La messa di nozze; Un sogno; La bella morte
Chapter 11
«Ella che non avevo mai vista nelle sale del giuoco, vi si appressò una volta mentre anch'io mi accingevo ad entrarci. I giocatori che vi s'ingolfavano, impazienti di raggiungere i loro posti, avidi di guadagno, ignoravano o dimenticavano i più elementari doveri di cortesia: si affollavano, si sospingevano, si urtavano, come impazzati: io le cedetti il passo e trattenni coloro che mi stavano dietro, reggendo la bussola. Mi guardò, come stupita dell'atto; sorrise con indicibile grazia, e mormorò nella sua lingua:
«--Molto gentile!
«Tanto tempo addietro, a scuola, io avevo studiato quel nordico idioma, ma per mancanza di esercizio lo avevo quasi del tutto disimparato: ad un tratto l'espressione adatta alla circostanza mi salì alle labbra:
«--Doveroso semplicemente!...
«La rividi a pranzo, alla tavola rotonda.... Come mai nel mio stesso albergo? Non me ne ero accorto prima, o vi si era traslocata quel giorno?... Stava seduta ad una tavola non molto discosta dalla mia, ed io che l'avevo trattata con tanto rispetto dinanzi all'entrata delle sale, con altrettanta indiscrezione fermai allora su lei l'avido sguardo. Non parve che se ne accorgesse. Dopo pranzo, quando il marito l'ebbe lasciata, mi ritrovai accanto a lei nel vestibolo, presso al guardaroba: le chiesi il permesso d'aiutarla a mettersi il mantello, le porsi la borsa ed i guanti.
«--Grazie!...--disse ella.--Siete italiano?
«--Come lo sapete?
«--Non è difficile indovinarlo, al viso, ai modi, all'accento.
«Mai avevo udito voce così musicale, una voce di contralto, grave e dolce, come d'oro. Le sue ultime parole furono dette in francese. Si era accorta di qualche mio errore nel parlare la sua lingua? Voleva rendermi più agevole la conversazione?
«--Venite nelle sale di giuoco?--le domandai, adoperando il francese a mia volta.
«--Non giuoco.
«--Che importa! Vedere gli altri è uno spettacolo.
«--Penoso.
«--Non sempre.
«--E voi, giocate?
«--Talvolta.
«--Che cercate nel giuoco?
«--Il giuoco!
«--Buona fortuna!
«Mi porse la mano soave con moto lento, pieno di grazia; si allontanò con passo lieve; la vidi sparire, svanire, quasi svaporare tra le ombre del giardino.
«Alla tavola verde, fin dal primo colpo, le monete cominciarono ad accumularsi dinanzi a me. Vinsi, vinsi, non so quanto, non so come, con le puntate più rischiose, contro tutte le probabilità. Non le calcolavo, buttavo la posta sopra un numero qualunque, giocando veramente per giuoco, come per conto d'un altro, come se le monete fossero gettoni. Invece di badare ai colpi della fortuna, consideravo coloro che la sfidavano, studiavo le loro espressioni e i loro atteggiamenti: i visi pallidi, smarriti, con gli occhi fuori dell'orbita, degli uomini in disdetta; quelli animosi, ridenti, coi muscoli del viso corsi da lievi tremiti, di coloro che vincevano; le donne più avide, più intente, con moti e scatti nervosi alle perdite; lente e come assorte nei calcoli, ma tuttavia inconsapevoli durante le vincite.... Accumulandosi l'oro e i biglietti di banca dinanzi a me, qualche cosa come ventimila franchi, mi parve di udire la voce di lei che ammonisse: «Ora basta!...»; ma non l'ascoltai, continuai a puntare, con eguale, con maggiore disinvoltura, come ebbro. E cominciai a perdere. La fortuna si era stancata. Non mi arrestai: volli sfidarla. A poco a poco tutta la vincita sfumò, perdetti anche il denaro che avevo portato meco. Quando non ebbi dinanzi altro che due monete d'oro, lasciai il posto, uscii nel giardino. Ella era ancora lì; le andai incontro, col cappello in mano.
«--Avete vinto o perduto?
«Trassi di tasca le due monete e gliele mostrai.
«--È tutta la vostra vincita?
«--È quanto mi rimane, dopo aver vinto ventimila franchi.
«Ella tacque un poco, poi domandò:
«--Che conto fate del denaro?
