# La Marfisa bizzarra

## Part 7

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L'astuta è morta, cotta, innamorata di quella dal buon core nel servente; ma dovea star la tresca mascherata per cose ch'io non dico per niente: donde fingeva far la spasimata. E l'amica, dell'altra diligente, lungi da lei dicea che s'abbruciava: ad ogni passo un bacio le accoccava.

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--Dove anderete voi--dicea--dimani? al passeggio, al teatro od alla corte? Se voi andaste fra lupi e fra cani, quand'io non son con voi, son colle morte.-- Poscia volgeva gli occhiolin marrani al cavaliere e lo saetta forte. Parea che gli dicesse a questo passo: --Vedi, per te, cagnaccio, a che m'abbasso!--

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La buona rispondea:--Concluderemo; io vi ringrazio dell'amor cordiale; come e dove a voi piace, andar potremo.-- Dicendo questo, avean fatte le scale. Terigi va inarcandosi all'estremo. Un de' serventi, altero e liberale, sí gli strinse una guancia con due dita, che fu il marchese per gridare:--Aita!--

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Venne Giulia di Scozia, poetessa, incolta con un po' d'affettazione. Un codazzo di abati avea con essa, pieni di adulazione e soggezione. Portava una sua cuffia da dimessa, guardava ognuno come in astrazione; ma spicca al marchesino un complimento, che lo fa ammutolir di stordimento.

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Claudia, filosofessa di Bretagna, scrignuta, nera e maghera venía, che della moltitudine si lagna e quel concorso intitola «follia». --Beata--vien dicendo--la campagna!-- con un gobbo signor che la servia. Loda la solitudine, arrabbiata, perché la moltitudin non la guata.

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Ermenegilda Galega è venuta, orrida, nera, sperticata e lunga, zoppa dal manco piè, sicché saluta tutti alla parte manca, ov'ella giunga. Né si de' creder ch'ella venga muta, per storpio od orridezza che la punga, perch'è un'indiavolata di Galizia, piena di foco, d'arte e di malizia.

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Aveva seco quindici serventi, tutti gelosi di sí bella rosa. Ermenegilda ride ed alle genti dice:--Mirate cosa portentosa! Costor son tutti innamorati spenti di questa sfinge zoppa e mostruosa.-- Un tal disprezzo franco di se stessa le faceva d'amanti quella pressa.

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Era giunta Ermellina senza gale, grassotta, allegra, semplice e sincera; e col marito Aldabella morale, con l'occhio in guardia, ruvida e severa. L'antica imperatrice, ancor gioviale, è quivi giunta ad onorar la sera, ma in figura privata col danese. Non dimandar se inchini fa il marchese.

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Da Montalban non veniva Clarice, ché Rinaldo le gioie le ha impegnate, e le andrienne ad una cantatrice ha date in don, le cuffie e le cascate. Per la ricreazion questo si dice dalle signore afflitte e addolorate; ma lo diceano tanto allegramente che dell'angoscia lor parean contente.

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Apparve Conegonda borgognona, per il cambiar de' serventi famosa, alta, diritta, di bella persona, ch'è del buon gusto suo molto orgogliosa. Quattr'ore prima che suonasse nona, incominciata ha l'opra portentosa dell'acconciar del capo e del vestire, per far le convitate sbigottire.

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Vien col capo crollante ed ondeggiante, con una guardatura dolce e grave, e una veste ricchissima e galante, che nel portarla è delle donne brave. Astolfo è suo, mastro d'ogni amante, dottissimo ammiraglio a quella nave, ed era stato consiglier tre ore a porle in sul toppé di gemme un fiore.

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Parea la patriarchessa delle donne. Il drappel de' feriti in fila abbonda, ch'è un alfabeto quasi fino al conne, dopo d'Astolfo dietro a Conegonda. Non è da dir se quell'altre madonne fan rigoletti, union, bisbiglio ed onda: volean partire unite come un fiume, in sul pretesto del suo mal costume.

