# La Marfisa bizzarra

## Part 6

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A tutte l'altre spose nel vestire quel di Marfisa diede scaccorocco; e il portar della maschera e il gestire, tutto diceva ai cor:--Guarda, ch'io scocco.-- Si rise sol, veggendo comparire Terigi che pareva un anitrocco; e benché avesse addosso un gran tesoro, non sapeva portarlo con decoro.

78

Mentre per la Ruet scorre il torrente, è capitato un cocchio sulla piazza, ch'avea dentro un garzon molto avvenente: del resto non si dá cosa piú pazza. Un caval magro, adagio, sonnolente tira da un lato e si ferma e scacazza; dall'altra parte il tiratoio tirava uno staffiere, e sudava ed ansava.

79

Sozzopra è la Ruet. Tutte le genti corrono a contemplar sí nuova cosa. I paladin, le dame ed i serventi alla carrozza van maravigliosa, la qual nel mezzo a tanti occhi veggenti alla magion di Gano fece posa, ed iscese da quella il cavaliere, di cui per ora il nome vo' tacere.

FINE DEL CANTO QUARTO

CANTO QUINTO

ARGOMENTO.

Un amor forte la bizzarra prende di Filinor. Terigi si dispera; pur fa grand'apparecchio, e spande e spende per ricrear la sua sposa una sera, Alla ricreazion schiere tremende giungon, e fassi descrizion sincera di dame e cavalier. Non vien l'infida; Terigi piange, e il cappellan lo sgrida.

1

Io non son di natura curioso; pur, quando sento ruote e la scuriada, m'affaccio alla finestra furioso e vo' veder chi passa per la strada. Però non istupisco, e son pietoso che il popol di Parigi in folla vada a veder la carrozza che ho narrata: io sarei stato capo di brigata.

2

Non sempre e in ogni loco curiosa soffro la gente molto volentieri, e, verbigrazia, a un'opera fecciosa che corra e spenda e gridi e si disperi. Questa curiositade è perniziosa, io dico, e di cervei troppo leggeri. Quella carrozza era una cosa bella e rara, e in piazza, e si dovea vedella.

3

Il cavalier, che da quella è schizzato, era quel Filinoro di Guascogna. Perché da un sol rozzon fosse tirato e dal staffiere, dirvi or mi bisogna. In una pozza se gli era affogato il caval terzo e rimasto carogna, ed era presso a Parigi un trar d'arco, donde non volle rimanersi al varco.

4

Perocch'egli è un fanciul soggiogatore d'ogni riguardo e alle vergogne avvezzo: --Dalla cittá non de' rimaner fuore --disse--quest'equipaggio mio, da sezzo;-- e pose al tiratoio il servitore dall'altra parte senz'alcun ribrezzo. Lasciando nella pozza il caval morto, ridusse alfin la navicella in porto.

5

Alcun di nuove fogge dilettante dicea:--Questa debb'esser moda nuova: da una parte il caval, dall'altra il fante! Certo il buon gusto qui sotto ci cova.-- Alcun ardito chiede al cavalcante: --Che fate dello sprone e che vi giova? Spronate voi per fianco quella rozza, o spronate voi stesso o la carrozza?--

6

Il servo ansante di sudor grondava: avea ben altro in mente che rispondere. La gente sempre accorreva e inondava: parea ch'ella volesse il ciel sconfondere. Filinor lo staffiere confortava, dicendogli:--Su via, non ti confondere, sciogli i forzieri;--e diceva alle genti: --Or bene: io son colui dagli accidenti.

7

Le sventure, signor, sempre son pronte. Che maraviglie! Ringraziate Dio ch'elle non vi son tocche. In piano e in monte e in mar siam mal sicuri, al parer mio.-- S'innalzava Marfisa con la fronte per veder la cagion del mormorio, e sulle punte dei piedi si rizza, ma invan s'affanna e alfin le venne stizza.

8

E vòlta a' cavalier che la servieno, ed a Terigi che sembra un barlotto, comincia a dir che tutti le parieno cavalier da bagasce e da biscotto. --Vedete--ella dicea--che m'avveleno per star di sopra, e mi lasciate sotto, né veder posso. Ogni pitocco e tristo avrá veduto, ed io non avrò visto.