«Per tutta risposta, con un moto istintivo, con uno scatto improvviso, lanciai le due monete lontano, tanto lontano che non si udì il rumore della caduta.
«Il gesto non la stupì. La notte era divina, senza vento, tutta costellazioni rutilanti come serti di gemme; Venere, perla miracolosa pendente sulla linea dell'orizzonte, rigava il mare del suo riflesso, quasi liquefacendosi. Sentii gonfiarmi il petto da un desiderio di morte.
«--Così getterei la vita per voi,--mormorai,--per vedervi apparire stanotte lassù, in camera mia....
«Non parve offesa nè semplicemente stupita dalle mie parole, come se avessi espresso un sentimento naturale e doveroso, una verità elementare ed ovvia. Se avesse risposto una sillaba, se avesse fatto un cenno, avrei scavalcato la terrazza precipitandomi in mare. Come mi era sembrato di non aver bene conosciuto nessuna donna prima di lei, così mi sembrò in quel momento di non aver mai veramente vissuto: tutta la vita mi parve destituita di valore e di significato senza l'amor suo.
«Il marito sopravvenne: ella mi presentò. Neanch'io mi stupii che ella conoscesse il mio nome. Certamente doveva averlo trovato sulla tabella dei viaggiatori dopo aver saputo il numero della mia camera. Ma io non avevo pensato di fare altrettanto con lei, non sapevo come si chiamasse.... Su, in camera, durante la notte insonne, restai a lungo immobile sopra una poltrona, mi buttai vestito sul letto, tornai a levarmi più volte, sempre con lo sguardo all'uscio, come se da un momento all'altro dovesse schiudersi, come se un'ombra bianca, lieve e silenziosa, dovesse apparirvi. Non apparve, ma la vanità dell'aspettazione non mi deluse, come non mi aveva stancato la sua lunghezza. Tanto avevo disperato, prima di parlarle, tanto mi era sembrata lontana, formidabile, inaccessibile, altrettanto mi sentivo ora animato da luminose speranze.
«Il domani la incontrai nella sala di lettura. Le dissi, come la cosa più semplice del mondo, come la sola cosa che dovessi naturalmente dirle:
«--Perchè non siete venuta?
«Mi guardò senza meraviglia; sorrise appena; rispose con un'altra domanda, socchiudendo gli occhi:
«--Perchè mi avete aspettata?
«Allora parlai. Tutto ciò che avevo sentito per virtù sua, il senso di vanità trovato in tutte le cose e l'ebbrezza di vivere accanto a lei, la moltiplicazione di tutte le mie potenze vitali e la dispersione d'ogni mia volontà, la certezza che mi avesse compreso e il bisogno di annientarmi per provarle la mia sincerità: tutti i contrasti della sfiducia e della fede, delle esaltazioni e degli abbattimenti, tutto le dissi con una eloquenza della quale io stesso ero meravigliato. Mai avevo parlato con tanta facilità, con tanto impeto, con tanto fuoco, nella mia propria lingua; non una parola mi mancava nella straniera, come se qualcuno, un suggeritore invisibile, me le venisse dettando, da un libro.
«--Come volete ch'io creda a questo amore?--domandò ella quando tacqui.
«--Che cosa ve lo impedisce?
«--Mi conoscete da qualche giorno, mi avete parlato due volte appena!
«--Una sarebbe bastata.
«--Non sapete chi sono, donde vengo, dove vado, come penso, quanto valgo. In queste condizioni non è possibile amare: si può desiderare soltanto.
«--Forse che l'amore è una cosa diversa da questo desiderio veemente, cocente, struggente, supplice, disperato, mortale, vitale? Non so chi siete? So che siete la bellezza, la meraviglia, la grazia, la seduzione, l'incanto. Che cosa vorreste che sapessi di più? Il resto che m'importa? Il resto che importa? Non si avvilisce l'amore riducendolo al desiderio, poichè quando il desiderio cessa, resta l'indifferenza o il disgusto.
«Mi parve di aver formulato una di quelle sentenze la cui verità è lampante, inconfutabile, assiomatica; mi stupii meco medesimo di essere così concettoso e persuasivo.
«Ella disse:
«--Tutti i giuochi vi sono familiari, compreso quello delle parole.
«Il richiamo al giuoco mi suggerì un'idea:
«--Volete che ci affidiamo al caso?
«--Come sarebbe a dire?
