# La Marfisa bizzarra

## Part 9

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/la-marfisa-bizzarra-19524/index.md

Scosse Angelin della sua famigliuola le tasche tutte, e in una carta ha messa di quaranta soldon la somma sola, ch'altro non puote; e con faccia dimessa a' fraticei diceva una parola: che lor piacesse far dire una messa; e ginocchion sul spazzo si mettea nel tempo che la messa si dicea.

87

La mano intera aggiunge al moncherino, e tenendo all'altar le luci fisse, ch'Illarion parea, non Angelino, sospirando e piangendo cosí disse: --Dio, nel mio sen col vostro occhio divino tutto scorgete, e se per boria o risse concorro a quest'incarco, o s'è infinita necessitá di questa vostra vita.

88

Ogni male ho sofferto esterno e interno, ferite e storpi e sonno e fame e sete, per servire al mio re, se ben discerno. Giunto sono all'etá che mi vedete, e storpi e fame ed ogni mal governo son pronto a sofferir, se voi volete, ché dobbiam sostenere di concordia la vostra sferza di misericordia.

89

Vedete tuttavia con qual periglio le mie figlie innocenti in vita stanno, e come i rei dimoni con l'artiglio de' moderni costumi intorno elle hanno. Datemi, signor mio, forza e consiglio da preservarle a voi da questo danno. Queste, Signor, queste, Signore e Dio, vi raccomando, e non l'incarco mio.

90

Certi mal costumati, e da letture nuove corrotti, e dileggianti il cielo, circondan queste mie colombe pure, ch'io serbo a voi conformi all'Evangelo. Dote non ho che di pianti e sciagure. Signor, Signor, per questo caldo zelo, e se adoprai per la fe' vostra il brando, la famigliuola mia vi raccomando.

91

Io non volli giammai, com'è costume oggi di chi ha figliuole e poca entrata, aprir la porta e dar luogo ad un fiume di giovanacci e gente scapestrata, per far che per l'amore o il poco lume talora alcuna si sia maritata: volli questo novello uso lontano, perché temei la vostra santa mano.

92

Se v'è in piacer che a Filinoro sia dato il sigillo, io son di ciò contento: chiedo sol modo a questa prole mia di viver con fortezza nello stento. O Vergin pura, o Vergine Maria, conducete le man nel parlamento.-- Cosí diceva il signor di Bellanda, dal pianto molle che dagli occhi manda.

93

Né sospir differenti a que' del vecchio manda la famigliuola afflitta e mesta, commossa dal sentirsi nell'orecchio il suon di quella umil santa richiesta. Finito il sacrifizio, in apparecchio sono Orlando e Dodone e menan questa brigatella, infelice nella sorte, del parlamento alle superbe porte.

94

Qui posti in lunga fila da una parte, marito e moglie e figliuoli e figliuole fanno inchini al votante che si parte per ire in sala, e non usan parole. Dall'altra banda Filinor con arte bacia faldoni e mai tacer non vuole, e va pur ricordando quanto sia d'antica stirpe e la genealogia.

95

Gano con sue parole assai stemmatiche, facendo il vecchio stanco e cagionevole, dice:--Qui son, ma pesanmi le natiche: venni per questo putto meritevole. Quando si tratta di cose tematiche, ogni fatica dev'essere agevole. Raccomando alla vostra pia natura quest'uomo insigne, ch'è mia creatura.--

96

Con Ipalca Marfisa in un cantone, coperta d'un zendale, è alla vedetta, ed a' votanti mette soggezione col ventaglio e facendo la civetta. Talor con leggiadrissima invenzione apre il zendal, poi lo richiude in fretta. Ad alcun paladin si mostra altera, ad alcun sorridente e lusinghiera.

97

Entrati nella sala Carlo Mano, prelati, paladini e cavalieri, chiuse furon le porte a mano a mano. Gli aspettator rimason co' pensieri. Lettor, l'avvenimento speri invano: ch'io tel dica, per or non è mestieri; deggionsi risparmiar de' fatti alquanti per la materia de' seguenti canti.

FINE DEL CANTO SESTO

CANTO SETTIMO

ARGOMENTO.