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Il marchese Terigi è disperato, spalanca gli occhi tondi e parla e prega. Astolfo è un matto assai considerato; fa il sordo, ghigna e per nulla si piega. Dodon, che de' costumi è giá informato, piglia i mariti e gran ragione allega, dicendo:--Le consorti abbian giudizio: non è piú tempo di fuggire il vizio.

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Invidia solo è quella che le irrita: è troppo bella Conegonda e adorna. Fará dell'altre un comento alla vita: se fuggon, conto a voi punto non torna. Conegonda ha eloquenza ed è gradita: saprá scoprire a voi tante di corna.-- I mariti son pallidi, e tremando a' serventi si van raccomandando.

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Furon alfin le furie racchetate. Turpino questo per miracol nota. Seguon frattanto a giugner le brigate, come lamprede ch'escon dalla mota. Terigi ha l'anche e le tempie sudate. A me gira il cervel come una ruota, ché la rassegna è a torme ed a torrenti di dame, cavalieri e di serventi.

84

Molte vecchie decrepite lisciate, che aveano un arzanal di gale e fiori, le sale di Terigi han profumate d'un misto di cattivi e buoni odori; e perché son ricchissime d'entrate, han per serventi ragazzi signori, che avean scarse mesate da' lor padri, pur hanno gemme ed abiti leggiadri.

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La maldicenza sopra a quelle vecchie e sopra que' ragazzi corredati faceva un mormorio come di pecchie, infamando que' finti spasimati; ma la satira giusta nelle orecchie, in quel secol di franchi illuminati, faceva quell'effetto che faria lo sputar passeggiando per la via.

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V'eran uomini seri alla sembianza, degl'inglesi affettati imitatori, che passeggiando duri in ogni stanza, da filosofi muti osservatori, studian dir pochi motti e di sostanza, per comparir profondi pensatori; ma il miglior de' lor detti dir potevi che consista nell'esser pochi e brevi.

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V'erano viaggiatori italiani, illustri cavalier ne' lor paesi, con ricche vesti e anella sulle mani, derisi assai da' paladin francesi, perch'erano, diceano, grossolani, superstiziosi e non ben atei resi, che le chiese ed i riti rispettavano e il venerdí capponi non mangiavano.

88

Erano giovinastri appena usciti dalle riforme e da' licei novelli, che a' sensati sembravano storditi nelle lor controversie e parallelli. Strillavano argomenti non piú uditi, con un vero martirio a' lor cervelli, impuntigliati a riedificare il modo di pensare e giudicare.

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Perché erano stati stimolati da' precettor del novello oriente a dare un calcio agli scrittori andati, a scrivere e pensar diversamente, a scagliarsi nell'aria spiritati, nuove idee divorando nella mente, ché ingoiando di quelle, ognor sull'ali, divenian dotti e stelle originali.

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Donde quegl'invasati, andando in traccia d'idee per l'aria e immagini novelle, sperando nuove idee pigliare a caccia, prendean farfalle in iscambio di quelle; e poscia, disputando rossi in faccia per comparire originali stelle, credendo argomentare e dir ragioni, sputavan farfallette e farfalloni.

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Tuttavia sostenean che il pensar loro era un astratto di geometria; che degli antichi dettami il lavoro erano pregiudizi e scioccheria. Se si opponeva alcun del concistoro, si dicevan l'un l'altro:--Andiamo via, ché le nostre scoperte e il nostro ingegno non han che far colle teste di legno.--

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Poi schiamazzando andavan per le sale, criticando ricamo e acconciature, e vomitando il lor genio carnale per le dame piú belle creature. --Se aver potessi--dicevan--la tale... --Cara colei... vorrei...--mille sozzure; ch'era infin lor legittima scienza leggerezza e brutal concupiscenza.

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Cert'inni infami d'uno stile impuro, che tenean per sublimi e lor diletti, a Venere, a Priápo, ad Epicuro; certe lorde canzon, certi sonetti da far entrare in succhio un tronco, un muro, recitavan que' dotti giovinetti; e le spregiudicate in ratto e in gloria studiavan appararli alla memoria.

