ti amai, mi parve altrettanto impossibile resistere a questo amore. Tu dubitasti dell'esistenza di mio marito perchè era assente; io me ne dimenticai. Come tu non t'inquietasti al pensiero che un giorno sarebbe tornato, così non vi pensai neanch'io. Noi abbiamo sempre coraggio per affrontare i pericoli lontani. Ora egli è qui. Io sono caduta nelle sue braccia uscendo dalle tue....

Egli domandò furiosamente:

--Di', che ti ha fatto?

Ma senza lasciarle il tempo di rispondere una sillaba, ingiunse con mal contenuta violenza, chiudendole la bocca:

--No! Taci!

Ella rise d'un riso sottile ed ambiguo. Voleva dire che non avrebbe parlato, anche senza il divieto? O che egli stesso, fra poco, avrebbe ripetuta la domanda? O che parlare e tacere era tutt'uno?

--Ora, vedi,--riprese pacatamente,--io so che cosa è il tradimento. Lo so ora, che v'inganno entrambi.

--No!--scattò egli ancora.--Tu non lo inganni, lui!

--No?

--O non lo inganni più, perchè sei tornata a lui e ti sottrai a me, e sei pentita d'esserti data a me; perchè lo ami, o ricominci ad amarlo, mentre non mi ami più, se pure mi amasti mai!

Dapprima ella scosse il capo, poi fece un gesto d'assenso, poi ripetè:

--Non ti amo; non t'ho mai amato. Naturalmente.

--Mi ami? Mi ami ancora? D'amore, ami me solo?

--No.

--Ci ami entrambi? Come puoi amare due uomini a una volta? Ami in lui il tuo protettore, il padre dei tuoi figli? Di quali sofistiche distinzioni sei capace? Parla, rispondi! Che cosa ti sentiresti di fare per provarmi l'amore che dici di portarmi?

--Che cosa vorresti che facessi?

--Lascialo, seguimi, dammi tutta la tua vita!

L'espressione del sentimento pervenuto al parossismo, della necessità intuita negli interminabili giorni vissuti insopportabilmente lontano da lei, riconosciuta un'ora innanzi, al sorgere del mortale pericolo sulla via ignota, in mezzo alle tenebre, gli era salita alle labbra impetuosa, irrefrenabile, irrevocabile. Stretto alle braccia di lei, con gli occhi perduti negli occhi di lei, aspettava ora la parola che avrebbe segnato il suo destino. Con l'animo sospeso, sentì che il treno rallentava, in prossimità di una stazione: attenuandosi il frastuono, arrestandosi la corsa, gli parve che anche quel formidabile ed incosciente congegno partecipasse all'ansiosa sua aspettazione.

Ella indugiava a rispondere. Lo guardava fiso, negli occhi, nell'anima. Mentre le voci dei conduttori annunziavano un nome incomprensibile, disse finalmente, pianissimo, passandosi una mano sulla fronte:

--Vuoi che lo lasci?... Lo vuoi proprio?... Sarebbe molto più facile che tu non creda.

Sulle prime egli non comprese. Poi, come un lampo, un dubbio gli attraversò la mente, il dubbio antico, dei primi giorni: ella non doveva essere unita legalmente a quell'uomo. Tutti i sospetti concepiti due anni innanzi, nell'incontrarla sola, in un albergo di montagna, lo invasero, confusamente; rivide in lei l'avventuriera sospettata, riprovò il moto di diffidenza che lo aveva fatto indietreggiare.

--Come sarebbe a dire?--proferì, dopo una lunga pausa, mentre il suono soffocato della cornetta e il fischio della locomotiva annunziavano la ripresa della corsa.

--Dico che la nostra unione non è indissolubile.

--Non siete maritati?

L'ambiguo sorriso tornò ad incresparle l'angolo della bocca.

--Siamo maritati.

--Allora?

Ella si prese la sinistra nella destra, considerando il cerchietto d'oro dell'anello nuziale lucente nella penombra. Lo fece girare un poco nel dito eburneo, poi lo trasse, lo guardò contro la luce.

--Allora, possiamo divorziare. Quando ti domandai se, libera, mi avresti sposata, ti spiegai che la mia domanda non t'impegnava a nulla, perchè la legge della Stanlesia non ammette il divorzio. Ti nascosi la verità.... quella volta sola!... Nella Stanlesia il divorzio è ammesso; come negli Stati più liberali dell'America del Nord, si può pronunziare per dodici motivi diversi.... Questo anello si può spezzare, io posso tornar libera, sposare chi voglio....

E lo guardò.