Part 17
Alcuni maganzesi consiglieri, che credean nella salsa e nel cappone, avevan consigliato l'imperieri a dare il sacco alla religione. Non eran falsi in tutto i lor pareri, ma perigliosi nella esecuzione, ché un popolo commosso in tal materia è da temersi, ed una bestia seria.
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Tenner quei di Maganza un gran consiglio, e stabilîr che fogli pubblicati de' popoli mettesser sotto al ciglio le magagne de' cherici e de' frati, e dipignesser l'antico naviglio in confronto alle navi de' prelati, e usurpi e vizi e gran taccagnerie de' direttori delle sacristie.
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Quest'argomento, fontana perenne, anzi pur fiume, anzi pur vasto mare, e questa libertá data alle penne aveva fatto un bel dilucidare. L'_Introibo_, il _Deo gratias___ e l'amenne e le indulgenze e gl'inni sull'altare erano fole, spaventacchi e abusi per empier sacre pance ed ugner musi.
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Molti preton, molti fratoni accorti sosteneano i partiti secolari, come color che tengon da' piú forti per l'amor delle zuppe e de' danari. Non lasciavan però di vista i morti, per beccar anche l'obol degli altari: cosí sendo or filosofi ed or santi, erano onesti e facili e forfanti.
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Ebbero il loro intento i maganzesi: fûr presto gli ecclesiastici abborriti, ma in conseguenza anche i plebei francesi furon zibibbi e datteri canditi. Erano di ladron boschi i paesi, si avean per sogni gli eterni conviti; e per menar di qua la vita amena, scannavasi un fratel per una cena.
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I filosofi tristi il lor partito traean dall'adottar la passione, e dal provar ch'ogni umano prurito doveva aver la sua soddisfazione. Ridean del stabilito e proibito dai re, dai papi e da religione, e insin commiseravan gli assassini come oppressi e infelici pellegrini.
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Dicean che al mondo tutti aprivan gli occhi per caritá, per zelo e per bontade. Creder possiam che i sudditi pitocchi di Carlo non facean difficoltade: furon tutti filosofi agli scrocchi, agli adultèri, all'assaltar le strade, e franchi a' piú funesti oscuri casi, delle nuove dottrine persuasi.
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Sicché tra il fren spiritual giá rotto, ed il poter dei re dipinto brutto, non v'era pei cervelli piú cerotto: l'umanitá credea poter far tutto. Altro non si vedea che un cacciar sotto ed una sbrigliatezza di mal frutto: era un sciocco l'uom giusto, il savio matto; non era ben parlar, ma lo star quatto.
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Pur nondimeno il secolo era quello detto universalmente «illuminato»; ma il male antico era anche mal novello, ed accresciuto ad esser smisurato. Era il bene evangelico ancor bello, ma soppresso, deriso e conculcato; ché i dotti, i quai dánno ragione al vizio, hanno assai concorrenti al loro uffizio.
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Non eran di Parigi i bei talenti dall'util filosofica scrittura, perché a Parigi in quel tempo studenti non si premiava né letteratura. In Francia esser potean quindici o venti, che viveano a giornata d'impostura, stampando fogli settimanalmente, rubati da altri libri malamente.
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Aveano in questi i poltron paladini storia, commerzio e gran filosofia, tutto per dieci o quindici carlini, semi, piante, scoperte, geografia, manifatture, macchine, mulini, novelle, agricoltura, chirurgia, mediche controversie e pro e contrario, e carta da fregarsi il taffanario.
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Marco e Matteo non eran piú scrittori, ché di seccar le coglie erano rei. Scrive Turpin che i loro successori eran peggior de' Marchi e de' Mattei, audaci, sciupator, sussurratori, anticristi, messia, cure, cristei, senza eloquenza, senza raziocinio, guasto d'ogni intelletto ed esterminio.
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Se v'era qualche buon cervello a caso che pubblicasse una colta scrittura, i dotti bagascioni, senza naso, ne' dizionari, pinzi di pastura, la dicean pisciarel da nessun caso, picciola idea, fanciullesca fattura; e crocidando e senza produr nulla, i buoni indegni sommergeano in culla.