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Tebaldo, cavaliere di Provenza, c'ha per entrata il titol di marchese, ridotto industre dalla sua indigenza, serviva dieci dame del paese, ed era condottiere in diligenza di tutte per un scudo l'una al mese. Accordava con esse i punti e l'ore, per esser puntual con le signore.

95

Aveano i punti e l'ore stabiliti l'un dall'altro uno spazio conveniente, perché Tebaldo er'uomo de' puliti, né trasgredisce al patto di servente. Giá i suoi dieci viaggi avea finiti, condotte le servite diligente; ma, pel correr qua e lá, giú per il mento gli grondava il sudor sul pavimento.

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Buon per lui che giravano staffieri con cioccolata della piú squisita, e biscottelli rossi, verdi e neri, da ristorargli l'anima sfinita. Con lodi sterminate a' credenzieri, il buon Tebaldo esercita le dita, né lascia le saccocce inoperose, per fare il liberal colle virtuose.

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Ardemia, nel buon gusto raffinata, massime nel dar bella educazione, una sua figlia avea seco menata per far stupire la ricreazione. Quella agli ott'anni appena era arrivata, ma a sé fa volger tutte le persone, perc'ha un vestito di mirabil taglio: fa risolini e scherzi col ventaglio.

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La madre precettori le ha tenuti: una _quondam_ leggiadra danzatrice; un mastro di cappella, che la aiuti a imparar ciò che lice e che non lice, e a far svenire i maschi sugli acuti e in sui bemolli a un passaggio felice; ed un maestro di lingue straniere, perch'ella fosse un'arca di sapere.

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Fa passi misurati e pettoruta cinguetta a chi dianzi se le para: con occhio seduttore ognun saluta, quella moral seguendo ch'ella impara. Di ott'anni è civettina divenuta: si udia suonar per tutto:--Oh cara! oh cara!-- onde Ardemia si gonfia e va superba della sua figliuoletta Frine in erba.

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Giunsero dei visetti femminini tardi, senza serventi né mariti, benedetti dicendo i libriccini che i pregiudizi hanno da noi sbanditi. Eran donne con passi mascolini, che gli antichi riguardi avean smarriti: venian sole, ma fiacche e riscaldate; il diavolo sapea dov'eran state.

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Eran le stanze tutte quante piene: piú non sapea Terigi dove attendere: per gl'inchin riscaldate avea le rene, e non ha piú ceremonie da spendere. In gran faccende è don Gualtier dabbene, che avea le cere tutte fatte accendere; ed è per tutto, e grida che si smoccoli e si raccolga il gocciolar de' moccoli.

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Era una bella cosa il cappellano, in cappel largo ed in veste talare, che venía, de' staffieri capitano, le tazze de' gelati accompagnare; e va diritto gridando:--Fa' piano, ché tu potresti il vassoio versare. S'io non ci fossi, credo che fareste i gran marroni: oh che teste! oh che teste!--

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Giá le moderne zuffe incominciavano, i duelli, i terzetti ed i quartetti, ed in quinto ancora battaglie appiccavano. Tristi a que' che al schermir sono scorretti; ché all'«ombre», alle «concine», che fumavano, a' «trisette», a' «quintigli» ed «a' picchetti», si cambieran le lor borse in rigagni, ed averan rabbuffi da' compagni.

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In ogni parte il conflitto bolliva de' giuochi delle carte e de' parlari. Il drappel che non giuoca intorno giva a sentir:--Coppe, bastoni e danari.-- Parecchi stan di dietro a qualche diva, fingendo al giuoco i maestri o i scolari; ma veramente in primo scopo avieno, di scoprir qual avesse piú bel seno.

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V'era Riccardo, il sir di Normandia, un nobil divenuto poveretto, che per venire alla funzione avia preso a prestanza il giubbetto e il farsetto. I paladin con poca cortesia lo trafiggean dell'esser meschinetto, tanto ch'egli era il bersaglio e il buffone di tutta quanta la conversazione.

