La Marfisa bizzarra

Part 15

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S'egli avesse sentito un cappuccino a predicare un dí, com'ho sentito, e gridare e sudar quell'angelino contro queste donnacce da prurito, e a provar che son diavol con l'uncino sotto il belletto e sotto un bel vestito, diguazzando una barba veneranda, le avria il guascon lasciate da una banda.--

91

La stizza del sentir discorsi sciocchi pose a Marfisa l'altra ira in bilancia, e disse:--Non può far che l'ora scocchi; t'immaschera al costume della Francia, perocché le tue ciarle da pidocchi gorgogliar presto mi farien la pancia.-- E brievemente andarono a vestirsi per gir alla commedia a divertirsi.

92

E mascherate al teatro sen vanno, l'una com'uomo e l'altra come dama. Al numer diciassette picchiato hanno: Ferraú tosto, per acquistar fama, apre, mettendo Ipalca a saccomanno con ceremonie, e quel momento chiama felice, glorioso, e dá del resto; ma Ipalca affatto era inesperta a questo.

93

Sei volte un'«umilissima» infilzando, con rossor di Marfisa, entra e s'asside: il sipario, che allor si andava alzando, il complimento, grazie a Dio, recide. La commedia si fa. Di quando in quando si picchiano le mani e il popol ride, e perch'ella era alquanto curiosa, Turpin ci lasciò scritta qualche cosa.

94

V'erano in essa di molti cristiani posti in aspetto obbrobrioso e tristo, preti papisti e frati veneziani, ch'altro eran ben, che imitator di Cristo. Ma tra gli altri cattolici romani, entro a quella commedia un ne fu visto d'un secolare spigolistro avaro, che all'uditorio turco assai fu caro.

95

Il poeta pagan fingea che morta fosse la moglie del divoto arpia, e che i preti gli fossero alla porta per le candele e per portarla via. L'avaro, ch'era una persona accorta, per l'avarizia spender non volia, ma per unirla alla religione, col piovan facea scena in un cantone.

96

--Per scarico--dicea--di coscienza, piovano, confessar vi deggio il vero: mia moglie, e ve lo dico in confidenza, nulla credea ne' successor di Piero. Le ho fatto correzioni in scandescenza, ma le fatiche mie furono un zero; morí secreta eretica in peccato, né deve esser sepolta nel sagrato.--

97

Il piovano, ammirato e grave in viso, faceva del zelante e del prudente, dicendo:--A un caso occulto ed indeciso, non si deve dar scandalo alla gente; e poi so ch'ella è ita in paradiso, e il posso dir d'una mia penitente. Dovete anzi, di cere liberale, farle un solenne onor nel funerale.--

98

Ciò che adduceva l'avaron marito per non dar cere a quella sepoltura, ciò che il piovan rispondeva perito a voler torce di buona misura, cagionava un dialogo fiorito, di veritá ripieno e di natura, a tal che i turchi pel rider scoppiavano, e le lor brache larghe scompisciavano.

99

Ancor che fosse Marfisa affannosa pel saltambanco che non giunge mai, non tacque alla commedia scandalosa, che il cristianesmo rinvilisce assai. A Ferraú si volse dispettosa, e disse:--Questi vostri commediai sono troppo maledici e indiscreti contro ai cristiani, a' nostri frati e a' preti.--

100

Ipalca certo sarebbe fuggita, ma giá dormiva alla seconda scena. Ferraú con maniera assai pulita disse a Marfisa:--Non vi date pena, la politica nostra è stabilita, nel far commedie in sulla turca scena, di porre in tristo aspetto l'inimico, per conservar nel popol l'odio antico.

101

In ludibrio si mettono i cristiani e in una vista schifa e abbominevole, acciò non si battezzino pagani. La massima non sembra irragionevole. Certo i vostri poeti son piú umani, e le commedie loro han del piacevole; e sembra, per voler retto decidere, che vogliano i cristian far circoncidere.

102

Certi Macmud dipingono prudenti, molto teneri in cor, molto pietosi, certi bey, filosofi saccenti, moralisti, divoti e generosi; e per converso cristian malviventi, marchesi ladri e conti pidocchiosi; donde da noi si spera certo e crede che vorrete abbracciar la nostra fede.