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Un'altra setta d'uomini arroganti, per comparir comete di dottrina e geni di quel secolo giganti di testa originale arcidivina, si posono a vagliar che per lo avanti i dotti erano cosa assai meschina, che i lor sistemi, i libri, i precettori erano nebbie, pregiudizi, errori.
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Incominciando dalle auguste carte, dalle legislazioni stabilite, da' padri santi, e va' di parte in parte, tutte fûr opre false e scimunite. Senza sublimitá, fredde, senz'arte furon le poesie prima gradite; e gli orator defunti ed i politici e i filosofi ciechi, inetti e stitici.
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Gridâr che i giovinetti assassinati erano nelle loro educazioni da pedantacci sciocchi addormentati sulle pagine antiche e sui marroni. Alla moral de' preti o vuoi de' frati, e alla moral de' dotti, retti e buoni, dissero spaventacchi, inezie e un nulla, indegno d'una balia ad una culla.
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Che riedificare si dovea de' nuovi piani di letteratura; che a ciò che si dicea, che si scrivea mancava il comun senso e la natura; ch'era un balordo quel che si perdea in sullo studio della lingua pura; che all'uom d'ingegno e pensator bastava scriver con quel gergon che si parlava.
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Fu agevol cosa suader le genti, che studian sempre poco volentieri, a ributtare antichi sapienti, vocabolari e metodi severi. E perché ognor di novitá e portenti fu vago l'uman genere e leggeri, dagl'impostor miracoli attendendo, ei fu ignorante, dir possiam, dormendo.
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Avvenne allor che i sussurroni arditi furon considerati originali, con certe lor scritture fuori usciti piene d'idee fantastiche e bestiali, credute da' cervelli stupiditi scoperte nuove e lumi celestiali, quanto piú strane e meno intelligibili, piú rispettate e dette inopponibili.
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Con un gergon formato non so dove di venti lingue e formole scorrette, quasi faceti fulmini di Giove, ridicean cose dagli antichi dette, che all'ignoranza comparivan nuove, e le faceano por nelle gazzette, perocché i giornalisti e i gazzettieri eran degl'impostori i candellieri.
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I riflessi prudenti e regolari chiamò «fredda ragion» questa genia, e «novelle scoperte salutari» chiamò i vapori della fantasia; onde i commiserevoli scolari appreser che «ragion» vuol dir «pazzia», e appreser che «pazzia» vuol dir «ragione», ed Arlecchin divenne Salomone.
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Donde il pensar fu presto un vaneggiare ed un sognare da febbricitante; lo scrivere, i concetti e il fraseggiare furon maccheronee col guardinfante. Lo stil fu una vescica singolare in tutte le materie somigliante: vorticoso, rigonfio, snaturato; filosofico, energico chiamato.
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E gridando di dir delle gran cose, e promettendo de' volumi assai, ed insultando l'opre giudiziose de' colti, da lor detti «parolai», colle dissertazion stolte ampollose, senza dare un buon libro al mondo mai, sbalordendo fanciul, donne e merlotti. fûr per supposizione i matti dotti.
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A questa epidemia degl'intelletti, ch'era ridotta un guasto universale, sei o sette scrittor sani e corretti, e non entrati ancora all'ospedale, andavano a Dodone, poveretti, dicendo:--Poniam freno a tanto male.-- Dodon rideva sgangheratamente del zelo inopportuno e inconcludente,
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e rispondeva lor:--Cari fratelli, il mondo letterario s'è ammalato, vaneggia; i capi sono Mongibelli. Io son di que' dottor che l'han sfidato. Questa è una crisi degli uman cervelli; l'impedire una crisi è un gran peccato; lasciatela sfogar--Dodon dicea,-- che forse avrá buon fine.--E poi ridea
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e soggiungeva:--Il secolo a me pare pregno di quelle strane gravidanze, che fanno a donne gravide bramare cibi sognati e mille stravaganze. Conviene il suo gran ventre rispettare ne' cambiamenti delle circostanze: rimettiamo alle nostre discendenze il ripurgar le fetide influenze.