9

Fatevi innanzi, allargate la strada! S'apra la folla, cavalier poltroni! Chi non sa servir dama se ne vada: io vi smaschererei co' mostaccioni.-- Disse Terigi:--Io non ho qui la spada;-- ma gli altri cavalier, come leoni, cominciano co' gombiti e co' fianchi a sospinger la folla arditi e franchi.

10

Piú di tutti alle spinte acquista fama don Guottibuossi, che è qui mascherato, e grida:--Largo, amici, a questa dama!-- e apre l'onda e gran fesso ha formato. Marfisa aiuta anch'essa quella trama, e spinge quanto un uomo disperato, tanto che giunse in mezzo al cerchio stretto, e rassettossi poi qualche merletto.

11

E si fece vicino a Filinoro, ch'era un de' piú bei putti che sien visti. Lasciamo i capei lunghi a fila d'oro, la grana e il latte sulle guance misti. Avea negli occhi e ne' gesti un decoro da vincer tutti i fanciulli alchimisti. Vide Marfisa e fece il stupefatto, facendo un paio d'inchin moderni affatto.

12

Fu quasi vinta a quel colpo Marfisa, e si trasse la maschera dal volto, asciugando il sudor di ch'ella è intrisa, con una leggiadria che piacque molto. Poi disse:--Cavalier, come, in qual guisa siete a Parigi in questo modo còlto?-- Rispose il cavalier:--Dama cortese, l'uom che viaggia impara alle sue spese.

13

Io vengo di Guascogna, e in compagnia quattro staffieri aveva ed il cocchiere, il cavalcante e due lacchè per via, sei corsier sauri con le chiome nere, ed equipaggio quanto convenia. Giá queste mura ero giunto a vedere; quando d'un bosco venti mascalzoni usciro armati d'accette e spuntoni.

14

Per prima cosa uccisero i destrieri, perché non si potesse via fuggire. I lacchè si difesero e i staffieri; chi non fuggí dovette alfin morire. Guizzai dal cocchio a guardia de' forzieri, e cominciai con la spada a ferire; dieci n'uccisi, e il resto impauriti per timore o fortuna son fuggiti.

15

Lo staffier sol rimase che vedete, e d'un altro staffiere il caval stracco. Dissi:--Dall'una parte tirerete; questo rozzon dall'altra, ch'io v'attacco.-- E giunsi qui come veder potete, che ancor mi fo la croce per quel fiacco.-- Lo staffier stava fuor della memoria e trasognato a udir sí bella storia.

16

Filinor di soppiatto l'occhiolino fece al staffier ed ei l'intese tosto. L'altro segue il racconto del cammino, che un'altra baia nuova avea disposto. Disse:--Sol mi rincresce un valigino, che tenni pel viaggio sempre accosto, con trentamila zecchin d'òr forbiti; non m'avvedendo al fatto, addio, son iti.

17

Ed un portamantello io vedo ancora, dove aveva alcun abito decente (siccome un onest'uom di casa fuora suol portar seco, andando a nuova gente); e se n'è andato anch'esso alla malora, con un brillante a cui non posi mente, che m'è schizzato fuori dalle mani nel combatter ch'io feci con que' cani.--

18

Molti del cerchio, udendo queste cose, dicean basso:--È ben ver ch'egli è guascone.-- Altri, a' quai sembrar vero tutto suole, tiravan gli occhi e avevan compassione. Ma perché allora s'usavan parole e fatti pochi per consolazione, fuor che un commiserar di que' commossi, a Filinor non s'offerser due grossi.

19

Marfisa altro non volle ad esser vinta che bellezza nel putto e le avventure. Veder gli parve una storia dipinta di Marco romanzier nelle scritture. Compianse i casi e die' piú d'una spinta, perch'ospite suo fosse, e isforza pure; ma Filinor, baciandole la mano, disse ch'ospite andava al conte Gano.

20

--Invidio a Gano un commensal gentile --disse Marfisa--come siete voi.-- Rispose l'altro con atto civile: --Questa invidia è invidiabile fra noi.-- Soggiunse l'altra:--A Parigi c'è stile delle conversazion: vedremci poi.-- --S'ubbidiscon--dicea l'altro--le dame.-- Terigi udiva e sol diceva:--Ho fame.

