La messa di nozze; Un sogno; La bella morte

Chapter 4

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Andato a nascondersi nello studio ancora tutto odorante di lei, tutto pieno dei ricordi di lei, dei fiori secchi, delle trine, dei ventagli, dei ritratti, delle crete dove egli aveva riprodotto la stupenda sua forma, si era tenuto lontano dai ritrovi degli amici e dei conoscenti, aveva poi cominciato ad aggirarsi cautamente intorno ai luoghi dove avrebbe potuto incontrarla: invano. Una notte s'era spinto fin sotto la sua casa, ma il domani all'alba era fuggito ancora una volta, per aver visto e immaginato con gli occhi della mente, dietro quelle finestre chiuse, dietro quei muri ciechi, un altro al suo posto, accanto a lei, carezzare la sua fronte, baciare le sue labbra, vivere la sua vita. Allora, allora soltanto si era rifugiato a Promonte, per rintanarsi nel suo covo come una bestia ferita. Aveva il cuore lacerato e sanguinante. Invano la ragione gli rappresentava che questo era lo scotto inevitabile del bene fruito; invano l'egoismo gli consigliava di aspettare tranquillamente il giorno in cui ella lo avrebbe richiamato. Non era più sicuro di riacquistare la felicità di prima. Quand'anche null'altro dovesse sopravvenire a distruggerla, il ricordo delle pene sofferte l'avrebbe intorbidata. Al pensiero che la creatura amata era stata di un altro, un moto di repugnanza, di repugnanza fisica, lo arretrava. Ma non solamente sentiva che ella era stata contaminata nel corpo, vedeva che anche l'anima sua gli sfuggiva. Per aver lasciato passare tanto tempo senza rammentarglisi, bisognava che un rivolgimento fosse avvenuto nel suo cuore, nella sua vita. Come negare, contro l'evidenza, la forza degli affetti, dei doveri e degli interessi che lo avevano prodotto? L'uomo che le aveva dato il proprio nome, che dedicava alla casa fondata con lei tutte le sue energie, che le assicurava un'esistenza facile e larga, godeva di privilegi indistruttibili; ne godeva il figlio tornato a lei, forse più che l'altro vissuto sempre al suo fianco. Di questa creaturina, del posto che aveva occupato nel cuore della madre, egli era stato geloso. Ora la gelosia impotente lo rodeva, lo umiliava al pensiero che la madre era tutta dei figli, la moglie tutta del marito. Parlandole o scrivendole, egli avrebbe potuto farsi valere, rammentarle le parole dettegli e le prove dategli, contrastarla a tutti coloro che la riprendevano, vincerla ancora una volta; da lontano, costretto al silenzio, doveva incrociare le braccia, abbandonare indifesa la causa dalla quale dipendeva la sua vita. O forse insistere, contraddirla, contrariarla, sarebbe stato inutile, come era stato inutile tutto quanto le aveva detto perchè non andasse incontro al marito, perchè si contentasse di aspettarlo a casa sua. Che cosa era dunque il bene che gli voleva, se non la faceva capace di arrendersi a un suo desiderio, sia pure smodato?... Poi pensava che anch'egli l'aveva ferita, una volta, molto più profondamente, dicendole che, libera, non l'avrebbe sposata; e allora riconosceva che entrambi si erano mantenuti fedeli al proponimento di esser sinceri, di uniformarsi alla realtà esteriore ed intima, alla verità necessaria ed amabile. Ma ora, no; ora non più; ora non riconosceva altra verità fuorchè il suo dolore, altra realtà fuorchè il bisogno di lenirlo; ora non chiedeva, non aspettava, non cercava altro che una menzogna, ma pietosa e salutare. E non ne trovava, e non ne sperava. Ella non gli avrebbe mai scritto, come non gli aveva mai detto: «Amo te solo, odio mio marito». Una simile certezza lo avrebbe forse pacificato, gli avrebbe dato forza per sopportare le separazioni, le contrarietà, la partecipazione di un altro al possesso di quel corpo la cui anima sarebbe stata tutta sua. Egli doveva invece contentarsi di una parte di quella vita, della minor parte. L'avrebbe forse totalmente perduta, se il marito non fosse andato più via. Non era questo il pericolo? Che fare per evitarlo, come riprendersi il suo bene, senza che nessuno, mai più, glielo potesse contendere?...