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Son ben altro che Marchi e che Mattei questi archimiati audaci innovatori; son maganzesi astuti gabbadei, c'han per lo naso principi e signori. Se vi opponete lor, fratelli miei, sarete giudicati traditori, e fien sospesi i vostri scritti e oppressi come perturbator de' dèi progressi.
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Feci per lo passato il mio possibile per sostener la veritá e la regola: la barca è rotta, la procella è orribile; dal canto mio non ho piú stoppa e pegola. Cosí dicea Dodon sempre risibile, chiamando Carlo Man bestia pettegola, ed adducendo il detto vero ancora: che dalla testa il pesce puzza ognora.
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Deggio tacervi molte circostanze che in cifera Turpino lasciò scritte, e non s'intendon piú le antiche usanze di quelle cifre dal tempo sconfitte. Dal piú al meno avete le sembianze di Carlo Man cosí in abbozzo pitte; lo stato del suo regno e della chiesa e la letteratura avete intesa;
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la gola, il sonno e l'oziose piume, i cambiati caratteri, il pensare; chiaro de' paladini v'è il costume, delle dame e del popolo volgare: tutto è confusion, buio, bitume, cecitá, boria, lussuria, usurpare, debito, inganno e fervido maneggio per far le cose andar di male in peggio.
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Marsilio, re di Spagna saracino, teneva chiuse in cor le sue vendette, ché l'esercito antico parigino gli aveva date gran sconfitte e strette. Cheto era stato il diavol tentennino; a' cambiamenti gran riflessi mette, e un giorno disse:--È questo il tempo nostro di porre a Carlo un servizial d'inchiostro.--
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E le sue truppe vigilanti e destre chiama a rassegna e inalbera stendardi. È l'armata a cavallo e la pedestre di dugento migliaia, uomin gagliardi, per dare a Carlo di amare minestre e i paladini a pettinar co' cardi. La fama è in Francia, e suona colla tromba, che il re Marsilio coll'armata piomba.
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Or chi vedesse i paladin puliti, co' cappellin sotto al sinistro braccio, far lor passini ed atti sbalorditi perché al Consiglio suona il campanaccio! Dodon rideva ai ceffi impalliditi; Orlando sembra l'ira nel mostaccio, e grida:--Ah porci! or peserá la lancia; è giunto il fin della gloria di Francia.--
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Si mandan messi al papa, alla Romagna, nella Borgogna, in Scozia, in Inghilterra, per la Francia, l'Irlanda, l'Alemagna, per ogni buco a dir di questa guerra. I signor parean uomin di lasagna. I soldati vivean per ogni terra facendo i sgherri, i bari ed i ruffiani: mangiavan le lor paghe i capitani.
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I maganzesi mostravan costanza, e zelo grande per l'imperatore, dicean di far eserciti in Maganza, ed era un tradimento il lor fervore. Giuravano a Marsilio un'alleanza per via d'un lor secreto ambasciatore, traendo in premio, i menzogner felloni, le sacca di crociati e di dobloni.
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Da Montalbano era venuta nuova che pel gran ber Rinaldo in agonia e col parroco al letto si ritrova per un colpo di forte apoplesia. Rugger, Dodon ed Orlando non cova; quanto può va facendo tuttavia. Dodon ridendo dicea:--Su, Nembrotto!-- a Morgante, residuo del casotto.
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Sopra un soffá Carlo grasso piangea, dicendo al cuoco suo:--Ti raccomando que' beccafichi,--e ad Orlando dicea: --Metti novelle imposte, caro Orlando.-- Dodon ardito per lui rispondea: --Che vuoi tu de' coglion venir cavando? I tuoi sudditi mangian pastinache, e mostrano cul magri senza brache.
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Gli antichi di provincia tuoi fedeli son quasi tutti fuggiti alle ville, in castellacci discoperti a' cieli, con figli e figlie e nipoti e pupille, ripieni di pensieri acri e crudeli, allor che suonan mezzodí le squille. Educazion non han, mangiar né bere: pensa se daran nerbo alle tue schiere.