103

E inver sono infiniti i cristian vostri che voi chiamate «turchi rinegati». Fioccano a torme sempre a' templi nostri, non senza alcuni preti e alcuni frati. Forse annoiati son de' paternostri, o poveri o viziosi o disperati; ma forse anche i scrittor mal cauti fanno cotesti disertor con vostro danno.--

104

Marfisa nelle spalle si rannicchia, perocché quel discorso ha del preciso. Ecco un che gentilmente al palco picchia: è il ciurmador che avuto avea l'avviso. Marfisa nel tabarro s'incrocicchia, mettendo pria la maschera sul viso. Si desta Ipalca, e anch'ella prestamente s'è mascherata alquanto goffamente.

105

In bocca la bizzarra un sassolino si getta per confonder la favella, caso che il ciurmador per rio destino fosse il guascon, che mai non vorrebb'ella; ma ci vuol flemma, ché insino a un puntino, al viso, al favellare, alla gonnella, alla disinvoltura, ed in sostanza è Filinoro: è tronca ogni speranza.

106

Bolle il sangue a Marfisa, e le dá d'urto nella pia-madre, e quasi esce dal cerchio, siccome il brodo nel paiuol ch'è surto pel troppo foco e spinge insú il coperchio. Un uomo, a cui vien fatto il maggior furto, che ha gran famiglia e nulla di soperchio, non ha metá dolor di quel che prova Marfisa, che il pidocchio alfin ritrova.

107

Avea questo filosofo guascone, poiché lasciò quel padre abate santo, piantato il laico a piè, suo compagnone, dormente un giorno e cotto piú che alquanto; e venduto il destriere ed il rozzone e i ricchi guarnimenti, trasse tanto che poté tôr le poste e far viaggio, piantar carote e cambiar personaggio.

108

Qui apparve abate, lá uffizial da guerra, qua inviato secreto con arcani, lá pellegrin che per gravi colpe erra, e tenta d'elemosine i piovani; in qualche castelletto, in qualche terra, fu giuocator col diavol nelle mani, perocché certo e' le sapeva tutte e aggiunge alle dottrine di Margutte.

109

Protettor fatto d'una cantatrice, vestito nobilmente e riccamente, ei fu in sul punto, per quanto si dice, ch'era il borsello suo convalescente. In questa bella trovò la fenice, amante men dell'altre fintamente, ma non tanto fenice che donasse, se prima il cavalier non la sposasse.

110

Avea raccolta questa verginetta, tra onesti doni e le merci onorate, d'orivuol, gemme e astucci una cassetta e borse d'òr da esser venerate, perché con sdegni casti e senza fretta e con rifiuti le aveva acquistate, con modesti atti e discorsi morali e con le sette virtú cardinali.

111

Ma poiché molto il pericol, dicea, d'ir sui teatri la mortificava, ché la sua castitá, che salva avea sino a quel punto, si perseguitava, a sposar Filinoro discendea e i santi acquisti in dote gli recava; ma veramente l'accieca la brama di sposar Filinor per esser dama.

112

Filinoro, filosofo in bisogno, non ebbe alcun ribrezzo e se la prese, dicendo in cor:--Tu sarai dama in sogno; co' tuoi borsel mi lascia ire alle prese; quando ho danar, di nulla mi vergogno.-- E cominciò di smisurate spese, e veste e giuoca e spende senza fine, e tratta principesse e ballerine.

113

In poco tempo al verde s'è ridotto. Alla dama consorte il ver celava; pur, perch'ella il vedea giuocare al lotto, ad un sí triste segno sospettava; ma finalmente scopre ch'egli è rotto, che le vesti e le cuffie le impegnava, e cominciava ad appiccar baruffa: ma invan con Filinor si grida e sbuffa.

114

Che con moine, carezze e scherzetti, quel ch'ei disegna, ben le fe' comprendere: comincia in casa a condur degli oggetti, paladini e milord che potean spendere; gli pianta e parte al canto de' duetti e di quell'arie che soleano accendere. La dama sposa per necessitate l'util modestie ha infin rinnovellate.