Custode del sigillo alfin rimane Angelin di Bellanda. Ganellone Filinor mette per vie nuove e strane per cavalier di camera a Carlone. Tra Marfisa e il guascon, Cupido cane fa delle scene. Terigi dispone d'annullare il nuzial. Nasce un bordello, e lo sposo è sfidato ad un duello.

1

Chi potesse veder dentro al cervello di chi sceglie agli uffizi col suo voto, e ricercar perché piú questo o quello rimanga eletto e col suo bossol vuoto, credo che rideremmo nel vedello, e ci riuscirebbe il caso ignoto, e che daremmo a tutti alfin ragione della diversa lor disposizione.

2

Ha gran poter malizia ed impostura; non è spenta ragione né giustizia. Delle prime i seguaci ho gran paura sien piú per ignoranza che malizia. Ognun col suo cervello ha sua misura; e tal crede ire al santo di Galizia, ch'entra in bordello, e d'aver fatto male s'avvede a stento, giunto allo spedale.

3

L'odio e i rispetti umani han molta parte a far piú l'un che l'altro abbia pallotte; pur, quantunque ignoranza è ignuda d'arte, lusinga le persone d'esser dotte, e un numero infinito poi comparte il voto suo per vie bistorte e rotte; ma ognun Caton si crede e lo disperde contro anche a san Francesco, e va nel verde.

4

Io ballottai talor qualche piovano, e credei pel migliore dar la fava. Discorrendo tra me dicea pian piano: --I piú faran lo stesso,--e m'ingannava. Dall'altre opinioni ero lontano, e quando le pallotte annoverava, ero tra venti, e cento aveano detto ch'io avevo mal pensato e mal eletto.

5

E non avendo uman rispetto alcuno o fine d'interesse o di livore, credei d'esser almen tra novantuno, pensando col mio capo in sul migliore. Vidi ch'errai nel scegliere quell'uno, e rimasi col numero minore, poiché cento pallotte a me davante m'han detto ch'io pensavo da ignorante.

6

Vidi certo de' Gani per la chiesa, delle Marfise in sul veron di fuori; ma so che nel mio cor feci difesa, né vezzi ebbero parte né impostori. Basta, giustizia è stata sempre illesa, ch'anche Angelin da' gran persecutori trasse alla fine, e mi convien pur dillo, d'un voto, ma custode del sigillo.

7

Credo però anterior fosse una patta: Turpin dubbioso lascia questo fatto. Marfisa pel furor fu quasi matta: si chiuse nel zendale, e di soppiatto tra gente e gente va fuggendo ratta. Ipalca l'ha perduta qualche tratto. Questo laudando il nome di Maria, e l'altra bestemmiando andaron via.

8

Ganellon traditor per mano prese Filinor, col baston dall'altra mano. Va via pronosticando che il paese presto verria in poter dell'Alcorano. --Le veritá a' miei giorni erano intese-- diceva:--il buon pensar ito è lontano. Confida in Cristo, caro figlio mio: non sbigottir, ché ognun provede Dio.--

9

Il conte Orlando e Dodone e Rinaldo, che la sinceritá non han perduta, uscir dal parlamento ognuno caldo: corrono ad Angelin, che gli saluta. Dicean:--Quell'impostore, quel ribaldo di Gano, a questa volta l'ha perduta;-- e il povero Angelin vanno abbracciando. Piangea per l'allegrezza il conte Orlando.

10

Con bella grazia alcuni paladini diceano ad Angelino:--Io t'ho voluto;-- ed alle figlie sue faceano inchini, narrando il lor buon core per minuto. Angelin gli ringrazia oltre a' confini, dicendo:--Se m'avete conosciuto buon custode al sigillo, anche si vuole ch'io via conduca queste mie figliuole.