Talvolta egli avea tentato di reagire contro la passione, di resisterle, di contenerla. Altri amori giudicati necessarî alla sua vita non erano finiti senza che egli ne fosse morto? Prima non si era appagato di ciò che le donne altrui avevano potuto o voluto accordargli? All'idea di prenderne una per sè non si era sempre ribellato? Due o tre volte, bensì, nella prima giovinezza, la tentazione era stata fortissima, avvalorata dai consigli dei parenti, dalle esortazioni della madre; ma non si era sempre vinto, e sua madre non era morta col dolore di lasciarlo solo? La libertà non gli era sembrata un bene tanto grande da potersi pagare con qualche cosa di più penoso ancora che non la solitudine? Nel matrimonio non aveva visto una convenzione micidiale all'amore, e dell'amore non aveva sempre avuto bisogno per le sue ispirazioni d'artista?... Ma il ragionamento, il ricordo della tenacissima opinione di tutta la sua vita restavano inefficaci contro il dolore. Nel suo dolore egli riconosceva ora che il legame indissolubile, sempre evitato come il più grave dei danni, non era un ostacolo alla felicità, se altri ora se ne giovava per distruggere la felicità sua. Quella convenzione giudicata funesta all'amore era il patto che garentiva il possesso. La sua condizione di amante costretto a nascondersi, a fuggire, a cedere il posto usurpato, a vedere un altro occuparlo da padrone legittimo, era sciagurata e intollerabile.

I giorni e le settimane erano passati lenti, eterni, numerati ad uno ad uno, misurati ad ora ad ora, senza che egli sapesse che cosa accadeva della creatura diletta, che cosa potesse fare egli stesso per averne notizie: se tornare a Firenze, se scrivere a qualche amico, se scriverle direttamente, a rischio di tradirla. La paura che il caso l'avesse tradita, che suo marito avesse scoperto il loro secreto, trovando una lettera, udendo qualche parola sfuggita al bambino od ai servi, arrestava il moto del suo cuore; ma quantunque il sospetto non fosse da escludere, qualche altra cosa, una voce interiore, un oscuro presentimento gli diceva che no, che nulla era stato scoperto, che ella era al sicuro, che il suo silenzio dipendeva unicamente dalla sua volontà. Infinitamente più che l'impossibilità di far nulla per avere qualche notizia, per uscire da quell'ansia, lo umiliava, lo mortificava e lo avviliva l'idea che la volontà di lei fosse determinata da ragioni che egli non poteva combattere. Il bisogno di signoreggiare quella vita, di occuparla tutta di sè, di uniformare alla propria volontà quella volontà forte e tenace, alimentava il fuoco della sua passione. Nessun'altra donna lo aveva avvinto con le blandizie, con le lusinghe, con le illusioni, quanto costei con la resistenza e l'ostilità. Tutto quanto aveva fatto, nei primi tempi, per vincerla, era stato invano: ella gli si era accordata, inaspettatamente, quando aveva voluto, quando egli ne aveva perduto la speranza. Nonostante la dedizione, dopo il possesso, con tutte le prove d'amore ottenute, egli aveva più volte sentito di non essere penetrato fino agli ultimi recessi dell'anima sua. Ora che un altro gliela contendeva, ora che egli non poteva vivere senza trionfare di costui, senza saperla sua interamente, perdutamente, come una cosa inerte, come la cera duttile, come la creta malleabile, ora ella si dava tutta a quell'altro, restava lontana, chiusa, inaccessibile. La tentazione di fuggirla, piuttosto che contentarsi del poco che gli avrebbe concesso, si era insinuata allora nel suo pensiero, lo aveva investito e dominato. Non era giustizia, no, che egli spasimasse così, mentre nella nuova vita che ella ora viveva non trovava modo d'infondergli fede, di dargli speranza e coraggio.... Improvvisamente, la sua lettera era giunta, quella lettera sulla quale si era precipitato avidamente, che aveva letta e riletta tanto da poterla ripetere senza dimenticarne una sillaba, e che, nondimeno, ora, nel silenzio della stazione deserta, tornava a rileggere ancora una volta.

