# La Marfisa bizzarra

## Part 16

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/la-marfisa-bizzarra-19524/index.md

Dal suo procurator corre volando. Ecco un messo togato viene ansante, che intima una gran pena al conte Orlando e nel casotto sequestra il gigante; poi cita il senator, per non so quando, a non so quale tribunal davante. Quest'ordin, questo messo, queste carte fecero smemorare il nostro Marte.

33

E cominciava gli occhi a stralunare, dicendo:--O Dio del ciel, che cosa è questa! può la giustizia un furbo spalleggiare? qual è la triste azion, qual è l'onesta?-- E volea lo staggito via menare. Morgante ride e crollava la testa, dicendo:--Ecco per me, caro campione, della galera la tribolazione.--

34

Molti tedeschi Orlando han consigliato a non commetter criminal per certo, perocché avrebbe in tutto rovinato nel vero punto la question del merto. --Voi avete avversario un avvocato --dicean--ch'è ben inteso e molto esperto, e saprá côr vantaggio in sui trapassi: bisogna misurar l'ordine e i passi.--

35

--Qual ordine? quai passi?--il conte grida quanto spender dovrò? quanto piatire?-- Diceano quei:--Se avrete buona guida, basteran tre o quattr'anni a diffinire. Chi volete del spender che decida? non si misuran ne' litigi lire.-- Morgante ride e dice:--Conte mio, tribolazioni che ti manda Dio!--

36

Non poté Orlando trattener le risa, pensando al vecchio ed al nuovo costume. --Questa spada tal causa avria decisa a' giorni miei--dicea--senz'arte o acume. Mille pupille e vedove in tal guisa da tirannia levai, da mendicume. A non poter trar fuori, or son ridotto un da me battezzato, d'un casotto.

37

Giudici miei, non siate addormentati; delle leggi si fanno iniqui abusi da una caterva d'uomin scellerati: deh! non sedete sonnolenti e ottusi. Certi procurator, certi avvocati fan mille oppression, mille soprusi, temerari affidando alcuna volta in chi dorme sedendo o male ascolta.

38

O siate vigilanti ad impedire i lacci occulti, i forensi veleni, o lasciate l'un l'altro ogni uom ferire per le proprie ragioni e i propri beni. Questo è un voler far tisici morire mezzi i soggetti vostri d'amor pieni, ed un voler che chi non ha danari sia pasto de' piú furbi e de' piú avari.

39

Dov'è quel mascalzon dell'impressario? Non vo' consigli o fòro o citazione, né star tre anni in mano col lunario a legger ferie e dí di riduzione. Non so di merto o d'ordine o divario, non voglio prima istanza o appellazione: piú non conosco la ragion qual sia; voglio pagar la sua bricconeria.--

40

Or qui in maneggio quella lite andava tra il conte Orlando e l'avverso avvocato, il qual di cerimonie il caricava, vantandosi sincero ed onorato. Il conte d'un sudor freddo sudava e chiude gli occhi e chiede esser spacciato. Dunque per il real lucro cessante cento zecchin fûr chiesti pel gigante.

41

Orlando gli pagò subitamente, piú del solito guercio ma scherzevole, dicendo:--Ella è un signor conveniente: la richiesta è discreta e ragionevole. La prego a riverirmi il suo cliente, al qual parto obbligato ed amorevole. Il cielo a lei mandi sempre lavoro e quanto le desidero nel fòro.--

42

Il sir d'Anglante gli volse le schiene, chiama il gigante e mettonsi in viaggio verso Parigi.--Meco al male e al bene starai--diceva Orlando,--ma sie saggio.-- Morgante rispondeva:--Io non so bene se i saggi o i matti trovin piú vantaggio; vedo nel mondo certe stramberie, che saran chiare al novissimo die.--

43

Rispose Orlando:--Questo avvien, mi credi, perché gli uomin si scostan dal Vangelo. Contan le man, la bocca, il ventre, i piedi, e dicono:--Un sipario azzurro è il cielo, e togli quel che puoi e quel che vedi; e se vuoi pace, altrui tien l'arma al pelo, e stupra e strippa e procura dovizia, ché dorme e si delude la giustizia.--

44

Tosto che fu trattato l'eroismo da certi libriccini geniali col titol di pazzia, di fanatismo ne' martiri, ne' forti e ne' leali, fu una conseguenza l'ateismo e il far la societade d'animali, ma d'animai tanto peggior de' bruti, quanto di questi gli uomin son piú acuti.