11

Dodone, udendo, disse ad Angelino: --Perdio! meglio a' tuoi giorni non dicesti: menale in casa e chiudi l'usciolino; ogni buon core in ciarle di fuor resti. Costoro attaccherebbono l'uncino con mille falsitá, mille pretesti, e l'ospitalitá saria tradita con l'amicizia in bocca piú forbita.--

12

S'accrebbero le risa, e i spiritosi piantaron prestamente la questione con testi e passi di scrittor viziosi, che avean spregiudicate le persone; e provar s'ingegnavano furiosi che parlava da stolido Dodone, ché l'ospitalitá non s'offendea con quelle cose ch'egli s'intendea.

13

--Andate a disputar queste dottrine --dicea Dodon--con le vostre sorelle. Conduci via, Angelin, queste meschine, ché le question divengon troppo belle.-- Rinaldo a que' discorsi pose fine; e accompagnate a casa le donzelle, in una malvagía, per la salute d'Angelin, sei guastade ha poi compiute.

14

Fu bella cosa il vedere i votanti, ch'eran dugento al parlamento stati: novantanove certo poco avanti contrari ad Angelino erano andati; pur van tutti dugento allegri, ansanti, a casa del meschin che gli ha accettati; e ognuno si rallegra e ride e balla e giura:--Io t'ho voluto con la palla.--

15

Tanto che se Angelin saper volea chi gli avesse il suo voto o tolto o dato, per miglior segno solamente avea a conoscer colui che l'ha burlato, che quel s'affaticava e s'accendea per farsi creder molto affaccendato. La troppa affettazione ed il giurare faceva del contrario dubitare.

16

Oh quanti alle miserie del meschino negato avean due scudi poco pria, d'impuntuale il povero Angelino accusando e di poca economia! Venuti or sono a dirgli:--Io mi t'inchino: sento un piacer che, per l'anima mia, sono per impazzare: giá tu sai, quanto ben t'ho voluto sempremai.--

17

Frattanto Gano col cervel mulina come potesse risarcire il danno delle cere consunte la mattina e dell'util perduto in capo all'anno; e tanto e tanto un suo pensier raffina sopra un certo tranello, un certo inganno, che finalmente gli piaceva molto, e a visitar Marfisa si fu vòlto.

18

Trovolla col zendale ancora in testa, ch'era sopra una scranna in sfinimento. Ipalca l'assa fetida le appresta e le fa crocioni sotto il mento. Col fumo della carta la molesta, e con una raccolta le fa vento. Mise un gran mugghio alfin la disperata, traendo calci come spiritata.

19

Gli occhi tien chiusi e spinge il petto in fuori, torce la bocca ed ha chiavati i denti, strappa ciò ch'ella piglia, e merli e fiori; non sa se donne o uomin sien presenti, né qual atto l'onori o disonori, ché trae le lacche e l'alza, occhi veggenti; or si rannicchia ed or si stende in fretta. si torce, s'aggomitola e gambetta.

20

Sei damigelle le tenean le braccia: Marfisa tutte quante le rintuzza. Chi l'imbusto di dietro le dilaccia, chi di molt'acqua nella fronte spruzza. Ipalca era graffiata, meschinaccia, le mani, e piange e le ciglia strabuzza; e perch'è giunto Gano, si dispera a ricoprirle il sen che scoperto era.

21

Quel tristo ipocriton del conte Gano disse:--Un effetto isterico gli è questo. Le porrò sopra il seno una mia mano: poiché son maschio, ella guarisce presto.-- E giá stendea la man quel luterano con gli occhi chiusi ed un visino onesto; ma volle il caso che Marfisa a un tratto rinvenne, e Gan rimane a mezzo l'atto.

22

Tornata in sé la dama a poco a poco, languidetta s'andava rassettando; veduto Gano, il viso fe' di foco, e che partan le dame dá comando. Poi disse al conte:--Che di' tu, dappoco? in capo ci ha cacato il conte Orlando. Ch'è del guascon? non ebbi in vita mia tal dolor, per la Vergine Maria.--

23

Gano a quel detto ha la testa inchinata, e si fece la croce e aggiunse tosto: --Laudata sempre e non mai bestemmiata. Voi potete ben credere--ha risposto-- che per me indifferente non sia stata questa faccenda. Io sperava all'opposto; ma le cose avvenute, o bene o male, arcani son del giudice immortale.