106

Giovine Avino, acconcio ne' capelli, quanto mai riformato paladino, gía contemplando in uno specchio quelli, a se stesso facendo l'occhiolino. Con una mano il mento par s'abbelli: poi si volgeva a qualche suo vicino, dicendo in forma grave e spiritosa, --Ma! questa è quell'etá pericolosa.--

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Angelin di Baiona era un cristiano dal vaiol roso, piccioletto e brutto, ch'iva girando con l'occhiale in mano, esaminando femmine per tutto; e con un modo sprezzante e villano dicea:--Quella ha il sen vizzo, quella asciutto; e sono vecchie tutte, al mio giudizio: potean starsene in casa a dir l'uffizio.--

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Parea quell'Angelin turco di razza. --Quando una donna passa i ventidue --diceva a' paladin,--perdio ch'è pazza a porre a mostra le fattezze sue; e dovria ritirarsi dalla piazza, ch'ella recer mi fa, pel mio Gesue!-- E non si ricordava, quel Baiona, ch'era vecchiotto ed orrida persona.

109

Ricciardetto avea seco. Apprezzato era questo tra le persone spiritose. Nelle virtú sue molte una n'ha vera; nessuno in quella a vincerlo si pose: che bestemmie inventava di maniera, diceasi, molto acute e graziose; poiché se Maria Vergin bestemmiava, col _quondam_ Gioacchin la confermava.

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Vedi se il mondo esser poteva giunto a peggior corruzion di quel che fosse. Quand'io leggo Turpin, divengo munto: scorremi un gel nel midollo per l'osse, a dir che un paladin dal battesmo unto sí le leggi di Cristo avesse scosse, e bilanciasser gli altri s'era giusto anche nelle bestemmie il lor buon gusto

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Aveva bestemmiando Ricciardetto a quel Baiona detto un suo parere, cioè che, fatto il primo figliuoletto, erano vizze e mézze le mogliere. E una dama vantandosi avea detto in quel:--Mai feci figli--a un tavoliere. Non dimandar se il rider fuori scocca, perch'era quella da' sei denti in bocca.

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Marco dal Pian di San Michel, poeta, era venuto, e all'apparir di quello, parve che fosse giunta la cometa, al gridar di parecchi:--Véllo, véllo.-- Gli sono intorno a fare una dieta i paladin piú inclinati al bordello, perocché Marco da quelli è stimato un uom di mondo ed ispregiudicato.

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Certe proposizion piantâr con esso (anche queste eran nuove e virtuose), mettendo in dubbio ed in ridicol spesso i gioghi santi delle sacre cose. Marco con qualche verso avea concesso ogni sfogo a quell'anime viziose; donde smuccian le risa, e l'hanno carco di plausi e intuonan:--Gran Marco! gran Marco!--

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Anche Matteo, poeta suo nimico, era comparso ad adular le dame, per tener quanto puote il mondo amico al suo teatro comico di strame. Con grand'inchin va piegando il bellíco, baciando lembi e mani alle madame, e goffamente si studia e procura pingersi un uom di gran letteratura.

115

Far non avea potuto la raccolta, come dicemmo, e tanto avea seccato il marchese, che alfin pur fece còlta, ed una serenata avea formato, che, per farla cantare, aveva tolta Terigi quella sera a buon mercato: donde a Marco Matteo par esser sopra. Marco era quivi a criticar quell'opra.

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La contessa d'Olanda avea veduto giunger quell'Ansuigi negligente; e benché prima ella avea mantenuto che non si de' badar nulla al servente, l'ha salutato con sí gran saluto e con occhio e con viso sí rovente, ch'ognun s'avvide non avea semenza della sua millantata indifferenza.

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Dodone dalla mazza, detto «il santo», era venuto, e guardava ogni cosa stando a un tavolier solo da un canto, facendo vista di fiutar la rosa. Talor da sé si divertiva alquanto con un mazzo di carte che qui posa. Scartava, e allor che un undeci è apparito, l'univa, fin che il mazzo era finito.