45

Non sarien tanti astuti tra le genti, se tra le genti non vi fosser sciocchi, fra quai si denno porre anche i prudenti, che offesi son dai furbi e chiudon gli occhi; poiché son oggi gli astuti insistenti, e la prudenza abborrisce gli stocchi, donde i prudenti sopraffatti e oppressi nel numer degl'ignocchi vengon messi.

46

Se la massima «Fa' quel che tu possa» prevale alla «Non far quel che non devi», il povero di spirto è nella fossa e non trova nessun che lo sollevi; ché se alcun'alma a sollevarti è mossa, benefizio non è quel che ricevi. Nel tuo impressario fa' che tu discerna un'alma generosa alla moderna.

47

Tu vedi in che consiste oggi la gloria, che un dí coll'eroismo s'acquistava. Fosse pur fanatismo: alla memoria ho che in util del popolo tornava. Or un tuppé, un vestito è una vittoria a' nostri stolti paladin di fava; e l'oriuol co' dondoli e la dama e un bel convito lor dá pregio e fama.

48

Certa ignoranza, certa nebbia folta, cert'ozio, certa voluttá brutale occupa tutti, fa ogni mente stolta; e una certa ingordigia universale, che han tutti a voler tutto in una volta, per satollarsi, vada bene o male. Debito, amor, inganno e mal francese fa pien di disperati ogni paese.

49

Rilieva il segno de' gran disperati dalle campagne, d'assassin covili, da que' tanti da lor stessi impiccati, da que' che balzan giú da' campanili. Forse i Scevole e i Curzi son tornati? Cerca i moventi e saran lordi e vili, ché il troncar la credenza sopra il tetto ha sempre cagionato un tristo effetto.

50

Tant'è, Morgante; stiam costanti e fissi, trapassiam della vita l'ultim'ore; e morendo co' nostri crocifissi, speriam trovar di lá vita migliore. Io dirò sempre:--Ciò che scrissi, scrissi.--E qui piangeva il roman senatore. Anche il gigante gli occhi imbambolava, seguendolo alla staffa, e singhiozzava.

51

Lasciamgli andar verso Parigi. Il testo ritorna a Filinoro saltimbanco, che, fuggendo il palchetto sí molesto, trova la moglie, travagliato e stanco, e fece fare i suoi fardelli presto, ché pargli aver qualche sicario al fianco; poi, caricata una sua gran carrozza, quella notte partí di Saragozza.

52

Di cittade in cittá, di fiera in fiera espose gli stagnoni e i bossoletti, ma il suo commercio scarseggia in maniera da non poter comperar sei panetti. Anche all'uccellagion della mogliera venien pochi tordi e magheretti, perocché i capitali erano mezzi e v'è stagione in cui son schifi i vezzi.

53

L'arte del ciurmadore Filinoro lascia in una cittá che nol conosce, e torna cavalier posto in decoro per cercar via di riparar le angosce. Si mette al petto un bell'ordine d'oro e cammina diritto in su le cosce; nelle ricreazion si producea; le dame d'esso gelose facea.

54

D'una tra l'altre, vedova opulente, a Filinor molto garbava il core, e giá le avea rubata sí la mente, ch'ella sposato l'avria per amore. Ma v'era il nodo fatto anteriormente, ostacolo importuno a côrre il fiore. Filinor, dotto nei nuovi sistemi, né ammaina vele né ritira i remi.

55

Studiato avea quella bella lezione, che il mal occulto mal non era certo, e che sol era mal d'opinione quando venía nel pubblico scoperto; donde una sua scientifica intenzione va mulinando, d'uom di vero merto: Turpin la scrisse e d'aver pianto accenna; ed a me nelle man triema la penna.