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Non son nelle cittá minor gli affanni. Piú non han dote per le figlie i padri; o le maritan con lacci ed inganni, o fan nuziali inventati leggiadri. Hanno in dote la mensa per tre anni gli sposi, che procreano de' ladri, perché, saldato il conto, vanno al sole gli sposi, i figli e la futura prole.
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I tuoi gabellier, tristi, sciagurati, co' tuoi governatori in alleanza, hanno tutti scannati, scorticati: non aver piú ne' sudditi speranza. Una gran parte andaron turchi o frati, per fuggir le influenze e la possanza.-- Carlo cresce al suo pianto un'appendice, con una bocca poco imperatrice
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dicendo:--Adunque pon' mano all'erario; resterò miserabil senza cena.-- Ecco i ministri ch'alzano il sipario, e son piú di duemila giunti in scena; con un milion di conteggi in summario e numeri minuti come arena provano, co' lor visi ilari e rossi, che nell'erario v'eran pochi grossi.
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Mostran che gli stravizzi giornalieri e del palagio i mobili moderni, il lusso, il fasto, gli agi ed i piaceri l'erario avean mandato sui quaderni; che duemila salari all'anno interi alle Lor Signorie, del Stato perni, per tener il registro e la scrittura, la dispensa rendeano chiara e pura.
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Era a Parigi lo scompiglio grande. Piangeano i paladin con le ragazze: pur cercan l'arme da tutte le bande; son rugginose, verdi e pavonazze, con i prosciutti e simili vivande. Sbucano i topi fuor dalle corazze, che le nidiate avevan fatte drento, tanto che a' paladin mettean spavento.
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Trovaron elmi assai da' ferravecchi, venduti a peso da' staffier bevagni; da' finestrai ne trovaron parecchi, foconi a' stagnatoi per dare i stagni. I famosi spadon, pesanti e vecchi, eran ridotti a moderni guadagni, in fili per tener le cuffie dure, spille e forchette per le acconciature.
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Alcun de' paladin si prova l'armi in faccia alla sua dama afflitta e mesta, che dice:--Voi volete tormentarmi; mi sembrate un tincone in una cesta. Se m'amate, un favor dovete farmi: scansatevi di abate con la vesta.-- A corte il paladin fedi ha mandate ch'ei s'era messo il collarin da abate.
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Orlando irato fa gobbe le spalle, e me' che può rattaccona le cose. Fu questo il tempo delle gote gialle, ed argomento al Pulci che compose quella rotta funesta in Roncisvalle, ma in altro modo le faccende pose. Di questa guerra io non vi dico nulla, e torno alla bizzarra mia fanciulla.
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Condur la deggio in porto, ch'ella è stata l'oggetto principal dell'opra mia. Ogni arte, ogni scamoffia aveva usata per far di matrimonio mercanzia; ma ognun la fugge come spiritata e come la beffana od un'arpia. La favola s'è resa della piazza: non v'è piú caso ch'ella faccia razza.
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La tossa è insuperabil, la febbretta era una lima sorda quotidiana; tal ch'ella finalmente si rassetta ad una santitá bizzarra e strana. Toglie di fare una vita negletta, declama sopra la miseria umana; si vesta da pinzochera, scegliendo per direttore un padre reverendo.
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Vuol una stanza picciola e dimessa con poche sedie, semplice e sfornita. Ogni giorno per patto si confessa, ogni tre dí va al pane della vita. Tien la divota Ipalca sol con essa. Per cibo una panata ha stabilito, e in una sua scodella la volea, che il nome di Gesú nel fondo avea.
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Destava compunzione e riverenza questa vergine mia pinzocherona, quando uscía col suo velo da Fiorenza, che la copriva, e in man colla corona. Avea di poverelli concorrenza dove passava, e un soldo a tutti dona; le baciavan le vesti, ed ella umíle dicea:--Non fate; io sono un vermo vile.--
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Tal fin la bizzarria di Marfisa ebbe, vivendo con la tossa ben trent'anni; e il fine a Bradamante molto increbbe piú dei bizzarri oltrepassati danni, perché la santa in casa era un giulebbe, una lingua da dar di molti affanni, che col labbro divoto e il cor zelante trattava da bagascia Bradamante.