115

E perché giova in cosí fatta tresca cambiar paesi e riuscir novelli, questa coppia gentil piantò bertesca e in diverse cittá vischio agli uccelli. La dama, ch'era una lana sardesca, al cavalier tenea stretti i borselli, dond'ei che i vizi suoi vuol mantenere, si fece ciurmador, di cavaliere.

116

Ma lo faceva con magnificenza e suoni e canti e livree ben guarnite. La moglie in casa non facea credenza, ed egli in piazza spaccia elisirvite; e tenendo nel dua la rubescenza, di qua, di lá le genti ha sbalordite. Da pochi giorni in Saragozza egli era, e in brieve nel palchetto è quella sera.

117

Quando riebbe la bizzarra il fiato, fece forza a se stessa: discorrendo col sassolino fitto nel palato, molte richieste al guascon va facendo. Quel diavol, ch'era un golpon scozzonato, alle dimande va soddisfacendo: nelle risposte si fe' grande onore, salvo che apparve un po' millantatore.

118

Non so qual fosse degli angeli bigi, che inducesse la dama a far richiesta a quel cosmopolita se Parigi vedesse, andando in quella parte o in questa, ché le pareva in chiesa a San Dionigi veduto averlo a messa un dí di festa; e ch'anzi, poiché ogni uom alfin pur ama, l'avea veduto a far scherzi a una dama.

119

Disse il guascon:--È vero, è vero, è vero. Era costei di famiglia elevata, Marfisa detta, sorella a Ruggero, morta per me, basita, spasimata. Per dirvi tutto, io l'aveva nel zero, né so dir come l'abbia sopportata, ché le puzzava il fiato ed era pazza, ed anche anche non molto ragazza.--

120

Or qui Marfisa lascia ogni contegno, allarga il suo tabarro, e strigne il pugno, gridando:--O figlio di puttana, indegno!-- gli sciorina una nespola nel grugno. La maschera le cade a questo segno, la faccia ha calda piú che al sol di giugno, e gli schiaffi e i cazzotti replicando: --Becco, ruffian!--gridava trangosciando.

121

Ipalca è anch'essa smascherata e grida: --Ponete, Dio, la vostra santa mano.-- Ferraú sembra incantato da Armida e non intende questo caso strano. --Olá, zitti, si calmi e si divida,-- gridava dal palchetto ogni pagano; il teatro è commosso in tutti i lati, e i comici si stan co' visi alzati.

122

Il guascon l'influenza vuol fuggire e del palchetto aperto ha giá la porta: di stizza la bizzarra ecco svenire; nelle braccia d'Ipalca è mezza morta. Ferraú non rifina di stupire, e faceva la bocca d'una sporta; ma divenne peggior la circostanza, che il caso non è ancor brutto a bastanza.

123

Rugger dietro la traccia de la suora a Saragozza assai stanco è arrivato. Egli era tutto fango e tarda è l'ora: a casa Ferraú l'uscio ha picchiato; non che sapesse di Marfisa ancora, né ch'abbia in Saragozza il piè fermato, ma per non alloggiar nelle taverne, che in Spagna son peggior delle caverne.

124

Ferraú gli era stato amico assai, né spezza l'amistá religione. Rugger gli aveva scritto sempremai, mantenendo social correlazione. Un servo al buio gli rispose:--Andrai al teatro, se cerchi il mio padrone, al numer diciassette, all'ordin primo.-- Rugger dal sommo il fe' scendere all'imo.

125

Poiché gli ha consegnato il suo destriere, vuol ire alla commedia, e giá s'avvia stanco, con gli stivai, né vuol sedere, ché Ruggero è un gioiel da compagnia. Tanto gli è ver ch'egli era cavaliere, che, benché la commedia a mezzo sia, la paga die' alla porta interamente con un sussiego d'uomo indifferente.