24

E' mi dispiace sol che il giovinetto di tanto merto impiego alcun non abbia; ma pregherò Gesú mio benedetto che in pazienza ei soffra e non in rabbia. --S'altro unguento non hai nel bossoletto --disse Marfisa,--tu mi par da gabbia; e' si vuol ben pensar ch'egli abbia stato un uom che non ha pari e nobil nato.--

25

Rispose Gano:--Un posto oggi è vacante di cavalier di camera al re Carlo, ch'è di trecento e piú zecchin fruttante il mese; e so ben io come vi parlo. Ma v'è di mezzo non so qual brigante, senza di cui non si può guadagnarlo; certa persona incognita v'è sotto, per seimila zecchini in un borsotto.

26

Io non n'ho che tremila e gli sacrifico, ma per gli altri tremila non ho modo.-- Disse Marfisa:--Assai di te m'edifico, ma per gli altri tremila è duro il chiodo. Fammi parlare al mezzo, e mi certifico ch'io ridurrollo vizzo, s'egli è sodo: saprò toccar le corde e tôrre il vento per far che de' tremila sia contento.

27

--Per meno di seimila non sperate, né la persona palesar vi posso --diceva Gan;--ma se i tremila date, noi vedrem tosto Filinor riscosso. --Io non so--dicea l'altra--se sappiate che in questa casa non dispongo un grosso, e c'ho un fratello e una cognata intorno, che ascoltan prieghi come il ciel del forno--

28

Risponde Gan:--Se voi saprete fare, il marchese Terigi è buon cristiano; io so che gli farete fuor schizzare, ché a lui son come un soldo al gran soldano.-- Gridò Marfisa:--Oh poffare! oh poffare! si vede ben che sei l'antico Gano. Di Filinor Terigi è in gelosia. Questo mi basta. Io t'ho inteso. Va' via.--

29

Gano levossi, e:--Il ciel vi benedica, vi lascio con la grazia del Signore-- disse partendo. Or converrá ch'io dica del marchese Terigi senza core, che tra il martello e l'amor per l'amica se gli era liquefatto in un favore. Dopo la notte della ricreazione era smagrato trenta libbre buone.

30

S'egli era a mensa, a mezzo non mangiava; s'egli era a letto, non dormiva un'ora: ansava, si lagnava, sospirava; gran pianto gli occhi tondi caccian fuora. Una bocca facea, che somigliava le denonzie secrete e peggio ancora; talor da sé facea qualche lamento, come gli permetteva il suo talento.

31

--Gran crudeltá, gran cor, gran tirannia --dicea--dell'illustrissima Marfisa! Chi l'avria detto mai? Gesú! Maria! a un uom com'io son fatto, in questa guisa? per un bardasso, ch'io non so chi sia, che fe' Parigi scoppiar dalle risa, giugnendo di Guascogna con la rozza e con quel suo staffiere e la carrozza!

32

Io nella stalla ho sessanta corsieri, svimèr, landò, carrozze, venti legni d'intaglio e d'oro con belli origlieri, fodere di velluti ricchi e degni. Otto lacchè, trentacinque staffieri, possessioni, castella e quasi regni; e posso, per la grazia del Signore, pisciare in letto e dir che fu sudore.

33

Non son sí brutto poi della persona, quando un ricco vestito in dosso metto, e quando ho una parrucca in testa buona e un manichin di merlo che sia netto. lo so che, quando alcuno mi ragiona, sta sempre in riverenze e gran rispetto. Ma che mi giovan tante belle scene, se la Marfisa non mi vuol piú bene?--

34

Cosí dicendo, si metteva a urlare come un fanciul che al culo abbia un cavallo. Prete Gualtier lo corre a confortare, gridando:--Voi parete un pappagallo. Qui non vi convien piangere e gridare: cotesto amore alfin convien lasciallo. Di troppo offeso siete: io vi consiglio a lacerar la scritta dal periglio.

35

Non vi tirate in casa quel demonio: di non volerlo gran ragione avete. Se passate con quello in matrimonio, perdio, marchese, rovinato siete. E un diavol che non teme sant'Antonio; ed io nol scaccerò, benché son prete. Liberatevi tosto dall'impegno, o fuggo via, da sacerdote indegno.