56

Trovo memorie di certo veleno, di certi ordin secreti scellerati, che ammorzan quasi il plettro nel mio seno; pur i miei fogli esser denno imbrattati di relazion da fare il gozzo pieno a' mascalzoni affamati e assetati, che con lor voci chiocce van gridando, seguita la sentenza o dato il bando.

57

E deggio dir che vedovo è rimasto il guascon della sposa cantatrice; ma che il dotto pensiere gli fu guasto che non sia male il mal dalla radice; perché l'idea d'occultazione è un pasto nell'empio malfattor molto infelice. Le azioni proibite han troppe cose che restar non le lasciano nascose.

58

Nota che senza violenti brame l'uom non si mette della vita a rischio. Avarizia, vendetta, amore o fame lo sbalordisce e fa calare al fischio; e chi è fuor di sé, tutte le trame non sa evitar né vede tutto il vischio; cieco trasporto è guida e cieche desta d'occultazion lusinghe in cieca testa.

59

Il non aver al fatto testimoni, il colorir col pianto un gran dolore, il far di mali scorsi narrazioni, di predizion d'alcun bravo dottore, ed un torrente d'acute invenzioni non giovano al guascon buon dicitore, che sostien solo superfizialmente quel «Non v'è mal, se occulto è fra la gente».

60

Un frate vi direbbe che il peccato accieca l'empio per voler di Dio. A questa opinione, umiliato e pieno di credenza, assento anch'io; ma posso dir senz'esser condannato, fuor dai mirabil anche, il parer mio: l'empio, sciente d'esser in periglio, ha dipinto l'interno sopra al ciglio.

61

Nelle dimostrazion giusta misura prender non può, sicch'egli affetta alfine, perch'altera il cervello la paura, e passa il vero natural confine. L'iniquo Filinor tutto proccura, ma troppe son le smanie e le moine, troppi i discorsi, le proteste, i pianti per chi lo conosceva per lo avanti.

62

Aggiungi che la povera ammalata aveva detto al medico all'orecchio: --Temo d'esser, dottore, avvelenata; il mio marito è un vil traditor vecchio.-- L'Ippocrate l'avea molto osservata ne' sintomi e nel vano suo apparecchio, e finalmente in se stesso è d'avviso che un velen l'abbia spinta in paradiso.

63

Consegna a' tribunali i suoi sospetti e della morta i secreti timori. Sparasi occultamente; ecco gli effetti d'un funesto velen negl'interiori. Non dimandar se adopran gl'intelletti i cancellier, magnifici signori. La fame è un dio cerusico oculista per aguzzare a' cancellier la vista.

64

Secreti esami, tracce, costituti vanno guastando la filosofia; a parecchi stranier, che son venuti, del guascon nota è la fisonomia; sui popolar bisbigli non son muti; va razzolando la cancelleria, trova che fu bandito, ciarlatano, abate, baro e marito e ruffiano.

65

Vedi quante gran cose inaspettate e non previste, o forse non temute, al filosofo nostro son pur nate, le sue cautele a far zoppe e scrignute! Le fogne invan si tengono turate: dove stanno si sa che intorno pute. Chi le malizie de' scrittor comprende, da' lusinghier sofismi si difende.

66

Gli amori colla ricca vedovetta, le brame del guascone ed i pensieri, tutto si scrive e va per istaffetta. Piangean per l'allegrezza i cancellieri. L'industre criminale formichetta pel fil della sinopia ha i lumi interi, ed al sistema che il mal non sia male, fu spennacchiato il culo e rotte l'ale.

67

Non bisogna sprezzar l'esperienza de' secoli trascorsi ed il sapere, e credi che l'antica sapienza mestier non ha di moderno brachiere. Togli per infallibile sentenza la favola di Mida e del barbiere, che al bucolin degli orecchioni grida, donde nacquer le canne dalle strida.

68

Filinor ode il sordo mormorio: per le botteghe faceva il leprone, gli occhi ha incantati e pavidi, e pur brio tenta mostrar, ché ha in cor la sua lezione. Timor di morte alfin piú che di Dio, scorgendo bieco il guardan le persone, lo fece diffidar del suo sistema: volle fuggir per sua miseria estrema.