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E nota il tempo ch'ella si confessa, se cambia confessore, e s'egli è bello, se ragiona con uomini alla messa: sempre è scandalezzata d'un bordello. Con ironia la chiama padronessa; eran le fanti mezzane a pennello: per le finestre spia le sue vicine, e fa che son zambracche e concubine.
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Lettor, giacché Marfisa è fatta santa, io non ho cor d'ucciderla altrimenti, ché il buon esempio è una bella pianta da non tagliar, s'è specchio a malviventi; e perché eternamente non si canta per non seccar le natiche alle genti, e perché pur sgonfiata ho la zampogna, fo punto e attendo il plauso o la vergogna.
FINE DEL CANTO DUODECIMO ED ULTIMO
APPENDICE
I
LO SCRITTORE DELLA «MARFISA» a' suoi lettori umanissimi
Leggesi che gli antichi padri della Chiesa greca, non meno gran santi che gran filosofi, usavano ne' sermoni che esponevano da' pergami alle adunanze raccolte ad ascoltarli, l'innestare de' ritratti degli uomini affascinati e perduti nel vizio.
Le loro accurate osservazioni sulla umanitá fornivano il loro pennello di tratti e di colori i piú vivi ed espressivi per porre sotto agli occhi degli uditori le figure degli ebbri, degli iracondi, de' golosi, de' superbi, degli avari, de' molli effeminati, de' sfrenati, libidinosi e d'altri brutalmente abbandonati ne' vizi; e con tali fisonomie, tali guardature, tali attitudini, tali scorci naturali, veri e abborribili ne' loro aspetti, che destavano negli ascoltatori ribrezzo e timore di somigliare a que' schiffi ritratti.
Una filosofica efficace facondia pittrice faceva qualche buon effetto, e metteva alcun freno di vergogna nella umanitá traviata e corrotta da' vizi.
L'urbano satirico osservatore sul genere umano, buon ritrattista e non cinico detrattore, laceratore, uccisore alla vita civile; che si attiene a' generali e non si scaglia a mordere particolarmente e nominatamente; non mosso da collera, da ambizione, da invidia e da vendetta o da venalitá, ma soltanto mosso da un sentimento di zelo inclinato al bene di tutti, potrebbe lusingarsi di purgare colle tre pitture in iscorcio ridicolo o schiffo, ma sempre naturali e vere, almeno in parte, il contagio di que' rei ammorbati costumi, che presto o tardi involgono ne' flagelli le intere nazioni.
Devo dire con mio intenso dolore ciò che altri dissero e affermarono con franchezza.
La patria mia, un tempo specchio di soda religione, di pietá, di giustizia, d'integritá, di valore, di coraggio, di prudenza, di costanza e d'ogni virtú, poco a poco, e particolarmente dopo l'insidiosi sparsi sofismi novelli, detti «filosofia», tendenti ad offuscare cervelli, a capovolgere tutte le leggi, tutti gli ordini salutari e a dar libero il corso a tutte le passioni degli uomini e delle femmine, è divenuta il ricinto delle leggerezze, delle immodestie, delle sfrenatezze, della infingardaggine, della ignoranza, della malafede, della stolida miscredenza e di quel lusso, di quelle mollezze, incontinenze e lussurie, che cagionarono un giorno la caduta de' regni de' Sardanapali d'Assiria.
Furono pochi quelli della mia patria scopritori che le parole sparse «dirozzare», «ripulire», «umanizzare», «risvegliare», «illuminare», «spregiudicare», fiancheggiate da ingegnosi insidiosi sofismi adulatori e commiseratori delle umane passioni tenute a freno (sofismi coperti dal velo mentitore della parola «virtú», degenerati ne' due stolidi e in un seducenti ululati: «libertá» ed «eguaglianza»), non erano che stimoli alle sanguinarie rivoluzioni alla frattura delle provvide leggi de' saggi, dettate dalla gran maestra esperienza, e sofismi guide ad una generale corruttela de' costumi e della solida e sana morale.