118

Alcuni abati ed alcuni giuristi facean presso a lui disputazione sopra a' beni di Chiesa e agli acquisti che lascia a' frati chi in morte dispone; perocché a tutti i chierici e a' casisti ed a chi vive di contemplazione aveva il parlamento ordine dato di vendere ogni bene ereditato.

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Parean gli abati tanti satanassi a sostener che ciò non si potea, e trovan testi, annotazioni e passi della legge cristiana e dell'ebrea, che tai decreti annullano e fan cassi. --Il ben di Chiesa--ogni abate dicea-- è di iure divin, né può il mortale abolire una legge celestiale.--

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Avean fatto a Dodon tanto di testa; sicché alla fine, a que' giuristi vòlto, disse:--Voi siete gente poco onesta. Cotesti abati, per quanto ho raccolto, hanno ragion patente, manifesta, ed han nel mezzo al vero punto còlto: son di iure divino i beni c'hanno; ve lo dice il buon uso che ne fanno.

121

I refettori, le taverne, i chiassi fanno testimonianze chiare e piane. Le mense de' cattolici papassi, e certe mantenute pie cristiane dicon qual uso saggio ed util fassi da' collar, da' cappucci, dalle lane, de' ben che sono di iure divino, per quanto scrisse il padre Magnolino.--

122

Fu dalle risa tronca la questione. Quegli abati Dodon miraron guercio, e si partiron con dimostrazione di non voler con atei commercio. Bolle in un canto la conversazione intorno al far rifiorire il commercio ed al rinvigorir agricolture, cogli esempi del Congo e le misure.

123

Le cose tutte andavano a pennello per l'attenzion del prete don Gualtieri, che in veste lunga e col suo gran cappello provvede agli orinali e a' candelieri. Finito avea di perdere il cervello quasi Terigi e par che si disperi; ch'ogni vecchia, ogni storpia in sala arriva, né sa se la Marfisa è morta o viva.

124

Ognun assalta, a ognun chiede, ognun secca, e vuol per forza che l'abbia veduta. Talor borbotta e batte l'anche, e pecca nel pensare al perché non sia venuta. Lacchè spedisce, e rintuzza, e rimbecca ch'ogni risposta è tarda e oscura suta, perché Rugger come un matto ha risposto: --Ella verrá, se Dio l'avrá disposto.--

125

Non è da dir se Terigi s'affanna. Con don Gualtier si chiudeva a consiglio. --Che di' tu, prete?--dicea sulla scranna. Risponde il prete:--Assai mi maraviglio. O ella vuol tenervi per la canna; vi sarete scoperto un gran coniglio: o qualche sgarbo usato le averete, perché talor molto civil non siete.--

126

Disse Terigi:--Gualtier, no, perdio, sempre dell'«illustrissima» le ho dato, e sono stato attento. Gesú mio, voi sapete in qual modo ho pur trattato!-- E cominciava di lagrime un rio, e a fare un ceffo molto difformato. Don Gualtier lo consola e lo conforta, dicendo:--Ella fia forse in sulla porta.

127

Usciam di qua, tenete sodo il viso, perocché noi farem la scena grande; statevi ritto, talor fate un riso, fingete il dilleggino alle dimande.-- Piacque al marchese del prete l'avviso: rasciuga il pianto da tutte le bande; ma gli occhi tondi aveva tanto rossi e gonfi che parevano percossi,

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tanto che ognun s'avvedeva del fatto. Il discorso è per tutto universale: che Marfisa non giunga è stupefatto ciascuno, e si sentiva:--Oh male! oh male!-- Non era l'accidente però stratto quanto diceasi e fuor del naturale. Ma sufficiente, anzi opportuno assai, per terminar un canto io lo trovai.

FINE DEL CANTO QUINTO

CANTO SESTO

ARGOMENTO.

Col suo guascon alla conversazione giunge Marfisa, e per la concorrenza di custode al sigillo uffizi espone per Filinor con vezzi ed insistenza. Angelin di Bellanda anche persone ha, che chiedon per lui palle e assistenza. Ardono i due partiti ed al cimento si chiudono i votanti al parlamento.