«Non potei spiegarmi, sopravvenendo gente di sua conoscenza. La invitai per il pomeriggio in una «Tea-room», una sala dove gl'Inglesi prendevano il tè, dinanzi a minuscole tavole, senza far rumore, quasi compiendo un rito.
«--Il caso governa tutta la nostra vita, sempre, anche quando ci crediamo maggiormente padroni di noi stessi. Esso ci ha sospinti alla stessa ora, da luoghi tanto discosti, in quest'angolo del vasto mondo; esso determinerà i nostri futuri rapporti. Pensate ai vostri antichi timori: non dipesero da un concorso di circostanze fortuite? Al convegno dove foste vinta, lo scoppio d'un temporale, l'incontro di un importuno, il malessere d'un parente, l'arrivo d'una notizia, il più piccolo contrattempo vi avrebbe fatto mancare. Se l'uomo che vi sedusse avesse parlato un giorno prima o un giorno dopo, un'ora prima o un'ora dopo, se non avesse toccato un certo tasto, se non avesse preso un certo atteggiamento, se non avesse proferito una certa frase, se non avesse taciuto una certa parola, non vi avrebbe soggiogata. La vostra passione o la vostra saggezza, la vostra sconfitta o la vostra vittoria, tutto il destino della nostra intima vita, tutta la successione dei nostri casi esteriori, sono stati e sono continuamente determinati da avvenimenti minimi, infimi, imprevisti, imprevedibili, indipendenti da noi, prodotti dal giuoco di forze cieche ed inconsapevoli. Oggi, a quest'ora, nè io nè voi possiamo dire che cosa accadrà di noi: tanto è probabile che ci perderemo di vista fra qualche giorno o qualche settimana, senza conoscerci più addentro, dimenticandoci, quanto che ciascuno di noi debba vivere indelebilmente nella memoria e nel cuore dell'altro. Invece di aspettare che il caso compia l'opera sua più o meno lentamente e c'imponga a nostra insaputa la sua risoluzione, vogliamo interrogarlo subito ed uniformarci consapevolmente alla sua risposta?
«--In che modo?
«Trassi di tasca il taccuino, ne strappai due foglietti, scrissi sull'uno: «Partite», sull'altro: «Restate».
«--Ecco: vedete queste due parole su questi due pezzi di carta?
«--Le vedo. E poi?
«--Io arrotolo i cartellini in modo che non si possano distinguere l'uno dall'altro, li getto nel mio cappello, così.... Voi ne prenderete uno: se sarà quello dove si legge «Partite», partirò domani col primo treno, sparirò, non vi rivedrò mai più; se sarà l'altro....
«Ella mi guardò un istante con occhi ingranditi dalla curiosità e dallo stupore; poi scoppiò in una risata, una risata schietta, sonora, squillante, che ci attirò gli sguardi severi degli astanti scandalizzati.
«--Sapete che siete un originale? Nessuno mi crederà, quando narrerò che mi fu fatta una simile proposta!
«--Mai proposta fu più ragionevole. Della stravaganza ha l'apparenza soltanto.
«--Io dovrei esser vostra per aver posto la mano sopra un pezzo di carta piuttosto che sopra un altro? Voi sareste contento di prendere una donna così, come si vince un oggetto alla lotteria?
«--Non come un oggetto!... Siate sincera! Dentro di voi c'è un contrasto di opposti impulsi, di istinti antagonistici: molte voci vi dicono di resistere, ma qualcuna, sia pure una sola, parla pure in favor mio. Se vi fossi odioso, o soltanto indifferente, non sareste, a quest'ora, in questo luogo, con me. Voi mi respingete e mi attirate ad un tempo, volete ascoltarmi e non volete abbandonarvi: non sapete precisamente qual è la vostra volontà. Da questa incertezza il caso vi farà uscire a poco a poco: sarà lui quello che vi agguerrirà contro la tentazione o che se ne renderà complice. Io vi propongo di affrettarne il responso. Se dirà ch'io resti, non dovete far altro se non ascoltare la voce che vi parla per me, che vi dice la forza della vampa suscitata in me, l'intensità della gioia che mi dareste, a cui voi stessa partecipereste....
«--E se sortisse il cartellino con la parola «Partite»? Partireste come promettete, senza far nulla per tentare di rivedermi?
«--Ve lo giuro su quanto ho di più sacro.