21

Mezzogiorno è suonato di due ore, la maschera m'affanna e infastidisce.-- E poscia l'orivol metteva fuore, dicendo:--Questa vita non gradisce.-- Marfisa rispondeva:--Mio signore, dove tengono il tosco, io so, le bisce; però non cominciate a fare il matto, ch'io so come si lacera un contratto.

22

Non mi diceste un giorno:--A me fia grato tutto quel ch'è piacer vostro, illustrissima?-- Terigi, tra balordo e disperato, fece una riverenza profondissima. Rise Marfisa e sul viso gli ha dato con il ventaglio, ch'era leggiadrissima; e finalmente ognuno a pranzo andava. In casa a Gano Filinoro entrava.

23

Vide a piè della scala Gan teneva, come un gigante, un crocifisso Cristo. Nel girar della scala che faceva, eccoti innanzi un altro Gesú Cristo. Nella sala maggior entra, e vedeva la _Via crucis_. Per tutto c'è Cristo. Filinor, ch'è golpon, tosto s'avvede di qual umor sia Gano e di qual fede.

24

Si trae il cappello e con la testa bassa mette un ginocchio a terra e fa la croce; ad ogni passo si segna e s'abbassa, borbogliando orazion con umil voce. Ecco Gan da Pontier che di lá passa: Filinor non si move piú veloce, ma torce il collo e si picchia e sospira; poi, quando gli par tempo, a Gan s'aggira.

25

E gli fa riverenza, e poi gli ha data la lettera che a lui lo raccomanda. Gan lo saluta e, la lettra sbollata, vide per Filinor ciò che dimanda. E disse:--Cavalier, vi sia donata quant'assistenza io posso in questa banda, e ben la meritate al parer mio, ché mi sembraste col timor di Dio.

26

Chi in quel s'affida non può dubitare. La coscienza netta è un gran conforto. Io passai casi atroci, cose rare, e mille volte dovevo esser morto. Alle calunnie ed al perseguitare io rispondeva sol:--Netto è quest'orto.-- La coscienza netta ed il timore ch'ebbi sempre di Dio m'han tratto fuore.

27

Ma andiamo a pranzo omai, né vi crediate queste parole abbia dette in mia lode. Troppo son peccatore e ho meritate l'arme di Dio, che tutto vede ed ode.-- Qui andaron al tinel, dove parate son le vivande, ed altro ch'uova sode! Pasticci si vedean, marmite piene, zuppe, salvaticine ed ogni bene.

28

Qui stava Berta dal gran piè, consorte del conte Gano ne' secondi voti; Baldovin figlio, e della nera sorte due frati grassi, in cèra assai devoti, che facevan crocioni in sulle torte. Giunto Gano, lettor, convien che noti ch'ei volle a' frati levare il mantello, dicendo che indulgenza era a far quello.

29

Poi, detto il _Benedicite_ in tuon basso, cominciasi a mangiare alla papale. Diceva Gano a Berta a questo passo: --Avete voi spedite allo spedale quelle camicie rotte, e broda in chiasso a' pover di contrada, che stan male?-- Ed anche quella carne che putia --diceva Berta--ho data in cortesia.

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Diceano i frati inarcando le ciglia: --Oh pietá benedetta!--e rastrellavano. --Sempre sará di Dio questa famiglia e prosperata sempre;--e trangugiavano. --Dammi ber--dicea Gano,--e il bicchier piglia di scopulo che i servi gli recavano: --Pel dí--dicendo--dell'eterne chiostre: alla salute dell'anime nostre.

31

--Viva l'anima nostra--ognun dicea. --Datemi ber, l'anima nostra viva.-- Si mangiava e scuffiava e si bevea con una divozion contemplativa. Filinor dissoluto i cor leggea, e s'adattava al caso ed istupiva; ma gli occhi ha chini e sta sí rattenuto, che piú santo degli altri fu creduto.

