La messa di nozze; Un sogno; La bella morte

Chapter 12

Chapter 123,710 wordsPublic domain

«La lasciai, andai a buttarmi sul mio giaciglio, con una nuova febbre addosso, la febbre dell'aspettazione. Il treno precipitoso mi sembrava troppo lento. A Parigi! A Parigi! Non vi ero stato ancora, avevo sempre rimandato a miglior tempo quel viaggio tanto desiderato, quasi prevedendo di doverlo compiere in circostanze romanzesche, di dover giungere nella metropoli in compagnia d'una straordinaria creatura. A pochi passi da me, dietro alcune pareti di assi, quali pensieri volgeva ella nella mente? Che cosa provava per me? A quali prove mi avrebbe sottoposto? Forse non lo sapeva ella stessa; molto probabilmente riposava, tranquilla, serena, mentre io contavo le ore di quella notte eterna. Come avevo già provato la sensazione fisica dell'inarrivabile, provavo ora quella dell'interminabile: mai più si sarebbe fatto giorno, mai più saremmo giunti.... Un sobbalzare più brusco sugli scambii più frequenti, un fischiare più lungo e rauco, ed eccoci a Parigi. Corsi incontro alla mia compagna; prima d'ogni altra cosa vidi che aveva appuntato al seno i fiori della sera innanzi. All'ufficio telegrafico, quando lesse il foglietto azzurro, un nuovo sorriso, enimmatico come quello rivoltomi sulla soglia della cabina, le sfiorò le labbra.

«--Leggete.

«Lessi. La sorella diceva che le era stato impossibile partire, che sarebbe arrivata il domani alle dieci e trenta. Un lampo di gioia dovette accendermi lo sguardo.

«--Mi avete promesso di restare con me fino all'arrivo di vostra sorella?

«--Ve l'ho promesso.

«--Non mi potete più mandar via fino a domani! A che albergo scendete?

«--Io scendo al «Grand Hôtel», ma siccome vi andrà domani anche mia sorella, non è possibile farmi vedere oggi lì con voi.

«--Dove volete dirigervi allora?--le domandai, per non confessarle che venivo a Parigi la prima volta.

«--Non so....--rispose, cercando.--Mi conoscono anche al «Bristol».... Ho sentito parlar bene del «Louvre»....

«--Al «Louvre»!--ordinai al facchino che portava il suo piccolo bagaglio. Le chiesi anche la ricevuta dei bauli, li feci ritirare come se fossero miei, e salimmo sopra un omnibus della Compagnia ferroviaria, tutto pieno di gente diretta, come per una tacita intesa, allo stesso albergo: alcuni viaggiatori, sopravvenendo tardi, restarono a terra. Noi vi stemmo pigiati, a disagio, e io domandavo a me stesso il perchè di tanta ressa, che cosa mai veniva a fare tutta quella folla. Le vie e le piazze della metropoli mi passarono dinanzi come dietro la lente d'un cosmorama, come dipinti sopra uno scenario, tanta era la mia inquietudine di non trovare alloggio, di dover cercare un altro albergo, di doverle confessare che non conoscevo la città. Giunti che fummo, domandai al portinaio:

«--Avete posto?

«Bisognava dire:--Dateci due camere--per evitare che ci considerassero come sposi. L'equivoco era tanto naturale, che ci guidarono ad una camera nuziale.

«--Ne abbiamo bisogno di due,--dissi al cameriere.

«--Mi rincresce,--rispose quell'uomo,--ma non abbiamo altro che questo salottino....--ed in così dire schiuse uno degli usci laterali, mostrandomi una piccola stanza sprovveduta ed incapace d'un letto, addobbata soltanto d'un divano, di qualche poltrona, d'una scrivania e d'una specchiera.

«--Va bene,--dissi, soggiungendo poi, sottovoce, rivolto alla mia compagna:--La camera è vostra, io dormirò su quel divano.

«Ella che durante le trattative era rimasta a guardare tutt'intorno, indifferente, si tolse il cappello quando fummo soli, si tolse i guanti, si acconciò dinanzi allo specchio dell'armadio i capelli. Io trassi dalla sua borsetta il mazzo delle chiavi, dischiusi i suoi bauli e la sua cappelliera, e cominciai a trarne fuori la roba.

«--Vi ringrazio!--esclamò con effusione.--Fare e disfare i bauli è per me lo scotto insopportabile del piacere di viaggiare.