69

Fermato vien dalla sbirraglia: allora la fuga alla condanna fu sigillo. Lo scellerato, d'ogni speme fuora, in modo s'avvilí ch'io non so dillo. Giá data è la sentenza ch'egli mora, con quel timo condita e quel serpillo, ch'essendo uscito di nobil casato, fosse per somma grazia dicollato.

70

Cosí la filosofica alta idea, che resiste a' martelli e alle tenaglie, men valse della opinion plebea ridicola, che parlin le muraglie; e Filinor, che il ciel sprezzar solea, or fra due cappuccini e le gramaglie, pallido, sbigottito e tutto fede, avemarie dimanda a chi lo vede.

71

«Oh maledetti ingegni traditori --è di Turpin l'invettiva zelante,-- filosofi del mal coltivatori, maestri a far la societá forfante, de' patiboli infami protettori, certo voi siete a parte del contante del carnefice, a voi sozio e compagno; e ben vi si conviene un tal guadagno».

72

Segua il guascon gli oscuri suoi destini: fuggiam, lettor, dalla malinconia. Vada dove lo inviano i cappuccini o dove il suo carnefice l'invia: torniamo a' nostri snelli parigini, perocch'è giunta la bizzarra mia. Rugger di notte in Parigi entrar volle, come prudente, per fuggir le folle.

73

Bradamante, ch'è a letto, fuori balza; si mette una vestaglia e va a incontrallo, corre giú per la scala cosí scalza; le poppe vizze ha fuor, che fanno un ballo. Strilla da lunge con la voce, ch'alza: --La borsa, la mia borsa senza fallo.-- Rugger per rabbia, stracchezza e vergogna fece un trapasso e le disse:--Carogna!

74

andatevi a ripor tra le lenzuola; di vostre borse non è il tempo questo.-- Bradamante, politica e spagnuola, fe' la mortificata e pianse presto, mostrando un gran dolor della parola; sforza se stessa e con visino mesto cambia i discorsi e bacia suo marito, tanto che vinse e lo vide pentito.

75

Ma bisognava pensare a Marfisa, che per la stizza e pe' casi accaduti era oppressa e ammalata d'una guisa che non sa dove sia né di saluti. Mette paura a chi la guarda fisa, ha tutti i segni di morte compiuti. Fu tratta dal calesse e posta a letto: si fe' palese un mal grave di petto.

76

I medici alla cura sono molti e la dánno sfidata della vita; alcuni però d'essi stan raccolti con speranza in arcano ermafrodita, perché in error non voglion esser còlti, sia o non sia per la dama finita. S'ella morrá, l'avran pronosticato; e se vivrá, l'avranno indovinato.

77

Le dame di Parigi e i cavalieri dicean:--Beato Rugger s'ella muore!-- Pur si spediscon lacchè giornalieri di Ruggero a palagio a gran furore, a chieder dello stato; e i dispiaceri sono infiniti e infinito è il dolore, perché serbar doveasi in apparenza l'urban costume della convenienza.

78

L'oppression del male all'infelice lieva la consueta bizzarria, e rantacosa chiama protettrice particolar la Vergine Maria. Fa tutto ciò che il parroco le dice, riceve umil la santa Eucaristia; indi va peggiorando tanto e tanto, che alfin se le minaccia l'olio santo.

79

Ermellina, la moglie del danese, ch'era sua amica e buona dama assai, è veramente afflitta pel paese: fa divozioni e non dispera mai. Un giorno un certo prete esservi intese, che facea malattie sparire e guai, benedicendo per tutto Parigi con le scarpe che fûr di san Dionigi.