32

Baldovino era un fanciullaccio rotto, ma seguiva il costume di soppiatto, ché in casa a Gan bisognava esser dotto e far le iniquitá chete per patto. Poco mangiava a desco e stava chiotto, e va sonniferando tratto tratto. La notte tutta alle puttane er'ito, tornato a giorno e poco avea dormito.

33

Berta, che lo tenea per suo mignone ed era tenerissima del putto: --C'hai tu?--dicea--mi fai compassione: oggi tu mi se' tristo e spunto e brutto.-- Rispondea l'altro:--Ho un po' d'indigestione; stanotte io discorrei pel letto tutto, smaniai, sudai; se feci un sonnellino, sempre sognai col defunto Angelino.

34

E' mi parea vederlo ogni momento che seco m'invitasse in paradiso. --Taci lá, pazzerel; ch'è quel ch'io sento?-- diceva Berta e lo guardava fiso. Gan soggiungea:--Quand'io sogno un uom spento, segno è dal mio dover mi son diviso; se _De profundis_ non gli ho detti, ho il torto quand'io mi lagno di sognare un morto.

35

--Certo--diceano e' frati,--a sogni tali i _De profundis_ sono un gran rimedio; ma rimedi sicuri e principali sono le messe a levarci d'assedio. --Lasciam questi discorsi, o commensali --diceva Gano;--abbiate un po' di tedio: per questo forestiere di Guascogna, a me commesso, consigliar bisogna.

36

Egli è d'illustre casa e stirpe antica, giovane e timorato del Signore. Ebbe la sorte a' giorni suoi nimica: chi ben vive sempre ha persecutore. Venuto è qui per ritrovarla amica, avere incarco e viver con onore, raccomandato alla mia debolezza, che, qual è, sempre a ristorar fu avvezza.

37

Angelin di Bordea, ch'era custode del sigillo reale, è al ciel salito. Chi può aver quell'incarco, molto gode. Il parlamento de' porlo a partito. Io non so con qual arte, inganno o frode, Angelin di Bellanda è fuor uscito, s'è dato in nota, non ha concorrenza. De' far Filinor nostro esperienza.

38

Chiedon certe persone i boccon grassi con una sicumera ed una esordia, che sembra in barbagrazia a' capi bassi debban ire i votanti di concordia. L'incarco avuto, l'util va ne' spassi: mai fanno un'opra di misericordia. Per coscienza intendo Filinoro dia concorrenza a questo barbassoro.

39

Tenterem, vederemo; a Carlo Mano vo' ragionare; ho degli amici anch'io. Possibil che disutile sia Gano! Voi, Filinor, pregate intanto Iddio.-- Qui Filinor gli baciava la mano. S'offerser tutti a questo lavorio. Il pranzo era finito e, detto pria l'_Agimus tibi gratia_, ognun partia.

40

Correan ventitré ore o poco meno. Particolar invito era a Parigi d'una conversazion famosa appieno, che dava in casa il marchese Terigi alla sua sposa dal viso sereno; e aveva detto a don Gualtier:--Dirigi tu la faccenda, e fa' che nulla manchi perché non mi dileggin questi franchi.--

41

Io so, lettor, negli antichi poemi talor goduto avrai qualche rassegna, e letto: «Il tal passava, e par che tremi il terren sotto alla schiera, all'insegna; e il tal monarca da' paesi estremi veniva dopo con sua gente degna, armata di panziere o cuoio cotto e con mazze ferrate e il giaco sotto».

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Ma s'erano cambiati i paladini, eran le lor rassegne anche mutate, se i novelli costumi e i libriccini d'altra sorta battaglie avean formate. L'armature eran vaghi manichini, brache alle cosce, tirate, attillate, e d'un taglio mirabil vestimenti, di velluto a giardino o guarnimenti.

43

Campi delle battaglie eran ridotti casin, teatri e botteghe e saloni. Armi da offesa, danar ne' borsotti, carte da giuoco e finti paroloni, teneri bigliettin, sospir dirotti; e le cittá da far l'espugnazioni, i ben de' troppo schiocchi o troppo arditi, e le moglier de' poveri mariti.