«--Sono qui per risparmiarvi ogni pena.

«Dalle vesti, dalle gonne, dai corpetti esalava un profumo acuto, carnale, inebbriante. La biancheria intima era d'una ricchezza straordinaria, le camicie da notte particolarmente, morbide, seriche, spumose, orlate di trine finissime, infiocchettate d'azzurro e di roseo. Da un involto trassi le pantofole, tutte acciaccate dalla pressione: ridiedi loro la forma perduta perchè fossero pronte ad accogliere i piedi, dei quali ottenni così la misura e quasi sentii il contatto.... Quando ella ebbe tutto ciò che le occorreva, mi disse:

«--Ecco: basta così! Ancora grazie!

«--Di niente! Ora avrete bisogno di cambiarvi, di riposare. Vi lascio; tornerò verso mezzogiorno, per la colazione: volete?

«--A mezzogiorno, benissimo. Arrivederci.

«--Arrivederci!

«Pensavo che un altro sarebbe stato meno riguardoso, non avrebbe insistito per le due camere, non si sarebbe tratto da parte con tanta discrezione; ma sentivo anche di non averne nessun merito, giudicandola semplicemente doverosa, ragionevole e prudente. Tentare di abusare di lei sarebbe stato un errore, oltre che una volgarità: io potevo offenderla ed alienarmela. Dovevo stender le mani per significare che desideravo cogliere il dolce frutto? Ma il mio desiderio non aveva più bisogno di altre espressioni, a quell'ora.... Ed io non volevo strappare il frutto, volevo che cadesse da sè. Con l'idea che quello fosse un viaggio di nozze, provavo l'imbarazzo presentito nell'immaginare di trovarmi con una sposa, avvertivo il pericolo di urtarla con qualche espressione od atteggiamento intempestivamente confidenziale.... Bisognava aspettare. Da un momento all'altro, naturalmente, per un incidente imprevedibile, per una parola, per quell'opera del caso di cui le avevo dimostrato l'importanza, i nostri rapporti si sarebbero mutati nel senso dei mio desiderio.

«Uscii nelle vie. Un sentimento di stupore mi occupava: ero a Parigi, dove avevo tanto sognato di andare, un giorno; e vi ero per un giorno, in sogno--poichè avevo, a tratti, la coscienza di sognare. Allo stupore s'aggiungeva l'imbarazzo, non sapendo da che parte rivolgermi, a qual mèta avviarmi. Ma superiore alla somma dell'imbarazzo e dello stupore era un altro sentimento, esagerato, di sogno: la vergogna di andare attorno, a quell'ora mattutina, con lo «smoking» serotino. Mi pareva che tutti i passanti mi guardassero curiosamente, che gli stessi gendarmi mi tenessero d'occhio, insospettiti. Come avrei fatto se mi avessero fermato e chiesto le mie carte? Ah, ecco: mi sarei fatto condurre all'ambasciata, dove qualcuno, un segretario, un addetto, avrebbe saputo dire chi ero. Passando dinanzi ad un negozio di abiti fatti, vi entrai per comprare un soprabito. Comprai anche una camicia, che indossai, col pretesto di vedere se mi stava bene, perchè quella portata in viaggio era tutta sgualcita; mi annodai al collo un'altra cravatta, di colore, acquistata anch'essa lì per lì. Quando tornai all'albergo con questo nuovo aspetto, ella mi disse in tono di amabile rimprovero:

«--Ah! mi avete dunque ingannata?

«--Come mai?

«--Fingendo di partire improvvisamente, senza bagaglio! Avevate invece spedito le vostre valigie, se ora vi siete cambiato!

«--Ma niente affatto! Queste sono mentite spoglie: osservate!...--ed apersi il soprabito perchè vedesse l'abito nero.