«--E volete ch'io creda al desiderio che v'arde? Che cosa è dunque questo vostro incendio, se siete capace di spegnerlo con un atto di volontà?
«--Ma non di volontà! Non mi fraintendete! La mia volontà non è irresoluta come la vostra. La mia volontà, il mio piacere, il mio bisogno sarebbe di prendervi fra le braccia, di stringervi al petto, di portarvi via come una cosa preziosa, un tesoro trafugato, un bene essenziale; ma se, dopo aver tentato tutte le vie del vostro cuore, dopo avere aspettato tutte le occasioni propizie, non riuscissi a commuovervi, dovrei pure necessariamente uniformarmi all'avverso destino. Se sortisse la parola che mi ingiungesse d'andarmene, mi rassegnerei al decreto della sorte, come se le vostre stesse labbra lo avessero proferito.
«Allora fece un gesto col capo che mi parve di consentimento. Le porsi l'urna improvvisata perchè prendesse uno dei cartellini. Distese infatti la mano, ma per respingere il mio braccio.
«--No!
«--Perchè non volete?
«--Avete risposto a tutte le mie obbiezioni, ma ve n'è ancora una che non potete distruggere.
«--Quale?
«--Trovatela!
«La cercai, infatti, ma infruttuosamente. La mia attenzione era incapace di soffermarsi sul quesito, di antivederne tutte le soluzioni possibili. Mi rammentavo di certi tormentosi problemi algebrici studiati a scuola, pensavo al binomio di Newton, sentivo di dover adattare alla circostanza il calcolo delle combinazioni. Tentavo di ragionare:--Il caso, interrogato, potrà rispondere «sì» o «no», mentre ella stessa, in cuor suo, potrà propendere per il «sì» o il «no». Allora possono determinarsi queste combinazioni: ella può dir di «sì» e il caso dire anch'esso di «sì».... o di «no» e il caso di «no».... o di «no».... o di «sì».... o di «no»....--e la mia mente si confondeva in questo giuoco di alterne risposte.
«Quando ebbe goduto un poco del mio imbarazzo ella si alzò, dicendomi:
«--Accompagnatemi a casa: ho molte lettere da scrivere.
«--Non vi rivedrò fino a domani?
«--È molto difficile. Domattina parte mio marito.
«--Allora verrete a pranzo con me?
«--Volentieri, se potessi. Ma nel pomeriggio partirò io stessa.
«--Non è una difficoltà.
«--Ma all'ora del vostro pranzo non sarò più qui!
«--Non importa! Non vi chiedo di rinunziare alla partenza. Mi basta che accettiate l'invito.
«--Se non si tratta d'altro che di accettare!
«--Grazie! Penserò poi io a farvi mantenere l'impegno.
«--Sono molto curiosa di sapere come farete! A che ora, il vostro pranzo?
«--All'ora vostra consueta, naturalmente.
«--Io pranzo alle otto.
«--Resta stabilito per le otto.
«--Benissimo. Sapete che prenderò il lampo delle sei e quindici?
«--Farò tesoro dell'informazione. Alle otto sarete a tavola con me.
«Avevo parlato senza sapere che cosa dicessi, per il bisogno di parlarle, per trattenerla meco, per ottenere da lei qualche cosa, non foss'altro a parole; quando compresi ciò che avevo detto, quando domandai a me stesso come avrei fatto per vincere, una luce m'illuminò. Nelle profondità della coscienza un piano si era disegnato, a mia insaputa, e mi si presentava ora con tutti i particolari. Il treno-lampo delle sei e quindici doveva essere quello di Parigi. Il domani sera, alle cinque e mezzo, salii in camera mia a cambiarmi, m'annodai la cravatta nera al collo, indossai lo «smoking»; alle sei e dieci arrivai alla stazione, senza valigie. Quando ella mi vide entrare nella sala d'aspetto diede in una matta risata.
«--Grazie d'esser venuto a salutarmi! Vi manca un bel mazzo di fiori da offrirmi!...
«--Non avete di che ringraziare. Compio semplicemente il mio dovere. Chi invita deve aspettare i proprî ospiti. I fiori, ch'io sappia, si fanno trovare sulla mensa.
«--Ah! Ah!...
«Tintinnio di campanelli, sbattere d'usci, fischi prolungati: il treno entrò sbuffando sotto la tettoia. Ella si alzò, io presi la sua borsa, le feci strada tra la calca, l'accompagnai fino alla carrozza coi letti, l'aiutai a salire sul terrazzino, porsi il suo minuscolo bagaglio al conduttore.