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Erano le rassegne come questa ch'or dirò, dalle antiche differente. Giá la ricreazione aveva presta don Gualtier, mansionario diligente; posta in ordin di torcie una tempesta, e ciocche di cristallo risplendente, non dico del Briati, che non c'era, ma di Buemmia, cariche di cera.

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Tavolin, ghiridoni, tavolieri e carte e sbaraglin per tutto sono, sedie co' lor piumacci ed origlieri d'oro, ch'ognuna valea quanto un trono. Piú candelotti con piú candelieri v'erano che in Assisi pel perdono; staffieri e cappenere una gran banda: don Gualtieri è per tutto che comanda.

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Terigi era cambiato di vestito, se il primo fu d'argento, questo è d'oro; tanta ricchezza ha intorno, è sí pulito, che pareva quel giorno il bucentoro; e sta sull'ale mezzo sbalordito cosí grassotto e rosso, e di pel foro, per ire ad accettare e a far gli onori sino alla scala a' suoi visitatori

47

Con le man dietro passeggia, e pur chiede agli staffier, che sono alla vedetta, se comparir nessuno ancor si vede; poi ripasseggia come un'anitretta. S'affaccia a un specchio, spinge innanzi un piede, e fa un inchin, poi lo raddoppia in fretta, poi lo riprova infin ch'è persuaso: sceglie il miglior per comparire al caso.

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Talor la man sinistra al fesso mette del giubberello, e spinge il quarto in fuori, perch'era tempestato di stellette e fiorellin che mandava splendori. In mille scorci par ch'e' si rassette, tal che rideano insino a' servitori, e talor per ischerno alcun lo chiama, dicendo:--E' par che capiti una dama.

49

Illustrissimo, certo ella vien via.-- Presto Terigi alla scala correa. Colui diceva:--Ha preso un'altra via. Perdio! che qui venisse mi parea;-- poi gli facea le fiche dietrovia. Non dimandar se la ciurma ridea, perocché fino i servi erano iniqui allora e riformati dagli antiqui.

50

I primi alla rassegna erano giunti certi cagnotti parigin diserti, ch'aveano in cento vizi i ben consunti; e van per case, e gli occhi han ben aperti, per condannar gli addobbi e tutti i punti dell'apparecchio, e per farsi ben certi che ci fosse abbondanza di confetti, di caffè, cioccolato e di sorbetti.

51

Il marchese Terigi a que' fa vezzi, perché l'ignobiltá cerca aderenze; far gli faceva di rinfreschi mezzi, per turar ne' lor sen le maldicenze. Ma converrá che alfin si scandalezzi, o ch'egli abbia duemila pazienze; ché tutte le finezze fien mal spese, e rideranno a lungo del marchese.

52

Ecco una dama con belletto e nèi, di settant'anni. Aveva ancora in bocca sei denti, e d'uno forse errar potrei: moglier di Sinibaldo dalla Rocca. Terigi è pronto, e quattro e cinque e sei e sette riverenze le raccocca; la dama gli diceva questo solo: --Marchese, son qui putti col vaiuolo?--

53

Terigi le rispose:--Non, signora; ma perché mai mi domandate questo?-- Disse la dama:--Io non l'ho avuto ancora, ed il pigliarlomi saria molesto, perocché il meglio alle fattezze isfiora, oltre che mi potrebbe esser funesto.-- Disse il marchese:--Non, in fede mia.-- La dama co' serventi passa via.

54

Un gran rumor venía su per la scala, un ridacchiar femminile e maschile. Terigi sta come terzuol sull'ala, e si diguazza a comparir gentile. Ecco un drappello giunto nella sala, di dame e cavalieri, signorile. La prima, che il saluta alla sfranciosa, era una dama guercia spiritosa.

55

La seconda era piccola e ben fatta; la terza grande e grossa e gigantesca; la quarta è bella e sembra alquanto astratta, ma gli occhi l'appalesano furbesca; la quinta alcun diria che fosse matta, ed era la cagion di quella tresca, del sghignazzar che prima si facea, perché ciò che dicesse non sapea,

56

e sempre ragionava alla distesa, non guardando piú al nero che al turchino. Talor dir cosa santa aveva intesa, ch'era un'oscenitá da malandrino. L'altre ridean quand'ell'era discesa, buffoneggiando Avolio paladino, ch'era servente a lei, siccome intendo, e lo commiseravano ridendo.