«Rise ancora, mentre le spiegavo come avevo fatto e le chiedevo il permesso di tenere il soprabito in sala da pranzo per non espormi alla curiosità dei commensali con quel ridicolo «smoking» a colazione. Ella era riposata, fresca, smagliante, più vaga, più deliziosa che mai. La colazione fu squisita; dopo uscimmo in carrozza; l'accompagnai in un giro di compere. Che impressione! Io non so se un giorno prenderò moglie; con grande probabilità continuerò ad astenermene; ma se mi accadrà di sposare una creatura diletta, se me la porterò via per il mondo, non credo che potrò provare un senso di gioia così pieno, di così intima felicità come quello che mi occupò. Mi pareva che quella donna fosse mia realmente, che io entrassi con lei in una nuova esistenza. Con che gioia le fiorii di nuove rose fresche il seno! Il tempo era delizioso, il cielo divino, la metropoli tutta fervida di vita. Ne cercavo i luoghi celebri, i monumenti insigni, descritti nei libri, illustrati negli albi; ma non li riconoscevo, o li ritrovavo diversi da quelli che immaginavo: taluni più vasti e solenni, altri al contrario più semplici ed angusti. Quando ella non ebbe da far altro, andammo al museo del Louvre. Che senso di meraviglia durante quella sfilata attraverso le sale meravigliose, specchiate dai pavimenti come da acque di lago, in mezzo alla profusione dei capolavori! Ella se ne rivelava giudice fine e sagace: le tele e le statue dinanzi alle quali si soffermava spiccavano realmente per qualche singolare qualità d'invenzione o di fattura, ed in quella creatura vibrante e fremente l'ammirazione si rivelava con la commozione della voce, con l'umidore degli occhi, con l'imminenza del pianto. Fino a quel momento io avevo apprezzato in lei la bellezza della forma ed il brio dello spirito; fra i miracoli dell'arte, riconoscevo l'acutezza della sua intelligenza, la serietà della sua cultura, la delicatezza dell'anima sua: cose prima intuite, ma ora misurate. E come mi lodavo di essermi frenato, di non averla offesa con qualche brutalità!... Usciti dal museo le offersi il tè. Andammo a prenderlo all'«Hôtel Riche»: mi indicò ella stessa quel sito, oppure mi rammentai che qualcuno me ne aveva parlato.... dove?... quando?... Chi sa!... Venticinque franchi di tè: i prezzi mi sono rimasti nella memoria non solamente per l'altezza straordinaria, ma anche per una sottile inquietudine di restare a corto di quattrini. Partendo per poche ore, non avevo pensato di dover rifornire il portafogli: quelle cinque o seicento lire che conteneva mi erano sembrate più che sufficienti; ma non sarebbero finite presto, spendendo a quel modo? Che importa! Avrei telegrafato, avrei lasciato in pegno le perle del mio sparato. E poi, la squisitezza del godimento era tanta, che nessun'ansia, nessuna paura l'avrebbe mai pagata abbastanza.

«Tornammo a casa al tramonto, mentre sul cielo d'oro si accendevano innumerevoli lune d'argento. Ella montò su in camera, dovendo vestirsi per il pranzo e per il teatro: passando dinanzi ad un ufficio di locazione avevamo prese due poltrone per l'«Opéra». La lasciai salir sola. Se avessi obbedito all'istinto, l'avrei seguita come la sua propria ombra; ma non volevo che le mie assiduità le pesassero, che mi giudicasse importuno ed esigente. Dopo avere sfogliato i giornali nella sala di lettura, salii anch'io, entrai nel salottino, mi disciolsi dinanzi allo specchio la cravatta di colore e riannodai la nera: mi ritrovai subito in tenuta da sera.

«--Siete pronta?--le domandai, dietro l'uscio, dopo avervi discretamente picchiato.

«--Eccomi!