La lettera diceva:

«Partirò posdomani, sola, col direttissimo delle 7 e 25 per arrivare a Milano il giorno dopo, alle 7 e 50. Torna domani a Firenze, prenota due cabine dello «Sleeping» facendoti dare due biglietti separati, e mandami il mio. Riparti con l'accelerato delle 6 e 33, scendi alla stazione di Castelmaggiore e aspetta alle 9 e 15 il passaggio del mio treno, dove salirai a raggiungermi. Alla stazione di Milano mi lascerai: mio marito ritorna da Londra».

Tutto era stato puntualmente eseguito. Lasciato immediatamente Promonte, egli era corso a Firenze, all'ufficio della Compagnia dei «Wagons-Lits». Il commesso aveva voluto rilasciare un solo biglietto per le due cabine, non comprendendo come persone che dovevano viaggiare insieme avessero bisogno di biglietti separati; ma poi glieli aveva pur dati, ed egli aveva spedito a Rosanna, in lettera raccomandata, quello che doveva servire per lei. Era partito con l'accelerato delle 6 e 33, aspettava ora il passaggio del direttissimo; ma, rileggendo quella lettera, come quando l'aveva letta la prima volta, tutte queste istruzioni, tutte le circostanze nelle quali le aveva effettuate, sparivano dalla sua memoria: i suoi occhi e il suo pensiero si fermavano sulle parole dell'ultimo rigo: «Mio marito ritorna da Londra». Per tornarne, doveva esservi andato; se ella gli moveva ora incontro, non ve lo aveva accompagnato; era dunque rimasta sola per qualche tempo, poco o molto, non poteva dir quanto, una settimana per lo meno: e di quel tempo di libertà non aveva saputo o voluto profittare per richiamarlo, per rivederlo, dovunque, comunque! Lo richiamava ora, sul punto di andare ancora una volta incontro a quell'uomo, per rivederlo un giorno più presto!...

A un fischio di locomotiva, breve, acuto, lontano, egli si riscosse, si guardò intorno. La stazione era ancora deserta; il padrone del Caffè sonnecchiava dentro un bussolotto illuminato dalla fiamma gialla d'una lampada a gas; il cameriere, dinanzi al banco delle vivande, parlottava con un manovratore. Egli ripiegò la lettera e la richiuse nel portafogli. Si versò un poco di latte e di tè, ne assaggiò un sorso, e ripose la chicchera. L'orologio, sul quadro dell'orario, segnava le otto e un quarto. A quell'ora ella doveva essere già partita, il treno che la portava già correva verso di lui. Un senso di gioia, trepida ma grande, lo invase a quella certezza; egli sentì il suo rancore dissiparsi. All'idea che fra un'ora sarebbe giunta, che l'avrebbe avuta tutta una notte per sè, che avrebbe potuto finalmente sfogare la piena dei sentimenti accumulati nel suo cuore, l'immobilità gli riuscì intollerabile. Chiamato il cameriere e pagatolo, si alzò, uscì fuori della sala, sotto la pensilina. I binarî liberi si dilungavano, convergendo nella lontananza, perdendosi verso le masse scure delle cabine e dei depositi, verso le linee rigide formate dalle colonne delle carrozze e dei carri immobili sotto il fioco lume della luna non ancora al primo quarto. Gli ufficî erano quasi tutti chiusi; solo quelli del capostazione, del telegrafo e dei biglietti proiettavano sul marciapiedi la luce delle loro lampade incappucciate di verde. Due o tre commessi stavano curvi sulle scrivanie, dinanzi a grossi registri ed a fogli di carta stampata; non si udiva altro rumore fuorchè il ticchettare degli apparecchi telegrafici. Chiuse le sale d'aspetto, tranne quella della terza classe, sopra i cui nudi banchi il facchino dalla barba candida ed un suo compagno erano distesi a dormire.