80

Volle introdotto il buon prete all'amica, e grida fede, e piange e mai rifina; fa con le scarpe che la benedica, e poi la lascia cheta e via cammina. Ciò che scrive Turpin, convien ch'io dica: l'inferma quella notte molto orina. Grida Ipalca per casa, che par matta: --Oh scarpe del mio Dio! la crisi è fatta.--

81

Bradamante mostrava esser allegra di fuor, ma dentro non so come stesse. Va migliorando molto la nostr'egra. Non è da dir s'Ermellina godesse: a tutti vuol narrar la storia intégra. Dio guardi qualchedun contraddicesse delle scarpe il miracolo: la dama chiude le orecchie ed ateo lo chiama.

82

I medici dicean:--Nostre ricette non lascian ir Marfisa in sepoltura.-- Fra paladini alcun non si rimette e vuol la crisi effetto di natura. Ermellina, la chiesa e le donnette sostengono le scarpe a quella cura; basta, natura, scarpa o medic'arte, Marfisa piú verso il cielo non parte.

83

Vero è ch'ella rimase estenuata con una lunga febbre lenta lenta, e certa tossa asciutta ed ostinata, sicché del stato suo non è contenta. Lieva dal letto, l'aere ha cambiata: di risvegliar la bizzarria ritenta; gli uomini ancor non le increscevan molto; s'aiuta col belletto e i nèi sul volto.

84

Immagina, lettor, questa signora, giá per etá presso ai quaranta giunta, con un fil di febbretta che lavora, con la tossa, residuo d'una punta, con la passata vita che la onora, pallida, pelle ed ossa, arsa e consunta che con nèi, con belletto e bizzarria cerca d'aver amanti tuttavia.

85

Esplicabil non son le sue fatiche e la dottrina ch'usa nello specchio, il gran lavoro intorno a due vesciche, per far che sien pur enti in apparecchio; del spruzzarsi di odor, delle rubriche, de' fiori al seno e a' fianchi del capecchio, delle scamoffie e del sbilerciar gli occhi: ma a' suoi boccon non s'attaccan ranocchi.

86

Saltato avrebbe ogni fossa, ogni sbarra per appiccare il filo con Terigi, quantunque ei fosse, come Turpin narra, fallito, al verde e l'odio di Parigi, Prima nel fòro ha perduta la sciarra co' suoi parenti da' gabbani grigi, poscia è diserto dal suo cappellano e da' contrabbandier di Montalbano.

87

Lasciam per poco la bizzarra in pena d'esser come un cadavere abborrita. Giunto è Dodone, Orlando, ognuno è in scena; segno che la commedia è omai finita. Rinvigorisca alquanto la mia vena a riassumer netta ogni partita, onde alcun non apponga al buon Turpino né a me di negligenza un bruscolino.

88

Padre del ciel, la mia barchetta triema, piú che nell'alto mare, al vicin porto. Carlo è giá vecchio e presso all'ora estrema, e deggio dir, pria che sia in tutto morto, a che ridotto fosse e in qual sistema lo Stato nell'inerzia e l'ozio assorto, e del popolo il vero e del monarca: Dio mio, ti raccomando la mia barca.

89

L'anno ottocentoventi a mano a mano correva dell'arcana incarnazione del divin Verbo, nostro pellicano, al qual son tanto ingrate le persone. Si leggea nel lunario da Bassano sull'anno in generale un gran sermone, minacciarne vendetta e storpio e guerra: nessun gli dava retta per la terra.

90

Credeva Carlo rimbambito e grasso d'esser imperator d'un vasto impero, per aver una veste da Caifasso, la corona gemmata oltre al pensiero, e per veder, allor che andava a spasso, chinar le genti per ogni sentiero, e per sentir, se dal palagio uscia, timpani, corni, trombe e sinfonia.

91

Mille e piú gabellier con mille trame, mostrandogli che il nero era turchino, e computi furbeschi e falso esame, esibendo un tributo piccolino, gli avevano usurpato il suo reame. Alle borse galluzza il bambolino: crede imperar nel regno, e l'ha venduto a mille re per un meschin tributo.

92

Non dimandar se i mille re birboni, per pagar il tributo lievemente, e dare a certi mezzi certi doni, perché ridotto han Carlo alla lor mente, sanno accrescer gabelle ed estorsioni, e dilatar lo stato iniquamente del lor palliato regno e farsi ricchi, e far ch'ogni contrario lor s'impicchi.