«Era abbagliante di bellezza e d'eleganza, da far gridare, da far morire. Entrò al mio braccio nella sala splendente di luci: tutti gli sguardi si fermarono su noi, su lei. Come s'intitolava, di chi era il melodramma che davano all'«Opéra»? Non rammento altro se non che aveva per argomento una leggenda del nord. Certo io non udii mai una musica così divina. Tutti i sentimenti ai quali ero in preda dal momento che avevo conosciuto la mia compagna fino a quell'ora, la mia meraviglia, il mio desiderio, la mia febbre, la mia esaltazione, erano significati da quei suoni, da quei canti, come se io stesso li avessi espressi dal fondo dell'esser mio, come se fossero esalati dalle mie labbra nei languori dell'estasi, negli ardori della brama. Ella udiva e taceva con me; durante gli intermezzi proferì giudizî, intorno al valore espressivo della musica, ai rapporti fra questa e la poesia, che non si colgono spesso su labbra femminili. Accanto a quella straordinaria creatura, tra la folla festosa della sala fastosa, dinanzi ai vivi quadri che fantastici eroi e bellezze miracolose di ninfe e di amazzoni componevano e scomponevano sulla vasta scena, in mezzo all'oceano di onde sonore dilaganti dall'orchestra potente, un vapore di ebbrezza mi salì al cervello: all'ultima scena, una scena di amore sovrumano e di eroica morte, la tentazione prepotente di stendere la mano, di prendere quella della mia compagna, la mano nervosamente afferrata al bracciuolo della poltrona, di stringerla forte per significare in qualche modo la mia commozione, mi fece sollevare il braccio; ma poi mi contenni. Finito lo spettacolo le proposi di entrare in un Caffè; quando ne uscimmo ella volle tornare a casa a piedi. Pareva che il mio pensiero fosse il suo: prolungare le ore di quella notte. Era ella spinta dallo stesso mio sentimento? Io aspettavo l'avvenimento risolvente, l'incidente decisivo. Un'immagine mi occupava: quella della nave nella cui stiva le mercanzie si accatastano: le botti, le casse, le balle, i cesti; più carico essa riceve, più si immerge, finchè il livello del mare raggiunge il limite estremo segnato da una riga bianca sui fianchi poderosi; ma poichè quel segno è grosso parecchi centimetri, e molte e molte altre tonnellate farebbero abbassare lo scafo di qualche frazione di millimetro appena, così è ancor possibile imbarcare tanta altra roba, e ancora infatti se ne imbarca; non parliamo dei passeggeri col loro bagaglio, perchè essi sono troppo poca cosa a paragone della capacità del battello, e quanti ne arrivano tanti vi salgono; ma ecco che il livello preciso della massima immersione possibile, il livello segnato dalla linea ideale, infinitamente più sottile di un filo di capello, dalla linea matematica, senza spessore apprezzabile dai sensi umani, sta per esser toccato; ed ecco che per conseguenza bisogna andar cauti, perchè ora ogni aggiunta al carico potrebbe determinare il tracollo.... Era un paragone simile a quello del bicchier d'acqua che una semplice goccia fa traboccare; ma non so perchè io mi apprendessi a questo della nave; forse per un'associazione d'immagini, trovandomi in viaggio? Da trenta ore io condividevo la vita di quella donna; avevo percorso con lei tanta strada, avevo trascorso un'intera giornata in sua compagnia, insieme avevamo fatto e visto e detto tante cose; la nostra intimità si era venuta sempre più stringendo ad ogni episodio di quell'avventura. L'ora critica era imminente, ormai, come per la nave sotto carico: quando essa sta per toccare l'ultimo limite del galleggiamento, si può ancora imbarcarvi qualche balla, e poi ancora qualche botte, e poi ancora, qualche barile; ma, a furia di aggiungere altri pesi, anche piccoli, arriva pure un momento in cui questa cosa paradossale è possibile: che un pacco, meno ancora, un plico, meno ancora, una striscia di garza, la manderà a fondo. La mia compagna m'aveva consentito tante cose, da un giorno e mezzo, restando perfettamente padrona di sè; io m'ero astenuto da ogni atto, da ogni discorso che potessero sembrare minimamente aggressivi: una parola, un gesto, uno sguardo me l'avrebbe fatta cadere nelle braccia.... Io prolungavo l'aspettazione per cogliere l'istante propizio: voleva ella forse ritardarlo?

«Ad una cert'ora fu impossibile restare nel Caffè: già i camerieri raccoglievano le seggiole, le disponevano sui tavolini, spargevano segatura di legno sul pavimento, spegnevano una parte delle lampade elettriche. Quando arrivammo all'albergo il portone, naturalmente, era chiuso. Il portiere di notte ci aperse, il cameriere di guardia ci accompagnò fin sull'uscio del salottino, girando la chiavetta della luce. Dischiusi io l'uscio della camera da letto, dicendo alla mia compagna:

«--Vivessi mill'anni, non dimenticherò mai le impressioni che vi debbo.

«--Partirete domani col treno che arriverà da Calais?

«--Il treno arriverà alle dieci e trenta per ripartire alle undici e cinque. Se volete, v'accompagnerò alla stazione; quando andrete incontro a vostra sorella vi lascerò: potrete assicurarvi coi vostri occhi che salirò su quel convoglio.

«--Senza discenderne dall'altra parte?

«--Mi sono comportato in modo da farvi sospettare della mia sincerità?

«--Avete ragione!...