57

Gli altri serventi delle quattro prime, per fare alle servite cosa grata, faceano anch'essi un sghignazzar sublime. Avolio è furbo e accresce la chiassata, dicendo sol:--De' gusti non s'estime buon giudice nessun della brigata;-- e baciava la mano alla sua dama, che nulla s'accorgeva della trama.

58

Fan con Terigi alcuni convenevoli, passando poscia al campo di battaglia, sempre ridenti, ironici e scherzevoli con Avolio, il qual nulla si travaglia. Giunsero poi due dame cagionevoli, che avean le guance color della paglia; l'una ha gran naso, e l'altra l'ha schiacciato, e nondimeno hanno serventi a lato.

59

E dicendo al marchese:--Altri che voi, non ci avrien fatte uscire oggi di casa,-- nel marziale agone andaron poi l'una col naso e l'altra con la nasa. Terigi alla risposta era infraddoi, e alfin chiusa la bocca gli è rimasa, ché non gli era venuto un complimento da fare a quelle un bel ringraziamento.

60

Un risolino e un abbassar di testa per quella volta esser dové bastante. Dopo re Salomon si manifesta, che pareva uno stinco di gigante, con una dama giovinetta e mesta, la qual dovea tenerlo per giostrante, perché lo sposo non vuol per niente, fuor che il re Salomone, altro servente.

61

Ughetto di Dordona era il consorte, del costume novel non ben suaso; ma perch'egli era pure un uom di corte, il vecchio e il nuovo temperava al caso. --S'usa il servente; e bene, abbi la Morte,-- disse alla moglie un dí, torcendo il naso: e certo ad ogni passo Salomone sputa catarro ed anima e polmone.

62

Un «oh!» s'udí nella sala all'arrivo di Salomon, che il palagio rimbomba, perocché a far le scale semivivo era rimasto, e sfiata con la tromba. La dama vergognosa il viso schivo teneva e basso.--Povera colomba!-- dicean le genti burlone. Ella passa, e non bada al marchese che s'abbassa.

63

Berlinghier la seguiva da lontano. È senza dama il gentil Berlinghieri; ma si vedea che non l'aveva sano il core, e si leggeano i suoi pensieri; ché va fiutando un gherofan c'ha in mano, mostrando custodirlo volentieri, tanto che s'apponea piú d'un francese del giardin di quel fiore e del paese.

64

Veniva Otton la reina de' sardi servendo poscia, ed ella è in gran furore, e lo sgridava ch'era giunto tardi, ché s'avvedeva ch'ei cambiava core. --Se per altra--diceva--nel sen ardi, dillo per tempo, cane, traditore.-- Otton si scusa, ma non istá salda quella reina di natura calda.

65

La contessa d'Olanda è dietro a lei. L'aveva udita e le disse:--Regina, trattate com'io fo i serventi miei. Non fate lor mai prego né moina: se vengon, bene, io gli saluterei; se no, non darei foco alla fucina, perocché a mostrar lor zolfo e premura, e' se la prendon poi senza misura.

66

Quel buona lana Ansuigi attendeva: era alle ventitré l'appuntamento; scoccaron l'ore e mai non si vedeva. Questo petroccol m'ha recato il vento, ed io, senz'altro dir, feci alto leva, ché d'ogni po' di gruccia io mi contento.-- Aveva la contessa un prete a lato, che pareva un orsaccio mascherato.

67

Fanno i lor convenevol col marchese le dame, i cavalieri e quell'abate, del qual si rise, ed era d'un paese dove soffronsi in pace le risate. Passarono alle offese e alle difese; poscia dentro alle camere parate. Terigi a non veder Marfisa langue. In questo giungon due dame del sangue.

68

A veder queste due giugnere unite, fu nel palagio universal stupore. Per cagion mille tra nascoste e trite star doveano disgiunte ed in livore. Una di quelle delle piú scaltrite era la schiuma, il puro estratto, il fiore; l'altra ha un cervello da Dio benedetto, che per poco scacciava ogni sospetto.

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