«--Avete tutto?--le domandai.
«--Tutto, grazie!
«Mentre ella dava a verificare i suoi biglietti, mi volsi intorno. L'uomo che cercavo, in livrea, con un foglio nella sinistra e una matita nella destra, annotava le ordinazioni dei viaggiatori: gli feci cenno d'avvicinarsi, gli dissi rapidamente:
«--Un pranzo riservato, per due, da servirsi dopo Cannes. Avete fiori?
«--Pochi, signore, e non belli.
«--Telegrafate a Nizza per procurarvene. Eccovi del denaro.
«--Benissimo!
«Adempiuta la formalità della verifica, ella si rivoltava in quel punto per dirmi, col più grazioso dei suoi sorrisi e stendendomi la mano:
«--Ancora una volta grazie!... Buona permanenza!...
«Una tromba squillò, la macchina fischiò. Io che ero rimasto dinanzi al terrazzino, col cappello in mano, mi ricopersi, mi afferrai alla colonnina, e montando risolutamente sulla carrozza, corressi:
«--Dite buon viaggio, piuttosto.... Ma l'augurio è soverchio, perchè in vostra compagnia queste ore voleranno deliziosamente.
«La risata alta, argentina, cordiale, riecheggiò mentre il treno si metteva in moto.
«--Ridete, ridete pure. Ora siete in mio potere!
«--Come sarebbe a dire?
«--Ospite in casa mia!
«--Sul treno?
«--Avete accettato, sì o no, di pranzare con me?
«--Ho accettato!
«Non so come passò quella prima ora, non rammento che cosa dicemmo. Vi sono molte altre lacune nel ricordo del mio sogno. Voi sarete anzi stupite ch'io vi riferisca tutti questi discorsi; ma, naturalmente, non garantisco che tali fossero le nostre precise parole; nè, del resto, importa che sieno testuali, se ce n'è il senso.... Rammento benissimo che da quanto ella diceva non traspariva il minimo cruccio; mi pareva anzi piacevolmente stupita e incuriosita dall'avventura. Alla stazione di Nizza m'affacciai al terrazzino: vennero i fiori, rose e garofani meravigliosi; gliene offersi una parte:
«--Permettete? Poichè ne avete espresso il desiderio! Quelli della mensa saranno più tardi al loro posto.
«L'uomo in livrea passava sulla fronte del convoglio gridando:
«--Wagon restaurant!... Wagon restaurant!...
«--Ma è già l'ora di andare a tavola!--osservò la mia ospite.
«--Per gli altri. Voi non avete detto che pranzate alle otto? Alle otto sarete servita.
«--Siete perfetto!
«La parola che definiva lo stato dell'animo mio, la tensione dei miei nervi, l'esasperazione della mia volontà, mi salì alle labbra:
«--Sono pazzo....
«--Allora, diciamo che siete un pazzo perfetto!
«Ci chiamarono nella carrozza da pranzo quando avevo stabilito: allo scoccare delle otto. Quel treno era d'una puntualità cronometrica; tutte le circostanze sulle quali avevo fatto assegnamento si avveravano, con una precisione, con una facilità che mi stupivano, come dovute all'intervento di una forza misteriosamente propizia; il sordo timore d'un contrattempo, la secreta inquietudine per qualche improvvisa difficoltà o pericolo, si disperdevano. La nostra tavola era tutta fiorita; alle altre non c'era più nessuno. Il cameriere ci serviva come un automa, impassibile alle risate della mia compagna. Ella mangiava e rideva. Tra uno scoppio di risa e l'altro, esclamava:
«--Che stravaganza!... Conoscervi da tre giorni, avere accettato un invito a pranzo per la certezza di evitarlo, e trovarmi ora qui, con voi, mentre il treno ci porta via correndo a ragione di ottanta chilometri l'ora!...
«--Avevo ragione di dirvi che avrei vinto?
«--Avete vinto!
«Volevo sorridere di trionfo, ma sospirai di rammarico:
«--E che mi vale?
«--Non siete contento?
«--Io?...--mi corressi;--io sono felice!...