«--Ora siete stanca? Volete andare a dormire?

«--Che ore sono?

«--Le due meno un quarto.

«--È più che tempo!

«--Buona notte!--le augurai, stendendole la mano.

«--Mi rincresce veramente--rispose, ricambiando la mia stretta--che ne dobbiate passare un'altra a disagio.

«--Starò più comodamente su questo divano che non sul treno. Soltanto, se permettete....

«--Dite pure!

«--Vorrei prendere un guanciale dal letto.

«--Ma ve ne prego!

«Entrai in camera, presi il guanciale, tornai ad augurarle:

«--Buona notte!

«--Buona notte!

«E chiusi l'uscio dietro di me. Avrei potuto indugiarmi ancora per dirle: «Non è incredibile questa nostra situazione? Non sarò oggetto di beffe, quando narrerò fino a che segno ho mantenuto la mia parola?...» Ma questi, e simiglianti discorsi, sarebbero stati pretesti evidenti e grossolani: tanto sarebbe valso trasgredire più sostanzialmente la promessa fatta. L'incidente che doveva risolvere quella nostra situazione non si era ancora prodotto, la parola non era stata detta, lo sguardo non era stato scambiato. Il caricamento della nave era cessato alla linea matematica della massima immersione possibile. La porta chiusa dietro di me era come il boccaporto inchiavardato. Non ostante, io restavo nella medesima fiduciosa aspettazione. Non accade tante volte di prendere a bordo qualche collo sopra coperta?...

«Disponendomi a passare la notte su quel divano, vi accomodai il guanciale e andai ad accostare gli scuri della finestra. Dinanzi all'uscio che mi divideva da lei porsi l'orecchio, udii cigolare i gangheri dell'armadio, aprire qualche cassetto, rimuovere le porcellane sul lavabo, versare dell'acqua nella catinella. Senza ragionarvi sopra, per un moto istintivo, attaccai l'occhio al buco della serratura: non vidi altro che un'ombra trascorrere sulla parete: il tappeto attutiva il rumore del passo. Tornato al divano mi tolsi l'eterno «smoking», e ad un tratto pensai d'aver fatto male, la mattina, non comperando, oltre quella da giorno, anche una camicia da notte. Come era possibile riposare con quel colletto, quel petto e quei polsini tanto abbondantemente insaldati che parevano di legno? E allora, con gli occhi della mente e del desiderio, rividi le camicie da notte della mia compagna, quelle camicie nivee, fragranti, carezzose, lievi come di garza.... Tornai ad accostarmi all'uscio: non si udiva più nulla. Picchiai con le nocche delle dita, discretamente.

«--Chi è?

«--Sono io.... vorrei pregarvi....

«--Che dite? Non capisco....

«Un poco più forte, ma non troppo, per paura che qualche vicino udisse, ripresi:

«--Siete a letto?

«--Non si sente!... Aspettate.

«Dopo qualche momento udii risonare la voce più da presso, quasi dietro l'uscio.

«--Che cosa volete?

«--Sentite, vorrei darvi una preghiera.

«--Dite su!

«--Non posso dormire con questa camicia insaldata come una corazza.

«--E che posso farci?

«--Vorreste prestarmi una delle vostre?

«Mi rispose una delle sue risate più sonore, più provocanti, più scandalose, da destare i vicini immersi nel sonno. Concitatamente, ma studiando di frenarmi, insistetti:

«--Che c'è da ridere?... Volete destare tutto l'albergo?... Mi avete compianto perchè mi tocca passare la notte sopra un divano!... Potete contribuire ad alleviare il mio tormento.... Se ci avessi pensato, mi sarei provvisto stamani dal camiciaio, quando comprai quella da giorno.... temete che ve la sciupi, la vostra camicia?

«--Non temo, no!... Ah!... Ah!... Ma non pensate?... Come non pensate?...

«--Che cosa?

«--Quanto sarete buffo!

«--Che ve ne importa, se non mi vedrete?

«--Ah! Ah! Ah!

«--Sono contento di tenervi di buon umore, ma ridete un poco più piano!... Me la date, sì o no?

«--Ma proprio?... Dite proprio sul serio?

«--State pur certa che non sono d'umore da scherzare.

«--Se la volete proprio.... Un momento: aspettate....