Coloro i quali non iscorgono quest'infelici precursori effetti conseguenti, avvenuti, prima che in altri climi, nel clima medesimo dond'ebbero scaturiggine le parole e i sofismi sopraccennati (effetti conseguenti di generale angoscia, dilatati poscia negli altri climi) non sono né «dirozzati» né «ripuliti» né «umanizzati» né «risvegliati» né «illuminati» né «spregiudicati», ma ciechi ed ebbri sonnambuli disumanati, che girano brancoloni per entro una densa nebbia contagiosa e fetente, da essi creduta lume risplendentissimo e quintessenza di cribrata e purificata filosofia.
La _Marfisa bizzarra_, poema di aspetto scherzevole, non è che un quadro storico del costume corrotto, di ritratti naturali, di caratteri veramente de' nostri giorni, della mia patria infelice e un'allegorica predizione del di lei finale destino.
Convien dire che gli antichi greci, i quali ascoltavano i loro predicatori, avessero i cuori piú atti alla sensibilitá, alla vergogna, alla compunzione, de' miei patrioti.
Si pongano nel conto de' nulla parecchi tratti giocosi satirici contenuti nel mio poema contro alcuni scrittori del tempo in cui lo composi, i quali, assecondando la corruttela del costume, sviavano la gioventú dalle regolaritá e guastavano la nobile semplicitá, la fedele legittimitá, la nitidezza del nostro eccellente idioma e il buono e vero gusto di scrivere in prosa ed in verso della nostra un tempo brava nazione; i quali cattivi scrittori non si astennero di pungere e dividere sgraziatamente e dozzinalmente la opinion mia, ch'io sostenni per legittima con quella inutilitá medesima con la quale ho combattuta per quanto potei la irreparabile inondazione della epidemica corruttela guastatrice della soda e sana morale.
Alcuni hanno giudicato che le importanti mire con le quali presi a scrivere la _Marfisa_ dovessero essere esposte con uno stile differente, vale a dire piú serio, piú elevato e piú altitonante.
Oltre a che io fui sempre di un naturale piú inclinato al socco che al coturno, e sempre risibile sugli oggetti che presenta al mio sguardo questo basso mondo, per la opinion mia, cotesti giudici condannavano la mia composizione ad avere pochi lettori, siccome avviene oggidí per lo piú alle opere di morale scritte con sublimitá e catedraticamente per combattere i costumi corrotti.
A me stava a cuore che la _Marfisa_ fosse letta e intesa universalmente da tutti senza promuovere sbadigli; e sapendo che le veritá innegabili de' miei ritratti e de' costumi della mia patria, pennelleggiati comicamente con uno stile italiano colto, ma che pizzica dell'urbano satirico lepido, avrebbe avuto maggior numero di lettori, volli scriverla com'ella è scritta.
Fui da alcuni ecclesiastici tacciato di troppo ardire e d'imprudenza nel dipingere nella _Marfisa_ parecchi della loro classe in un'attitudine indecorosa al loro carattere.
Se questi alcuni tali avessero mantenuta la dovuta decenza, inseparabile dal loro carattere, non comparirebbero nel mio quadro di veritá in uno scorcio indecente, esoso e ridicolo.
Al tenere in silenzio i vizi di alcuni ecclesiastici della mia patria non avrei giammai potuto dare il titolo di prudenza, ma piuttosto il titolo d'ipocrisia, vizio infernale e da me piú ch'altro vizio abborrito e perseguitato.
In una cittá, in cui i vizi giungono di gran lunga a preponderare sulla virtú, comunicano il loro veleno anche in quelle persone le quali dovrebbero con l'esempio e con la forza e la facondia d'una logica efficace combattere e fugare il vizio medesimo.
Questo mostro, che deride la rattenutezza, i riguardi, la modestia, il pudore, la castitá, la temperanza, la sobrietá, accresce il numero all'infinito de' bisogni, al di lui alimento, e protetto dalla innumerabile schiera de' suoi seguaci possenti, riduce l'umanitá alla natura de' bruti, senza distinzioni di grado, di nascita o di ministero.