Per ingannare il tempo egli si mise a percorrere la fronte della stazione, da un capo all'altro; poi riattraversò la sala del Caffè ed uscì sul piazzale. Non una carrozza, non un passante, non un rumore. Sulla facciata esteriore dell'edifizio erano aperti l'ufficio del Dazio, dove due impiegati chiacchieravano fumando nelle pipe, e il passaggio d'entrata, col gabbiotto della giornalaia: una vecchietta sonnecchiante in mezzo alla mostra dei fogli illustrati, aperti nelle pagine più vistose, fra le grosse intestazioni dei quotidiani e le copertine dei libercoli pornografici. Le pozzanghere formate dall'acquazzone del pomeriggio rendevano malagevole l'avventurarsi oltre il marciapiedi; rinunziando ad entrare in città, egli cominciò a misurarlo tra i due cancelli che lo chiudevano, come aveva fatto dell'altro. Il tempo scorreva con una lentezza disperante. Passando e ripassando dinanzi al Dazio, i suoi occhi erano attratti dall'orologio i cui indici parevano immobili; per vederli un poco spostati verso l'ora attesa con la febbre nei polsi, egli prometteva a sè stesso di non guardarli troppo spesso; ma poi, quando li fissava dopo aver voltato le spalle più volte, trovava che era trascorso qualche minuto appena. Fermandosi, chiudendo gli occhi, tentava raffigurarsi la donna amata come doveva essere atteggiata in quel momento: raccolta in un angolo della carrozza sussultante nella corsa vertiginosa, sotto la luce della lampada elettrica, col viso ravvolto in un velo, col capo appoggiato alla mano guantata, con gli occhi allo sportello, immobile nella persona, ma con l'anima tesa verso di lui; e allora la tenerezza e il rancore, l'amore e la gelosia, il bisogno di stringersela al cuore e l'impeto di respingerla si avvicendavano tanto tumultuosamente da confondersi in un unico fremito, in uno spasimo solo.

Le nove meno un quarto. Ancora quaranta minuti. La stazione restava deserta: si udiva soltanto qualche fischio rauco, soffocato, di macchine manovranti lontano; qualche passo risonava, ma di persone che uscivano avviandosi alla città. Nessun viaggiatore sarebbe venuto a prendere quel treno della notte? Nessun parente od amico sarebbe sopraggiunto ad aspettare qualcuno?... Alle nove, mancando mezz'ora all'arrivo del treno, egli entrò per vedere se l'ufficio dei biglietti fosse aperto. Era ancora chiuso; il facchino dormiva ancora sulla panca della sala d'aspetto. La vendita sarebbe forse cominciata solo venti minuti prima dell'arrivo del treno?

L'attesa di quegli altri dieci minuti fu eterna. Pareva che il tempo si fosse arrestato, che non potesse più scorrere, che la stazione fosse abbandonata, che la vicina città fosse morta. L'arrivo di due o tre persone, silenziose, senza bagaglio, gli parve un avvenimento, un ritorno alla vita. Ma nessuno sportello si schiudeva ancora, nulla preannunziava la partenza, neanche ora che mancavano venti minuti soltanto, che ne mancavano diciannove. Che cosa avveniva? Quand'anche il treno fosse in ritardo, la vendita dei biglietti non doveva cominciare all'ora regolare? Forse gli orologi esterni anticipavano su quello del capostazione? Per quale incantesimo nessuno appariva? Non era egli in preda ad un incubo? Aveva realmente ricevuto una lettera di lei? Era una cosa reale, quel convegno in treno? Non era una stravaganza, una immaginazione, una irragionevole speranza?... Diciotto minuti soltanto--e gli sportelli restavano ancora sbarrati.... Allora, per uscire da quell'incubo, per udire una voce, per sapere qualcosa, s'avvicinò alla giornalaia.

--Il direttissimo non arriva alle nove e un quarto?

--Alle nove e un quarto, sissignore.

--Ma allora perchè non aprono la biglietteria?

La vecchia inforcò gli occhiali, guardò un suo grosso orologio di acciaio, e disse:

--Ecco: apriranno a momenti.

Ma passò ancora un altro minuto, ne passarono due, senza che gli sportelli si schiudessero. E a un tratto due uomini uscirono dall'interno della stazione, uno dei quali diceva all'altro:

--Non si parte fino a domani.

Egli credè d'aver frainteso. Poi il sangue gli rifluì tutto al cuore e la vista gli si offuscò. Con passo dapprima malfermo, poi precipitato, rientrò sotto la tettoia nel punto che alcuni manovali attraversavano i binarî e gruppi di commessi si formavano dinanzi agli ufficî, scambiando notizie e domande e commenti.

--Al bivio del Saliceto.... La linea è ingombra.... Si appronta il carro-attrezzi.... Una falsa manovra dello scambio.... Il treno merci è rovesciato.... E il direttissimo?