126

Al numer diciassette è per picchiare. --Questa è--dicea--delle belle sorprese; in trasporto vedrò Ferraú andare, venirmi incontro con le braccia tese.-- Ma spesso avvien il contrario al pensare. Ardeano allor le premesse contese; Filinor per fuggir da quella guerra, sbuca e spinge Rugger col culo in terra.

127

Lasciando il paladino a gambe alzate, trova la scala senza chieder scusa; Rugger, che cerimonie ha immaginate, si rizza con la mente assai confusa. Entra nel palco, e vo' che giudichiate se rimanesse con la testa busa; Marfisa e Ipalca son senza bauta, e tutta è sbottonata la svenuta.

128

Ferraú carta alla lumiera accende ed alla dama suffumigia il naso; l'entrata di Rugger nessun comprende, perché son tutti stolidi del caso. Rugger conosce ognun, ma nulla intende, e duro duro nel palco è rimaso; rinvien Marfisa, e tutti tre in un punto iscopron Rugger, ch'era qui giunto.

129

Ferraú con un «oh!» d'ammirazione volle abbracciar l'amico e a mezzo resta; Marfisa con un «ah!» di soggezione rimase con la faccia bassa e mesta; Ipalca con un «uh!» di confusione si cacciò la bauta sulla testa; Ruggero con un «eh» si morse un guanto, ed io coll'ipsilon termino il canto.

FINE DEL CANTO UNDECIMO

CANTO DUODECIMO ED ULTIMO

ARGOMENTO.

Ritrova Orlando in luogo stran Morgante. More il guascon per la filosofia. Si dá un dettaglio general galante di Carlo e Francia e della baronia. Move la guerra Marsilio arrogante. La bizzarra ha una fiera pulmonia: guarisce mal, ché tisicuzza resta; da pinzochera alfin caccia una vesta.

1

Della mia penna d'oca, alme annoiate, questo è l'ultimo corso e del mio inchiostro. È _Marfisa_ al suo fin, non dubitate; non mi chiudete il caro udito vostro. So che in picciol drappello siete state, che lo stil mio non è pel secol nostro, ma un rancidume italian che offese, non essendo condito col francese.

2

Soccorri, o Febo, i sezzi versi miei. O Febo, o Febo, non sei giá piú il sole. Ciechi siam tutti, e ben esser vorrei scrittor, piú che di cose, di parole. Né tu se' un dio, né gli altri dèi son dèi; sono squagliate omai le antiche fole; ma perch'io tengo ancor di muffa un poco, scandalezzando ognun, te, Febo, invoco.

3

Difendi almen la povera mia pelle dall'ugne di seimila e piú Marfise, che son rimaste vecchiette e donzelle, perché non han le bizzarrie recise. Tutte vorran di brigata esser quelle in quella che Turpino un tempo mise; e non varran proteste o apologie con queste imbestialite anime mie.

4

Da' Nami avari, dagli Astolfi vani, da' Terigi grossier, dagli Olivieri, da' Rinaldi ebbri, da' divoti Gani, Avini, Avoli, Ottoni, Berlinghieri, e Guottibuossi e Gualtier cappellani, e tante dame e tanti cavalieri che a quelli di Turpino han somiglianza, mi salva: io non ho colpa né arroganza.

5

Solo i Marchi e i Mattei da San Michele hanno alcune cagion d'irritamento, ché fûro un dí molesti alle mie vele, ma dicono:--_Mea culpa_ e me ne pento.-- Spegner non posso piú le lor candele, che stan come memoria e monumento; ma giuro a Dio che, se al mio sen verranno, cordiali baci ed amicizia avranno.

6

Al secolo torniam di Carlo Mano, alle dolenti note di Turpino, a Filinoro fatto ciarlatano, alla bizzarra ed al fratel meschino, a Dodon sciolto, al danese cristiano, ad Orlando, ad ogni altro paladino, perocché incominciando s'ha intenzione di dare all'opra alfin conclusione.

7

Il vecchio Uggero in traccia di Marfisa non andò molto lunge dalle mura. Cavalcò poche miglia alla ricisa, con gran molestia d'una sua rottura, dicendo:--Io sono il soccorso di Pisa; il zelo v'è, ma stanca è la natura.-- Chiese notizie a parecchi villani, la fece dire in chiesa a tre piovani.