36

--Per caritá, Gualtier, non mi fuggire, --disse Terigi;--tu di' bene assai. Io voglio andare a quel dimonio, e dire e far quel che non credi e che udirai. La mia ragion saprò farla sentire: lacererò la scritta, lo vedrai; e poiché avrò esaltato il mio gran merito, voglio voltarle tanto di preterito.--

37

Cosí detto, Terigi indosso mette il piú ricco vestito ch'egli avesse. Dimenando le sue corte gambette, va via che par che il vento lo spignesse. --La regina vo' far delle vendette, né baderò a menzogne né a promesse,-- giva dicendo, e gli occhi tondi tira: giunse a Marfisa che sembrava l'ira.

38

Eran scorsi otto giorni dalla sera della conversazion che v'ho narrata, che pe' disgusti ritirato s'era Terigi e non l'avea piú visitata. Marfisa lo guardò d'una maniera la piú bizzarra che fosse inventata, e non gli ha dato campo a parlar prima, ma lo rimproverò di poca stima.

39

--Meritereste--disse--che l'amore c'ho per voi se n'andasse alle calcagna. Mi lasciaste otto giorni contar l'ore, come s'io fossi qualche vostra cagna. O un asin siete, o non avete core, o un core avete fatto di lasagna. In parola d'onor, meritereste le corna, ancor che mille capi aveste.

40

A questo modo si trattan le spose! senza creanza, rozzo villanzone! Da dama, paion cose fabulose, da farvi sú capitolo o canzone. Fatemi un'altra ancor di queste cose, perdio! non vi varrá star ginocchione.-- Il marchese rimase stupefatto e pareva briaco, anzi pur matto.

41

E cominciò:--Illustrissima...--ma quella non gli lasciava dire una parola. Ei ripiglia:--Illustrissima...--e pur ella gli va serrando le sillabe in gola. --Tacete lá--gridava, e pur martella che non dovea lasciarla un giorno sola, e che una sposa, sviscerata amante, si tratta meglio, e chiamalo forfante.

42

E perch'ei pur l'«illustrissima» intuona, ella ebbe finta alcuna lagrimetta. Terigi allora a un pianto s'abbandona con una bocca quasi di berretta, dicendole:--Illustrissima padrona, per l'amor di Gesú, datemi retta. Io vi chiedo perdon, ma...--Dopo questo gl'impedieno i singhiozzi il dire il resto.

43

La dama lo scusò per quella volta; il resto non lo volle piú sapere. --La vostra villania resti sepolta: siate per l'avvenir piú cavaliere.-- Cosí diceva, e Terigi l'ascolta, e non sapeva parlar né tacere. Marfisa pur lo guarda e ha replicato: --Sí, vi perdono; sí, v'ho perdonato.

44

Anzi, perché un bel pegno tosto abbiate dell'amor mio, della mia confidenza, vo' che tremila zecchin d'òr mi diate, ché supplir deggio a certa mia occorrenza. A un tal segno d'amor vi rallegrate: speditemeli tosto in diligenza; ma in avvenir non fate malegrazie, perch'io non vi farò sí belle grazie.--

45

A sí gran colpo il marchese novello, che nell'interno è gabelliere ancora, sentissi gran rivolta nel cervello, pulsare il cor che gli balzava fuora. La soggezion, l'amore in un fardello coll'interesse, e il dubbio lo scolora, ché lo sborsar tremila zecchin d'oro non gli sembrava picciolo lavoro.

46

Volea dir sí, volea dir no, volea promettere e mancar: va ruminando. Gran pagamenti fatti ch'egli avea, riscossion dure andava balbettando. Sorridendo Marfisa soggiugnea: --O vile, o pidocchioso, o miserando! voi mi movete il vomito, da dama; non dite piú, questo parlar v'infama.