Una fiamma gli salì al viso, il suolo gli mancò sotto i piedi. Corse all'ufficio del capostazione, non lo riconobbe perchè tutti gli usci erano aperti, ormai, e tutte le stanze illuminate; domandò a un uomo seduto dinanzi ad una scrivania:

--Scusi, signore: mi vuol dire che cosa è accaduto?

--Non so precisamente; la linea è ingombra.

Riuscì, trovò finalmente il capo sulla soglia del suo ufficio, intento a rimproverare uno dei suoi dipendenti.

--Non ho bisogno delle vostre osservazioni!... Andate al vostro posto senza tante chiacchiere.... Desidera?--domandò poi, con voce appena meno brusca, al viaggiatore che portava la mano al cappello.

--Vuol favorire di dirmi che cosa è accaduto? Io aspetto il direttissimo delle nove e un quarto....

--La linea è stata ostruita da un treno merci che manovrava al bivio del Saliceto.

--Ma il direttissimo?

--Il direttissimo sarà avvertito e fermato a tempo e luogo....

Poi, voltategli le spalle ed avvicinatosi al telefono, gridò nel portavoce:

--Signor ingegnere?... Sì, la seconda squadra sarà pronta a momenti.... Com'è?... La gru sta in consegna al Movimento.... Prenda le binde da otto tonnellate.... Va bene!... Sissignore: alla cabina numero 8.... Come?... Ha deragliato?... Perdio!... Vengo subito!...

Lasciato l'apparecchio, lanciò un ordine al sottocapo:

--Trattenga l'842 a Santa Rufina, telegrafi che per linea ingombra non lo posso ricevere. Mi mandi subito la seconda squadra.

E s'allontanò rapidamente, scavalcando le linee dei binarî, facendo cenno con tutt'e due le mani di seguirlo agli uomini schierati sul marciapiedi centrale.

Stordito, smarrito, Bertini volse intorno lo sguardo.

Che cosa era avvenuto? Nessuno glielo avrebbe spiegato? Un brivido gli passò per la schiena al pensiero del pericolo che minacciava la creatura diletta, al disastro che forse era già avvenuto. Non era forviato il convoglio che la trasportava? O il treno che facevano fermare a Santa Rufina era il suo?

--Per favore!... Sentite!...--disse ad un guardasala, fermandolo mentre gli passava dinanzi.--Qual è il numero del direttissimo che si aspettava per le nove e un quarto?

--28.35, signore.

--Siete sicuro che non sia l'842?

--Sicurissimo! L'842 è un misto che dovrebbe arrivare alle 9 e 42, ma che sarà fermato a Santa Rufina.

--E il direttissimo?

--Era già transitato da Santa Rufina quando è sopravvenuto l'accidente al treno merci.

--Ma allora come e dove sarà avvertito del pericolo?

--È stata formata la correntale.

--Come sarebbe a dire?

--Ogni guardiano va al casello vicino trasmettendo al compagno la notizia dell'accidente e l'ordine di disporre i segnali di fermata.

--E quanto occorrerà per liberare la linea?

--Signor mio, chi può dirlo?... Due ore potevano bastare; ma forse non ne basteranno quattro.... Il capotecnico e il capodeposito avevano subito avvertito il Servizio trazione; il signor ingegnere con la prima squadra era subito accorso sopra una macchina, il carro-attrezzi era già pronto; ma quando hanno fatto per attaccarlo alla macchina ha deragliato. Se lo vuol vedere, vada laggiù in fondo, presso il castelletto idraulico, dove c'è quel chiaro.... Lavorano a soccorrere il carro di soccorso!...

E sorrise discretamente, gettando intorno una cauta occhiata, per paura che l'avessero udito.

Bertini corse nella direzione indicata. La fatalità si complicava, una volontà ostile e maligna pareva volesse accumulare gli ostacoli, moltiplicare i pericoli. Alla luce fumosa delle torce a vento si vedeva il carro degli attrezzi pencolare fuori delle rotaie: la piattaforma dalla quale doveva essere spinto nella buona direzione non era stata assicurata, non aveva le rotaie combinanti con quelle del binario, e poco era mancato che la massa pesante non si fosse rovesciata.

--Via le leve!--gridava il capostazione agli uomini intenti alla manovra.--Tofano e Giacomelli, montate su a scaricare le binde.... Quelle da quattro basteranno.... Animo, via!...