93

Il _quondam_ Gano empiuto avea i suoi scrigni nel stabilir cotesti re genia, ed agl'incolleriti, a' visi arcigni era stato flagello, epidemia. Ricordi a Carlo avea dati maligni col _Credo_ in bocca e coll'_Avemaria_, massime che si den tenere oppressi i sudditi inquieti per se stessi,

94

e che si denno piluccare e mugnere, ché l'uom senza danari è mansueto. Tal massima è ben saggia nel suo giugnere, usata in modo oculato e discreto; ma la sua ruota non si vuol sempre ugnere con gli occhi chiusi a questo bel secreto, perocch'ella fa poi troppo viaggio, e torna pazzo chi prima era saggio.

95

Si de' tener sempre il saggiuolo in mano in sulle circostanze e conseguenze. Sospendi le pozion quando è l'uom sano, o sotterra anderá per le scorrenze. Infin dall'avol del re Carlo Mano fûr poste in uso le prime avvertenze, Pipino il padre l'avea seguitate, ma Carlo a briglia sciolta l'ha cacciate.

96

Ed aspettando le borse in poltrona dai mille re del suo impero tiranni, fa elogi al cuoco se la zuppa è buona, non prevedendo i suoi futuri affanni. Frattanto a doppio in sul regno si suona, traggonsi i cuoi poiché son tratti i panni, e Carlo Magno è imperatore esoso d'un popolo avvilito e pidocchioso.

97

La gola, il lusso, la poltroneria gli aggravi ogni anno accresciuti in contanti, il non pagar per truffa o carestia, facea fallire ogni giorno mercanti; sicché il commercio era una sodomia, un capital in ciarle di birbanti, ed accigliato ognun rammemorava l'antico ben, la fede, e sospirava.

98

Molti gridavan con gli agricoltori: --Piantate, lavorate, seminate.-- Rispondeano i villan:--Cari signori, abbiam le carni in sui terren lasciate. Dio vede i nostri affanni ed i sudori; son le vostre campagne migliorate: ma abbiam aggravi molti e pochi aiuti, e i buoi per i gran debiti venduti.

99

Era un dí il nostro pane di frumento, ed or che ne facciam piú d'una volta, l'abbiamo nero di saggina a stento, ché il diavol se ne porta la ricolta. Non abbiam piú né forza né talento, ogni nostra speranza è omai sepolta; guardate pelli secche e abbrustolite, e giudicate poi di nostre vite.

100

È ver che andiam talora alla taverna, perocché il vin sopisce col vapore quella disperazion che abbiamo interna del stato nostro, stato di dolore; ché la miseria spegne ogni lucerna e degenera in vizio traditore.-- Cosí diceano i villan disperati, ché anch'essi eran filosofi svegliati.

101

Il _requiescat_ conte di Maganza vide i sudditi oppressi per le vie, e aveva detto:--Un util d'importanza puossi anche trar dalle malinconie, ché molta forza ha nell'uom la speranza,-- e a Carlo fece aprir le lottarie; ché certo egli era un uom da gabinetto ed un filosofaccio maledetto.

102

Or, s'era Carlo re de' pidocchiosi, con questa maganzese malizietta lo fu di scalzi, rognosi, tignosi, di mummie, d'una gente affatto inetta; perocché i bisognosi ed i viziosi venduti aveano insino alla berretta, a quel cento per un, che dalle chiese passato è alla lusinga maganzese.

103

Dico cosí, perché le chiese allora eran quasi del tutto abbandonate. Di prediche facevano una gora, ché non eran temute né ascoltate. Erano giunte alla sezza malora le faccende del prete o vuoi del frate; gente ridotta quasi a un sorpassare, per non perdere il _ius_ del confessare.

104

Sappiasi che con lunghe insidie ed arti, gl'indefessi ecclesiastici mascagni, colle idee delle immense eterne parti, sui prischi ricchi, troppo buon compagni, avevan fatto cosí bene i sarti, e tanti e tanti sacri e pii guadagni, che piú di mezzi i beni temporali erano permutati in celestiali.

105