8

Ma finalmente, stanco e appassionato d'aver abbandonata Galerana, che aveva innanzi agli occhi in ogni lato per lui dolente e vecchia e poco sana, la rottura e l'amor l'han consigliato: è la speranza per Marfisa vana; sicché tornò a Parigi di portante, lasso come venisse da Levante.

9

Giunto a Parigi, Galerana attenta volle gli fosser poste le coppette, sei sopra i lombi, e grida:--Ch'ei le senta,-- ed una in sulla nuca, che fûr sette; né mai fu lieta né mai fu contenta se anche un servizial non se gli mette, dicendo:--So ben io che un serviziale a un riscaldato è la man celestiale.--

10

Dodone aveva scorsa l'Inghilterra, invano di Marfisa ricercando. Qui d'un suo portafogli, che disserra, ben mille commession venne cavando, ché al partir di Parigi un serra serra aveva avuto di «vi raccomando», sentendo ch'ei di Londra va a' confini, da cavalieri e dame e paladini.

11

Spiegando i bullettin, che avea riposti per la gran fretta senza fare esame, legge che astucci e oriuoli avean posti, catene, tabacchiere e vasellame, mille lavor fantastici e supposti, e tutto d'oro e niente di rame; indi guaine o vuoi stivali o guanti per certe dita de' moderni amanti.

12

Certe manteche stimolanti ed atte a risvegliar la snervata lussuria; certi spiriti ed acque ad arte fatte, che metton nelle reni della furia; e cento libri osceni e cose stratte contro contro al ciel, contro la romana curia, e insegnamenti a creder solamente nel vin, ne' cibi e al coito allegramente.

13

Il bello era a veder ne' bullettini, massime in que' che i libri ricercavano, le scritte commession da' paladini, di spropositi piene, che fummavano. Parean note dell'arte de' facchini a tal che appena si raccapezzavano; pur volean libri usciti sul Tamigi, per fare i letterati per Parigi.

14

Fu per scoppiar di rabbia Dodon santo; ma finalmente si metteva a ridere, gridando:--O paladini, o secol, quanto cercate il mal dal ben scêrre e dividere! Beata etá, se tanto mi dá tanto, chi retto può dell'avvenir decidere? Felici tutti i secol che verranno dietro la traccia di costor che sanno.--

15

Arsi ha i viglietti delle ordinazioni Dodone e verso Francia via galoppa, dicendo:--O vili, o porci, o mascalzoni! Rotta ogni chiave omai, rotta ogni toppa. Astucci d'oro, e d'òr repetizioni! Color mi pagherieno alfin di stoppa. Guaine, unguenti, libri da puttane! M'hanno posto nel ruol delle ruffiane.--

16

Cosí ridendo ed ora bestemmiando, sprona il destriere e spaccia la campagna. Ora troviamo un poco il conte Orlando, che cerca invan Marfisa in Alemagna. In una piazza a Vienna capitando, gente vide che s'urta e si scalcagna, che usciva fuor d'un grand'uscio ed entrava al quale un carantano si pagava.

17

Sopra quell'uscio grande una gran tela era appiccata, e un uom dipinto in questa: parea formato il quadro d'una vela, tanto è l'uom di statura disonesta. Fuori è un che trangoscia e si querela con voce roca, e sopra al quadro pesta con una verga, e grida, e ognun consiglia ad appagarsi della maraviglia.

18

Orlando guarda la trista pittura del gigante ivi esposto, e crede certo che ignota non gli sia quella figura; pure il ritratto non conosce aperto. La curiositá della natura lo spinge all'uscio; il carantano ha offerto; entra ed iscopre con stupor davante spettacol del casotto il gran Morgante.

19

Il Pulci in modo arcano lasciò scritto che pel morso d'un granchio egli era morto; ma per allegoria s'intenda il vitto d'un casotto, e il suo fine un tristo porto. Orlando fuor di sé, dal duol trafitto, gridò:--Fortuna, è troppo grave il torto! Com'hai ridotto in sí misero stato un che con le mie mani ho battezzato?