Gli uomini si arrampicarono sul carro carico d'ogni sorta d'ordegni e di congegni: argani, morse, chiavi, martelli, mazze, una fucina, ruote di cordami, spessori di legno, torce a vento, fiaccole a petrolio. Sollevata una binda da quattro tonnellate, la passarono oltre il parapetto, porgendola ai compagni.

--A noi, svelti!--ordinò ancora il capo.--Disponetela fra la testata e il traversone.... Più su, più su: all'angolo, ho detto.... Ma qui, perdio, sotto lo spigolo, o parlo turco?... Così!... Forza di braccia!

Le braccia nerborute girarono il manubrio della macchina, dapprima agevolmente, poi, quando essa affrontò il peso del carro, con una tensione violenta, con uno sforzo penoso. Sotto la spinta possente il carro si scosse un poco, si sollevò di qualche centimetro; a un tratto traballò scricchiolando.

--Ferma!

Tolta una fiaccola di mano a un operaio, il capo si cacciò sotto le prime ruote, ne esaminò la posizione; poi percorse tutto il fianco fino a quelle posteriori.

--Un'altra binda qui, al centro del traversone....--Ma udendo improvvisamente un lontano tintinnare di campanello, si volse a chiamare:--Marziani!... Il capotecnico?...

--Eccomi, signor capo.

--Diriga lei l'operazione. Io vado a ricevere l'accelerato.

Un treno sopravveniva infatti dall'altra parte della linea, dove nessun ostacolo si era frapposto; e Bertini domandava tra sè per quale fatalità l'accidente aveva dovuto prodursi dalla parte di Firenze, nel preciso momento in cui, dopo tanta pena, egli aspettava Rosanna. E in un improvviso ritorno dell'ansia sopita dinanzi allo spettacolo dello sforzo sostenuto dai lavoratori, si volse ad uno degli astanti:

--Il direttissimo è stato fermato?

--Certamente, a quest'ora.... Se no, sarebbe andato a sfondare il treno merci deragliato.

--Come si saprebbe?--domandò ancora, trepidante.

--Eh! Le male nuove le porta il vento.

--A che distanza da qui è il bivio del Saliceto?

--A quattro chilometri e mezzo.

--E Santa Rufina?

--A dodici chilometri.

Restava da sapere in qual punto della via interposta fosse fermato il convoglio. Certo, in aperta campagna, lontano dalle stazioni, senza precise notizie dell'accaduto, del pericolo corso, della durata della sosta. Come far sapere qualche cosa a Rosanna? Come rassicurarla? Egli si struggeva di non poter far nulla, invidiava gli operai sudanti a mettere in piano il carro, si torceva le mani per non poterle adoperare com'essi, per non potersi cacciare sotto le ruote a rimetterle a posto, con la febbre di veder rimossi gli ostacoli, quel primo ostacolo.

Le notizie dell'accidente passavano ora di bocca in bocca, con più precisi particolari: il deviatore della cabina numero quattro, per un falso segnale del manovratore, aveva aperto lo scambio al treno merci mentre la colonna era in moto; l'ago si era spostato fra un'asse e l'altra del primo carro, dando la diramazione sopra il binario per il quale doveva transitare il direttissimo, ostruendo la linea di corsa: l'ingegnere dell'ufficio di trazione, con una squadra di operai raccolta alla prima notizia, era sul posto, ma non poteva far nulla senza gli attrezzi. E dalla stazione, cessato lo squillare del campanello, veniva il rombo del treno accelerato arrivante a tutto vapore, fischiando e stridendo, condannato poi anch'esso a restarsene inerte, ad aspettare la liberazione del binario e l'arrivo del direttissimo. La macchina si staccava e si allontanava; i viaggiatori, avvertiti dell'accaduto, si sparpagliavano in folla sotto la tettoia, entravano nel Caffè, si spingevano verso la piattaforma attratti dal chiarore delle torce, e Bertini vide fra gli altri una coppia di giovani sposi in costume da viaggio, il marito appoggiato al braccio della moglie, stretto a lei, sfiorante con la falda del berretto basco il velo che ella teneva sollevato sulla fronte e che lasciava scoperto un visetto rotondo, grazioso, infantile.

--Largo!... Indietro!... Favoriscano di sgombrare!