«La voce tacque. Tesi l'orecchio: silenzio profondo. Poi un gemito di molle: ella era tornata a letto. Poi la voce risonò ancora una volta, lontana, percorsa ancora da fremiti d'allegria:

«--Venite a prenderla....

Il narratore, che aveva fatto qualche pausa qua e là, nei punti salienti del racconto, per eccitare la curiosità delle uditrici, per accrescere l'effetto delle cose dette, fu a questo punto costretto a tacere dalle esclamazioni delle signore:

--Basta così!... Abbiamo capito!... Vi facciamo grazia del resto!...

--Ma lasciatelo dire!...--intervenne Ferdinando Anselmi.--Egli deve certo soggiungere una cosa essenziale: che nessuna donna di carne e d'ossa gli ha mai fatto provar nulla di minimamente paragonabile a ciò che provò con quella del sogno: è vero?

--È vero.

--Accade sempre così. Disgraziatamente, anche tu dovesti destarti sul più bello, e te ne rimase come un senso di vuoto, come un bisogno di stender la mano per trattenere il fantasma fuggente, come un'angoscia nostalgica ed inconsolabile.

--Qui t'inganni,--rispose Alberto Mauri.--Io mi destai di molto buon animo, il domani, nella camera dell'«Hôtel Riche», a Parigi.

--Come?... Che vuol dire?... Ma dunque?... Ma allora?...

--Così. Vi ho detto che fu un sogno, perchè del sogno ebbe la stranezza, la difformità, l'incredibilità; perchè se vi dicessi che fu realtà, non potrei darvene la prova, nessuna prova, neanche il più piccolo indizio. Di quella donna io non seppi e non so il nome. Il domani della notte nuziale l'accompagnai alla stazione e la lasciai andare incontro alla sorella: da quel momento non l'ho mai più riveduta. Mi chiese di non scriverle, di contentarmi che neanche ella mi scrivesse, di non guastare con parole inutili il ricordo del nostro unico giorno d'amore. Dietro di noi, neanche la più tenue traccia. All'«Hôtel du Louvre», a Parigi, ci chiesero naturalmente i nostri nomi, ma neppur io potrei ritrovarli su quel registro, perchè furono nomi fantastici, inventati da lei, da lei stessa trascritti, e perchè non conosco la sua scrittura. Non solamente agli altri, ma neanche a me stesso io posso più dimostrare che non sognai. Il luogo reale dove la conobbi, dove non sono più tornato, è nella mia memoria trasfigurato: se vi ho parlato di una riva incantata e d'un tempio della Fortuna, è perchè Montecarlo e il Casino, da quell'unica volta che li vidi, hanno perduto i loro contorni reali nei miei ricordi, si sono annebbiati e confusi. Di lei non so più nuova, se vive o se è morta, dov'è, che cosa fa; e se volessi rintracciarla, non saprei da che parte rivolgermi; e se lo sapessi, non ne farei nulla. Col suo fulgore tollerabile, con la sua accessibile e umana divinità, ella mi diede nella vita reale l'impressione del sogno: bene è che resti confusa con le figure del sogno, con le immagini della fantasia, con le incerte creature nate dal desiderio folle e distrutte dal rapace obblio.

LA BELLA MORTE.

I.

Quando il capitano di vascello Ruggero Carleoni, comandante della «Siracusa», ebbe finito di decifrare nella sala del Consiglio della nave il lungo dispaccio del ministro della Marina, chiuse il foglio in uno dei cassetti della scrivania, strappò e stracciò la pagina del taccuino dove aveva trascritto alcuni dei passi più importanti degli ordini telegrafici, e disse a Catenuti, il sott'ufficiale-segretario:

--Chiami subito il comandante in seconda.

A bordo, finite le esercitazioni militari e marinaresche di orario, parte dell'equipaggio lavorava a rimettere in assetto il formidabile strumento di guerra, parte si godeva il riposo che precede l'ora del pasto. Il caporale-portalettere aveva già fatto la prima distribuzione; alcuni marinai, nel ponte di batteria, curvi sulle tavole dei ranci, rispondevano ai loro cari. Barbarini, il secondo, chiacchierava col capitano medico, a poppa, fumando, quando fu avvertito di scendere giù presso il comandante, che lo aspettava d'urgenza.

--Comandante Barbarini,--gli disse Carleoni, rispondendo con un breve cenno del capo e della mano al suo saluto,--siamo al totale di munizioni e di carbone?

--Sì, signor comandante.

--E di viveri?