1

Lettor mio, se tu sei qualche soldato, amator degli antichi romanzieri, il tardar di Marfisa avrai pensato forse per arme o casi orrendi e fieri. Se tu se' ipocondriaco, immaginato averai febbri, coliche e cristeri. Se prete o frate all'antica e de' buoni, ritardi per rosari ed orazioni.

2

Se donna, acconciar nuovo di capelli, disposizion di fiori con dottrina. Dovresti dar nel segno piú di quelli; ma pur non posso dir tu sia indovina. Se ti ricordi i costumi novelli, la bizzarria di quella cervellina, dirai che la trattien, piú ch'altra cosa, qualche avventura fresca ed amorosa.

3

Quel Filinor di Guascogna nel core l'era rimasto fitto e ribadito, e la conversazion scacciata ha fuore di quel buon uom Terigi, suo marito. --V'andrò--diss'ella--ma senza furore;-- e fermo aveva e preso per partito di non andarvi risolutamente senza quel nuovo cavalier servente.

4

--Io m'annoio--dicea--fuor di misura senza un uomo di spirito al mio fianco, perocché Dio m'ha data una natura, che il nero sa discernere dal bianco. Io ho d'intorno una certa mistura di cavalier, co' quali io svengo, io manco, con certi magri detti e certi sali, che desterien gli effetti matricali.

5

Non c'è rimedio, caso o forma o via, ch'io possa sofferir cotesti allocchi, o sia ch'io non gl'intenda, o vero sia che non intendan essi ciò ch'io tocchi. Altro non c'è che la prudenza mia, talor, che mi trattenga, e non trabocchi e non gli mandi con le mostacciate a intrattener le monache alle grate.--

6

Avea Marfisa una sua cameriera molto fedele alle cose importanti, che portava le lettere la sera, dicendo il _Miserere_, a' suoi galanti. Ipalca ha nome, e talor si dispera, perché i viaggi eran lunghi e pesanti. A questa un vigliettin diede, e mandava a Filinoro a dir che l'aspettava;

7

che non partia per la conversazione, se non venía, ché molto ad esso inclina. Ipalca in testa a rovescio si pone una sua cottardita, e via cammina. Giunse assai tardi a casa Ganellone, che va dicendo la _Salve Regina_, e a tutti gli altarini che ha trovati, due _Credi_ ginocchioni ha recitati.

8

Giunta a Gano, dimanda il forestiere, e il vigliettino gli metteva in mano. --Per l'amor di Maria--dicea,--messere, venite via, se siete buon cristiano.-- Filinor lesse ed ebbe un gran piacere, e disse:--Io vengo;--e prima volle a Gano la carta e l'avventura far palese, per non disalvear dal Maganzese.

9

Ganellon traditor (che in suo segreto era peggior del vaso di Pandora, ed a' scandali sempre andava dreto, come la gatta al lardo ch'assapora) Ruggero odiava, e avea posto divieto a matrimoni di Marfisa ancora. Vide che in Filinoro gli ritorna occasion da tirar fuor le corna.

10

E disse:--Figlio, questa illustre dama sorella di Rugger, detta Marfisa, vien maritata a un uom di poca fama, a un gabelliere, a un marchese da risa. L'avarizia «prudenza» oggi si chiama, e maritaggi forma di tal guisa; però se tu potessi farla tua, opreresti de' beni a un tratto dua.

11

Non dir ch'io t'abbia consigliato a questo; ma corri giostra e tenta la fortuna. Il fin di matrimonio è oggetto onesto; rimorso io non mi sento in parte alcuna. Nella tua concorrenza sia ben desto ch'ella può tutto ed è molto opportuna: però se memoriali a lei darai, trenta pallotte certe conterai.--

12

Filinor, che c'è dato, non dimanda: verso Marfisa con Ipalca trotta. Ma tra l'andar dall'una all'altra banda, e il pigolar per via della marmotta, e il consigliar e il chieder:--Chi ti manda?-- e mille brighe che accadon talotta; tre ore eran di notte, e ancor non era giunto il putto, e Marfisa si dispera.

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