47

C'è Filinor guascon, che, benché paia un poveruomo, ha in cor de' gran luigi; e basterá ch'io mandi una ghiandaia, ché gli fo grazia a chiedergli servigi. Credei farvi finezza, allocco, baia, cavalier delle fogne di Parigi! Or vo' farvi veder come un signore tratta le dame che gli fanno onore.--

48

Cosí detto, s'appressa al calamaio fingendo dissegnare un suo viglietto. Non dimandar se Terigi fu gaio o se fu per morirsi di dispetto. Avrebbe dato il cuore, non che il saio, piuttosto ch'ella scriva al giovinetto: non pensa s'ella dica bene o male, ma l'ammazza il viglietto al suo rivale.

49

A' giorni suoi non fu tanto eloquente quanto in quel punto il gabellier marchese. Le chiedeva perdono umilemente, giurava non aver le cose intese; che i tremila zecchin subitamente le avria mandati, i piú bei del paese, e ventimila e trentamila in oro, purch'ella non scrivesse a Filinoro.

50

Quella bizzarra, dentro a sé ridendo, fece per molte scosse l'ostinata; ma perché alfin Terigi va soffrendo e cominciava faccia rassegnata, lasciò la penna e disse:--Io mi vi arrendo, ché sono alfin di zucchero impastata. Maledico il mio cor, che buon non sia d'usar con chi l'offende tirannia.--

51

Terigi d'allegrezza è di sé fuori, le bacia in fretta tutte due le mani. --Perdio--dicea,--illustrissima, i sudori fareste uscir dalle midolle a' cani.-- Cosí detto, correva a' suoi tesori, e tremila zecchini veneziani tosto spedí. Marfisa a Ganellone gli manda per l'incarco del guascone.

52

Or qui potrebbe dirmi alcun lettore che una dama alle truffe non discende. Ed io rispondo che Matteo scrittore faceva in quell'etá commedie orrende, e che mettea le dame, traditore piú che le putte, ove il buon vin si vende; onde Marfisa il costume apparava, e a tempo e luogo poi l'adoperava.

53

Una commedia avea Matteo formata, detta _La buona moglie_, e posta in scena, dove una dama finta spasimata d'un mercante vedeasi, molto amena. Sei zecchin d'oro avea chiesti l'ingrata in prestanza a colui, ch'io il credo appena; con que' zecchini poi col suo marito avea barato il mercante e tradito.

54

Questo è il costume che s'usava allora nelle commedie e ne' libri novelli. Ora torniamo a Gan, che s'innamora de' tremila zecchini, che son belli: gli tocca e con la vista gli divora; poi gli ripon ne' sacri suoi cancelli; poi ride e dice:--Questi gli sparagno, perch'io sono il mignon di Carlo Magno.--

55

Volle che Filinoro gli facesse una scrittura, in viso assai cortese, con la qual dell'incarco promettesse a Gan cento zecchin pagar il mese. --Di questi celebrar fo tante messe e marito fanciulle del paese-- diceva il conte; e Filinor fu tosto per questa via nell'incarco riposto.

56

Non si potria mai dir la petulanza del guascon, quando egli ebbe il posto altero. Tutti disprezza, e con poca creanza trattava ogni piú antico cavaliero. --Il parlamento ebbe una gran baldanza a non darmi il sigillo dell'impero --diceva;--per sua parte n'ho vergogna e gliene incaco e peggio, se bisogna.

57

Marfisa a' paladini aveva detto «assassini» e «briccon» con insolenza, che non aveano Filinoro eletto: gli discacciava dalla sua presenza. Veniva il buon Terigi, poveretto; ma lo trattava con indifferenza. De' tremila zecchin piú non parlava: la trama col guascone seguitava.

58

Chi avesse detto a Terigi:--Marchese, la somma de' zecchini avete data perché il guascon sia grande a vostre spese e possa corteggiar la vostra amata,-- credo che in un pilastro del paese, fuori di sé, la testa avrebbe data; ché certo dopo quell'opra famosa Marfisa e Filinor sono una cosa.

59

Era, come abbiam detto, quel guascone un garzonaccio del nuovo costume, e la trattava con adulazione, con un ruscel di lodi, con un fiume. Partito dalla sua conversazione, dicea:--Son secco, piú non vedo lume: son pur noiose queste innamorate;-- e s'inventava cose da stoccate.

60