20

Caro figlioccio mio, gigante degno, chi ti condusse a tanta estremitade? tu che meco domasti piú d'un regno, spargendo il sangue per cristianitade?-- Morgante a questa voce, ad ogni segno, conobbe Orlando suo, pien di bontade, e si coperse con le mani il viso, a un pianto abbandonandosi improvviso.

21

Il conte l'abbracciò teneramente, e in una stanza trasse il suo gigante, dov'è un gran pagliariccio puzzolente, su cui dormiva il povero Morgante. Quivi cresce di lagrime il torrente: fu per morir d'angoscia il sir d'Anglante, e chiede al catecumeno suo monte: --Chi t'ha uguagliato ad un rinoceronte?--

22

Rispose quel:--Poiché mi battezzasti, e ch'ebbi per Gesú tante ferite, e tanti turchi col battaglio ho guasti, vinte cittá, rotte schiere infinite; giudicai d'aver fatto quanto basti a meritarmi il pan per mille vite; ma Carlo in pace, grasso e rimbambito, ebbe nel dua chi l'aveva servito.

23

Tu sai del memorial ch'ho presentato: ch'ei mi facesse almeno alfier si chiese; ed egli alfier mi fece riformato con que' meschin cinque ducati il mese. Giá conosci il mio ventre dilatato e s'eran sufficienti per le spese: ebbi tant'ira, caro paladino, ch'io fui per farmi ancora saracino.

24

Molte donne cristiane parigine, innamorate della mia grandezza, m'avrien soccorso con un certo fine; ma non vo' dirti la lor sfrenatezza. Oh quai costumi! oh che buone farine! perché la chiesa vostra ancor battezza? Irato, stomacato, sbalordito, ospite insalutato son fuggito.

25

Non volli abbandonar la nuova fede, perché l'ho ancora in buona opinione. Tu dicesti:--Esser cieco de' chi crede, de' sperar, abbia o non abbia ragione.-- Sperando, sono andato sempre a piede; servii, sperando, di guardaportone; ma, perch'io mangio assai, mi diêro il bando: partii cieco credendo e ognor sperando.

26

Pelle ed ossa, una mummia era ridotto, sembrava la figura d'un sudario. Videmi un cavaliere, industre e dotto de' teatri e dell'opere impressario; mi disse che, s'entrassi in un casotto per lui, meco saria Cesare e Dario. Risposi sí, ché vedeva la fame e da tre dí vivea di fieno e strame.

27

Mi fece por sopra un gran carro chiuso questo caritatevol ortodosso, perché nessuno mi vedesse il muso, per non aver pregiudizio d'un grosso. Di cittade in cittá di me fece uso; tu vedi il modo, ch'io tacer ti posso, e servo per le spese come il miccio, la notte dormo in su quel pagliericcio.--

28

Morgante qui le lagrime rinnova, che ognuna avrebbe empiuta una scodella; i suoi merti rammenta e il duol che prova per la prostituzione e si martella; qualch'eresia gigantesca ritrova, ché la disperazion lo discervella e dice della fede e la speranza cose contro gli arcani e la costanza.

29

Orlando molto lo rimproverava, col viso brusco, sussiegato e fiero, dicendo:--Anche nell'onde s'affogava, perché mancò di fede, un dí san Piero. Colle tribolazion Dio ti provava, per veder s'eri buon cristian da vero.-- Disse il gigante lagrimoso e chiotto: --È ver, ma risparmiar potea il casotto.

30

--No--grida il conte,--vessazion piú fiera dell'esporti al casotto potea darti; la berlina, la frusta e la galera potean giugnere ancora a tribolarti. Vedi che inaspettato questa sera a Vienna m'ha spedito a sollevarti.-- Grato Morgante allora è al ciel rivolto, ché frusta né galea non l'abbia còlto.

31

Coll'impressario il roman senatore ebbe molte parole e molta pena per liberar Morgante, ché il signore ha una scritta peggior d'una catena. Il conte è pien dell'antico furore; colui non par che lo badasse appena, e disse:--Piú non s'usano i bestiali; cantan le carte e sonvi i tribunali.--

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