«La sua bellezza sfolgorava. Alla luce delle lampadine incappucciate di rosso, tra le rose, la carnagione del suo viso, delle sue braccia nude velate da una bionda pruina, aveva riflessi di raso vivo. I suoi occhi sfavillavano, accesi dal piacere, dall'ilarità, dalla curiosità. Quella animazione era bene opera mia, ed io dicevo tra me che bisognava essere di molto difficile contentatura per non gustare il singolare incanto, il delizioso turbamento di quell'ora fugace su quel convoglio in fuga. Prima di conoscerla, che cosa non avrei dato per poterla avere con me, da sola a solo, nell'intimità d'una specie di viaggio di nozze? Il cameriere che ci serviva, i viaggiatori che ci avevano visti scendere e risalire da una carrozza all'altra, non dovevano crederci sposi in piena luna di miele? Io non dovevo avere eccitato un senso d'invidia pungente tra gli uomini che ammiravano quella stupenda creatura?... Cinquantacinque franchi e cinquanta centesimi di pranzo, settanta franchi di fiori, venti franchi di mancia: l'illusione di esser parte della sua vita, la realtà di occuparne un'ora, mi venivano ancora a buon mercato.
«Traendo con le labbra di fragola lievi boccate di fumo dalla sigaretta che le avevo offerta, ella discuteva meco, per l'appunto, quanto valga l'amore d'una donna, che cosa metta conto di fare per ottenerlo.
«--Nulla!...--affermava sdegnosamente.--Se fossi uomo non farei nulla.
«--Dovreste distinguere, almeno, fra donna e donna.
«--Sono tutte uguali! Non valgono più di questo....--e col mignolo scosse la cenere della sigaretta nel calice del vino spumante.
«--Se anch'io dicessi così?
«--Non sareste galante, ma vi stimerei sincero.
«--Ecco, per esempio,--esclamai con finta serietà,--valeva proprio la pena che lasciassi l'albergo, il mio buon letto, per farmi sballottare fino a Marsiglia e tornarmene poi solo, nel cuore della notte, per niente?
«Ella mi guardò con uno strano sorriso, il sorriso della sfinge dopo aver proposto l'enimma. Voleva dire che essendo io causa del mio male, non avevo da prendermela con altri fuorchè con me stesso? Oppure che la mèta del mio viaggio poteva anche essere più lontana ch'io non credessi?...
«Il treno rallentò: era il momento di tornare ai nostri posti. La riaccompagnai sulla carrozza coi letti, schiusi l'uscio della sua cabina, lasciai che ella passasse, m'indugiai un istante per considerare il lettuccio già pronto ad accogliere la bella persona. Ella mi stese la mano dicendomi:
«--Vi ho conosciuto abbastanza per giudicarvi uomo di spirito. Mi resta da sapere se siete gentiluomo.
«--Sentite,--risposi,--se la mia assicurazione non basta a lasciarvi dormire tranquilla, non posso far altro che buttarmi a capo fitto giù nella via....
«E feci il gesto di aprire il finestrino. Ella mi fermò col braccio.
«--Ho visto che siete testardo. Sareste capace di fare ciò che dite. Se v'impegnate ad accettare una proposta, sono sicura che manterrete la parola.
«--Qualunque cosa mi chiediate.
«--Sapete perchè vado a Parigi?
«--No. Probabilmente....
«--Probabilmente?...
«--Per raggiungere un amante.
«--Ora siete maligno. Vado a raggiungere mia sorella, che torna da Bruxelles.
«--Debbo credervi?
«--Ve lo posso provare.
«--Bisognerebbe che vi seguissi sino alla fine del vostro viaggio.
«--Dipende da voi.
«--Non chiedo di meglio.
«--Se mi promettete di ripartire subito, prendendo il treno del sud in coincidenza con quello che avrà trasportato mia sorella, io vi permetterò di accompagnarmi fino a Parigi.
«--Ve lo prometto. A che ora arriva vostra sorella?
«--Non lo so. Troverò al telegrafo sue notizie. Può darsi che venga col treno delle due e quindici: in tal caso lasceremo in deposito i miei bagagli, entreremo in città, mi inviterete a colazione e mi riaccompagnerete poi alla stazione. Ma se arrivasse alle dieci e trenta dovreste ripartire immediatamente, non avremmo altro tempo che di prendere una tazza di latte al «buffet». Vi conviene?
«--È detto che resterò con voi fino all'arrivo di vostra sorella?
«--È detto.
«--Allora, buona notte!
«--Buona notte.